Ciro's profile"A volte accadono cose c...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
|
September 29 sequestro beni della camorra
September 28 la nuova ipotesi
September 25 "Lettera alla mia terra" di Roberto Saviano
Il grido d'accusa dello scrittore dopo la strage di Castel Volturno "Davvero pensate che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro impegno?" I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così. Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pasquale Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle
la realtà della camorraGomorra, ItaliaDi Mario Vargas Llosa
I grandi capi della camorra napoletana, i loro killer e i loro contabili abbandonano i vecchi comportamenti e i vecchi codici per adottare quelli che vengono loro attribuiti dai film di Hollywood. Un esempio: a Casal di Principe il capo della «famiglia», Walter Schiavone, ha voluto che gli architetti gli costruissero una sontuosa dimora che riproduce al millimetro quella abitata da Tony Montana (Al Pacino) in Scarface. Le mogli dei camorristi si vestono come Uma Thurman in Kill Bill, con parrucche bionde e abiti giallo fosforescente. E un vecchio poliziotto ha raccontato, in tribunale, che da quando hanno visto i film di Tarantino i killer delle varie «famiglie» uccidono proprio come quei personaggi di celluloide: sparando al basso ventre, all’inguine, alle gambe, ferendo in modo grave per far sì che la morte non arrivi subito e «giustiziando», poi, le vittime con un colpo alla nuca. La camorra non è una sola organizzazione, ma un nome generico per indicare le innumerevoli «famiglie» che, a volte, si alleano per compiere particolari affari o impongono la propria sovranità su un territorio o gestiscono attività diverse - immigrazione clandestina, prostituzione, falsi di prodotti di lusso, droga, case da gioco, scorie tossiche ecc. - e che, di tanto in tanto, entrano in conflitto tra loro tentando di annientarsi in guerre d’indescrivibile ferocia. Si tratta di un Sistema alla cui base stanno i killer, quelli che spacciano in strada ogni genere di stupefacenti, e al cui vertice operano finanzieri, investitori e industriali dal potere enorme, pari al loro talento imprenditoriale. Nessuno meglio della camorra ha saputo utilizzare gli orizzonti spalancati dalla globalizzazione nel campo dell’economia e approfittare così bene delle nuove tecnologie. Un solo esempio per spiegare con quanta efficacia la camorra ha saputo stendere reti che abbracciano il mondo intero. Gomorra, lo straordinario libro-reportage di Roberto Saviano, si apre con la descrizione del porto di Napoli dove la mafia sistema i cinesi portati clandestinamente in Italia per lavorare nei vari settori in cui si articolano le società realizzate con il gigante asiatico. Un consistente numero di questi immigrati arriva a Napoli per imparare, da «maestri» locali, le tecniche per falsificare alla perfezione scarpe, vestiti, cappelli e altri capi della moda italiana: le stesse tecniche verranno poi utilizzate nei laboratori di sartoria cinesi dove si fabbricano i prodotti di Gucci, di Armani e di altri grandi stilisti che, in seguito, l’organizzazione venderà in tutto il pianeta. Le lezioni si tengono in locali della mafia, con l’aiuto di traduzioni simultanee. In un indimenticabile episodio raccontato da Gomorra incontriamo un capo mafioso emozionato sino alle lacrime mentre vede in tv, durante la notte degli Oscar, Angelina Jolie infilata in un magnifico abito bianco di grande griffe che lui stesso ha provveduto a far falsificare. Non tutte le imprese della camorra lavorano nell’illegalità; molte si muovono su un piano intermedio, alternando attività legali con altre, diciamo, informali. Il che si può affermare anche per un consistente numero di aziende legali che, indotte dalla pressione ambientale, dall’avidità o dal ricatto, hanno via via subìto il contagio dell’illegalità e, dietro una facciata rispettabile, nascondono attività che si servono del Sistema o servono a esso. Il libro di Saviano trasmette l’impressione che questo Sistema, invece di contrarsi sotto i colpi della polizia e della magistratura, avanzi in modo organizzato infettando tutto quanto gli sta attorno. Anche solo contando le imprese legate al turismo e al divertimento realizzate dalla camorra sulla Costa del Sol - la Spagna è stata per parecchi anni la terra promessa per i capi camorristi, che lì possedevano ville in cui nascondevano i loro uomini più ricercati e in cui tenevano le riunioni di lavoro - si ha la sconcertante sensazione che, se le cose continueranno così, tra non molto sarà l’economia che si muove nel rispetto della legge a essere in minoranza, e il dominio del mondo apparterrà alla camorra, a Cosa Nostra, alla ‘ndrangheta calabrese e simili. A che cosa è dovuta la capacità di proliferazione della mafia napoletana? Non certo al fatto che non sia perseguita. Quest’ipotesi è un mito che Roberto Saviano sgretola nel suo libro. Anche se la camorra conta sulla complicità di politici, uomini delle forze dell’ordine e giudici, lo Stato la colpisce senza sosta, incarcerando i suoi quadri dirigenti, sequestrando i suoi beni, spedendo in galera per lunghi anni i suoi killer e i suoi contabili. Determinante è il ruolo dei pentiti: grazie alle loro confessioni si sono scoperti anche i particolari di certe operazioni, confiscate astronomiche quantità di droga, smantellate fabbriche di merce falsificata, smontati i circuiti utilizzati per il riciclaggio del denaro sporco. Eppure, anche così, il Sistema ha raggiunto tali livelli di potere economico, tali capacità di adattarsi alle mutate circostanze e di rinnovare i propri quadri che i colpi ricevuti non bastano a metterne in forse l’esistenza. Per quanto sembri paradossale, spesso, in certi paesi e in certi quartieri, può contare sull’appoggio d’un vasto settore sociale, quello più povero ed emarginato, che, identificando nella camorra l’unico mezzo di sussistenza, la difende, nasconde i suoi ricercati, depista le indagini, addirittura lincia o emargina chi osi denunciarla. Una delle storie più commoventi raccontate da Saviano è la via crucis d’una maestra di Mondragone che, per aver osato denunciare l’autore d’un omicidio di cui era stata testimone, divenne un’appestata a cui nessuno più rivolgeva la parola, fu retrocessa nella sua carriera e trasferita in un miserabile paesino dove molte volte, certo, si sarà domandata se agire da persona per bene non sia, nel mondo in cui vivimo, un comportamento da martiri o da stupidi. E, leggendo Gomorra, viene meno un altro mito. Quello per cui la camorra, nata dal popolo, manterrebbe legami di profonda solidarietà con le proprie radici. Il capitolo finale del libro è così atroce da far rizzare i capelli quando racconta nei particolari una delle operazioni più redditizie per la criminilità e dalle conseguenze più nocive per i napoletani: il traffico clandestino per portare dal Nord Italia i residui tossici industriali e seppellirli nelle campagne. È un’attività che consente alla camorra guadagni immensi e comporta danni smisurati per i contadini e gli abitanti di quelle terre avvelenate dagli acidi. Nell’eccellente libro di Saviano c’è, però, un’analisi che non condivido: non credo, come lui, che il fenomeno-camorra sia una realtà connaturata al sistema capitalista: secondo me ne è un bubbone, una deformazione. Qualcosa che tutti i grandi studiosi della libera economia, da Adam Smith a Friedrich von Hayek, hanno indicato come possibile quando l’impresa privata operi in un mondo senza leggi o con leggi disattese, privo d’una cultura e di una morale in grado di separare con chiarezza il giusto dall’ingiusto o, per utilizzare termini religiosi, il bene dal male. Non è il capitalismo, ma l’Italia a essere corrotta.
© Derechos mundiales de prensa en todas las lenguas reservados a Diario El País, SL, 2008.
© Mario Vargas Llosa, 2008.
Gomorra candidato italiano agli Oscar 2009E' "Gomorra" il candidato italiano nella corsa agli Oscar 2009di Claudia Morgoglione
ROMA - Tutto secondo previsioni: è Gomorra di Matteo Garrone - ritratto potente, feroce ed efficacissimo della Campania strangolata dalla camorra - il candidato italiano nella corsa agli Oscar. L'annuncio è stato dato oggi dalla commissione selezionatrice, che ha scelto la pellicola in una rosa di cinque candidati: gli altri quattro erano Il Divo di Paolo Sorrentino, Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, Cover Boy di Carmine Amoroso e Giorni e nuvole di Silvio Soldini.
Una scelta non facile, quella degli esperti chiamati a scegliere il campione nostrano nella gara per la statuetta dorata 2009, vista l'abbondanza di titoli di alta qualità. Quella appena trascorsa, del resto, è stata una stagione d'oro, per il cinema made in Italy: basta pensare ai riconoscimenti ottenuti, a Cannes, proprio da Gomorra e dal Divo. Ma, alla fine, ha prevalso l'opera che - per i temi e lo stile - è quella che forse, delle cinque prese in considerazione, parla il linguaggio più universale: caratteristica importante, per conquistare i cuori e le menti dei giurati dell'Academy Awards. Coloro chiamati a selezionare, tra le decine di pellicole in rappresentanza di quasi tutti i paesi del mondo, la cinquina di finaliste. Quelle che gareggeranno fino alla fine, per ottenere la vittoria come miglior film straniero.
Poco parlato e molto visivo, asciutto e non moralistico: Gomorra ha davvero tutte le caratteristiche per piacere al pubblico americano. Compresi gli addetti ai lavori chimati ad assegnare le statuetta. Anche perché il film affronta un argomento che, oltreoceano, ha sempre esercitato un fascino inestinguibile: la violenza della criminalità organizzata, nelle sue varie forme.
A scegliere la pellicola di Garrone come candidata italiana agli Oscar, è stata una commissione che si è riunita questa mattina, e di cui fanno parte Conchita Airoldi (produttore); Gianni Amelio (regista); Pio Angeletti (produttore); Angelo Barbagallo (produttore); Gaetano Blandini (direttore generale per il cinema Mibac); Paolo D'Agostini (giornalista e critico cinematografico); Aurelio De Laurentiis (produttore); Adriano De Micheli (produttore); Dante Ferretti (scenografo); Fabio Ferzetti (giornalista e critico cinematografico); Francesco Pamphili (produttore); Gabriella Pescucci (costumista); Piero Tosi (costumista); Riccardo Tozzi (produttore); Grazia Volpi (produttore).
L'unico rimpianto, a questo punto, riguarda Il Divo: in un anno meno ricco di opere di altissimo livello, il film di Paolo Sorrentino sarebbe stato il candidato naturale nella corsa agli Oscar. colpo al clan di GraziaCamorra: gli arrestati sono gli autori dell´agguato contro i Casalesi
I pregiudicati arrestati oggi, nel Casertano, e ritenuti legati al clan camorristico Di Grazia sono accusati di avere tentato di uccidere, cinque anni fa, a Gricignano d´Aversa, Ferdinando Schiavo, pregiudicato, imparentato con Francesco Schiavone, detto ´Sandokan´: il loro obiettivo, secondo le indagini, era quello di staccarsi dal clan dei Casalesi per formare, con nuove alleanze, una propria organizzazione criminale. Gli arresti sono scattati per Francesco Di Grazia, 36 anni, Giovanni Fondino, 41 anni, Luciano Cantone, 35 anni, Mario Sacco, 29 anni, ed Antonio Tessitore, 30 anni, tutti della zona aversana: Fondino era ai domiciliari, per aver, nel febbraio scorso, malmenato il vice sindaco di Gricignano d´Aversa, al quale aveva tentato inutilmente di estorcere soldi. Schiavo, cinque anni fa, riuscì a salvarsi, anche per l´intervento dei carabinieri che si trovavano a poca distanza dal luogo dell´agguato. Gli arrestati sono stati identificati a conclusione delle indagini dei carabinieri di Aversa, guidati dal tenente colonnello Francesco Marra, e su disposizione della Dda di Napoli. Colpo ai CasalesiOperazione dei carabinieri contro i clan dei Casalesi: ci sono arresti Operazione anticamorra nella notte dei Carabinieri del reparto territoriale di Aversa (Caserta) contro il clan dei Casalesi. In esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere, i militari hanno arrestato cinque persone ritenute affiliate al clan ´Di Grazia´. Secondo l´accusa, gli arrestati sono ritenuti mandanti ed esecutori di tentato omicidio, attentati ed estorsioni, reati per i quali è stato contestato l´agire con metodo mafioso, avvenuti nel Casertano. L´operazione è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della procura della Repubblica di Napoli. September 24 Chi sono i Casalesi?Clan dei CasalesiDa Wikipedia, l'enciclopedia libera.I Casalesi sono un clan camorristico della provincia di Caserta che prende il nome dalla sua città d'origine, Casal di Principe. È un clan pericolosissimo e di portata internazionale, che nel corso degli ultimi anni ha esteso i propri affari in numerose altre regioni d'Italia e anche in altri paesi, comunitari e non. È considerato tra le organizzazioni criminali più potenti del mondo. Origini ed evoluzioneQuesto clan, organizzato come federazione di famiglie rette da una cupola, ha una struttura elastica, moderna, aggressiva, profondamente diversa dalla camorra di città. A partire dai primi anni Ottanta i Casalesi hanno costruito relazioni con i principali gruppi criminali internazionali, cacciato i luogotenenti di Raffaele Cutolo dalle loro terre ed esportato droga in tutta Europa. I Casalesi sono di gran lunga l’espressione più evoluta del Sistema, una miscela di tradizione contadina e fiuto imprenditoriale: il terziario avanzato della società mafiosa. Eppure sui quotidiani nazionali è raro trovare traccia di questo formidabile potere che nel Casertano ha stabilito un controllo totale, militare, sulle anime, garantendosi un livello di collusione passiva sconvolgente. Un potere radicato su un territorio a forte vocazione agricola, che conta più di 500 aziende edili e il maggior numero di auto di lusso d’Europa. L'attività di questo clan si radica profondamente nella storia del territorio dell'agro aversano e ha inizio alla fine degli anni settanta attraverso la figura di Antonio Bardellino. Verso la fine degli anni ottanta entra in crisi, una crisi che genera numerosissimi morti, tanto che Casal di Principe, in quegli anni, ottenne il sinistro primato di area urbana col più alto tasso di omicidi d'Europa; ma "brillava" anche per l'altrettanto singolare record di 17 consiglieri comunali su 30 sotto inchiesta per collusioni con la camorra. Sarà proprio all'inizio degli anni novanta che il potere e il comando del clan finirà nelle mani di Francesco Schiavone, detto Sandokan, che ancora oggi, dal carcere lo dirige insieme a Michele Zagaria e Antonio Iovine, latitanti. Struttura dell'OrganizzazioneIl Clan dei Casalesi (anche se si preferisce parlare di Confederazione) opera nella quasi totalità della provincia e, in particolare, nell’agro aversano (e cioè in quella zona della provincia di Caserta confinante con la provincia nord di Napoli), in tutta la zona detta dei “mazzoni”, sul litorale domizio facente parte del comune di Castelvolturno compreso il cosiddetto Villaggio Coppola. In realtà i Casalesi detengono il controllo di tutti il territorio a nord di Giugliano, dal Giuglianese, lungo quasi tutto il Casertano, arrivando al Basso Lazio. Il clan dei casalesi risulta mantenere formalmente salda la sua struttura unitaria, di tipo piramidale con un gruppo di comando,con una cassa comune in cui confluiscono i proventi illeciti dei singoli clan per l’erogazione centralizzata di uno stipendio ai quadri del gruppo, con un rito di iniziazione sul modello di quello di Cosa Nostra siciliana (dichiarato da diversi pentiti). Le leve del comando fino a poco tempo fa erano saldamente nelle mani della diarchia costituita da Schiavone Francesco detto Sandokan e Bidognetti Francesco, i quali, malgrado fossero detenuti in regime di cui all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, riuscivano ad imporre le proprie direttive quantomeno sulle vicende di maggiore rilevanza. Accanto ai due soggetti sopra citati, in una posizione lievemente inferiore, si posizionavano Zagaria Michele e Iovine Antonio, entrambi da lunghissimo tempo latitanti e, pur nella loro autonomia, collegati più strettamente al gruppo Schiavone. Tutti i soggetti citati avevano propri gruppi di riferimento che operavano su specifiche zone di influenza o in particolari settori, pur nella consapevolezza di far parte di una struttura unitaria. La situazione si è, però, negli ultimi tempi significativamente modificata. Il gruppo Bidognetti è ormai da ritenersi in totale rotta. Nel corso di quest’ultimo anno, poi, alla collaborazione di Diana Luigi si sono aggiunte quelle particolarmente importanti del cugino del capo, Bidognetti Domenico detto bruttaccione, che aveva avuto importanti incarichi di vertice, e poi, persino, della compagna del boss Francesco, Anna Carrino. Se questi dati vengono letti unitamente alle pesantissime condanne inflitte a numerosi esponenti del clan, può giungersi alla conclusione di un pesante e definitivo ridimensionamento del gruppo che già da tempo, del resto, era in posizione subordinata rispetto a quello di Schiavone. All’interno del gruppo Schiavone, rimasto sostanzialmente egemone, sono pure in atto importanti movimenti per ricostruire gli equilibri di potere; la leadership di Schiavone Francesco è di fatto offuscata da varie condanne all’ergastolo – sia pure ancora in primo grado – che hanno riguardato anche il fratello Walter ed il cugino omonimo detto Cicciariello. Il controllo e la gestione del territorio appare sempre più monopolizzata dai gruppi di Michele Zagaria e Antonio Iovine. La loro presenza sul territorio, sia pure in situazione di latitanza, li sta facendo assurgere a veri capi del clan, grazie anche alla loro capacità di inserirsi nel tessuto delle relazioni economiche non solo locali. Zagaria e Iovine stanno, infatti, sempre più trasformando i loro gruppi in imprese con una capacità di controllo di interi settori economici (dalle costruzioni, al movimento terra, al ciclo del cemento alla distribuzione dei prodotti, al ciclo dei rifiuti urbani e tossici), accompagnata dal tentativo di farsi coinvolgere il meno possibile nelle attività “sporche”, interloquendo con l’imprenditoria e con le istituzioni anche di altre realtà non solo campane. Del resto, è recente la conclusione del più importante dibattimento riguardante il clan (noto come Spartacus I): con la sentenza, emessa dopo oltre sei anni di dibattimento, sono stati inflitti centinaia di anni di carcere, oltre 20 ergastoli e confiscati beni per svariati milioni di euro. Condanna confermata in appello il 18 giugno 2008, ora rimane solo la conferma della Cassazione. Pure preoccupante è quanto è stato acclarato nelle indagini su uno dei settori più lucrosi fra quelli connessi al denaro pubblico e cioè la gestione del sistema rifiuti. Il clan dei casalesi era stato in passato indicato come particolarmente attivo nel trasporto e smaltimento di rifiuti tossici. La DDA ha dimostrato come il clan si sia infiltrato anche nel settore della raccolta legale dei rifiuti. E’ emblematica l’indagine sul consorzio di comuni CE 4, operante nei comuni di Mondragone ed in altri del litorale domizio; sono stati arrestati per reati associativi o comunque per delitti collegati alle attività del clan sia gli imprenditori, partner privati della società mista che doveva occuparsi della raccolta dei rifiuti, sia i vertici del Consorzio, sia numerosi affiliati del clan. Per quanto riguarda le altre zone del casertano, partendo dal litorale domizio, va segnalato che in Mondragone, dopo la totale eliminazione del sodalizio facente capo alla famiglia La Torre ed alla scelta di collaborare effettuata dal capo di quel gruppo, si è ricostituito un gruppo criminale che ha recuperato vecchi affiliati di seconda fila. La scarsissima forza del gruppo – e soprattutto l’assenza di una vera rappresentanza esterna – lo rende di fatto ormai assoggettato a quello casalese che è già in grado di gestire in zona le più importanti vicende estorsive. Nella zona di Sessa Aurunca opera il tradizionale gruppo diretto da Mario Esposito (detenuto in regime ex art. 41 bis ordinamento penitenziario) e da Gaetano Di Lorenzo (arrestato in Spagna dopo una lunga latitanza e solo di recente estradato e sottoposto al regime ex art. 41 bis citato). Il gruppo, rispetto al passato appare significativamente indebolito. Nella zona di Marcianise–Maddaloni, a confine sia con il napoletano sia con il beneventano, opera il clan Belforte; si tratta di un gruppo – l’unico della zona erede della NCO di Cutolo, ma oggi anch’esso alleato - quantomeno non più contrapposto - con i casalesi.
Pentiti
Voci correlate da WikipediaAssunzioni Gori, è clientelismo?Assunzioni Gori, a Castellammare c´è chi avanza accuse di clientele
Scambi di favori e di posti di lavoro dietro il passaggio della gestione dei servizi idrici dal comune alla Gori, l’Unione delle associazioni stabiesi chiede di poter avere accesso all’elenco dei dipendenti dell’azienda che dal 13 giugno scorso è subentrata all’Asam nella gestione dell’Acquedotto cittadino. “La Gori renda noto l’elenco di tutti i dipendenti assunti e l’eventuale grado di parentela con i consiglieri e gli amministratori dell’attuale amministrazione comunale e di quelle precedenti”, si legge in una missiva inviata, nella giornata di ieri, al sindaco di Castellammare di Stabia, Salvatore Vozza, in cui si sollecita il primo cittadino a richiedere alla società la documentazione necessaria per far luce sulla vicenda. Una questione già sollevata in passato in tutti gli altri comuni passati sotto la gestione della Gori senza, però, mai riuscire ad ottenere alcuna risposta in merito. Il sospetto di assunzioni poco trasparenti, infatti, è già stato al centro di interrogazioni consiliari e accese polemiche nei comuni della Penisola Sorrentina o dell’Agro Nocerino, passati alla gestione privata molto prima del comune di Castellammare, dove il trasferimento è avvenuto solo da pochi mesi. In realtà trattandosi di un’azienda privata, la Gori può procedere ad assunzioni dirette e assolutamente discrezionali, il conflitto di interesse, qualora ci fosse sarebbe legato al ruolo svolto da amministratori e consiglieri presenti e passati durante le procedure di passaggio del servizio. Amministratori che in qualche modo avrebbe potuto favorire l’azienda, con il loro voto in sede di assise cittadina o ritardando e intralciando eventuali ricorsi giudiziari per evitare l’affidamento dei servizi idrici integrati alla Gori da parte dell’Ato3. Ad avvalorare ulteriormente i sospetti del comitato, l’intricato percorso che ha portato alla privatizzazione dell’acquedotto, con ricorsi non presentati dalla precedente amministrazione quando qualcosa ancora era possibile fare e con altri presentati da quella attuale, quando però ormai era già troppo tardi. Si è mancato, se effettivamente mancanze ci sono state, per incapacità e negligenza o per dolo? “Ai fini di una maggiore trasparenza - si legge nella lettera - la si prega di richiedere alla Gori l’elenco di tutti i dipendenti assunti ed in particolare quelli nati o residenti a Castellammare di Stabia, così come già richiesto da questo Comitato nella riunione del 10 settembre all’amministratore della Gori dottor Stefano Tempesta, nonché l’eventuale grado di parentela con consiglieri o amministratori comunali di questa amministrazione e di quelle precedenti.” Nella stessa lettera inviata al primo cittadino, il Comitato chiede anche di poter usufruire dei documenti sull’affidamento dei Servizi Idrici Integrati alla GORI da parte dell’ATO3 e l’elenco delle strade comunali non servite da rete fognaria o non collegate all’impianto di depurazione. “Si chiede inoltre - concludono i rappresentanti delle associazioni stabiesi - di pubblicizzare maggiormente, con un manifesto congiunto tra l’Amministrazione Comunale ed il Comitato, la sospensione del pagamento delle bollette in attesa di una chiarificazione per quanto riguarda il pagamento del corrispettivo di fognatura e depurazione anche e soprattutto per evitare inutili pagamenti e dispendi di energie per la successiva, forzata, restituzione.” Durante un vertice tra amministrazione comunale e Gori tenutasi nelle scorse settimane, infatti, si stabilì che le bollette potranno essere rateizzate; che chi non si serve della rete fognaria (magari usufruendo di pozzetti privati) e della depurazione, documentando questo stato di cose, può stralciare le rispettive quote; che le fasce deboli, sulla base del reddito Isee, saranno tutelate. Emergenza camorra, allarme del Ministro MaroniEmergenza camorra: Maroni, Casalesi infiltrati nelle istituzioni
La serie di omicidi avvenuta nel casertano è dovuta alla volontà da parte dei Casalesi di evitare collaborazioni con la giustizia e dimostrare il loro predominio criminale nel´area. Lo ha detto il ministro dell´Interno, Roberto Maroni, nella sua informativa al Senato sui fatti di Castelvolturno (Caserta). "Dalla fine dello scorso anno - ha ricordato Maroni - il clan dei Casalesi ha subito contraccolpi sia per la scelta di alcuni componenti di collaborare, sia per il processo Spartacus che ha inflitto diverso ergastoli. Proprio la necessità di impedire le collaborazioni - ha aggiunto - potrebbe essere il movente della serie di omicidi dei mesi scorsi di persone che avevano denunciato estorsioni dei clan". Dopo l´arresto di Domenico Bidognetti, ha proseguito, "un gruppo di una decina di persone si è voluto ritagliare uno spazio senza dipendere dal vertice dei casalesi, con la volontà di esercitare il controllo su traffici di droga esercitati dagli immigrati africani". La loro strategia, ha osservato, "é quella di tentare di stroncare con azioni violente ed eclatanti i tentativi di opposizione al loro potere criminale". STRAGE E´ VERO E PROPRIO ATTO DI TERRORISMO "E´ significativo che la procura di Napoli ha deciso di contestare all´arrestato per la strage di Castelvolturno il reato di strage con finalità di terrorismo. Quello è stato un vero e proprio atto di terrorismo, per diffondere il terrore". Lo ha detto il ministro dell´Interno, Roberto Maroni, nella sua informativa al Senato sui fatti di Castelvolturno (Caserta). CASALESI INFILTRATI IN ECONOMIA E ISTITUZIONI Gli omicidi di Castelvolturno "sono maturati in un contesto socioambientale caratterizzato dall´influenza del clan dei Casalesi, in particolare di Domenico Bidognetti, oggi collaboratore di giustizia. Il clan ha un´elevata capacità collusiva nel tessuto economico ed istituzionale, gestisce il narcotaffico, il traffico di esseri umani, reati contro il patrimonio , estorsioni, contrabbando". Lo ha detto il ministro dell´Interno, Roberto Maroni, nella sua informativa al Senato sui fatti di Castelvolturno (Caserta). C´é inoltre, ha proseguito il ministro, "una forte presenza di immigrati a Castelvolturno, che è addirittura superiore alla popolazione residente". Camorra, è guerra civile li fermeremo«il parlamento rifletta sui domiciiliari»
Camorra, Maroni in Senato:
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| San Gennaro | ||
|---|---|---|
![]() | ||
| vescovo e martire | ||
| Nascita | Benevento, 272 | |
| Morte | Pozzuoli, 19 settembre 305? | |
| Venerato da | Chiesa cattolica | |
| Beatificazione | ||
| Canonizzazione | ||
| Santuario principale | Duomo di Napoli | |
| Ricorrenza | 19 settembre | |
| Attributi | abito vescovile, bastone pastorale, palma, ampolle contenenti il suo sangue, leoni del circo | |
| Patrono di | Napoli, donatori di sangue, orafi | |
| Visita il progetto santi | ||
San Gennaro fu un vescovo cristiano, venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica. Patrono principale di Napoli, è tornato ad essere negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II patrono delle due Sicilie cioè del sud Italia .
|
|
Sulla sua vita non si hanno notizie storicamente documentate.
La sua storia è stata tramandata da opere agiografiche dove la realtà e la leggenda spesso si intrecciano e mescolano in un unico racconto, i cui elementi storici non sempre sono facilmente distinguibili. Le principali fonti cui si attinge sono:
Il fatto che portò alla consacrazione di Gennaro sarebbe avvenuto all'inizio del IV secolo, durante la persecuzione dei cristiani da parte dell'imperatore Diocleziano.
Gennaro era il vescovo di Benevento e si recò insieme al lettore Desiderio ed al diacono Festo in visita ai fedeli a Pozzuoli. Il diacono di Miseno Sossio - già amico di Gennaro che lo era venuto a trovare in passato a Miseno per discutere di fede e leggi divine -, volendo recarsi ad assistere alla visita pastorale, fu invece arrestato lungo la strada per ordine del persecutore Dragonzio, governatore della Campania. Gennaro insieme a Festo e Desiderio si recarono allora in visita dal prigioniero, ma, avendo intercesso per la sua liberazione ed avendo fatto professione di fede cristiana, furono anche essi arrestati e da Dragonzio condannati ad essere sbranati dagli orsi nell'anfiteatro di Pozzuoli. Il giorno dopo, tuttavia, per l'assenza del governatore stesso, impegnato altrove, il supplizio fu sospeso. Dragonzio comandò allora che a Gennaro ed ai suoi compagni venisse troncata la testa. Condotti nei pressi del Forum Vulcani (l'attuale Solfatara di Pozzuoli), essi furono decapitati nell'anno 305. La stessa sorte toccò anche a Procolo, diacono della chiesa di Pozzuoli, ed ai due laici Eutichete e Acuzio che avevano osato criticare la sentenza di morte per i quattro. Gli Atti affermano che nel luogo del supplizio sorse una chiesa in ricordo del loro martirio, mentre il corpo di Gennaro sarebbe stato sepolto nell'Agro Marciano (Fuorigrotta ?) e solo successivamente traslato da un vescovo nelle Catacombe di San Gennaro.
Negli Atti Vaticani, come detto, si narrano molti altri episodi mitici. I più conosciuti narrano di Gennaro e dei suoi compagni che si sarebbero recati a Nola dove avrebbero incontrato il perfido giudice Timoteo il quale, avendo sorpreso Gennaro mentre faceva proselitismo, lo avrebbe imprigionato e torturato. Ma poiché le tremende torture inflittegli non sortivano effetto, lo avrebbe infine gettato in una fornace ardente; una volta riaperta la fornace, non solo Gennaro vi uscì illeso e senza che neppure le sue vesti fossero state minimamente intaccate dal fuoco, ma le fiamme investirono i pagani venuti ad assistere al supplizio[1]. Caduto malato e nonostante che fosse guarito da Gennaro, Timoteo non mostrò alcuna gratitudine ma lo fece condurre all'anfiteatro di Pozzuoli affinché fosse sbranato dalle fiere.
Per questi racconti è chiara la derivazione dalla Bibbia, in modo particolare dal Libro del profeta Daniele, a cui il redattore degli Atti si deve essere ispirato.
Secondo la tradizione, subito dopo la decapitazione sarebbe stato conservato del sangue, come era abitudine a quel tempo, raccolto da una pia donna di nome Eusebia che lo racchiuse in due ampolle; esse sono divenute un attributo iconografico tipico di San Gennaro. Il racconto della pia donna è tuttavia recente, e compare pubblicato per la prima volta solo nel 1579, nel volume del canonico napoletano Paolo Regio su "Le vite de' sette Santi Protettori di Napoli".
I vari ed interessanti testi agiografici (inni, carmi e lodi) in onore di San Gennaro e dei suoi compagni martiri, si possono consultare nella <Biblioteca Sanctorum> edita dalla Pontificia Università Lateranense nel 1965.
Gli Atti Bolognesi indicano il 305 come l'anno del martirio.
Documenti liturgici molto antichi, come il calendario cartaginese (redatto poco dopo il 505) ed il Martirologio Geronimiano di V secolo assegnano come data del martirio di Gennaro e dei suoi compagni il 19 settembre; indicano invece nel 13 aprile la data della prima traslazione dei resti del santo.
Anche in un altro martirologio risalente all' VIII secolo, redatto dal monaco inglese Beda, il 19 settembre viene indicato come data del martirio.
Nel calendario marmoreo di Napoli la data del 19 settembre viene indicata come "dies natalis" di San Gennaro.
Tutte queste fonti, e numerose altre ancora, attestano che la venerazione per San Gennaro ha origini antichissime che risalgono all'epoca del suo martirio o al più tardi a quella della prima traslazione delle sue spoglie, avvenuta nel V secolo.
Le reliquie del santo furono trasportate dal re Giovanni I di Napoli nelle catacombe napoletane a Capodimonte che presero il nome del Santo, e qui furono centro di vivissimo culto.
Di là il principe di Benevento Sicone, assediando la città di Napoli nel 831, ne approfittò per impossessarsi dei resti mortali che riportò nella sua città, sede episcopale. Le sante reliquie furono deposte nella Cattedrale - che allora si chiamava Santa Maria di Gerusalemme - ove restarono fino al 1154. In quell'anno infatti, considerando che la città di Benevento non era più sicura, il normanno Guglielmo I il Malo provvide affinché esse venissero traslate nell'Abbazia di Montevergine.
A Montevergine però la devozione dei pellegrini che vi si recavano era rivolta soprattutto a San Guglielmo ed alla popolarissima icona bizantina della Madonna chiamata "Mamma Schiavona", sicché di San Gennaro si perse ben presto la memoria e addirittura la cognizione del suo luogo di sepoltura. A Napoli invece rimaneva vivissimo il culto per San Gennaro, anche per la presenza delle altre sue reliquie: il capo e le ampolle col suo sangue.
Carlo II d'Angiò dopo aver fatto eseguire dai maestri orafi francesi Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d'Auxerre un preziosissimo busto-reliquiario in argento dorato per contenere la testa e le ampolle col sangue del santo, espose per la prima volta la reliquia alla pubblica venerazione nel 1305. Suo figlio Roberto d'Angiò invece fece realizzare la teca d'argento che custodisce le due ampolle del sangue. Tuttavia la liquefazione del sangue non è attestata prima del 17 agosto 1389, allorché il miracolo si compì durante una solenne processione intrapresa per una grave carestia.
Quando a Montevergine per merito del cardinale Giovanni di Aragona furono ritrovate le ossa di San Gennaro, collocate al di sotto dell'altare maggiore, la potente famiglia dei Carafa si impegnò, grazie soprattutto all'interessamento del cardinale Oliviero e con il sostegno di suo fratello l'arcivescovo napoletano Alessandro Carafa, affinché le reliquie tornassero a Napoli, la qual cosa avvenne nel 1497[2], non senza l'opposizione da parte dei monaci di Montevergine. Come degno luogo per ospitarle, il cardinale Oliviero Carafa fece costruire nel Duomo di Napoli, al di sotto dell'altare maggiore, una cripta d'eccezione in puro stile rinascimentale: la Cappella del Succorpo.
A seguito di una terribile pestilenza che imperversò a Napoli fra il 1526 ed il 1529, i napoletani fecero voto a San Gennaro di edificargli una nuova cappella all'interno del Duomo. Benché i lavori fossero iniziati solo nel 1608 e siano durati quasi quarant'anni, la sfolgorante e ricca Cappella del Tesoro di San Gennaro venne infine consacrata nel 1646. Al di sopra del suo splendido cancello realizzato da Cosimo Fanzago, figura l'iscrizione "Divo Ianuario e fame bello peste ac Vesaevi igne miri ope sanguinis erepta Neapolis civi patr. vindici" ("A San Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio, per virtù del suo sangue miracoloso, consacra").
Nel 1633 la città di Napoli, sulla cappella del tesoro, nel suo Duomo scolpiva la sua riconoscenza con la seguente dedica: Divo Jannuario - Patriae, regnique praesentissimo tutelari - grata Neapolis.
Il 25 febbraio 1964 il cardinale arcivescovo Alfonso Castaldo fece la ricognizione canonica delle venerate reliquie: "Le ossa furono trovate ben custodite, in un olla di forma ovoidale che reca incisa l'iscrizione calligrafica, Corpus Sancti Jannuarii Ben. E.P." [3].
Una ricognizione scientifica eseguita il 7 marzo 1965 dal professore G. Lambertini stabilì che il personaggio a cui appartengono le ossa è da individuarsi in un uomo di età giovane (35 anni) di statura molto alta (m.1,90).[4]
Secondo la leggenda, il sangue di San Gennaro si sarebbe liquefatto per la prima volta ai tempi di Costantino, quando il vescovo San Severo (secondo altri fu il vescovo Cosimo) trasferì le spoglie del Santo dall'Agro Marciano, dove era stato sepolto, a Napoli. Durante il tragitto avrebbe incontrato la nutrice Eusebia con le ampolline del sangue del Santo: alla presenza della testa, il sangue nelle ampolle si sarebbe sciolto.[5]
Di fatto, la prima notizia documentata dell'ampolla contenente la presunta reliquia del sangue di San Gennaro si ha soltanto nel 1389, come riportato nel Chronicon Siculum (ma dal testo si può dedurre che doveva avvenire già da molto tempo): nel corso delle manifestazioni per la festa dell'Assunta di quell'anno, vi fu l'esposizione pubblica delle ampolle contenenti il cosiddetto "sangue di san Gennaro". Il 17 agosto 1389 vi fu una grandissima processione per assistere al "miracolo": il liquido conservato nell'ampolla si era liquefatto "come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo del santo".
La cronaca dell'evento sembra suggerire che il fenomeno si verificasse allora per la prima volta. Del resto, la Cronaca di Partenope, precedente di qualche anno (1382), pur parlando di diversi "miraculi" attribuiti alla potenza di san Gennaro, non menziona mai una reliquia di sangue del martire.
Oggi le due ampolle, fissate all'interno di una piccola teca rotonda realizzata con una larga cornice in argento e provvista di un manico, sono conservate nel Duomo di Napoli. Delle due ampolle, una è riempita di 3/4, mentre l'altra più alta è semivuota poiché parte del suo contenuto fu sottratto da re Carlo III di Borbone che lo portò con sé in Spagna.
Tre volte l'anno (il sabato precedente la prima domenica di maggio e negli otto giorni successivi; il 19 settembre e per tutta l'ottava delle celebrazioni in onore del patrono, ed il 16 dicembre), durante una solenne cerimonia religiosa guidata dall'arcivescovo, i fedeli accorrono per assistere al "miracolo della liquefazione del sangue di san Gennaro". La liquefazione del tessuto durante la cerimonia è ritenuto foriero di buoni auspici per la città; al contrario, si ritiene che la mancata liquefazione sia presagio di eventi fortemente negativi e drammatici per la città.
Un analogo fenomeno, anch'esso ritenuto miracoloso, si suppone che avvenga anche a Pozzuoli, dove, nella chiesa di San Gennaro presso la Solfatara, su di una lastra marmorea su cui si afferma che Gennaro fosse stato decapitato e che sia impregnata del suo sangue, ancora oggi c'è chi sostiene che delle tracce rosse diventino di colore più intenso e trasuderebbero in concomitanza col miracolo più importante che avviene a Napoli.[6]
Secondo studi recenti però sembra che la pietra sia in realtà il frammento di un altare paleocristiano di due secoli posteriore alla morte del martire sul quale vi siano depositate tracce di vernice rossa e di cera e che il tutto sia solo frutto di una suggestione collettiva.[7]
A seguito del Concilio Vaticano II la Chiesa decise di "depennare" alcuni santi dal calendario tra cui anche San Gennaro. Viste però le forti resistenze da parte della comunità napoletana ad abbandonare il culto del santo e delle sue reliquie si decise di mantenere la tradizione. La Chiesa precisò che lo scioglimento del sangue di San Gennaro non era un miracolo: tale evento venne definito come un fatto mirabolante ritenuto prodigioso dalla tradizione religiosa popolare, essendo impossibile, allo stato dell'attuale conoscenza dei fatti, un giudizio scientifico attestante la non spiegabilità scientifica del fenomeno della liquefazione [8](si ricorda, a tal proposito, che il giudizio di non spiegabilità scientifica della commissione medica dell'apposita congregazione vaticana è condizione necessaria perché del fatto sia ammesso il culto come "miracolo".) .
Dal punto di vista degli studi scientifici una prima analisi spettroscopica sull'ampolla fu fatta dai proff. Sperindeo e Januario (25 settembre 1902) e rivelò lo spettro dell'ossiemoglobina[9].
Tre ricercatori del CICAP (Luigi Garlaschelli, Franco Ramaccini, Sergio Della Sala) hanno fornito una prova scientifica sull'ottenibilità di uno "scioglimento" come quello che è alla base del cosiddetto "miracolo". Lo spirito dell'indagine del Cicap non è stato quello di indovinare esattamente la composizione della sostanza nell'ampolla, ma l'aver riprodotto i comportamenti più documentati della reliquia è servito a dimostrare che è possibile farlo e che era possibile anche all'epoca della sua comparsa, confutando così le affermazioni sull'irriproducibilità del suo comportamento o sull'impossibilità della scienza di spiegarlo.
Il loro lavoro è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature ("Working bloody miracles"[10], 10 ottobre 1991). Nell'articolo si avanza l'ipotesi secondo cui all'origine del cosiddetto "miracolo di san Gennaro" vi sia il fenomeno noto come tissotropia, la proprietà di alcuni materiali (detti appunto tissotropici) di diventare più fluidi se sottoposti a una sollecitazione meccanica, come piccole scosse o vibrazioni, e di tornare allo stato precedente se lasciati indisturbati (un esempio di questa proprietà è la salsa ketchup, che si può mostrare in uno stato quasi solido fino a quando delle scosse non la fanno diventare d'un tratto molto più liquida). È sensato formulare l'ipotesi tissotropica poiché, durante la cerimonia che precede lo scioglimento del sangue di San Gennaro, il sacerdote agita e muove l'ampolla tenendola con le mani, come sostenuto da Franco Ramaccini, CICAP[11].
I ricercatori hanno realizzato l'esperimento ottenendo una sostanza tissotropica, dal colore rosso sangue, col solo utilizzo di sostanze e materiali reperibili all'epoca a cui risalirebbero le ampolle (fine 1300):
È importante precisare che il gel tissotropico ottenuto da Garlaschelli manteneva le sue proprietà tissotropiche per solo 2 anni [12], quindi resta ancora un mistero come il sangue di san Gennaro possa passare da stato solido a liquido da oltre 700 anni.
All'indomani della pubblicazione dell'articolo del CICAP l'ufficio stampa della curia di Napoli replicò con la seguente domanda: «Già, ma perché allora nel maggio 1976 il sangue non si sciolse affatto, malgrado otto giorni di attesa?».
In altre occasioni, al contrario, il fenomeno della liquefazione si era manifestato già prima dell'apertura della teca che custodisce le ampolle. Un analogo fenomeno avviene senza scuotimenti a Ravello in un'ampolla che contiene il sangue di San Pantaleone.
Alcune recenti analisi spettroscopiche sostengono che nelle ampolle conservate nel Duomo di Napoli sia presente emoglobina umana, anche se una risposta chiara sulla natura della sostanza potrebbe essere data solo da un'analisi diretta. Il CICAP ha espresso perplessità sul metodo con cui tali analisi sono state condotte:
| « I risultati di quella spettroscopia non sono stati sottoposti al giudizio di referee di una rivista scientifica; la loro qualità, nella più favorevole delle ipotesi, richiede troppo il contributo dell'interpretazione di chi li osserva, per costituire un argomento convincente. Inesplicabilmente è stato impiegato uno spettrometro a prisma, invece di un moderno spettrometro elettronico. Più spettri, ottenuti a qualche minuto di distanza l'uno dall'altro vengono interpretati come rivelatori ognuno di un diverso derivato dell'emoglobina, e spiegati con un miracolo in progresso, mentre, si noti bene, la sostanza era da tempo in fase liquida, e non in liquefazione. » | |
|
([13]) |
La Chiesa finora non ha consentito il prelievo del liquido sostenendo che un'analisi invasiva potrebbe arrecare danno sia alle ampolle che al liquido in esse contenuto.
Le reliquie ed il sangue di San Gennaro sono custodite nella Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro.
| Per approfondire, vedi la voce Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro. |
Il Tesoro di San Gennaro è composto da straordinari capolavori raccolti in sette secoli di donazioni di papi, re, imperatori, regnanti, uomini illustri, gente comune e facente parte di collezioni uniche e intatte grazie alla Deputazione della Cappella di San Gennaro, antica istituzione laica ancora esistente nata nel 1527 per un voto della città di Napoli. Oggi il tesoro è esposto nel Museo del Tesoro di San Gennaro.
CASTELVOLTURNO (Caserta) - Circa 130 proiettili esplosi da sei-sette sicari, a bordo di almeno un'auto e una moto. È questo lo scenario che gli investigatori hanno finora ricostruito dell'agguato in cui sono stati uccisi giovedì sera sei immigrati africani a Castelvolturno. Un volume di fuoco impressionante (a sparare sono stati un kalashnikov, una pistola calibro 9x21 e una 9x19), simile a quello impiegato nell'agguato di Baia Verde, sempre a Castelvolturno, vittima il gestore di una sala giochi, Antonio Celiento: in questo caso una sessantina i colpi esplosi. La quantità di proiettili usata in entrambi gli agguati è uno dei diversi elementi che fanno pensare a un solo gruppo di fuoco in azione: per averne la certezza occorrerà però attendere la perizia balistica. Gli inquirenti ritengono che, all'origine della strage degli immigrati, ci fosse una «spedizione punitiva» contro la sartoria, probabilmente un centro del traffico di stupefacenti. Per il momento non emergono piste diverse da quella del regolamento di conti.
LA RIVOLTA - Nel frattempo, sale la rabbia a Castelvolturno: alcuni immigrati, bastoni in mano, hanno frantumato le vetrine di alcuni negozi e rivoltato auto in mezzo alla strada, distruggendo i vetri di altre vetture ferme. Il tutto davanti al luogo dove sono stati uccisi i sei stranieri. «Vogliamo giustizia - urlavano - non è vero che i nostri amici ammazzati spacciavano droga o erano camorristi. Sono state dette tutte cose false». Gli extracomunitari, soprattutto africani, puntano il dito contro chi li accusa di spacciare droga. «Noi siamo persone perbene, non è giusto che ogni volta che si parla di droga - dicono - siamo noi i colpevoli e questo solo perché è nero il colore della nostra pelle. Questo è razzismo». A un certo punto gli immigrati hanno iniziato a lanciare massi e oggetti pesanti contro la camionetta della polizia. La protesta è proseguita nel pomeriggio: gli immigrati hanno sradicato segnali stradali gridando «italiani bastardi».
IL SINDACO - Preoccupato il sindaco di Castelvolturno. «Sono incontrollabili, temo qualcosa di grave» ha affermato Francesco Nuzzo, parlando al telefono, secondo quanto da lui stesso riferito, con il questore di Caserta, Carmelo Casabona. Il sindaco ha cercato di trattare con un gruppo di immigrati per fermare gli atti di vandalismo. A cercare di calmare gli animi sono anche alcuni stranieri che ai loro connazionali continuano a urlare: «Basta Basta».
| La rabbia degli immigrati (Ap) |

Se non sei Marco Travaglio, Peter Gomez o Beppe Grillo e non vieni premiato per il tuo blog al Blogfest ma non vuoi nemmeno essere rappresentato in Rete da Travaglio, Gomez o Grillo puoi farti un blog da te per parlare dei guai che ti circondano, provare a pubblicizzare gli eventi che ti interessano. Questa «necessità» di informazione dal «basso» che invade la Rete è figlia del Web 2.0, cioè dell'idea di una rete collaborativa in cui ognuno dice la sua per dar vita ad un progetto, in questo caso il progetto è l'informazione condivisa.
Ed è l'idea che sta alla base di Blogolandia, la Rete di blog d'informazione su base comunale nata da un progetto di quattro specialisti del web. Massimo Boraso, Giorgio Soffiato, Rudy Bandiera e Bernardo Matè i quali - dato il successo mondiale dell'informazione in Internet vista dai «comuni mortali» - hanno messo su una piattaforma, un network, insomma, sotto cui riunire un'Italia virtuale con licenza "creative commons" cioè con diffusione libera di contenuti.
Obiettivo di Blogolandia è quello di rendere più visibili le singole voci dei blogger che fanno informazione «locale», praticamente un franchising che offre la sua struttura correlata già di tutte le voci di cui necessità un blog urbano e mettere in contatto tra di loro i blogger comunali. Ogni blog ha il suo sindaco nonché fondatore del blog e i suoi assessori, coloro che dallo stesso comune si uniscono al progetto del primo cittadino virtuale.
Da gennaio, da quando Blogolandia è attivo sono già 100 i blog comunali attivati da Alatri a Verderio Inferiore e «l'obiettivo - spiega Rudy Bandiera, coordinatore di Blogolandia, al «Bar Camp» del Festival del Copyleft di Arezzo - è quello di arrivare a 200 blog entro la fine dell'anno». L'idea - spiega Bandiera- è quella di aprire un Blog urbano in ognuno degli 8100 comuni d'Italia, dovunque ci siano blogger motivati a raccontare il proprio territorio. Questo perché - dice il co-fondatore - la comunicazione pubblica sul Web, quella fatta dalle Istituzioni Pubbliche non ha avuto un grande insuccesso proprio perché non coinvolge da «basso» i cittadini. Il vero successo del network dei comuni italiani però, per ora, non è ancora arrivato. Certo è che quello di Blogolandia è il primo progetto in Italia che prova ad unire i blogger non per aree di interesse ma per luogo di residenza. «Apartitico e apolitico» spiega Bandiera, non ha l'intento di essere un quotidiano online, semmai quello di sostituirsi «come informazione vera» alla comunicazione internet tradizionale.
«Il rischio che un progetto del genere in Italia venga visto come un'iniziativa editoriale, al di là degli intenti di noi fondatori, esiste - ammette Bandiera. Potrebbe succedere a noi quello che è già accaduto ad altri blogger che si sono visti chiudere il blog perché ritenuto un sito di informazione che però veniva meno alle regole editoriali di Intenet. Per ora noi non abbiamo questo obiettivo» spiega Rudy Bandiera. Un'altra caratteristica attuale di Blogolandia è l'assenza della pubblicità. «Abbiamo voluto iniziare senza - racconta Bandiera - per dare l'idea della massima trasparenza. Poi si vedrà».
Insomma per ora il futuro di una terra italiana dei blogger urbani si appoggia su quel tre per cento di blogger mondiali che vive nel nostro paese e che non ruota intorno alle piattaforme «famose» e non viene premiato al Blogfest.
.jpg)
di Massimo Gaggi
«E’troppo tardi anche per il panico», spiegava ieri mattina un analista alla riapertura di Wall Street. Ha avuto ragione: nel lunedì più drammatico della storia finanziaria americana, quello che poteva essere il giorno del naufragio, il mercato ha perduto molto (la Borsa ha ceduto oltre il 4%), ma non ha mai rischiato la rotta disordinata. Sepolto in fretta e furia nella notte il cadavere della Lehman Brothers, la gloriosa banca considerata fino a ieri un protagonista «immortale» di Wall Street, l’America ha evitato il meltdown, ma deve rassegnarsi alla perdita del suo scettro finanziario. Delle cinque grandi banche d’affari di Wall Street — i «titani» che si sentivano padroni del mondo—solo due rimangono oggi in piedi e con una loro autonomia: Goldman Sachs eMorgan Stanley.
È la fine di un’era, ma nessuno ha ancora le idee chiare sui futuri assetti del mondo del credito. Hedge fund e società di venture capital hanno resistito alla crisi, ma restano ai margini del cantiere della ricostruzione. Al centro del sistema tornano i giganti bancari, con Citigroup ormai surclassato da JPMorgan-Chase (che ha assorbito Bear Stearns) e da Bank of America che ha attuato il «salvataggio preventivo» di Merrill Lynch. Ma è difficile credere che l’uomo del futuro possa essere Ken Lewis, incoronato ieri nuovo «re di Wall Street». Il 61enne banchiere del «profondo Sud» che, con una serie di acquisizioni, ha trasformato Bank of America in un colosso, è un imprenditore coraggioso, non certo un genio dell’innovazione. La mossa di Lewis — un banchiere politicamente impegnato in campo repubblicano—ha però dato una scossa positiva al mercato e ha consentito al ministro del Tesoro Henry Paulson di tenere duro sul «no» a nuovi salvataggi pubblici anche dopo il fallimento dei negoziati coi possibili acquirenti di Lehman. Paulson rischia molto, ma potrebbe aver fatto una scelta vincente. Sul piano finanziario e, dal punto di vista dei conservatori, anche su quello politico.
Paulson ha costretto il sistema creditizio a non adagiarsi su una linea di occultamento e rinvio dei problemi come quella seguita negli anni ’90 dai banchieri giapponesi. Quella miopia costò al Paese asiatico un decennio di stagnazione. Stavolta la cura è più rude (demolisce banche, cancella migliaia di posti di lavoro, ridimensiona New York e le altre piazze finanziarie), ma può accelerare i tempi della ripresa. Quanto alla corsa per la Casa Bianca, chiudendo (per ora) la partita dei salvataggi fatti coi soldi del contribuente, il ministro di Bush ridà fiato — a 50 giorni dal voto—alla campagna elettorale di John McCain i cui continui richiami al liberismo economico e al mercato rischiavano di apparire velleitari davanti alle nazionalizzazioni «a tappeto » dell’amministrazione repubblicana uscente.
L’economia dovrebbe avvantaggiare il democratico Barack Obama, molto più a suo agio del ticket repubblicano su questi temi. E gli errori di Bush sono una grossa zavorra per McCain. Eppure ieri è stato proprio il candidato repubblicano il più rapido e spregiudicato nell’afferrare il «pallino» del crollo di Lehman: un McCain insolitamente truce ha detto che da presidente «farà pulizia» a Wall Street e ha promesso agli americani che non consentirà più che si ripeta una crisi come quella attuale. Non ha detto come farà e ha totalmente ignorato le colpe di Bush, incapace di far funzionare le authority che dovevano garantire l’ordinato sviluppo dei mercati. Agli elettori inferociti per una crisi che sta riducendo il loro tenore di vita e distrugge posti di lavoro, il senatore dell’Arizona ha dato in pasto i finanzieri di New York, con la loro ricchezza ostentata e la loro arroganza: una ricostruzione volutamente grossolana nella quale chi investe e si occupa di finanza difficilmente potrà riconoscersi, ma che ha molta presa sull’America suburbana e sugli Stati lontani dalle coste dell’Atlantico e del Pacifico, il tradizionale serbatoio di voti dei conservatori.
Tanto più che gli esperti economici repubblicani hanno cominciato a battere i talk show politici delle varie reti televisive sostenendo che i guai di Wall Street, certamente seri, non sono destinati necessariamente a ripercuotersi su «Main Street», cioè sulla vita di tutti i giorni dell’americano medio: lo proverebbe il fatto che mentre le Borse perdono quota e le banche vanno al tappeto, il prezzo della benzina e quelli dei prodotti alimentari scendono rapidamente, mentre anche i tassi d’interesse sembrano destinati a calare ancora. Un altro messaggio che «funziona»: basta non fare troppo caso al fatto che, con le banche in crisi di liquidità, di credito in giro se ne vede ben poco.
|
|