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October 30
Siamo tutti Saviano?
di Helena Janeczek, Nazione Indiana
Dopo le ultime notizie su un possibile attentato a Roberto Saviano in stile "Strage di Capaci"- far saltare con l'esplosivo le macchine blindate sull'autostrada Napoli -Roma - e dopo l'intervista di "Repubblica" in cui dice di voler lasciare per un po' l'Italia per riprendersi la sua vita, si è scatenata una gara di solidarietà di dimensioni impressionanti. Iniziative sui social network, letture collettive in piazza di Gomorra a Roma e Milano, cittadinanze onorarie, striscioni degli ultrà esposti allo stadio, un appello firmato da sei Premi Nobel che nella prima giornata raccoglie le adesioni di centomila persone. E molto altro, molto di più. E' qualcosa di imprevisto e di straordinario soprattutto laddove è divampato dal basso, dalle persone che hanno letto il libro o l'hanno comprato o che hanno soltanto visto Saviano in tv e ne hanno fatto quel che è ora: un simbolo di lotta alla mafia, un simbolo di coraggio. E probabilmente di qualcos'altro, perché i simboli veri non sono come i cartelli stradali che stanno per una cosa sola, ma si caricano e irradiano significato. Ed è fin troppo facile obiettare che per aderire a un appello via rete o anche trovarsi in una piazza lontana dalla provincia di Caserta non ci vuole molto coraggio, né si mette in moto un cambiamento, né si fa qualcosa di concreto per togliere una persona dal pericolo in cui si trova. Sono soltanto gesti simbolici che rispondono proprio su quel piano a chi, appunto, è diventato un simbolo. Esistono alcuni che pensano che Saviano sia diventato quello che è adesso grazie al marketing editoriale o all'influenza dei media o a entrambi. Ma nulla si sarebbe messo in moto senza il libro né tanto meno avrebbe raggiunto queste dimensioni senza pubblico perché è quest'ultimo, in un movimento di feed back circolare, che continua ad alimentare le ristampe e tener aperti gli spazi su televisioni e giornali. Quindi ha ragione Saviano quando dice che non è stato il suo libro a innescare una reazione da parte della camorra, ma il successo del suo libro, la trasformazione del suo libro e di lui stesso in qualcosa che riveste un valore simbolico per moltissime persone. Pasolini scriveva che il successo è l'altra faccia della persecuzione e queste parole acquistano nel caso di Saviano una verità sinistra. Credo che la realtà del pericolo che corre derivi ormai in una misura non meglio quantificabile dal valore che ha assunto, dalla notorietà raggiunta persino oltre ai confini dell'Italia.
E' un fatto inaudito. La visibilità doveva avere un effetto protettivo, fargli - come si dice- da "scorta mediatica", comunicare ai nemici di Saviano che se lo toccano, la reazione scatenata peggiorerà pesantemente le condizioni per condurre i propri affari in segreto e in silenzio. Secondo quella logica tradizionale nell'ambito delle mafie, ammazzare Saviano non conviene: piuttosto si aspetta un tot di anni, quando non avrà più la scorta e l'attenzione pubblica, quando quest'ultima lo avrà almeno in parte dimenticato. Allora lo si distrugge, preferibilmente con diffamazione, querele, mosse trasversali, e se proprio non bastasse, con le armi. Ed è ovviamente uno scenario sempre presente e non escluso dalla situazione attuale. Cosa che fa capire che cercare di destreggiarsi fra la troppa esposizione e il possibile oblio, debba essere per Saviano come navigare fra Scilla e Cariddi. La logica della visibilità come protezione ormai non vale più senza riserve. I capi Casalesi in carcere si sono visti riconfermare gli ergastoli, le loro mogli- anche quella del latitante Antonio Iovine- sono state arrestate, Casal di Principe è presidiato dalla Folgore come un territorio occupato. Erano, fino al successo di Gomorra, un clan sconosciuto o di cui l'opinione pubblica non si interessava già a partire da Napoli. Ora qualsiasi loro azione, persino quelle non strettamente sanguinarie, rimbalza su giornali e telegiornali. Hanno poco da perdere, e l'idea che una volta tolto di mezzo Saviano, tutto tornerà come prima -magari non subito, ma basta aspettare- sembra possedere, a questo punto, una logica più stringente e una maggiore attrattiva. A questi uomini che si vedono come un potere assoluto, poter mostrare con un solo omicidio che detengono più potere di Stato, Premi Nobel, masse nazionali e internazionali, essere in grado di scatenare un putiferio anche politico, deve fare non poca gola. Per questo, l'istinto e il buon senso suggeriscono di non scartare lo spauracchio della riedizione della Strage di Capaci soltanto perché il pentito ha poi smentito l'informazione sul presunto attentato raccolta da un poliziotto. Nella migliore delle ipotesi mi pare rappresenti quello che il clan avrebbe voglia di fare. Chiunque abbia visto le interviste fatte da Repubblica tv o quelle di Matrix o delle Iene, si è reso conto che pure per il territorio dominato dai Casalesi, Saviano è un simbolo. Soltanto che è un simbolo negativo. A Casale- ma molto spesso anche a Napoli - Saviano è colui che è ti fa arrivare una sanzione se giri senza patente o senza casco, colui che è diventato famoso e venerato rovinando l'immagine della propria terra e affibbiando ai suoi abitanti l'immagine di mafiosi o di collusi, colui che si è arricchito senza aver fornito lavoro anche se nero o sporco, e non ha sganciato tangenti o soldi per i terreni trasformati in tombe di rifiuti tossici. Magari quel che abbiamo visto o letto non è tutta la verità, magari c'è qualcuno che in segreto la pensa diversamente, ma non importa. Importa che quelle dichiarazioni rappresentino la versione a cui da quelle parti occorre o conviene conformarsi. Persino il parroco di Casale ha lanciato un anatema contro Saviano perché infanga il nome dei bravi e onesti paesani. Basta aggiungere che accanto a un consenso negativo popolare intorno a Saviano, ci sono proprio nei luoghi che per primi dovevano essere scossi dalla sua denuncia, molti che si sentono sempre di più gettati nell'ombra dal fascio di luce che sembra ricadere tutto sul simbolo. Questi si trovano nello spettro di chi conduce la battaglia antimafia: dai magistrati ai testimoni di giustizia, dagli agenti delle forze dell'ordine ai militanti delle associazioni e così via. Giornalisti lamentano che Saviano avrebbe preso dai loro articoli e dalle loro inchieste, cosa che non avrebbe dato alcun fastidio se il libro l'avessero letto in 5.000 (la prima edizione di Gomorra aveva esattamente questa tiratura) e nemmeno in 50.000. Sarebbe infatti stato impossibile e grave se l'autore non avesse fatto tesoro delle informazioni raccolte anche aldilà della propria esperienza personale, ed è perfettamente normale che chi riporta semplicemente una notizia, non abbia bisogno di citare nessuna fonte: questo, a maggior ragione, per un libro che si colloca a cavallo fra saggistica e romanzo, fra esposizione di fatti e dati e narrazione.
Ciò che non scorgono queste persone - o che la loro frustrazione fa passare in secondo piano - è che si tratta del più classico meccanismo del divide ut impera, tra l'altro messo in moto senza nessun burattinaio, e che a isolare Saviano ci si crea un danno da soli facendo il gioco dell'avversario. Inoltre non sembrano vedere la cosa più banale e primaria, ossia che, pur nell'ombra di Saviano, l'attenzione a quel che fanno non sia mai stato tanto alta: mai così tante opportunità di pubblicare libri, fare film ecc sulla camorra (e persino sulla 'ndrangheta fino ad allora quasi totalmente ignorata dall'attenzione pubblica), mai così tanto spazio nei mezzi d'informazione su arresti e inchieste, mai tanto impegno da parte dello stato nel territorio Casalese. Ma già qui si intravede una sorta di equivoco. La Folgore che è a Casal di Principe - uso l'esempio come immagine esemplare, aldilà della valutazione sulla sua efficacia- non gira contemporaneamente a Platì e nemmeno a Secondigliano, e ammesso anche che si riuscisse a dare un colpo durissimo al clan dei Casalesi, non si avrebbe di certo ottenuto una vittoria su tutte le altre mafie che magari anzi godono dello sforzo concentrato da una parte come il proverbiale terzo fra i litiganti. L'equivoco nasce dai piani di rappresentazione. Su quello basilare sembra trattarsi di una lotta fra Saviano e i Casalesi o, al massimo, fra Saviano e lo Stato e i Casalesi. Sembra che i Casalesi oggi "tirano" esattamente come un tempo facevano notizia solo i Corleonesi. In quest'equivoco che si autoalimenta ci casca pure l'editoria che pubblica libri sui Casalesi a cui sembra interessata solo una nicchia. Perché, in realtà, al celebre scrittore londinese, alla casalinga di Voghera o allo studente di Treviso che cosa gliene importa alla fine di un dato clan campano? Non moltissimo, se non avesse intenzione di uccidere Saviano e se nella sua vicenda non fosse simboleggiato molto altro. La libertà di parola, la fiducia nella verità e nella possibilità di dirla, il coraggio delle proprie azioni e convinzioni. E forse anche il meccanismo per cui la denuncia di certi clan reali, con nomi e cognomi, riesce a toccare per esteso le corde di chi in Italia si confronta con dinamiche "mafiose" in generale, cioè praticamente tutti. Credo che in questo paese vecchio, attanagliato da mille paure supposte o reali - dagli stranieri al pedofilo della porta accanto, dal latte contaminato alla recessione -, privo di fiducia nel proprio futuro e nella possibilità di uscire dal marciume, l'esempio di Saviano incontri soprattutto il desiderio di essere diversi da come si è realmente: non impauriti, asserviti, rassegnati. Eppure l'investimento simbolico su di lui sembra giocare un ruolo ambivalente. Ci si appaga nell'identificazione e nella preoccupazione per Saviano e si continua grosso modo a vivere come prima. D'altronde, cosa si potrebbe fare? Purtroppo dire "siamo tutti Saviano" non basta, anzi l'effetto è in parte anche contrario a quello desiderato. Perché alla fine solo Saviano è Saviano, solo Saviano è quello sotto scorta, minacciato di morte, ricusato dal parroco di un paese che non ha pronunciato nulla di simile nei confronti dei boss. E voglio ribadirlo: Saviano non è ovviamente l'unico potenziale bersaglio delle mafie e non è l'unico a vivere sotto scorta, ma è un bersaglio privilegiato proprio in quanto simbolo. Più ci si schiera dietro al suo nome, più lui diventa simbolo e come simbolo diventa unico, diventa solo. E il fatto che così pochi lo appoggiano proprio laddove dovrebbe invece essere appoggiato primariamente, non fa che accrescere la pericolosità di questo meccanismo. Chiunque abbia letto l'opera di René Girard centrata sulla funzione del capro espiatorio o conosca il mito e il rito del Re del Bosco analizzati dal Ramo d'oro di Frazer ha dimestichezza con la logica per cui figure investite collettivamente di un valore positivo e persino salvifico, siano per questa stessa ragione, destinate al sacrificio. Ma come si fa a strappare una persona reale, non un simbolo, dal pericolo che sta con troppa evidenza correndo anche in questo senso? Noi su questo sito abbiamo da sempre pensato che il modo migliore di stare vicini a Roberto era continuare a dare spazio alle tematiche che ha portato alla ribalta, anche e soprattutto se a scriverne erano altri, e cogliamo l'occasione per ribadire che Nazione Indiana è uno spazio aperto per chiunque voglia proporre un contributo. I Wu Ming con spirito simile hanno lanciato lo slogan di "desavianizzare" Saviano. Carla Benedetti e Giovanni Giovanetti sul sito de "Il primo amore" propongono di "Condividere il rischio" facendo e ospitando inchieste su temi non solo legati alla criminalità organizzata. Tutto questo è giusto, però non illudiamoci: ormai non basta. Tutta l'attenzione e la maggiore facilità di accesso ai circuiti della comunicazione -dai blog, alle case editrici, ai telegiornali- che la fama di Saviano e del suo libro hanno innescato anche a beneficio di altri scrittori, giornalisti, documentaristi ecc., non hanno cambiato nulla su un certo piano. Si sono moltiplicate le voci di denuncia, ma Saviano è diventato sempre più simbolo. D'altronde, non si può dire alla gente: tutto questo è certamente anche bellissimo, ma per favore state attenti. Da un lato perché nessuno si sveglia la mattina dicendosi "adesso di sto ragazzo che ho visto ieri sera a Matrix faccio il mio simbolo di un Italia migliore o di chi "ha le palle". Del resto, le stesse persone - che siano scrittori famosi o gente comune non importa - hanno reagito con affettuoso buon senso alla sua dichiarazione di volersene andare, dando la priorità al suo desiderio di riavere una vita decente. Non è che perché uno è simbolo che non ci si rende conto che è prima di tutto una persona in carne ed ossa. Ma soprattutto, pur con tutta la necessità di vederne gli aspetti rischiosi e ambivalenti, è giusto riconoscere che i bisogni simbolici sono bisogni profondi e reali, e il fatto che emergano con la loro portata utopica primaria, contiene in sé qualcosa di positivo: aldilà di ogni ricaduta concreta, di ogni possibilità che il semplice sentirli ed esprimerli possa bastare come appagamento e quindi diventi funzionale al mantenimento delle cose come stanno, e ovviamente aldilà di ogni manipolazione e strumentalizzazione della quale possono essere oggetto. Eppure, pur con tutta la consapevolezza dei limiti e dei rischi, non basta fermarsi a questo. Bisogna cercare di capire quel che hanno fatto Gomorra e il "fenomeno Saviano" un po' più concretamente. Gomorra non è soltanto in assoluto il primo libro sulle mafie - inclusi quelli dedicati a Cosa Nostra, inclusa il volume intervista a Giovanni Falcone- ad aver ottenuto una simile diffusione in Italia e nel mondo. Gomorra ha soprattutto cambiato il modo di rappresentare e di vedere le mafie. Non più fenomeno locale, ma presenza ubiqua e interconnessa del mondo globalizzato. Non più intreccio fra potere criminale e potere politico, ma supremazia del potere economico al quale tutto il resto è subordinato. Quel che talvolta viene mosso come critica a Saviano, ossia aver riservato un ruolo marginale all'aspetto della collusione politica, è in realtà la condizione di partenza perché si fosse potuto verificare questo mutamento collettivo di consapevolezza. Gomorra ha fatto questo:spostare lo sguardo dal sangue e persino dalla politica al business che è ovunque e rappresenta il cuore del potere criminale. Ed è, aldilà delle mafie, un grande e necessario aggiornamento ai tempi nostri, dove recentemente gli stati e la politica non hanno potuto fare altro che cercare di tamponare i disastri creati dall'economia, stavolta finanziaria. Lo sguardo di Gomorra è la sua più grande novità. Ogni polemica su quel che Saviano possa aver preso da altri o su quel che "si sapeva già", manca il bersaglio perché non si rende conto che è stato Saviano, solo Saviano, a scorgere in quella materia una portata universale e trovare lo strumento per fare breccia con la sua visione delle cose e con la forza di coinvolgimento del suo racconto. Nessuno prima d'allora era arrivato a mostrare soprattutto questo, a far pervenire soprattutto questo come messaggio, a dirti:"non chiederti principalmente se Totò Riina si è baciato o meno con Andreotti", ma domandati piuttosto chi costruisce casa tua, come vengono raccolti i pomodori con cui fai la salsa, dove e come vengono smaltiti i rifiuti che butti nel bidone dell'immondizia". Non erano cose di cui si interessava il lettore comune o il pubblico dei media, non erano nemmeno cose che sembravano riguardare da vicino i cosiddetti intellettuali, inclusi quelli impegnati. Pasolini probabilmente ha pagato con la vita il suo lavoro su Petrolio e il suo "Io so" che riguardavano comunque grandi intrecci fra politica e interessi multinazionali, non il subappalto del piccolo cantiere, non la proprietà di una pizzeria, non il racket subito dal negoziante. In breve: non il nostro quotidiano. Su tutto questo c'è stata una sensibilizzazione che forse è l'inizio di qualcosa che cambia. I giornali non danno solo quell'attenzione a camorra e Casalesi di cui prima godevano solo i mafiosi siciliani (e comunque, per qualsiasi motivo, è preferibile essere informati su due organizzazioni criminali piuttosto che su una sola), ma concedono uno spazio prima impensabile a questioni come le mani dell'ndrangheta sui lavori per l'Expo di Milano (vedi gli articoli su "Corriere" e "Stampa"). Noi non siamo Saviano e possiamo fare ben poco per tutelarlo. Ma, senza nessun eroismo, possiamo continuare ad allargare il solco che ha tracciato, continuare a ritenere che ogni indagine sul reale ci riguardi, possiamo trasformare tutto questo in una duratura e normale consapevolezza capace di non essere soltanto qualcosa di effimero: leggere - o scrivere- poesie e inchieste, articoli di cronaca e romanzi. Cambiare definitivamente postura rispetto a questo. Capire che le nostre democrazie sono congegni imperfetti e fragili, i cui valori e il cui funzionamento possono essere messe in scacco non solo dall'ascesa al potere di un dittatore; che non bisogna arrivare al regime totalitario, per finire per perderne di fatto dei grossi pezzi. Questo paese ne è un esempio particolarmente mal messo, ma la questione di fondo non riguarda solo l'Italia e il suo meridione. E al tempo stesso non dobbiamo nasconderci lo sgomento e il senso di impotenza che ci coglie quando scopriamo che Caserta sembra più lontana da Roma, più altrove, che Parigi o Milano. Sapere che si possa fare poco. Ma farlo. Di modo che se Saviano se ne va per un po' da un'altra parte, qualcosa di quel che ha aiutato a seminare continui a crescere e a radicarsi anche laddove non c'è mai stato uno specifico interesse per le mafie. E infine, anche se il coraggio è quella cosa che non ci si può dare da soli, sarebbe bello se fossimo capaci a tirarne fuori un po' di più: ovunque, in qualsiasi campo. Non per Roberto Saviano, soprattutto per noi stessi.
Nazione Indiana
Raffaele Cantone. L'uomo della legge nella terra dei boss
Vive da anni sotto scorta. Adesso racconta in un libro la sua vita in prima linea
QUALCHE volta, quando non ne posso più della mia vita blindata, sento Raffaele Cantone perché vive costantemente sotto scorta non da due anni, ma da molti di più. Cantone ha scritto un libro che racconta il suo periodo alla Dda di Napoli, intitolato Solo per giustizia. Diviene magistrato quasi per caso, dopo aver cominciato a fare pratica come avvocato penalista. Diviene magistrato per amore del diritto. Ed è proprio quel percorso che lo porta a divenire un nemico giurato dei clan. Non lo muove nessuna idea di redimere il mondo, nessuna vocazione missionaria a voler estirpare il cancro della criminalità organizzata. Lo guidano invece la conoscenza del diritto, la volontà di far bene il proprio lavoro, e anche il desiderio di capire un fenomeno vicino al quale era cresciuto. A Giugliano. Un territorio attraversato da guerre di camorra che ricorda sin da quando era ragazzo.
"C'erano periodi in cui i morti si contavano anche quotidianamente, spesso ammazzati in pieno giorno e in presenza di passanti terrorizzati. Le nostre famiglie avevano paura. Per timore che potessimo andarci di mezzo anche noi, ci raccomandavano di non andare in giro per il paese, di uscire solo quando era necessario. Quindi gran parte del tempo libero la si trascorreva a casa di qualcuno dei ragazzi della comitiva. Ma quando si spargeva la voce di un omicidio, anche noi "bravi ragazzi" spesso non resistevamo alla tentazione di andare nei paraggi per sentire chi era la vittima, a che gruppo apparteneva e soprattutto se era qualcuno che conoscevamo. Perché capita così, nella provincia: anche se si appartiene a mondi diversi, finisce che ci si conosce almeno di vista o di fama. E fu proprio un ragazzo conosciuto solo di vista una delle vittime innocenti di quella faida che sembrava eterna. Era un po' più grande di me e i sicari lo avevano scambiato per un affiliato della parte avversa, perché gli somigliava vagamente e soprattutto perché aveva un'auto di colore molto simile. Solo dopo avergli sparato si erano accorti dell'errore e si erano fermati. Ma alcuni colpi avevano raggiunto la colonna vertebrale e paralizzandolo in tutta la parte inferiore, avevano reso il giovane invalido per il resto della vita. Ancora oggi mi capita talvolta di incontrarlo, spinto sulla sua sedia a rotelle dalla moglie che all'epoca era la sua giovanissima fidanzata".
Un uomo che si forma in una situazione del genere comprende che il diritto diviene uno strumento fondamentale per concedere dignità di vita. Una dignità basilare, quella di vivere, di lavorare, di amare. Dove la regola non soffoca l'uomo ma anzi è l'unico strumento per concedergli libertà. Poco prima era stata uccisa una ragazza di poco più di diciotto anni, figlia di un collega di suo padre. L'unica sua colpa era stata quella di essere uscita di casa nel momento sbagliato. Morì al posto di un delinquente in soggiorno obbligato che più tardi sarebbe diventato uno dei capi del clan dei Casalesi, uno dei più feroci: Francesco Bidognetti, detto "Cicciott' 'e mezzanotte".
Quel caso non ha mai avuto soluzione giudiziaria. E lentamente il ricordo si è sbiadito. I genitori sono morti entrambi di crepacuore. Anche il penultimo omicidio dei Casalesi è avvenuto proprio a Giugliano, non lontano da dove Cantone è tornato ad abitare con la sua famiglia. Quando si sono trasferiti nella casa nuova, i vicini e i negozianti hanno organizzato una raccolta di firme per mandarli via. Qualcuno ha persino lasciato una valigia al posto dove sosta la pattuglia di vigilanza: era vuota, ma doveva simulare un ordigno.
Il libro è la storia di questa quotidianità, la quotidianità di un magistrato in terra di camorra e delle ripercussioni pesantissime che questo pone anche sulla vita dei suoi famigliari. Come quando un maresciallo che in quel periodo faceva il capo scorta vuole portarlo a vedere la partita del Napoli. Cantone, sempre attentissimo a non accettare favori, continua a rimandare sino a quando l'invito viene espresso quando c'è pure suo figlio di cinque anni che è già tifosissimo. ""Papà, mi ci porti? Andiamo a vedere la partita? Ti prego!". E allora accettai, a condizione che non piovesse". La domenica il maresciallo si presenta con una persona sconosciuta che a sua volta ha portato il figlio. "Questa sorpresa mi seccò a tal punto che fui tentato di dire che avevo cambiato idea. Ma come facevo con Enrico? Non avrebbe più smesso di piangere per la delusione".
Il giorno dopo, in Procura, chiamano Cantone chiedendogli con imbarazzo se è stato allo stadio e con chi. Perché l'amico del maresciallo è stato intercettato nell'ambito di un'inchiesta sugli affari dei Casalesi mentre assicurava uno degli indagati che a questo punto il pm sarebbe stato "avvicinabile". Non ne consegue nessun danno all'indagine, ma Cantone è furioso e sconvolto. L'unica volta che per amore di suo figlio si è sforzato di abbandonare la diffidenza che il mestiere gli ha fatto divenire seconda natura, scopre che la passione innocente di un bambino è stata strumentalizzata e abusata.
La diffidenza ha dovuto impararla presto, anni prima di entrare in antimafia. È una lezione che si iscrive nella sua carne e dentro la sua anima. "Un giorno d'inverno stavo tornando a casa nel primo pomeriggio, con l'intenzione di chiudermi nello studio e guardare con calma alcune carte. Come al solito, prima di salire, mi fermai alla cassetta delle lettere per prendere la posta. Quella volta ci trovai soltanto un foglio piegato, senza busta. E ancora adesso, quando penso al gesto automatico con cui lo aprii e vidi cosa c'era scritto, risento i brividi che mi assalirono in quel momento. Era una sorta di volantino, composto da ben due pagine. In alto c'era una mia fotografia [...] Il testo era spaventoso. Un congegno osceno orchestrato con dati reali della mia vita e con calunnie gigantesche [...] Nel volantino c'era posto per tutti i miei familiari".
Cantone corre a metterne al corrente il procuratore Agostino Cordova, capendo che l'attacco è gravissimo. Però non riesce ad immaginare la portata di quella campagna di diffamazione. Il giorno dopo il volantino arriva a tutti i colleghi, a carabinieri e polizia, a molti avvocati e politici campani, a tutte le redazioni dei giornali, al Csm, persino a Giancarlo Caselli e Saverio Borrelli. Migliaia di volantini mandati ovunque. Per distruggere un semplice sostituto procuratore che stava svolgendo un'indagine su un'immensa truffa assicurativa, seguendone le tracce per mezza Europa.
Sono pagine impressionanti perché evidenziano con estrema limpidezza come funziona la diffamazione. Non ti si attacca frontalmente, a viso aperto. Cercano di isolarti mettendo in circolazione il virus della calunnia, certi che da qualche parte l'infezione attecchisca e il contagio si propaghi. E che a quel punto il danno sarà irreparabile. ""Meglio una calunnia che un proiettile in testa" era una frase che mi fu detta come sincero incoraggiamento da più di un collega. Ma di questo, sebbene sia un'affermazione di buon senso, non ero e non sono tanto certo. Io mi sentivo come se cercassero di farmi una cosa anche peggiore che eliminarmi fisicamente. Perché si può distruggere un uomo, annientarlo, senza nemmeno torcergli un capello. E paradossalmente è molto difficile che questo accada quando si uccide veramente".
È questo uno dei punti più dolenti. La diffamazione ti lascia vivo fisicamente, ma annienta tutto quello che hai fatto. Come una sorta di bomba a neutrone che lascia intatte le cose mentre cancella ogni forma di vita. La vita morale di un uomo non può mai essere distrutta così radicalmente come dalla calunnia. Per questo anche chi è abituato a uccidere spesso la preferisce al piombo.
Quando entra alla Direzione distrettuale antimafia e gli viene assegnato il Casertano, c'è chi commenta: "Come al solito, Raffae', t'hanno fatto?". Il che in italiano si tradurrebbe con "fregato" o forse ancora meglio con "ti hanno rifilato un pacco". "La camorra casalese veniva vista come qualcosa di molto feroce e impegnativo e al tempo stesso provinciale, di scarso prestigio".
Ma il processo Spartacus aveva segnato una svolta e il libro è un omaggio a tutti i magistrati che l'avevano istruito e a tutti quelli che, come Cantone stesso, hanno successivamente portato avanti un impegno difficilissimo: Di Pietro, Cafiero de Raho, Greco, Visconti, Curcio, Ardituro, Conzo, Del Gaudio, Falcone, Maresca, Milita, Sirignano e Roberti.
Perché in certi territori la lotta per la legalità e la giustizia è una battaglia combattuta ad armi terribilmente impari. I clan hanno danaro, armi, uomini, coperture e collusioni a non finire. Dall'altra parte i mezzi sono limitati, la mole di lavoro è talmente enorme che bisogna essere disposti a fare straordinari che per molti non sono nemmeno pagati. Tutto il successo è sulle spalle di chi continua a voler far bene il proprio lavoro: magistrati, carabinieri, poliziotti, finanzieri. Uomini che rischiano la vita per senso del dovere e magari anche per lealtà verso i superiori che hanno saputo conquistarsi la loro fiducia, una lealtà primaria da soldati in trincea, e che non vengono ricordati quasi mai. E invece il libro di Cantone gli rende omaggio e gli concede visibilità. Uomini che spesso in territori marci sono il vero argine per contrastare lo strapotere delle mafie. Cantone si sente uno di loro: non un eroe, semplicemente un magistrato che ama il suo lavoro perché ama il diritto, crede nell'accertamento della verità.
Questo per i boss è incomprensibile. Non riescono a concepire che un magistrato persegua solo la giustizia, non personalmente loro. Che non tutti gli uomini sono uguali a loro. I boss sanno che non tutti ammazzano e che non tutti resistono al carcere. Ma sono certi che tutti vogliono danaro, fama, donne e potere. E chi non lo ammette, sta dissimulando, mentendo, imbrogliando. Così la pensa Augusto La Torre, il ferocissimo quanto intelligente capo del clan di Mondragone che l'impegno di Cantone ha messo in ginocchio. È il primo a pianificare un attentato contro di lui ed è anche uno dei primi a pentirsi. Durante gli interrogatori indulge con particolare precisione sui dettagli degli omicidi che ha commesso: la prima strage di extracomunitari a Pescopagano, il gesto con cui tappa col dito lo zampillo di sangue che esce dal buco sulla fronte dell'autista di un capozona dei Casalesi, lo strangolamento con un filo della luce di un piccolo affiliato soltanto sospettato di essere un "infame", mentre il boss continua a ripetergli "non ti faccio niente, non ti faccio niente".
Eppure, ragiona Raffaele Cantone con amarezza, il clan che pareva sconfitto si riforma. Meno potente, ma il territorio riprende a sottomettersi. La camorra non è possibile sconfiggerla soltanto con indagini e processi, sequestri e arresti. Raffaele Cantone oggi non lavora più alla Dda, è diventato giudice al massimario della Cassazione. Ma ha voluto dare un altro strumento per sconfiggere le mafie. Un libro in cui si racconta come si arriva a diventare uno dei principali nemici dei clan e come è fatta la vita di chi li combatte: solo per giustizia.
(2008 by Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)

October 22
Su Repubblica.it oltre 150mila firme aderiscono altri premi Nobel "Ringrazio chi in questi giorni ha sentito che il mio dolore era anche il suo dolore"
Saviano: "Ogni voce che resiste mi rende meno solo"
di ROBERTO SAVIANO
GRAZIE per tutto quanto state facendo. È difficile dimostrare quanto sia importante per me quello che è successo in questi giorni. Quanto mi abbia colpito e rincuorato, commosso e sbalordito sino a lasciarmi quasi senza parole. Non avrei mai immaginato che potesse accadere niente di simile, mai mi sarei sognato una tale reazione a catena di affetto e solidarietà. Grazie al Presidente della Repubblica, che, come già in passato, mi ha espresso una vicinanza in cui non ho sentito solo l'appoggio della più alta carica di questo paese, ma la sincera partecipazione di un uomo che viene dalla mia terra.
Grazie al presidente del Consiglio e a quei ministri che hanno voluto dimostrarmi la loro solidarietà sottolineando che la mia lotta non dev'essere vista disgiunta dall'operato delle forze che rappresentano lo Stato e anche dall'impegno di tutti coloro che hanno il coraggio di non piegarsi al predominio della criminalità organizzata. Grazie allo sforzo intensificato nel territorio del clan dei Casalesi, con la speranza che si vada avanti sino a quando i due latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine - i boss-manager che investono a Roma come a Parma e Milano - possano essere finalmente arrestati.
Grazie all'opposizione e ai ministri ombra che hanno appoggiato il mio impegno e quanto il governo ha fatto per la mia sicurezza. Scorgendo nella mia lotta una lotta al di là di ogni parte.
Le letture delle mie parole che sono state fatte in questi giorni nelle piazze mi hanno fatto un piacere immenso. Come avrei voluto essere lì, in ogni piazza, ad ascoltare. A vedere ogni viso. A ringraziare ogni persona, a dirgli quanto era importante per me il suo gesto.
Perché ora quelle parole non sono più le mie parole. Hanno smesso di avere un autore, sono divenute la voce di tutti. Un grande, infinito coro che risuona da ogni parte d'Italia. Un libro che ha smesso di essere fatto di carta e di simboli stampati nero su bianco ed è divenuto voce e carne. Grazie a chi ha sentito che il mio dolore era il suo dolore e ha provato a immaginare i morsi della solitudine.
Grazie a tutti coloro che hanno ricordato le persone che vivono nella mia stessa condizione rendendole così un po' meno sole, un po' meno invisibili e dimenticate. Grazie a tutti coloro che mi hanno difeso dalle accuse di aver offeso e diffamato la mia terra e a tutti coloro che mi hanno offerto una casa non facendomi sentire come uno che si è messo nei guai da solo e ora è giusto che si arrangi.
Grazie a chi mi ha difeso dall'accusa di essere un fenomeno mediatico, mostrando che i media possono essere utilizzati come strumento per mutare la consapevolezza delle persone e non solo per intrattenere telespettatori.
Grazie alle trasmissioni televisive che hanno dato spazio alla mia vicenda, che hanno fatto luce su quel che accade, grazie ai telegiornali che hanno seguito momento per momento mutando spesso la scaletta solita dando attenzione a storie prima ignorate.
Grazie alle radio che hanno aperto i loro microfoni a dibattiti e commenti, grazie specialmente a Fahrenheit (Radio 3) che ha organizzato una maratona di letture di Gomorra in cui si sono alternati personaggi della cultura, dell'informazione, dello spettacolo e della società civile. Voci che si suturano ad altre voci.
Grazie a chi, in questi giorni, dai quotidiani, alle agenzie stampa, alle testate online, ai blog, ha diffuso notizie e dato spazio a riflessioni e approfondimenti. Da questo Sud spesso dimenticato si può vedere meglio che altrove quanto i media possano avere talora un ruolo davvero determinante. Grazie per aver permesso, nonostante il solito cinismo degli scettici, che si formasse una nuova sensibilità verso tematiche per troppo tempo relegate ai margini. Perché raccontare significa resistere e resistere significa preparare le condizioni per un cambiamento.
Grazie ai social network Facebook e Myspace, da cui ho ricevuto migliaia di messaggi e gesti di vicinanza, che hanno creato una comunity dove la virtualità era il preludio più immediato per le iniziative poi organizzate in piazza da persone in carne e ossa.
Grazie ai professori delle scuole che hanno parlato con i ragazzi, grazie a tutti coloro che hanno fatto leggere e commentare brani del mio libro in classe. Grazie alle scuole che hanno sentito queste storie le loro storie. Grazie a tutte le città che mi hanno offerto la cittadinanza onoraria, a queste chiedo di avere altrettanta attenzione a chi concedono gli appalti e a non considerare estranei i loro imprenditori e i loro affari dagli intrecci della criminalità organizzata.
E grazie al mio quotidiano e ai premi Nobel e ai colleghi scrittori di tante nazionalità che hanno scritto e firmato un appello in mio appoggio, scorgendo nella vicenda che mi ha riguardato qualcosa che travalica le problematiche di questo paese e facendomi sentire a pieno titolo un cittadino del mondo.
Eppure Cesare Pavese scrive che "un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".
Io spesso in questi anni ho pensato che la cosa più dura era che nessuno fosse lì ad aspettarmi. Ora so, grazie alle firme di migliaia di cittadini, che non è più così, che qualcosa di mio è diventato qualcosa di nostro. E che paese non è più - dopo questa esperienza - un'entità geografica, ma che il mio paese è quell'insieme di donne e uomini che hanno deciso di resistere, di mutare e di partecipare, ciascuno facendo bene le cose che sa fare. Grazie.
SIAMO TUTTI SAVIANO, SIAMO TUTTI BERSAGLI!
LUNEDì 27 OTTOBRE 2008 ORE 18
NAPOLI, LARGO SAN GIOVANNI MAGGIORE (di fronte all'università Orientale)
L’Associazione Studenti Napoletani Contro La Camorra e la NACO – Nuova Anticamorra Organizzata, invitano le associazioni giovanili, le associazioni studentesche e i giovani tutti, a compiere un gesto semplice e simbolico come quello di indossare nei prossimi giorni un nastrino, un indumento, un accessorio o qualsiasi altra cosa, di colore Fucsia. Fucsia come i coltelli di Gomorra. Quei coltelli che simboleggiano insieme la malvagità e la prepotenza dei clan camorristici che da anni tengono in pugno il territorio campano, ma che sono anche una lama di speranza. Una lama capace di tagliare il velo d’ombra che per troppo tempo ha coperto questo territorio.
Indossare un nastrino fucsia ogni giorno per testimoniare la vicinanza a Roberto Saviano ed a quanti decidono di dire no alla camorra. Fucsia come i coltelli di Gomorra. L’idea dell’ “anticamorra scritta addosso” è stata lanciata con una lettera-appello dall’Associazione Studenti Napoletani Contro la Camorra e dalla Rete N.A.C.O. (Nuova Anti Camorra Organizzata) sul sito www.studenticontrolacamorra.org e con un gruppo tematico su Facebook e culminerà con un evento pubblico il prossimo 27 ottobre a Napoli. “Vogliamo, con questa manifestazione, porre l'attenzione sui tanti Roberto Saviano che ogni giorno rischiano la propria vita nell'anonimato e nel silenzio generale. Vogliamo esprimere la nostra solidarietà anche a tutti coloro che preferendo lo Stato all'Antistato si fanno portatori sani di ordinaria legalità. Vogliamo che la testimonianza sia visibile e che tutti si riconoscano responsabili di quello che accade. Speriamo che l’evento sia quanto mai partecipato dai giovani, dalle istituzioni e da tutta la cittadinanza, convinti che la lotta nella quale ci stiamo impegnando si può vincere solo con la volontà di tutti di smetterla di abbassare la testa di fronte alle prepotenze camorristiche”.
October 21
Camorra: estorsioni e usura nel napoletano, 13 arresti
Tredici esponenti del clan camorristico Moccia, attivo nella provincia a nord di Napoli, sono stati arrestati su ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla magistratura, dai carabinieri del comando provinciale di Napoli. Sono accusati di estorsioni, usura e lesioni personali aggravate dal metodo mafioso. Nel corso di indagini svolte dai militari e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, è emerso che il gruppo criminale aveva cominciato inizialmente la propria attività ad Arzano ed aveva poi allargato il raggio di azione anche in altri comuni vicini. Il clan ha compiuto negli ultimi tempi estorsioni nei confronti di imprenditori e commercianti ed usura su persone in difficoltà economiche. Inoltre gli esponenti del gruppo camorristico si sono resi responsabili di numerose rapine di autovetture che servivano ai propri affiliati per svolgere le attività criminali.
Pozzuoli, alleanza tra i clan Longobardi e Sarno per spartirsi le estorsioni
Quattro persone sono state fermate dai carabinieri. Costringevano a versare il «pizzo» in tre rate
NAPOLI - Quattro le persone fermate nel corso di un’operazione contro i clan camorristici Longobardi e Sarno, compiuta stamani dai carabinieri del comando provinciale di Napoli e che ha evidenziato un’alleanza tra i due gruppi criminali, rispettivamente attivi a Pozzuoli ed a Napoli. Dalle indagini è emerso tra l’altro che il patto criminale era stato siglato nel 2007 all’Aquila tra Gennaro Longobardi (sottoposto a regime di 41 bis) e Luciano Sarno, capi dei due clan.
Nell’ambito di tale accordo, i due clan avevano avvicinato e minacciato il titolare di un centro di riabilitazione di Pozzuoli, il quale era stato costretto a presentarsi davanti al reggente del clan Longobardi, alla presenza di un esponente del gruppo dei Sarno, ed impegnarsi a versare il «pizzo», suddiviso in tre rate, da pagare a Natale, Pasqua e Ferragosto.
Dei quattro fermati dai carabinieri, tre fanno parte del gruppo Longobardi ed uno del gruppo Sarno
Sul più popolare dei social network iniziative "dal basso" per lo scrittore
Facebook per Saviano gruppi, firme e sit-in
di MARCO PASQUA
ROMA - Anche Facebook si mobilita per Roberto Saviano, con decine di gruppi e pagine a lui dedicate. E c'è già chi propone una manifestazione nazionale, contro la camorra, in sostegno allo scrittore minacciato di morte. "Roberto sta vivendo un periodo terribile della sua vita, attanagliato dal perenne terrore che qualcosa di brutto possa accadere alla sua famiglia e mai libero di vivere la sua vita come un qualsiasi altro ventottenne - si legge in una pagina. Data e luoghi della manifestazione non sono ancora stati decisi. Siamo qui per parlarne, per contarci ed, infine, per agire". Lo stesso vuole fare il gruppo che si chiama "Proteggiamo Saviano dai Casalesi", creato da un utente di Marano di Napoli: "Secondo me bisogna radunare più gente possibile e scendere subito in piazza a manifestare: Roberto Saviano non è solo, in molti siamo orgogliosi di lui e la camorra deve sapere che se lo tocca, tocca tutti noi. Subito. Sarebbe bello per una volta non dover commemorare gli eroi ma celebrare insieme a loro, da vivi, la sconfitta dei clan!", scrive uno dei seimila internauti che hanno aderito a questo gruppo. E c'è anche chi scrive da Casal di Principe, la terra raccontata in Gomorra, denunciando di sentirsi solo: "Ragazzi vi invito a venire in piazza a Casal di Principe. Noi siamo soli. Noi ragazzi casalesi siamo soli. Le autorità che ci sono ora ci trattano tutti allo stesso modo, i media ci dipingono tutti allo stesso modo, aiutateci a riscattarci!". Mentre un gruppo propone Saviano per il Nobel per la pace, gli oltre tremila iscritti al suo fan club rilanciano l'invito ad organizzare una manifestazione contro la camorra a Napoli e un'altra dal titolo "Nessuno tocchi Saviano". La pagina più cliccata in assoluto è quella ufficiale dell'autore di Gomorra, gestita dallo staff che cura anche il suo sito ( www.robertosaviano.it): a oggi conta oltre 34mila sostenitori, e i messaggi lasciati in bacheca sono moltissimi, da tutta Italia. Tanti anche gli eventi già in programma, e rilanciati tramite il popolare social network. Si parte domani, a Roma, con "Mille voci per Saviano" (alle 10, alla casa della Memoria), mentre il 25 ottobre, a Orvieto, sarà organizzata una "Notte bianca di Resistenza e Solidarietà", con una lettura pubblica di "Gomorra". L'Associazione studenti napoletani contro la camorra, invece, promuove una manifestazione il 27 ottobre, presso l'Istituto Universitario Orientale.
E la stessa invita le associazioni giovanili, le associazioni studentesche e i giovani, "a compiere un gesto semplice e simbolico come quello di indossare nei prossimi giorni un nastrino, un indumento, un accessorio o qualsiasi altra cosa, di colore fucsia. Fucsia come i coltelli di Gomorra". Ma non sono solo italiani i supporter dello scrittore: un gruppo è stato creato da un ragazzo spagnolo (si chiama "Piattaforma di solidarietà per Saviano"), un altro da un francese ("sostieni Saviano").
October 20
(cliccate sul link - Vai alle firme)
Firma per Roberto Saviano
Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - "Gomorra" - tradotto e letto in tutto il mondo. E' minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese. Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, "Repubblica", e di tacere. Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. E' un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini. Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.
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Omicidi in Campania e nel Napoletano Anno 2008
92 sono gli omocidi consumati in Campania dall'inizio del 2008 48 sono quelli consumati nel Napoletano e 28 quelli dell'area casertana
Dato aggiornato al 8 ottobre 2008 |
Corrado Gabriele: contro la camorra legalizziamo le droghe leggere
di Corrado Gabriele, Assessore all'Istruzione e al lavoro Regione Campania
Ogni movimento politico che voglia mettersi in gioco, che sia il nuovo Partito Democratico o il soggetto unitario a sinistra a cui in tanti stiamo lavorando, ha bisogno di ripensare l’attuale modello di sviluppo e di partire dalle specificità dei singoli territori per giungere a una visione globale del cambiamento. Nel Mezzogiorno, non si può che partire dal contrasto alla criminalità organizzata, fenomeno capace nel contempo di strozzare la nostra economia, tenere sotto controllo vaste porzioni di territorio attraverso il monopolio della forza, d’innescare una meccanica di riproduzione culturale che trova continuamente nuove vie per legittimare la camorra e gli uomini che la guidano. Iniziare la discussione senza partire dalla camorra significherebbe declassarne la portata distruttiva. Le organizzazioni criminali napoletane sono impegnate in varie attività, ma quella che frutta più denaro in assoluto è il commercio di droga , tra cui quello delle droghe leggere, ormai di largo consumo, divenuto addirittura fenomeno di costume, con un numero di consumatori che ha di gran lunga superato quelli che vanno allo stadio. Si tratta di un mercato che «fattura» 7.200 milioni di euro l’anno, due terzi di legge finanziaria del Governo, un intero punto del Pil nazionale. Una cifra che ripartita sull’area della città di Napoli, dove si svolge almeno il 50% dello smercio di droga , assegna al mercato napoletano quasi 4 miliardi di euro l’anno. Più di metà di questo fiume di denaro è gestito stabilmente dai clan che agiscono nell’area nord, gli Scissionisti di Raffaele Amato, che dividono il business con ciò che resta del clan Di Lauro, con il clan capeggiato da Vincenzo Licciardi, un camorrista in doppiopetto capace di far girare il denaro della mala di Secondigliano in tutti gli angoli del pianeta, con il clan dei Lo Russo, emergenti e sanguinari. Il resto dei traffici è gestito dalle altre famiglie camorriste che affogano Napoli, dai Contini dell’Arenaccia in fase di forte espansione, alle nuove bande che lottano tra loro per appropriarsi di Forcella, rimasta contemporaneamente senza capozona e prete anticamorra, dagli uomini del clan Torino che, rafforzatisi con la caduta dei Misso, controllano militarmente la Sanità, dai clan del Vomero con a capo Michele Caiazzo e Maurizio Brandi, fino al clan Calone di Posillipo passando per i Mariano che oggi, aiutati dai clan più potenti, si stanno riappropriando dei Quartieri Spagnoli colpendo in quell'area i Di Biase. I clan sono in continuo conflitto tra loro soprattutto per vicende legate alla droga . Dall’inizio dell'anno più di 90 sono i morti ammazzati per camorra, e la camorra continua ad essere l’organizzazione criminale che in Italia uccide in assoluto di più. A confortare quest’analisi c’è il dato sul commercio di armi: la camorra è l’organizzazione che ottiene più denaro dal commercio di armi, la cifra è pari a 2.020 milioni di euro l’anno (fonte Eurispes 2006) e buona parte di queste vengono usate dal clan per difendere le basi di spaccio e troppo spesso in queste guerre cadono vittime innocenti, che non c’entrano nulla con le lotte per droga. Di fronte ad una tragedia di questo genere, chiunque si proponga come forza di cambiamento e di rinnovamento, deve necessariamente affrontare di petto e con concretezza questi problemi e — a mio avviso — oltre che rinforzare le azioni di contrasto con le forze dell’ordine e di intelligence con la magistratura, non c’è che da imboccare una strada, legalizzare le droghe e togliere in prospettiva un mercato di 4 miliardi di euro alla camorra, in una maniera radicale che, come nel caso del contrabbando di sigarette, può registrare e rapidamente un indubbio successo. Apriamo dunque una discussione su un progetto pilota di legalizzazione delle droghe a Napoli; un processo attento e graduale che parta dal consumo della «cannabis» per poi affrontare anche il delicato tema dell’uso della cocaina, fenomeno che ormai invade il quotidiano ed è diventato di costume in molti ambienti purtroppo anche giovanili. È questa la vera fonte di ricchezza e di potere per la criminalità organizzata. Intorno a questa proposta lanciamo una petizione popolare da portare in tutti i luoghi del confronto e della politica, per spingere, con il sostegno dell’opinione pubblica, il Governo ad assestare un colpo al cuore ai clan nella loro principale attività. Per questo offriamo, senza alcuna intenzione di primogenitura, una piazza virtuale di confronto, quella del sito www.lasinistra.org, perché la politica si metta in gioco contro le 100 piazze di spaccio, per bloccare il fiume di denaro sporco di sangue, linfa mortale di tutte le guerre di camorra, freno per lo sviluppo economico, civile e sociale delle nostre terre.
Casalesi, l'ex latitante Di Caterino si pente Setola scrive al Tg1: «Sono un povero cieco»
«Emiliotto» ha chiesto di parlare con la Dda. La sua famiglia ha già lasciato Casal di Principe
CASERTA - Tradito da un pentito a sua volta si pente. Emilio Di Caterino arrestato a Terni appena qualche giorno fa ha deciso di collaborare con la giustizia. A «tradire» Di Caterino era stato Oreste Spagnuolo, fino a pochi giorni fa uno degli affiliati al clan e oggi pentito. Ai pm Spagnuolo aveva raccontato che «il mio gruppo ha sempre fatto capo a Bidognetti Francesco e alle persone che lo rappresentano sul territorio. All’epoca della mia affiliazione, nel 2000 - ha messo a verbale - il referente del capo recluso era Alessandro Cirillo. So che in un periodo immediatamente antecedente alla mia affiliazione, il capo era Giuseppe Setola, ma questi fu arrestato pochi giorni prima che io entrassi a far parte del gruppo». Prima dell’evasione di Setola, spiega ancora ai pm Spagnuolo, «il gruppo rimase gestito da Alessandro Cirillo, almeno fino all’inizio della sua latitanza, collegata al pentimento di Domenico Bidognetti». Ora un altro pezzo di questo mosaico si stacca dal potere dei Casalesi. «Emiliotto» il cui trasferimento a Terni già faceva presagire un certo distacco dalla vita del clan ha chiesto di parlare con la direzione distrettuale antimafia sabato sera, e dodici ore dopo tutta la famiglia - moglie e tre figli - erano stati già allontanati da Casal di Principe. A determinare la decisione di collaborare con la giustizia sarebbe stata un'obiezione ideologica, per così dire. Di Caterino non avrebbe condiviso la svolta stragista dei Casalesi.
DDA: CI SARANNO ALTRI PENTITI- Secondo quanto si apprende dalla Dda di Napoli, «nei prossimi giorni contiamo di avere altri pentiti». I Casalesi, sul piano dell’ordine pubblico si sentono «braccati: anche se dal punto di vista economico sono ancora molto forti». «La presenza delle forze dell’ordine, dei militari, la pressione investigativa: tutto questo sta procurando ai Casalesi difficoltà di movimento sul territorio», dicono fonti autorevoli della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Poi, ci sono i collaboratori di giustizia: Spagnuolo, soprattutto, elemento di spicco dell’ala stragista del clan, quella che fa capo al latitante Giuseppe Setola, che sta facendo luce sul clan e che ha dato un colpo importante». «Collaborazioni, dice la Dda, che tra i Casalesi si sono verificate anche prima dell’escalation degli ultimi omicidi e che aumentano man mano che aumenta la pressione investigativa».
LA LETTERA - Rimane tra i «big» latitanti Giuseppe Setola che ieri ha inviato una lettera al Tg1: «Non sono io il killer che dite - ha scritto Setola dalla sua latitanza - io sono cieco». E ancora: «Per far sapere che non sono un killer, che non c''entro niente con la strage con i delitti. Vivo ogni giorno con il terrore di non poter rivedere mia figlia, vivo nel buio e non sono la persona che descrivono i giornali tutti i giorni, sono un povero cieco». Ed è gia scoppiata la polemica sull'opportunità di dare voce dalla tv di Stato a queste dichiarazioni. il quotidiano «Il Giornale» accusa il direttore del Tg1 Gianni Riotta di aver fatto uno spot al boss. E scrive: « Scusate, ci siamo sbagliati noi. Noi che quando vi raccontiamo le cose più complesse ci preoccupiamo anche di come ve le raccontiamo. Noi che cerchiamo sempre di evitare la melassa, i pasticci, il giornale in cui - come di notte - tutti i gatti diventano bigi. Abbiamo avuto l’impressione di esserci sbagliati proprio ieri, quando abbiamo visto al Tg1 delle ore 20 la lettera del boss camorrista tramutata in una sottospecie di pièce teatrale: con il doppiatore che recita, il tono posato, il sospiro della battuta ad effetto. Abbiamo avuto paura di esserci sbagliati, perché quando sabato abbiamo deciso di pubblicare noi la lettera struggente di Giuseppe Setola, il boss latitante che invoca la cecità per giustificare la latitanza, non ci siamo riempiti il cuore di lacrime. Abbiamo pensato che era una notizia da dare, ovviamente. Ma da contrappuntare con i riscontri della cronaca, e da rintoccare con la campana di un’altra versione, quella degli inquirenti. E così, il nostro Gian Marco Chiocci, ha sì riferito che Setola nega di essere killer perché la miopia sta spegnendo la sua vista, ma non si è scordato di dirci che pentiti e indagini lo incastrano. Se il boss è diventato un nuovo Omero o un vate accecato, insomma, questo è accaduto dopo che sedici cadaveri sono caduti come foglie nel tempo della sua latitanza. Ebbene, pensavamo di aver fatto una cosa sensata: raccontare criticamente, e senza enfasi. Finché non abbiamo visto lo spot del Tg1 di Riotta. Appassionato, commosso, quando i padrini erano bianchi. Setola in quel tiggì parla con la voce di un doppiatore così affettato che nemmeno De Niro se lo sogna, non sembra un Padrino, ma come uno degli italiani dolenti che trovano asilo nel programma della De Filippi, e si raccontano con una letterina. E quando solo alla fine, sommessamente, il Tg1 ha accennato all’idea che «la procura indaga», ci è venuto di dire: o abbiamo ragione noi, o avete torto voi, cari colleghi. Perché si può pensare o scrivere quello che si vuole di un boss. Ma non si può trasformare la camorra in una fiction».
LA DDA: NON SIAMO SORPRESI - La Dda non si dice sorpresa: «È la solita strategia difensiva che sta mettendo in atto da anni». Secondo quanto si apprende dalla Dda, già in passato, e già quando era in carcere, Setola ha sempre raccontato di avere problemi di vista. Ora «ci riprova», dicono.
I premi Nobel al fianco di Saviano "La sua libertà riguarda tutti noi"
Da Gorbaciov a Tutu le prime firme a favore dello scrittore campano Un appello allo Stato affinché intervenga per proteggerlo dalle minacce

ROMA - I Nobel si mobilitano per Roberto Saviano. Lanciano un appello per chiedere allo Stato di intervenire, di proteggerlo dalle minacce di morte dei Casalesi e sconfiggere la camorra. Chiedono di garantire "la libertà nella sicurezza" all'autore del bestseller "Gomorra", che vive da clandestino, sotto scorta. Il caso Saviano è "un problema di democrazia", scrivono. Ma è, anche, "un problema di tutti noi".
Per questo motivo sono già sei i primi nomi autorevoli - Dario Fo, lo scrittore tedesco Günter Grass e il turco Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura; Mikhail Gorbaciov e l'arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, Nobel per la pace; Rita Levi Montalcini, Nobel per la medicina - che sono intervenuti in difesa dello scrittore con un testo che sta già avendo altre adesioni e che, a partire da oggi, è possibile firmare sul sito di Repubblica, che darà voce alla mobilitazione in favore dello scrittore.
Dopo la pubblicazione di "Gomorra", Saviano è nel mirino della camorra. Ha subito pesanti minacce, le ultime pochi giorni fa, quando informative e dichiarazioni di collaboratori di giustizia hanno rivelato l'esistenza di un piano per ucciderlo da parte del clan dei Casalesi. Dal 13 ottobre del 2006 vive sotto scorta. Sempre a Repubblica alcuni giorni fa lo scrittore ha confessato il desiderio di poter tornare a una vita normale. "Andrò via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà" ha confessato. "Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale". L'intervista ha suscitato numerose prese di posizione, il presidente della Repubblica Napolitano e il premier Berlusconi hanno scritto a Repubblica per sostenere lo scrittore e assicurare il sostegno dello Stato, in tutta Italia sono scattate manifestazioni di solidarietà.
Saviano sta scontando il successo del suo bestseller che, a gennaio 2008, aveva venduto solo in Italia più di un milione e 200mila copie, è stato tradotto in 43 paesi, ha ottenuto diversi riconoscimenti e ispirato l'omonimo film del regista Matteo Garrone, candidato all'Oscar. Nell'appello dei Nobel si legge: "È minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo paese". Saviano, dunque, è "un giovane scrittore, colpevole di avere indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, Repubblica, e di tacere", continua il testo.
L'appello dei premi Nobel "Lottiamo per Saviano"
Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - Gomorra - tradotto e letto in tutto il mondo.
È minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese.
Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, Repubblica, e di tacere.
Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. È un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini.
Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.
DARIO FO MIKHAIL GORBACIOV GUNTHER GRASS RITA LEVI MONTALCINI ORHAN PAMUK DESMOND TUTU
Così i Nobel spendono la loro autorevolezza per chiedere allo Stato "di fare ogni sforzo per proteggerlo e sconfiggere la camorra". Ricordano che non si può liquidare il "caso Saviano" solamente come un problema di polizia, perché "è un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini", scrivono. "Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008".
Clan nel governo
di Emiliano Fittipaldi e Gianluca Di Feo
"Era a disposizione dei casalesi". Così un pentito accusa Nicola Cosentino. E' il quinto collaboratore di giustizia a puntare il dito contro il sottosegretario all'economia. Che continua a rimanere al suo posto
Silvio Berlusconi e Nicola Cosentino Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l'onorevole Nicola Cosentino. Egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione... Quando dice 'nostra' Dario De Simone parla dei casalesi, la più feroce organizzazione criminale campana. De Simone è stato uno dei loro capi: revolver alla mano, accanto al padrino Francesco Bidognetti ha ucciso una decina di persone. Poi nel 1996 ha deciso di collaborare con i magistrati: le sue rivelazioni sono state determinanti per il maxiprocesso Spartacus. Per gli inquirenti è un 'pentito' fondamentale, per il resto del clan un condannato a morte. Quando fa il nome di Nicola Cosentino, i killer gli hanno appena assassinato il fratello e il cognato. Ma va avanti: "L'onorevole aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni, era a disposizione per qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare. Se gli avessimo chiesto un certo tipo di lavoro pubblico, non esisteva che potesse rifiutarsi". De Simone registra questa deposizione il 13 settembre 1996, dopo di lui altri quattro collaboratori di giustizia chiameranno in causa il politico di centrodestra, come ha riferito L'espresso nelle inchieste pubblicate nelle scorse settimane. All'epoca Cosentino era appena riuscito a entrare in parlamento, oggi è sottosegretario all'Economia del governo Berlusconi e coordinatore campano del Pdl. È indagato dalla Procura antimafia di Napoli, ma la sua posizione nell'esecutivo non è stata messa in discussione. Lo stesso Paese che si mobilita contro i piani camorristici per uccidere Roberto Saviano, non si scandalizza per la poltrona occupata da un politico di Casal di Principe che cinque diversi pentiti hanno indicato come "a disposizione dei casalesi". E lo hanno fatto in tempi non sospetti. Il primo verbale che lo accusa risale al settembre 1996, l'ultimo al primo aprile 2008: tutti prima di diventare un uomo-chiave del ministero di
Il deputato viene indicato nel 1998 da Domenico Frascogna come postino insospettabile dei messaggi del capo dei capi, Francesco 'Sandokan' Schiavone; da Carmine Schiavone, cugino di Sandokan, come candidato della famiglia nelle elezioni comunali e provinciali. Nel febbraio 2008 da Michele Froncillo come il contatto per vincere le gare pubbliche. Infine Gaetano Vassallo, l'imprenditore di camorra che per un ventennio ha inondato la Campania di scorie tossiche, descrive il suo ruolo negli appalti per consorzi rifiuti e termovalorizzatori. L'espresso invece ha ricostruito come alla società della famiglia Cosentino, un colosso nel settore di gas e petrolio, fosse stato negato il certificato antimafia: un permesso concesso solo dopo l'intervento del prefetto Elena Stasi, poi eletta al parlamento per il Pdl grazie anche al sostegno di Cosentino. Il nostro giornale ha scoperto l'operazione sui terreni della centrale elettrica di Sparanise, che ha fruttato 10 milioni di euro ai familiari del sottosegretario. E l'acquisto di un lotto dai parenti di Schiavone. Tutto questo non ha scosso il Parlamento: finora gli interventi si contano sulle dita di una mano. Il sottosegretario ha respinto le accuse, promettendo querele. Il premier Berlusconi ha chiuso la questione: "Ho assicurazione personale dagli interessati che si tratta di operazioni legate alla politica, e non a quella realtà". Intanto i casalesi continuano a uccidere. Nonostante le retate, nonostante i parà della Folgore, vanno avanti nelle esecuzioni. Intanto i casalesi continuano a elaborare piani per ammazzare Saviano, che proprio su L'espresso ha sottolineato il silenzio intorno al caso Cosentino. Il racconto di Dario De Simone è importante proprio per gli aspetti politici. Il camorrista parla di vicende anteriori al 1995, anno del suo arresto, e in particolare delle elezioni regionali di quell'aprile che videro arrivare il giovane avvocato di Casal di Principe nel consiglio regionale guidato dal centrodestra. In quel periodo il boss è latitante e si nasconde spesso nella casa di uno zio della moglie di Cosentino. Lì sarebbero avvenuti i loro incontri: "Mi chiese di aiutarlo nella campagna elettorale. Io mi diedi da fare. Parlai con il coordinatore nella zona di Forza Italia. Ho parlato anche con Walter Schiavone, Vincenzo Zagaria, Vincenzo Schiavone (oggi tutti detenuti e considerati elementi di spicco del clan, ndr): tutte persone che per altro ben conoscevano il Cosentino. Un buon gruppo di noi frequentava il club Napoli di Casale, circolo che frequentava anche il Cosentino. Durante la latitanza, io e Walter Schiavone abbiamo dormito spesso lì". Nel racconto del collaboratore, il comitato elettorale per le regionali '95 poteva contare anche sul sostegno dei vertici camorristici: "Solo a Trentola Ducenta ha raccolto 700 preferenze. Io stesso ho chiesto a varie persone la cortesia di votare Cosentino. Certamente quando io chiedevo delle cortesie ai vari amici di Trentola nessuno le rifiutava. Un po' tutta l'organizzazione si è occupata delle sue elezioni. Per la zona di Aversa si è interessato Francesco Biondino, per la zona di Lusciano Luigi Costanzo, per la zona di Gricignano la famiglia di Andrea Autiero, per la zona di Casaluce tale L. V., per quella di Teverola il ragioniere Di Messina". Tutte le persone indicate sono state poi arrestate.
Una piazza di Casal di principe De Simone ricostruisce nel dettaglio anche i colloqui con il politico "dopo le elezioni e fino al momento del mio arresto": incontri tra un latitante ricercato per una raffica di omicidi e un assessore regionale. "Discutevamo della situazione che si è venuta a creare dopo la retata Spartacus. Cosentino mi tranquillizzava dicendo che la sola parola di Carmine Schiavone non poteva consentire una condanna definitiva e che pertanto, nell'eventualità del mio arresto, dopo un periodo di carcerazione preventiva sarei comunque uscito. Il Cosentino mi riferì che la vittoria della coalizione di Forza Italia avrebbe sicuramente comportato un alleggerimento della pressione nei nostri confronti e in particolare si riferiva alle disposizioni di legge sui collaboranti della giustizia. Ricordo anche che parlavamo degli orientamenti politici dei giudici che si occupavano delle nostre vicende, in particolare del dottor Greco e del dottor Cafiero che ritenevano particolarmente agguerriti nei nostri confronti. Arrivammo alla conclusione che l'affermazione di Forza Italia avrebbe potuto mutare la situazione, nel senso che i giudici di sinistra sarebbero stati ridimensionati e non avrebbero più avuto quel potere alla Procura di Napoli. Il Cosentino mi disse che bisognava stare attenti soprattutto in riferimento all'attività politica degli onorevoli Diana e Natale in quanto persone vicine all'onorevole Violante e che facevano pressioni affinché vi fosse un intervento costante nella zona da parte delle forze dell'ordine". Un capitolo inquietante riguarda la dissociazione: l'ipotesi di concedere sconti ai mafiosi che prendevano le distanze dai clan, sul modello di quanto fatto durante il terrorismo. De Simone fa riferimento ai colloqui tra don Riboldi e il ministro Giovanni Conso del 1994. "È evidente che avevamo interesse che la dissociazione fosse valorizzata. In questo momento avremmo potuto fare sette o otto anni di carcere senza 41 bis e uscire puliti e continuare a curare le nostre attività". De Simone conclude la sua deposizione ribadendo: "Non ho mai ricevuto favori personali da Cosentino e non so se altri ne abbiano ottenuti, ma egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione". Dodici anni dopo, quel politico di strada ne ha fatta tanta. Parlamentare, leader campano della coalizione di maggioranza, sottosegretario all'Economia con un ricco budget e deleghe delicatissime. Nonostante i sospetti, le inchieste della Procura e le relazioni pericolose Nicola 'o 'Mericano', come lo chiamano a Casal di Principe, resta inchiodato alla sua poltrona. Nel silenzio sempre più imbarazzato dei compagni di governo e degli alleati della maggioranza.
Maroni: la battaglia ai clan non si fa sui giornali. Saviano non è l'unico simbolo
Il ministro dell'Interno: «Non vorrei ridurre lo Stato e la sua azione contro i clan ad una personificazione»
NAPOLI - «Saviano è un simbolo, non il simbolo della lotta alla camorra. Mi auguro che resti in Italia, andare via non mi sembra una buona idea». Così il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha risposto alle domande sull’annuncio dello scrittore Roberto Saviano di voler lasciare il paese per problemi di sicurezza. «La lotta alla criminalità la fanno polizia, magistratura, imprenditori, che sono in prima linea ma non sono sulle prime pagine dei giornali - ha aggiunto il ministro dell’Interno - non è da oggi che si combatte la camorra, lo si fa da sempre in silenzio». «Al di la della risonanza mediatica e della vicenda personale di Saviano - ha proseguito Maroni - la lotta alla criminalità organizzata si fa quotidianamente da parte di tutte le forze dello Stato. E sempre più con il coinvolgimento dei cittadini». Quanto alle scelte dell’autore di Gomorra, «Non credo sia una buona idea andarsene fuori e non mi pare ci sia la certezza di evitare la vendetta camorristica, che non ha confini» ha ripetuto Maroni. «Spero che Saviano rimanga - ha concluso - contribuisce con la sua immagine al contrasto alla camorra ma il contrasto viene fatto ogni giorno con azioni militari ed immagini. Non vorrei ridurre lo Stato e la sua azione ad una personificazione»
Organizzò concerto «non autorizzato» dal clan: missione di morte contro di lui
Arrestato Tommaso Prestieri: cercò di eliminare un impresario che aveva messo su un concerto di Zappulla
NAPOLI - Un tentato omicidio causato da un concerto «non autorizzato» dal clan: è il movente contestato a Tommaso Prestieri, ritenuto storico reggente della camorra quartiere Secondigliano, prima nelle file del clan Di Lauro e poi nel gruppo dei cosiddetti «scissionisti». Il boss, 50 anni, è stato arrestato dai carabinieri assieme a Vincenzo Esposito, 27 anni: entrambi sono accusati di tentato omicidio e di porto e detenzione d’arma. Bersaglio del tentato omicidio un impresario musicale, Enrico Assante, «reo» - secondo quanto ricostruito dagli investigatori - di aver fatto cantare a Secondigliano il cantante Carmelo Zappulla senza il preventivo consenso di Prestieri. Assante scampò alla morte, ma fu seriamente ferito.
Camorrista e artista, personaggio dalle mille facce, vicino alle armi ma anche alla poesia e alla pittura. Impresario teatrale e manager di cantanti neomelodici, discografico, ideatore di programmi televisivi, scrittore e marito di Rita Siani, compagna di scena di Mario Merola per diversi anni. Nel gennaio 2007 fu inaugurata, in una delle strade del centro di Napoli, una sua «personale» di pittura e il suo primo libro di poesie «La vita, l'amore oltre il muro», scritto nel 1997, divenne un successo. All'epoca andò a ruba tra gli studenti di Secondigliano che comprarono il libro in edicola o lo fotocopiarono. Famosissime nel quartiere le poesie «L'amore al 41 bis», «Vigilia 41 bis», «Carcere e mare» e il libro «Uomini di cristallo», una raccolta di rime che arrivò anche alla quinta ristampa.
In occasione della sua mostra di pittura dichiarò di non cercare «riabilitazione» e aggiunse: «Ho sbagliato e quello che c'era da pagare ho pagato, voglio solo mandare un messaggio positivo ai giovani di speranza e di riscatto, sperando che le mie opere vengano valutate per quello che sono, belle o brutte, e non perché "figlie" di Tommaso Prestieri». Nel 2007 il suo nome tornò in un atto giudiziario, non come indagato, ma nella veste di potenziale bersaglio di attentati. Secondo quando ipotizzato allora dagli inquirenti, l'intera famiglia era stata «offerta in regalo» dagli scissionisti degli Amato-Pagano agli alleati degli Abbinante. La strategia di morte fu resa nota da Giovanni Piana, ex braccio destro di Francesco e Guido Abbinante (boss di Marano e Secondigliano) dopo essere sfuggito all'agguato del 27 settembre dello scorso anno a Calvizzano, nel quale fu ucciso Giovanni Moccia. Il gruppo dei Prestieri, secondo quanto raccolto dai pm, avrebbe dovuto «pagare» l'omicidio del cognato di Guido Abbinante avvenuto nel corso della faida di Scampia del 2004-2005 quando i Prestieri erano alleati dei Di Lauro.
Lo scorso anno, il pm napoletano Stefania Castaldi e il coordinatore della Dda partenopea sottolinearono che tutti i Prestieri erano in pericolo di vita. I nomi dei possibili bersagli erano Tommaso Prestieri, il fratello Raffaele, Antonio Prestieri detto il «nano», nipote di Tommaso e figlio di Raffaele, Antonio Pica, Nicola Todisco, ritenuto killer di fiducia della famiglia Prestieri e Gennaro Magri. L'arresto del capoclan è stato favorito proprio dalle dichiarazioni di Maurizio ed Antonio Prestieri oltre che da quelle di Antonio Pica, rispettivamente fratello e nipoti di Tommaso.
Una foto per Saviano.
A Caserta affisso il manifesto con il volto dello scrittore composto da oltre mille foto di cittadini
Il progetto "Una foto per Saviano" si è concretizzzato: gli allievi delle sezioni di grafica pubblicitaria del Mattei, coordinati dal prof. Emanuele Abbate, hanno ricostruito il volto di Roberto Saviano mediante la composizione ed il ritocco di circa mille foto di cittadini casertani che hanno voluto contribuire offrendo il proprio volto. E' apparso così a Caserta in via Settembrini il secondo manifesto pubblicità-progresso, commissionato dall' Amministrazione Provinciale. Roberto Saviano ha inviato una mail al prof. Emanuele Abbate dichiarandosi sinceramente commosso.
Il manifesto è stato anche pubblicato sul sito istituzionale della Provincia di Caserta
Per il download del manifesto clicca qui
October 16
Saviano: "Italia addio". I lettori: "Non mollare"
Le sue parole sono state un autentico shock. "Lascio l'Italia, voglio vivere". Roberto Saviano ha spiegato a Repubblica che il piano per uccidere lui e la sua scorta costituisce l'atto finale di un assedio criminale che dura da molti mesi. Ecco quindi l'annuncio di volersi trasferire all'estero per riprendersi la vita: "Voglio una casa - dice - voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico. Ho solo 28 anni". Le prime reazioni nella società civile, sulla rete e nelle principali istituzioni, sono di doloroso stupore e di immediata solidarietà. E voi che cosa ne pensate? Mandate un messaggio allo scrittore minacciato di morte dalla camorra
Roberto Saviano, lo scrittore simbolo di Gomorra, da due anni sotto scorta dopo le ripetute minacce di morte da parte dei clan camorristici campani, ha deciso di lasciare l'Italia. La notizia ha creato sconcerto e un'ondata di immediata solidarietà che si è subito riversata sulle redazioni di tutti i mezzi di informazione, con esortazioni a non mollare, a non arrendersi alle minacce dei poteri criminali. Saviano ha spiegato così la sua decisione: "Andrò via almeno per un periodo - dice a Repubblica- e poi si vedrà. Penso di aver diritto a una pausa". Non ne può più di vivere segregato, di non poter camminare liberamente per strada; vorrebbe innamorarsi, bere una birra con gli amici come tutti i giovani della sua età. In fondo ha solo 28 anni. "Ho pensato - continua Saviano - che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea. Ho creduto che fosse assai stupido lasciarsi piegare, ma in questo momento non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo". Per Saviano, dal successo del romanzo a oggi, sono stati anni duri. Ha dovuto sopportare la solitudine e ora le recenti rivelazioni di un superpentito del clan dei Casalesi, secondo cui Saviano e la sua scorta potrebbero rimanere vittime di un attentato entro il prossimo dicembre, rendono il clima intorno a lui ancor più pesante. L'autore di Gomorra ha sempre sostenuto che non è stato il suo libro a spaventare i clan camorristici ma la reazione dei lettori che l'hanno fatto diventare un bestseller. A loro si sono aggiunti gli spettatori dell'omonimo film di Matteo Garrone, premiato a Cannes. Questa consapevolezza è stata la forza della sua denuncia, gli ha permesso di resistere, di continuare a scrivere scavando nella realtà di un sistema criminale tra i più spietati al mondo. Ma la certezza di aver fatto una cosa importante, in questo momento, non basta più. Saviano è un uomo solo che non si sente sufficientemente protetto e non può più vivere, come lui stesso afferma, "come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri". Credete che abbia preso la decisione giusta? Pensate che lo scrittore debba resistere a oltranza o, adesso, è giunto per lui il momento di pensare alla propria vita? Lo Stato ha fatto abbastanza per proteggerlo? Dite la vostra e mandate un messaggio a Saviano attraverso il sito dell'Espresso.
Il leader del Casalesi manda un ambiguo messaggio attraverso il suo legale "Questo grande romanziere deve smettere di fare illazioni calunniose false su di me"
Fax di Sandokan contro Saviano "Questo signore la deve smettere"
Il pentito Carmine Schiavone smentisce di aver parlato di attentati Scettico lo scrittore: "Difficile che potesse ammettere di essere in contatto con i clan"
NAPOLI - Il leader dei Casalesi, Francesco 'Sandokan' Schiavone, detenuto nel carcere di Opera in regime di 41 bis, avrebbe inviato un fax al suo avvocato in cui, senza mai nominarlo, prende di mira Roberto Saviano. "Questo grande romanziere - avrebbe scritto il camorrista - che fa il portavoce di chissà chi deve smettere di fare illazioni calunniose false su di me non solo in conferenza stampa, ma poi riportate sul giornale Repubblica che lo leggono milioni di persone, accostandomi a signori che non ho mai conosciuto". La notizia è stata rivelata nel corso della registrazione di Matrix in cui è presente lo stesso scrittore e torna ad alimentare i timori per la vita dello scrittore dopo che le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavano sembravano poter ridimesionare l'allarme. Interrogato oggi dal procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti e dal pm della Dda Antonio Ardituro, Carmine Schiavone aveva affermato di non aver mai parlato né di essere a conoscenza di un piano del clan dei Casalesi per attentare alla vita di Saviano. Il collaboratore di giustizia, secondo una relazione di servizio fatta da addetti alla sicurezza e poi trasmessa alla Dda di Napoli, sarebbe l'autore della segnalazione del progetto di attentato ai danni di Saviano emerso in questi giorni. La procura di Napoli prosegue le indagini per accertare le modalità della diffusione della segnalazione. Inteprellato sulle affermazioni del collaboratore di giuistizia, Saviano ha mostrato di dargli poco credito. "Difficilmente un pentito ammette di avere ancora rapporti con i clan", ha detto lo scrittore in collegamento con il Tg5 dagli studi di Matrix, lascendo capire che nel caso non saranno certo queste dichiarazioni a fargli rivedere il proposito di lasciare l'Italia. "Io continuerò a lavorare e a scrivere sempre senza tirarmi indietro" ribadisce l'autore di Gomorra citando poi una frase di von Klausevitz: "Quando mi togli tutto, mi lasci la cosa più pericolosa, la rabbia". Che i Casalesi gli abbiano tolto tutto, però, lo conferma lo stesso Saviano. "In qualche modo, lo hanno fatto - dice - ma è rimasta la rabbia che mi fa dire 'continuero' a scrivere. Sto pensando di andare via, via per riuscire ancora a rotolarmi nella realtà e lavorare sporcandomi. Mi occuperò ancora di loro ma sul piano internazionale".
October 15
Saviano. Io, prigioniero di Gomorra lascio l'Italia per riavere una vita
di Giuseppe D'Avanzo
La denuncia di Saviano: circondato dall'odio per le mie parole Vado via perché voglio scrivere ed ho bisogno di stare nella realtà
Roberto Saviano
ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".
La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?".
Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.
E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.
Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".
A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.
La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti.
(15 ottobre 2008)
Saviano: i boss hanno paura della coscienza dei lettori
ROMA - Oggi Roberto Saviano ha compiuto i due anni di vita blindata, sotto protezione di una squadra di carabinieri che notte e giorno lo difendono dai possibili attentati della camorra, che lui ha denunciato nel best seller 'Gomorra'.
Un 'compleanno' che il ventinovenne scrittore napoletano ha festeggiato partecipando per oltre mezz'ora alla trasmissione di 'Fahrenheit, che ogni giorno riunisce sulle onde di Radiotre il popolo degli amanti dei libri.
'Sono stati due anni di vita sottoscorta, anni duri - ha raccontato Saviano - All'inizio sembra che non ce la puoi fare, quando il tuo quotidiano viene stravolto e capisci che puoi solo peggiorare, perché vivi costantemente nel sospetto, nella mancanza di fiducia, nella solitudine, mentre le persone che ti sono attorno spariscono". Ma la vita quotidiana sotto scorta, com'é? "Spesso sono giornate terribili - risponde - Ma faccio molta palestra, soprattutto molta boxe con quelli che chiamo i 'miei ragazzi', cioé i carabinieri che mi accompagnano giorno e notte e che qualche volta mi chiamano 'capitano'."
Saviano ha anche ricordato quello che è successo due anni fa, quando partecipò ad una manifestazione a Casal di Principe, rivolgendosi direttamente ai boss latitanti. Il libro non era ancora un best seller da milioni di copie, ma qualcosa era successo e i carabinieri e la Procura della repubblica avvertirono lo scrittore. "Ricordo la telefonata allarmata di un ufficiale dei carabinieri - ha raccontato ai microfoni di Fahrenheit - Un collaboratore di giustizia aveva segnalato il pericolo.
"Non tutti erano dalla mia parte, dalla parte dela legalità - dice ancora Saviano - Ricordo che quando uscii di casa circondato dai carabinieri, ci fu qualcuno che mi sibilò alle spalle: 'finalmente t'hanno arrestato!' Saviano oggi ha 29 anni e dice di essersi allontanato da tutti: "anche da parte di quelli che mi erano vicino c'era una sorta di rimprovero, come se dicessero 'ci siamo presi degli schiaffi in faccia per te, per difendere uno spettro''. Ma Saviano è anche convinto di una cosa: "sono i lettori che hanno messo paura ai poteri criminali, non io".
E spiega che denunce individuali, articoli coraggiosi, prese di posizioni di preti coraggiosi ecc. ecc. ci sono sempre stati, ma non hanno mai preoccupato i boss. Ma quando la denuncia comincia ad arrivare a certi numeri, quando sono milioni le persone che leggono un libro di denuncia, quando addirittura diventa economicamente vantaggioso denunciarli (editori, giornali, cineasti su Gomorra hanno guadagnato molto) allora qualcosa davvero cambia.
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