Così le fogne dei palazzi di Napoli finiscono nelle cavità sotterranee
Dagli anni Settanta scarichi abusivi nel sottosuolo
Dopo il dossier di Bertolaso il problema è bonificare
diELEONORA PUNTILLO
NAPOLI - Finalmente lo sa anche Bertolaso. Ma forse bisogna dirgli anche qualcosa d'altro e di più su quel che si trova nel sottosuolo di Napoli, trasformato da ricchezza, da luogo utilizzabile, in colossale discarica anche fognaria. È infatti usanza antica e notissima che le tubazioni fecali di interi palazzi, anche recenti, vengano immesse nelle cavità per risparmiare il costo degli allacciamenti alle fognature, e anche per il timore che essendo queste insufficienti rispetto all'intensissima edificazione si debbano sostenere le spese per l'adeguamento.
È usanza antica e tuttora perdurante aprire il tombino nel cortile e rovesciarvi dentro i materiali di risulta delle ristrutturazioni negli appartamenti, con risparmio del trasporto alla discarica. Altrettanto antica, ormai quasi quarantennale, è la pubblica denuncia di tali abusi, senza che vi siano conseguenze sul piano giudiziario, e neanche su quello amministrativo. Rarissimi - anche per ovvie difficoltà - gli interventi «sotterranei» dei vigili urbani; si ricorda ancora quella di qualche anno fa, quando l'allora comandante della squadra antiabusivismo Antonio Baldi (non a caso geologo e studioso del sottosuolo) si accorse che i materiali di risulta della ristrutturazione in corso al palazzo che fu dell'armatore Lauro in via Crispi non uscivano mai dal cantiere a bordo di camion. Finivano infatti in una antica cava di tufo che si trova a grande profondità al di sotto di quella e altre costruzioni. Per chi ha documentato da sempre il saccheggio impunito del territorio alla luce del sole, non c'è stupore alla vista di quel che si scarica nel buio dei sotterranei. In archivio ci sono titoloni dei quotidiani, come quelli gli anni Settanta dopo la tragica frana di via Aniello Falcone (19 settembre 1969, vi fu sepolto il farmacista che da anni denunciava invano i segnali di dissesto). Per esempio la denuncia relativa ai 16 — sì proprio sedici — palazzoni al Corso Amedeo di Savoia che nel corso delle indagini per una colossale voragine poco più a monte, furono scoperti senza allacciamento alla rete fognaria: scaricavano tutti in una grande cavità sotterranea, divenuta un colossale pozzo nero. I sedici palazzoni avevano una «regolare» licenza edilizia concessa nel 1965 in una zona che sulle tavole del Piano regolatore depositate al Ministero risultava «agricola», mentre il relativo colore sulle tavole del Comune di Napoli indicava «edilizia intensiva ». La falsificazione delle carte del Piano regolatore fu definito «il falso più clamoroso della storia giudiziaria italiana» con la sentenza (1972) di archiviazione perché fu impossibile identificare i falsificatori. Il giudice istruttore Massimo Genchini scrisse che non doveva stupire il fallimento dell'indagine «ove si consideri la lentezza, si potrebbe dire anzi la riluttanza con la quale essa ha avuto inizio…». In materia di lentezza anzi di riluttanza nel cercare i responsabili le cose non sono poi tanto cambiate a distanza di quasi quaranta anni, benché sia evidente il perdurare della flagranza (e la reiterazione) del reato quando ancora si subiscono le tragiche conseguenze del saccheggio e ciascun napoletano paga di tasca sua fior di quattrini per rinnovare infrastrutture fognarie e stradali, che pure erano state progettate per durare fino al 2100, ma solo se la città fosse stata edificata in modo non incivile, se fosse piena di verde, di giardini privati e pubblici. Per identificare chi inquina, a volte basta poco: ci sono cavità stracolme di imballaggi con il nome e l'indirizzo del destinatario; e basta poco per capire da dove arrivano sbocchi fecali, e anche fusti, bombole, reti da letto, e pure quell'auto «mini cooper» incastrata (e fotografata) nella bocca di un pozzo comunicante con una cava alla Sanità. Adesso che lo sa anche Bertolaso, lentezze e riluttanze nell'indagine e nella eliminazione degli abusi non dovrebbero ripetersi. Più grosso il problema del disinquinamento e della messa in sicurezza delle cavità: bisogna davvero vigilare perché non diventi un grosso affare, magari solido come una colata di calcestruzzo.