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    September 29

    sequestro beni della camorra

     
    Camorra: sequestro beni per 10milioni al latitante per la strage


     
    Beni mobili e immobili per un
    valore di oltre 10 milioni di euro, intestati ad altri soggetti
    ma ritenuti nella disponibilità di Giuseppe Setola, tra i
    latitanti più pericolosi d´Italia e accusato tra l´altro della
    strage di Castel Volturno, sono stati sequestrati nel corso
    dell´operazione coordinata stamani dalla Dda di Napoli.
    Setola è ritenuto ai vertici della fazione del clan dei
    Casalesi, già capeggiata da Francesco Bidognetti. L´operazione
    é stata effettuata da un centinaio tra poliziotti della Dia,
    del Reparto Prevenzione Crimine Campania, della questura di
    Caserta e della Guardia di Finanza di Marcianise, che hanno
    agito tra Casal di Principe e San Cipriano d´Aversa.
    Tra i beni sequestrati anche un elegante bar, inaugurato solo
    cinque giorni fa a Casal di Principe, e 20 appartamenti. Il
    provvedimento di sequestro preventivo è stato adottato dal
    Tribunale di Napoli, su richiesta dei magistrati della Dda
    Giovanni Conzo e Raffaello Falcone.

    I beni sequestrati al latitante
    Giuseppe Setola sono risultati intestati al fratello, Pasquale,
    alla moglie Giovanna Baldascino, alle sorelle di quest´ultima
    Fortuna e Lucia, al suocero Emilio Baldascino. Il provvedimento
    della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli ha
    riguardato oltre al lussuoso bar di Casal di Principe e a 20
    appartamenti tra Casal di Principe e S. Cipriano d´Aversa, vasti
    appezzamenti di terreni agricoli e vaste aree edificabili, una
    cooperativa edile e costosi macchinari ed automezzi per
    l´edilizia, attrezzature di un cantiere aperto a Pontecorvo, nel
    basso Lazio e disponibilità bancarie, sulle quali sono ancora
    in corso accertamenti della Guardia di Finanza di Marcianise, in
    alcuni istituti di credito.
    Secondo gli investigatori i beni sequestrati sarebbero stati
    acquisiti con i proventi delle estorsioni e dei traffici
    illeciti, soprattutto lo spaccio di sostanze stupefacenti, che
    sul litorale casertano è affidato a gruppo di extracomuniari
    africani, controllati, però, dalla cosca dei casalesi. Setola
    é ritenuto capo del gruppo di scissionisti della cosca, del
    quale farebbero parte un altro latitante, ritenuto tra i 30 più
    pericolosi d´Italia, Alessandro Cirillo, nonché Giovanni
    Letizia, Emilio Di Caterino e Pietro Vargas.
    Il gruppo è ritenuto responsabile di una lunga serie di
    agguati mortali, iniziati nel maggio scorso con l´uccisione d
    Umberto Bidognetti, padre del pentito Domenico, fino alla strage
    di Castel Volturno.

     
    September 28

    la nuova ipotesi

     
    Saviano: «Speculazione edilizia della camorra
    dietro la strage dei sei immigrati africani»
     
    Lo scrittore di Gomorra»: «Dietro l'eccidio di africani a Castelvolturno gli interessi dei clan e dei palazzinari a loro vicini»
     
     
     
    Dietro la strage di Castelvolturno gli interessi dei clan e dei «mattonari» a loro vicini. È la nuova denuncia di Roberto Saviano. L'uccisione di sei immigrati africani per lo scrittore di Gomorra «è un segnale alla comunità nigeriana». Così Saviano, definisce la strage di immigrati avvenuta a Castelvolturno nei giorni scorsi. «La camorra ha voluto dare un messaggio alle organizzazioni criminali africane, è come se avesse detto loro che quello non è più un territorio dove sono autorizzati a vivere».
    Sgraditi alla camorra - Saviano ha chiarito che nella zona interessata dagli episodi di sangue la camorra sta avviando una operazione edilizia su vasta scala, ma «la presenza di una grande comunità africana è un problema», la camorra «non li gradisce». Qualcosa di simile, ha ricordato Saviano, è successo negli anni novanta a Villa Literno «dove fu bruciato vivo un medico sudafricano (Jerry Essan Masslo, ndr) che aveva organizzato alcune manifestazioni per gli immigrati che raccoglievano i pomodor. Dopo questo episodio «gli africani sparirono ». Oggi può accadere di nuovo. Saviano ha riferito che anche «i padri comboniani hanno detto una cosa incredibile che non ha suscitato però nessuna reazione e nessun commento, e cioè che se la camorra vuole in una settimana vanno via tutti i nigeriani da Castel Volturno, nonostante polizia e carabinieri».
    Meglio la paura -L'autore di Gomorra ha evidenziato come in alcuni territori, come quelli attanagliati dalla camorra, ci sarebbe bisogno che la gente avesse più paura: « Sarebbe la cosa meno cinica, piuttosto che questa fredda distanza». Perchè, ha argomentato, «chi vive nei territori gestiti dalle organizzazioni criminali non si confronta con la paura. Il rischio è attenuato dai vantaggi e dai privilegi che i clan promettono». Un esempio è come i clan hanno ammortizzato i problemi delle discariche. Perchè la gente si oppone ai camion della polizia e non ai camion della camorra? Perchè non reagendo non si finisce ammazzati e «c'è l'opportunità di essere aiutati ad aprire un mutuo o ad aiutare tuo figlio».
    La polemica - Intanto con Saviano polemizzano i penalisti del foro di Santa Maria Capua Vetere che hanno contestato, ritenendoli diffamatori, alcuni passaggi di una lettera-aperta di Saviano. «Secondo l'autore di Gomorra - dicono i penalisti - i cittadini non dovrebbero sedersi accanto ai figli degli avvocati dei camorristi, ritenendo, l'autore, i professionisti contigui ai loro assistiti». Per l'avvocato Giuseppe Garofalo, che ha invitato la Camera Penale a non stare in silenzio., tutto questo è sbagliato: «Il profeta dell'anticamorra è libero di sfornare tutte le teorie, profezie e diagnosi che vuole, ma non parlare male dei figli degli avvocati assimilandoli a veicoli di contagio. I profeti della stagione durano la stagione della contingenza, i difensori si trascinano millenni di storia civile».
     
    September 25

    "Lettera alla mia terra" di Roberto Saviano

     

    "Lettera alla mia terra"

    di Roberto Saviano

    Il grido d'accusa dello scrittore dopo la strage di Castel Volturno "Davvero pensate che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro impegno?"

    

     

     


    
    I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così. Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pasquale Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle

     

    E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com’è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l’amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, “così è sempre stato e sempre sarà così? Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient’altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire “non faccio niente di male, sono una persona onesta” per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull’anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?

     

    Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d’azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d’Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della DIA o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.

     

    Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e’ mezzanotte. Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castelvolturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello era un uomo che si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Noviello non sapeva di essere nel mirino, non se l’aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda stava andando a fare una sosta al bar prima di aprire l’autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe tre giorni dopo e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimeticano. Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. E’ l’unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l’unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della DIA. Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al “Roxy bar” uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l’anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. E’ un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer. L’11 luglio uccidono al Lido “La Fiorente” di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non aver anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castelvolturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all’aperto del “Bar Kubana” e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al “Bar Freedom” di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini. Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici. Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone. E infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde e un quarto d’ora dopo, aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria “Ob Ob Exotic Fashion” di Castelvolturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri ragazzi erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.

     

    Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n’è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto. Ammazzano chiunque si oppone. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l’opinione pubblica che girava questa “paranza di fuoco”. Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castelvolturno. Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne dispongono di poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d’alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.
    Castelvolturno, territorio dove sono avvenuti la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle home town dell’africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castelvolturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.

     

    Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del mediterraneo. Abusivo l’ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della NATO. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell’abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana. I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime capace di investire soprattutto nei Money Transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi i nigeriani controllano soldi e persone.

     

    Da Castelvolturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari. E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani di cui nessuno viene dalla Nigeria, colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre in questa terra, per morire non dev’esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati. I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti “trafficanti” come furono “camorristi” Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicinio a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.
    Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castelvolturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco “Sandokan” Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.

     

    Chiedo di nuovo alla mia terra come si immagina. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole. Come vi immaginate questa terra. Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognati questi luoghi? Non c’è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto.

     

    I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d’Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli? E’ storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne hanno parlato più e più volte giornali e tv, politici di ogni colore hanno promesso che li faranno arrestare, ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.

     

    Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un’enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: “Quello: s’è fatto i soldi”. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate? Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all’84% percento? Soldi veri che generano secondo l’Osservatorio epidemiologico campano una media di 7.172,5 morti per tumore all’anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com’è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com’è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo, io rimangono incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce. Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l’ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico?

     

    Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l’arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po’ nervoso, un po’ triste, e soprattutto solo. Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti. Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c’era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le da lo stato. Cos’ha fatto Carmelina, cos’hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra, che cosa ci rimane. Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l’autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)? Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c’è perdita perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedersi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.

     

    E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c’è ordine, che almeno c’è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell’unico mondo possibile sicuramente. Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c’è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla, perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati?

     

    Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo. La Calabria ha il PIL più basso d’Italia ma “Cosa Nuova”, ossia la ndrangheta fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.
    Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L’alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla. Ma non avere più paura, non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l’isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro, crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.

     

    “Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?” domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljoša. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo di ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo? Se dovessero nascere malati o ammalarsi i vostri figli, se un’ altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finiscono nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo, forse, vi renderete conto che non c’è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l’atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato, vi ha appestato l’anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita. Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l’abitudine. Abituarsi che non ci sia null’altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, di pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.
    Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così, perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio. Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbruttiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l’immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.

     

     

    Copyright 2008
    by Roberto Saviano
    Published by arrangement
    of Roberto Santachiara
    Literary Agency

     

     

     

    la realtà della camorra

     

    Gomorra, Italia

    Di Mario Vargas Llosa

     

    I grandi capi della camorra napoletana, i loro killer e i loro contabili abbandonano i vecchi comportamenti e i vecchi codici per adottare quelli che vengono loro attribuiti dai film di Hollywood. Un esempio: a Casal di Principe il capo della «famiglia», Walter Schiavone, ha voluto che gli architetti gli costruissero una sontuosa dimora che riproduce al millimetro quella abitata da Tony Montana (Al Pacino) in Scarface. Le mogli dei camorristi si vestono come Uma Thurman in Kill Bill, con parrucche bionde e abiti giallo fosforescente. E un vecchio poliziotto ha raccontato, in tribunale, che da quando hanno visto i film di Tarantino i killer delle varie «famiglie» uccidono proprio come quei personaggi di celluloide: sparando al basso ventre, all’inguine, alle gambe, ferendo in modo grave per far sì che la morte non arrivi subito e «giustiziando», poi, le vittime con un colpo alla nuca. La camorra non è una sola organizzazione, ma un nome generico per indicare le innumerevoli «famiglie» che, a volte, si alleano per compiere particolari affari o impongono la propria sovranità su un territorio o gestiscono attività diverse - immigrazione clandestina, prostituzione, falsi di prodotti di lusso, droga, case da gioco, scorie tossiche ecc. - e che, di tanto in tanto, entrano in conflitto tra loro tentando di annientarsi in guerre d’indescrivibile ferocia. Si tratta di un Sistema alla cui base stanno i killer, quelli che spacciano in strada ogni genere di stupefacenti, e al cui vertice operano finanzieri, investitori e industriali dal potere enorme, pari al loro talento imprenditoriale. Nessuno meglio della camorra ha saputo utilizzare gli orizzonti spalancati dalla globalizzazione nel campo dell’economia e approfittare così bene delle nuove tecnologie. Un solo esempio per spiegare con quanta efficacia la camorra ha saputo stendere reti che abbracciano il mondo intero. Gomorra, lo straordinario libro-reportage di Roberto Saviano, si apre con la descrizione del porto di Napoli dove la mafia sistema i cinesi portati clandestinamente in Italia per lavorare nei vari settori in cui si articolano le società realizzate con il gigante asiatico. Un consistente numero di questi immigrati arriva a Napoli per imparare, da «maestri» locali, le tecniche per falsificare alla perfezione scarpe, vestiti, cappelli e altri capi della moda italiana: le stesse tecniche verranno poi utilizzate nei laboratori di sartoria cinesi dove si fabbricano i prodotti di Gucci, di Armani e di altri grandi stilisti che, in seguito, l’organizzazione venderà in tutto il pianeta. Le lezioni si tengono in locali della mafia, con l’aiuto di traduzioni simultanee. In un indimenticabile episodio raccontato da Gomorra incontriamo un capo mafioso emozionato sino alle lacrime mentre vede in tv, durante la notte degli Oscar, Angelina Jolie infilata in un magnifico abito bianco di grande griffe che lui stesso ha provveduto a far falsificare. Non tutte le imprese della camorra lavorano nell’illegalità; molte si muovono su un piano intermedio, alternando attività legali con altre, diciamo, informali. Il che si può affermare anche per un consistente numero di aziende legali che, indotte dalla pressione ambientale, dall’avidità o dal ricatto, hanno via via subìto il contagio dell’illegalità e, dietro una facciata rispettabile, nascondono attività che si servono del Sistema o servono a esso. Il libro di Saviano trasmette l’impressione che questo Sistema, invece di contrarsi sotto i colpi della polizia e della magistratura, avanzi in modo organizzato infettando tutto quanto gli sta attorno. Anche solo contando le imprese legate al turismo e al divertimento realizzate dalla camorra sulla Costa del Sol - la Spagna è stata per parecchi anni la terra promessa per i capi camorristi, che lì possedevano ville in cui nascondevano i loro uomini più ricercati e in cui tenevano le riunioni di lavoro - si ha la sconcertante sensazione che, se le cose continueranno così, tra non molto sarà l’economia che si muove nel rispetto della legge a essere in minoranza, e il dominio del mondo apparterrà alla camorra, a Cosa Nostra, alla ‘ndrangheta calabrese e simili. A che cosa è dovuta la capacità di proliferazione della mafia napoletana? Non certo al fatto che non sia perseguita. Quest’ipotesi è un mito che Roberto Saviano sgretola nel suo libro. Anche se la camorra conta sulla complicità di politici, uomini delle forze dell’ordine e giudici, lo Stato la colpisce senza sosta, incarcerando i suoi quadri dirigenti, sequestrando i suoi beni, spedendo in galera per lunghi anni i suoi killer e i suoi contabili. Determinante è il ruolo dei pentiti: grazie alle loro confessioni si sono scoperti anche i particolari di certe operazioni, confiscate astronomiche quantità di droga, smantellate fabbriche di merce falsificata, smontati i circuiti utilizzati per il riciclaggio del denaro sporco. Eppure, anche così, il Sistema ha raggiunto tali livelli di potere economico, tali capacità di adattarsi alle mutate circostanze e di rinnovare i propri quadri che i colpi ricevuti non bastano a metterne in forse l’esistenza. Per quanto sembri paradossale, spesso, in certi paesi e in certi quartieri, può contare sull’appoggio d’un vasto settore sociale, quello più povero ed emarginato, che, identificando nella camorra l’unico mezzo di sussistenza, la difende, nasconde i suoi ricercati, depista le indagini, addirittura lincia o emargina chi osi denunciarla. Una delle storie più commoventi raccontate da Saviano è la via crucis d’una maestra di Mondragone che, per aver osato denunciare l’autore d’un omicidio di cui era stata testimone, divenne un’appestata a cui nessuno più rivolgeva la parola, fu retrocessa nella sua carriera e trasferita in un miserabile paesino dove molte volte, certo, si sarà domandata se agire da persona per bene non sia, nel mondo in cui vivimo, un comportamento da martiri o da stupidi. E, leggendo Gomorra, viene meno un altro mito. Quello per cui la camorra, nata dal popolo, manterrebbe legami di profonda solidarietà con le proprie radici. Il capitolo finale del libro è così atroce da far rizzare i capelli quando racconta nei particolari una delle operazioni più redditizie per la criminilità e dalle conseguenze più nocive per i napoletani: il traffico clandestino per portare dal Nord Italia i residui tossici industriali e seppellirli nelle campagne. È un’attività che consente alla camorra guadagni immensi e comporta danni smisurati per i contadini e gli abitanti di quelle terre avvelenate dagli acidi. Nell’eccellente libro di Saviano c’è, però, un’analisi che non condivido: non credo, come lui, che il fenomeno-camorra sia una realtà connaturata al sistema capitalista: secondo me ne è un bubbone, una deformazione. Qualcosa che tutti i grandi studiosi della libera economia, da Adam Smith a Friedrich von Hayek, hanno indicato come possibile quando l’impresa privata operi in un mondo senza leggi o con leggi disattese, privo d’una cultura e di una morale in grado di separare con chiarezza il giusto dall’ingiusto o, per utilizzare termini religiosi, il bene dal male. Non è il capitalismo, ma l’Italia a essere corrotta.

    © Derechos mundiales de prensa en todas las lenguas reservados a Diario El País, SL, 2008.

    © Mario Vargas Llosa, 2008.



     

     

     

    Gomorra candidato italiano agli Oscar 2009

    E' "Gomorra" il candidato italiano nella corsa agli Oscar 2009

    di Claudia Morgoglione

     

    ROMA - Tutto secondo previsioni: è Gomorra di Matteo Garrone - ritratto potente, feroce ed efficacissimo della Campania strangolata dalla camorra - il candidato italiano nella corsa agli Oscar. L'annuncio è stato dato oggi dalla commissione selezionatrice, che ha scelto la pellicola in una rosa di cinque candidati: gli altri quattro erano Il Divo di Paolo Sorrentino, Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, Cover Boy di Carmine Amoroso e Giorni e nuvole di Silvio Soldini.

    Una scelta non facile, quella degli esperti chiamati a scegliere il campione nostrano nella gara per la statuetta dorata 2009, vista l'abbondanza di titoli di alta qualità. Quella appena trascorsa, del resto, è stata una stagione d'oro, per il cinema made in Italy: basta pensare ai riconoscimenti ottenuti, a Cannes, proprio da Gomorra e dal Divo. Ma, alla fine, ha prevalso l'opera che - per i temi e lo stile - è quella che forse, delle cinque prese in considerazione, parla il linguaggio più universale: caratteristica importante, per conquistare i cuori e le menti dei giurati dell'Academy Awards. Coloro chiamati a selezionare, tra le decine di pellicole in rappresentanza di quasi tutti i paesi del mondo, la cinquina di finaliste. Quelle che gareggeranno fino alla fine, per ottenere la vittoria come miglior film straniero.

    Poco parlato e molto visivo, asciutto e non moralistico: Gomorra ha davvero tutte le caratteristiche per piacere al pubblico americano. Compresi gli addetti ai lavori chimati ad assegnare le statuetta. Anche perché il film affronta un argomento che, oltreoceano, ha sempre esercitato un fascino inestinguibile: la violenza della criminalità organizzata, nelle sue varie forme.

    A scegliere la pellicola di Garrone come candidata italiana agli Oscar, è stata una commissione che si è riunita questa mattina, e di cui fanno parte Conchita Airoldi (produttore); Gianni Amelio (regista); Pio Angeletti (produttore); Angelo Barbagallo (produttore); Gaetano Blandini (direttore generale per il cinema Mibac); Paolo D'Agostini (giornalista e critico cinematografico); Aurelio De Laurentiis (produttore); Adriano De Micheli (produttore); Dante Ferretti (scenografo); Fabio Ferzetti (giornalista e critico cinematografico); Francesco Pamphili (produttore); Gabriella Pescucci (costumista); Piero Tosi (costumista); Riccardo Tozzi (produttore); Grazia Volpi (produttore).

    L'unico rimpianto, a questo punto, riguarda Il Divo: in un anno meno ricco di opere di altissimo livello, il film di Paolo Sorrentino sarebbe stato il candidato naturale nella corsa agli Oscar.

     

    colpo al clan di Grazia

     
    Camorra: gli arrestati sono gli autori dell´agguato contro i Casalesi


     
    I pregiudicati arrestati oggi, nel
    Casertano, e ritenuti legati al clan camorristico Di Grazia sono
    accusati di avere tentato di uccidere, cinque anni fa, a
    Gricignano d´Aversa, Ferdinando Schiavo, pregiudicato,
    imparentato con Francesco Schiavone, detto ´Sandokan´: il loro
    obiettivo, secondo le indagini, era quello di staccarsi dal clan
    dei Casalesi per formare, con nuove alleanze, una propria
    organizzazione criminale.
    Gli arresti sono scattati per Francesco Di Grazia, 36 anni,
    Giovanni Fondino, 41 anni, Luciano Cantone, 35 anni, Mario
    Sacco, 29 anni, ed Antonio Tessitore, 30 anni, tutti della zona
    aversana: Fondino era ai domiciliari, per aver, nel febbraio
    scorso, malmenato il vice sindaco di Gricignano d´Aversa, al
    quale aveva tentato inutilmente di estorcere soldi. Schiavo,
    cinque anni fa, riuscì a salvarsi, anche per l´intervento dei
    carabinieri che si trovavano a poca distanza dal luogo
    dell´agguato. Gli arrestati sono stati identificati a
    conclusione delle indagini dei carabinieri di Aversa, guidati
    dal tenente colonnello Francesco Marra, e su disposizione della
    Dda di Napoli.
     

    Colpo ai Casalesi

     
    Operazione dei carabinieri contro i clan dei Casalesi: ci sono arresti


     
    Operazione anticamorra nella notte
    dei Carabinieri del reparto territoriale di Aversa (Caserta)
    contro il clan dei Casalesi. In esecuzione di ordinanza di
    custodia cautelare in carcere, i militari hanno arrestato cinque
    persone ritenute affiliate al clan ´Di Grazia´.
    Secondo l´accusa, gli arrestati sono ritenuti mandanti ed
    esecutori di tentato omicidio, attentati ed estorsioni, reati
    per i quali è stato contestato l´agire con metodo mafioso,
    avvenuti nel Casertano.
    L´operazione è stata coordinata dalla Direzione distrettuale
    antimafia della procura della Repubblica di Napoli.

     
    September 24

    Chi sono i Casalesi?

     

    Clan dei Casalesi

    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

     

    I Casalesi sono un clan camorristico della provincia di Caserta che prende il nome dalla sua città d'origine, Casal di Principe.

    È un clan pericolosissimo e di portata internazionale, che nel corso degli ultimi anni ha esteso i propri affari in numerose altre regioni d'Italia e anche in altri paesi, comunitari e non. È considerato tra le organizzazioni criminali più potenti del mondo.

    Origini ed evoluzione

    Questo clan, organizzato come federazione di famiglie rette da una cupola, ha una struttura elastica, moderna, aggressiva, profondamente diversa dalla camorra di città. A partire dai primi anni Ottanta i Casalesi hanno costruito relazioni con i principali gruppi criminali internazionali, cacciato i luogotenenti di Raffaele Cutolo dalle loro terre ed esportato droga in tutta Europa. I Casalesi sono di gran lunga l’espressione più evoluta del Sistema, una miscela di tradizione contadina e fiuto imprenditoriale: il terziario avanzato della società mafiosa.

    Eppure sui quotidiani nazionali è raro trovare traccia di questo formidabile potere che nel Casertano ha stabilito un controllo totale, militare, sulle anime, garantendosi un livello di collusione passiva sconvolgente. Un potere radicato su un territorio a forte vocazione agricola, che conta più di 500 aziende edili e il maggior numero di auto di lusso d’Europa.

    L'attività di questo clan si radica profondamente nella storia del territorio dell'agro aversano e ha inizio alla fine degli anni settanta attraverso la figura di Antonio Bardellino. Verso la fine degli anni ottanta entra in crisi, una crisi che genera numerosissimi morti, tanto che Casal di Principe, in quegli anni, ottenne il sinistro primato di area urbana col più alto tasso di omicidi d'Europa; ma "brillava" anche per l'altrettanto singolare record di 17 consiglieri comunali su 30 sotto inchiesta per collusioni con la camorra.

    Sarà proprio all'inizio degli anni novanta che il potere e il comando del clan finirà nelle mani di Francesco Schiavone, detto Sandokan, che ancora oggi, dal carcere lo dirige insieme a Michele Zagaria e Antonio Iovine, latitanti.

    Struttura dell'Organizzazione

    Il Clan dei Casalesi (anche se si preferisce parlare di Confederazione) opera nella quasi totalità della provincia e, in particolare, nell’agro aversano (e cioè in quella zona della provincia di Caserta confinante con la provincia nord di Napoli), in tutta la zona detta dei “mazzoni”, sul litorale domizio facente parte del comune di Castelvolturno compreso il cosiddetto Villaggio Coppola. In realtà i Casalesi detengono il controllo di tutti il territorio a nord di Giugliano, dal Giuglianese, lungo quasi tutto il Casertano, arrivando al Basso Lazio. Il clan dei casalesi risulta mantenere formalmente salda la sua struttura unitaria, di tipo piramidale con un gruppo di comando,con una cassa comune in cui confluiscono i proventi illeciti dei singoli clan per l’erogazione centralizzata di uno stipendio ai quadri del gruppo, con un rito di iniziazione sul modello di quello di Cosa Nostra siciliana (dichiarato da diversi pentiti). Le leve del comando fino a poco tempo fa erano saldamente nelle mani della diarchia costituita da Schiavone Francesco detto Sandokan e Bidognetti Francesco, i quali, malgrado fossero detenuti in regime di cui all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, riuscivano ad imporre le proprie direttive quantomeno sulle vicende di maggiore rilevanza. Accanto ai due soggetti sopra citati, in una posizione lievemente inferiore, si posizionavano Zagaria Michele e Iovine Antonio, entrambi da lunghissimo tempo latitanti e, pur nella loro autonomia, collegati più strettamente al gruppo Schiavone. Tutti i soggetti citati avevano propri gruppi di riferimento che operavano su specifiche zone di influenza o in particolari settori, pur nella consapevolezza di far parte di una struttura unitaria.

    La situazione si è, però, negli ultimi tempi significativamente modificata. Il gruppo Bidognetti è ormai da ritenersi in totale rotta. Nel corso di quest’ultimo anno, poi, alla collaborazione di Diana Luigi si sono aggiunte quelle particolarmente importanti del cugino del capo, Bidognetti Domenico detto bruttaccione, che aveva avuto importanti incarichi di vertice, e poi, persino, della compagna del boss Francesco, Anna Carrino.

    Se questi dati vengono letti unitamente alle pesantissime condanne inflitte a numerosi esponenti del clan, può giungersi alla conclusione di un pesante e definitivo ridimensionamento del gruppo che già da tempo, del resto, era in posizione subordinata rispetto a quello di Schiavone. All’interno del gruppo Schiavone, rimasto sostanzialmente egemone, sono pure in atto importanti movimenti per ricostruire gli equilibri di potere; la leadership di Schiavone Francesco è di fatto offuscata da varie condanne all’ergastolo – sia pure ancora in primo grado – che hanno riguardato anche il fratello Walter ed il cugino omonimo detto Cicciariello.

    Il controllo e la gestione del territorio appare sempre più monopolizzata dai gruppi di Michele Zagaria e Antonio Iovine. La loro presenza sul territorio, sia pure in situazione di latitanza, li sta facendo assurgere a veri capi del clan, grazie anche alla loro capacità di inserirsi nel tessuto delle relazioni economiche non solo locali. Zagaria e Iovine stanno, infatti, sempre più trasformando i loro gruppi in imprese con una capacità di controllo di interi settori economici (dalle costruzioni, al movimento terra, al ciclo del cemento alla distribuzione dei prodotti, al ciclo dei rifiuti urbani e tossici), accompagnata dal tentativo di farsi coinvolgere il meno possibile nelle attività “sporche”, interloquendo con l’imprenditoria e con le istituzioni anche di altre realtà non solo campane. Del resto, è recente la conclusione del più importante dibattimento riguardante il clan (noto come Spartacus I): con la sentenza, emessa dopo oltre sei anni di dibattimento, sono stati inflitti centinaia di anni di carcere, oltre 20 ergastoli e confiscati beni per svariati milioni di euro. Condanna confermata in appello il 18 giugno 2008, ora rimane solo la conferma della Cassazione.

    Pure preoccupante è quanto è stato acclarato nelle indagini su uno dei settori più lucrosi fra quelli connessi al denaro pubblico e cioè la gestione del sistema rifiuti. Il clan dei casalesi era stato in passato indicato come particolarmente attivo nel trasporto e smaltimento di rifiuti tossici. La DDA ha dimostrato come il clan si sia infiltrato anche nel settore della raccolta legale dei rifiuti. E’ emblematica l’indagine sul consorzio di comuni CE 4, operante nei comuni di Mondragone ed in altri del litorale domizio; sono stati arrestati per reati associativi o comunque per delitti collegati alle attività del clan sia gli imprenditori, partner privati della società mista che doveva occuparsi della raccolta dei rifiuti, sia i vertici del Consorzio, sia numerosi affiliati del clan.

    Per quanto riguarda le altre zone del casertano, partendo dal litorale domizio, va segnalato che in Mondragone, dopo la totale eliminazione del sodalizio facente capo alla famiglia La Torre ed alla scelta di collaborare effettuata dal capo di quel gruppo, si è ricostituito un gruppo criminale che ha recuperato vecchi affiliati di seconda fila. La scarsissima forza del gruppo – e soprattutto l’assenza di una vera rappresentanza esterna – lo rende di fatto ormai assoggettato a quello casalese che è già in grado di gestire in zona le più importanti vicende estorsive. Nella zona di Sessa Aurunca opera il tradizionale gruppo diretto da Mario Esposito (detenuto in regime ex art. 41 bis ordinamento penitenziario) e da Gaetano Di Lorenzo (arrestato in Spagna dopo una lunga latitanza e solo di recente estradato e sottoposto al regime ex art. 41 bis citato). Il gruppo, rispetto al passato appare significativamente indebolito.

    Nella zona di MarcianiseMaddaloni, a confine sia con il napoletano sia con il beneventano, opera il clan Belforte; si tratta di un gruppo – l’unico della zona erede della NCO di Cutolo, ma oggi anch’esso alleato - quantomeno non più contrapposto - con i casalesi.

     

    Pentiti

     

    Voci correlate da Wikipedia

     

    Assunzioni Gori, è clientelismo?

     
    Assunzioni Gori, a Castellammare c´è chi avanza accuse di clientele


     
    Scambi di favori e di posti di lavoro dietro il passaggio della gestione dei servizi idrici dal comune alla Gori, l’Unione delle associazioni stabiesi chiede di poter avere accesso all’elenco dei dipendenti dell’azienda che dal 13 giugno scorso è subentrata all’Asam nella gestione dell’Acquedotto cittadino. “La Gori renda noto l’elenco di tutti i dipendenti assunti e l’eventuale grado di parentela con i consiglieri e gli amministratori dell’attuale amministrazione comunale e di quelle precedenti”, si legge in una missiva inviata, nella giornata di ieri, al sindaco di Castellammare di Stabia, Salvatore Vozza, in cui si sollecita il primo cittadino a richiedere alla società la documentazione necessaria per far luce sulla vicenda. Una questione già sollevata in passato in tutti gli altri comuni passati sotto la gestione della Gori senza, però, mai riuscire ad ottenere alcuna risposta in merito. Il sospetto di assunzioni poco trasparenti, infatti, è già stato al centro di interrogazioni consiliari e accese polemiche nei comuni della Penisola Sorrentina o dell’Agro Nocerino, passati alla gestione privata molto prima del comune di Castellammare, dove il trasferimento è avvenuto solo da pochi mesi. In realtà trattandosi di un’azienda privata, la Gori può procedere ad assunzioni dirette e assolutamente discrezionali, il conflitto di interesse, qualora ci fosse sarebbe legato al ruolo svolto da amministratori e consiglieri presenti e passati durante le procedure di passaggio del servizio. Amministratori che in qualche modo avrebbe potuto favorire l’azienda, con il loro voto in sede di assise cittadina o ritardando e intralciando eventuali ricorsi giudiziari per evitare l’affidamento dei servizi idrici integrati alla Gori da parte dell’Ato3. Ad avvalorare ulteriormente i sospetti del comitato, l’intricato percorso che ha portato alla privatizzazione dell’acquedotto, con ricorsi non presentati dalla precedente amministrazione quando qualcosa ancora era possibile fare e con altri presentati da quella attuale, quando però ormai era già troppo tardi. Si è mancato, se effettivamente mancanze ci sono state, per incapacità e negligenza o per dolo?
    “Ai fini di una maggiore trasparenza - si legge nella lettera - la si prega di richiedere alla Gori l’elenco di tutti i dipendenti assunti ed in particolare quelli nati o residenti a Castellammare di Stabia, così come già richiesto da questo Comitato nella riunione del 10 settembre all’amministratore della Gori dottor Stefano Tempesta, nonché l’eventuale grado di parentela con consiglieri o amministratori comunali di questa amministrazione e di quelle precedenti.” Nella stessa lettera inviata al primo cittadino, il Comitato chiede anche di poter usufruire dei documenti sull’affidamento dei Servizi Idrici Integrati alla GORI da parte dell’ATO3 e l’elenco delle strade comunali non servite da rete fognaria o non collegate all’impianto di depurazione. “Si chiede inoltre - concludono i rappresentanti delle associazioni stabiesi - di pubblicizzare maggiormente, con un manifesto congiunto tra l’Amministrazione Comunale ed il Comitato, la sospensione del pagamento delle bollette in attesa di una chiarificazione per quanto riguarda il pagamento del corrispettivo di fognatura e depurazione anche e soprattutto per evitare inutili pagamenti e dispendi di energie per la successiva, forzata, restituzione.” Durante un vertice tra amministrazione comunale e Gori tenutasi nelle scorse settimane, infatti, si stabilì che le bollette potranno essere rateizzate; che chi non si serve della rete fognaria (magari usufruendo di pozzetti privati) e della depurazione, documentando questo stato di cose, può stralciare le rispettive quote; che le fasce deboli, sulla base del reddito Isee, saranno tutelate.
     

    Emergenza camorra, allarme del Ministro Maroni

     
    Emergenza camorra: Maroni, Casalesi infiltrati nelle istituzioni


     
    La serie di omicidi avvenuta nel
    casertano è dovuta alla volontà da parte dei Casalesi di
    evitare collaborazioni con la giustizia e dimostrare il loro
    predominio criminale nel´area. Lo ha detto il ministro
    dell´Interno, Roberto Maroni, nella sua informativa al Senato
    sui fatti di Castelvolturno (Caserta).
    "Dalla fine dello scorso anno - ha ricordato Maroni - il
    clan dei Casalesi ha subito contraccolpi sia per la scelta di
    alcuni componenti di collaborare, sia per il processo Spartacus
    che ha inflitto diverso ergastoli. Proprio la necessità di
    impedire le collaborazioni - ha aggiunto - potrebbe essere il
    movente della serie di omicidi dei mesi scorsi di persone che
    avevano denunciato estorsioni dei clan".
    Dopo l´arresto di Domenico Bidognetti, ha proseguito, "un
    gruppo di una decina di persone si è voluto ritagliare uno
    spazio senza dipendere dal vertice dei casalesi, con la volontà
    di esercitare il controllo su traffici di droga esercitati dagli
    immigrati africani". La loro strategia, ha osservato, "é
    quella di tentare di stroncare con azioni violente ed eclatanti
    i tentativi di opposizione al loro potere criminale".

    STRAGE E´ VERO E PROPRIO ATTO DI TERRORISMO
    "E´ significativo che la procura di
    Napoli ha deciso di contestare all´arrestato per la strage di
    Castelvolturno il reato di strage con finalità di terrorismo.
    Quello è stato un vero e proprio atto di terrorismo, per
    diffondere il terrore". Lo ha detto il ministro dell´Interno,
    Roberto Maroni, nella sua informativa al Senato sui fatti di
    Castelvolturno (Caserta).

    CASALESI INFILTRATI IN ECONOMIA E ISTITUZIONI
    Gli omicidi di Castelvolturno "sono
    maturati in un contesto socioambientale caratterizzato
    dall´influenza del clan dei Casalesi, in particolare di Domenico
    Bidognetti, oggi collaboratore di giustizia. Il clan ha
    un´elevata capacità collusiva nel tessuto economico ed
    istituzionale, gestisce il narcotaffico, il traffico di esseri
    umani, reati contro il patrimonio , estorsioni, contrabbando".
    Lo ha detto il ministro dell´Interno, Roberto Maroni, nella sua
    informativa al Senato sui fatti di Castelvolturno (Caserta).
    C´é inoltre, ha proseguito il ministro, "una forte presenza
    di immigrati a Castelvolturno, che è addirittura superiore alla
    popolazione residente".
     

    Camorra, è guerra civile li fermeremo

     

    «il parlamento rifletta sui domiciiliari»

     

    Camorra, Maroni in Senato:
    «È guerra civile, li fermeremo»

     

    Il ministro dell'Interno: «La strage di Castelvolturno è stato un atto di terrorismo»

    ROMA - La strage di Castelvolturno è stato un vero e proprio «atto di terrorismo». Ne è convinto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che nella sua informativa al Senato sui fatti avvenuti nel Casertano ha spiegato come il governo punti a «individuare gli autori della strage, catturare i latitanti ed espellere i clandestini». «C'è una guerra civile che la camorra ha dichiarato allo Stato cui lo Stato deve rispondere con fermezza, riappropriandosi del territorio» ha detto il titolare del Viminale.

    CASALESI INFILTRATI - Gli omicidi di Castelvolturno, ha spiegato Maroni in Senato, «sono maturati in un contesto socio-ambientale caratterizzato dall'influenza del clan dei Casalesi, in particolare di Domenico Bidognetti, oggi collaboratore di giustizia. Il clan ha un'elevata capacità collusiva nel tessuto economico ed istituzionale, gestisce il narcotraffico, il traffico di esseri umani, reati contro il patrimonio , estorsioni, contrabbando». C'è inoltre, ha proseguito il ministro, «una forte presenza di immigrati a Castelvolturno, che è addirittura superiore alla popolazione residente».

    DOMICILIARI - parlando al Senato Maroni è tornato anche sulle polemiche sollevate dal leader del Pd Walter Veltroni per il fatto che l'uomo arrestato, presunto autore della strage di Castelvolturno, fosse ai domiciliari. «Sulla vicenda di Alfonso Cesarano, l'uomo agli arresti domiciliari ritenuto uno degli autori della strage dello scorso 18 settembre - ha spiegato Maroni - ci sono state accuse ingenerose alle forze di polizia adombrando una mancanza di controllo nei confronti di questo spietato killer. Io do il pieno apprezzamento alle forze dell'ordine». «Nel solo Castelvolturno - ha aggiunto il ministro - sono 118 le persone ai domiciliari; è quindi evidente che la concessione di questi benefici ad un numero spropositato di persone rende difficile il controllo». «Invito dunque il Parlamento - ha proseguito Maroni - a studiare un'iniziativa per ridurre i domiciliare a chi è accusato di reati di mafia».

     

    Piano del governo contro l'emergenza a Napoli

     

    Camorra, 500 militari in zone emergenza

     

    Via libera del Consiglio dei ministri dopo la strage a Castelvolturno. Stretta sull'immigrazione

    ROMA - Cinquecento militari in Campania per tre mesi contro l'emergenza camorra. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all'invio dei soldati nelle zone di emergenza della criminalità organizzata. La decisione del governo, annunciata dal ministro dell'Interno Roberto Maroni durante una conferenza stampa al termine della riunione a Palazzo Chigi, arriva dopo la strage di immigrati nel Casertano. La maggioranza dei 500 militari saranno impiegati nel casertano. Potranno essere impiegati per tre mesi e con funzioni di «check point». Lo ha precisato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. «È - ha sottolineato La Russa - un contingente diverso da quello dei 3.000 in attività da agosto: nessun militare di pattugliamento o vigilanza viene spostato dai compiti che ha adesso».

    DOMICILIARI - Nella conferenza stampa al termine della riunione dell'esecutivo, il ministro dell'Interno si è detto «sconcertato» per le polemiche sull'arresto di uno dei presunti autori della strage di Castelvolturno da parte della sinistra e del segretario del Pd Walter Veltroni. Il leader dei democratici ha chiesto conto al governo dei motivi per cui sono stati concessi gli arresti domiciliari all'uomo. «È evidente a tutti - ha spiegato Maroni - che gli arresti domiciliari non li concede il governo, ma la magistratura. Bisogna intervenire ed evitare che la magistratura conceda i domiciliari a chi è accusato di associazione mafiosa».

    10 NUOVI CIE - Il Consiglio dei ministri ha approvato fra le altre cose un decreto legge che prevede stanziamenti per la realizzazione di dieci nuovi centri per l'identificazione ed espulsione (Cie) degli immigrati nelle Regioni che ne sono ancora sprovviste.«Faremo 10 nuovi centri di permanenza per immigrati, gli ex cpt. Li anticipiamo per l'aumento dei clandestini che abbiamo verificato nel 2007 e nel 2008. Con aumenti del 60%» ha detto Maroni. «Abbiamo inserito questo provvedimento nel dl per realizzare i centri velocemente - ha aggiunto - nelle dieci Regioni dove il decreto di espulsione non c'è».

    ASILO E RICONGIUGIMENTI - Sempre in tema di immigrazione, il Consiglio dei Ministri ha anche approvato definitivamente i due decreti legislativi sul diritto d'asilo e sui ricongiungimenti familiari. «Sui ricongiungimenti - ha spiegato il ministro Maroni - c'è una stretta». Il giro di vite del governo riguarda l'ingresso in Italia di coniuge, figli maggiorenni e genitori. «Si richiede la stipula, soprattutto per gli ultra-65enni, di un'assicurazione sanitaria», ha chiarito il titolare del Viminale. Maroni ha anche annunciato che il test del Dna per gli immigrati che chiedono il ricongiungimento familiare sarà a carico del richiedente. «Se l'autorità consolare non è in grado di accertare l'identità di chi fa domanda di asilo nel caso di parentela, il console richiede a chi chiede di entrare il test del Dna con spese a carico del richiedente», ha detto il responsabile del Viminale.

    September 20

    la camorra al NORD ESISTE. LEGGETE!

    Gomorra fronte del nord

     

    di Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi ( da L'Espresso)
     
     
    Bologna, Modena, Parma, Reggio: è la nuova terra di conquista dei casalesi. Il pentito Bidognetti descrive l'assalto camorrista. Con il gioco d'azzardo, il racket, l'ingresso nei cantieri. E con la sfida dei padrini campani a Felice Maniero: 'Fatti da parte'
     
     
    L'arresto di Francesco Schiavone detto 'Sandokan'
     
    Tra la via Emilia e il West, nella Modena cantata da Francesco Guccini, c'è gente che le pistole le usa davvero. "Gli interessi dell'organizzazione dei casalesi si estendono oltre la provincia di Caserta, anche ai territori dell'Emilia-Romagna, e in particolare alle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna. L'interesse dei casalesi e la loro presenza sul territorio inizia sin dalla fine degli anni Ottanta, ma in realtà molti miei concittadini, per motivi attinenti ad attività da loro prestate, in modo particolare nel settore edile, si trasferirono in Emilia già negli anni '70. Oggi si può dire che, vista la numerosa presenza di casalesi in quella zona, Modena e Reggio Emilia corrispondono a Casal di Principe e San Cipriano D'Aversa....".

    Domenico Bidognetti è stato un protagonista del romanzo criminale che in vent'anni ha portato i camorristi di tre paesini alla costruzione di un impero. Lui Gomorra l'ha vista crescere e prosperare. È cugino del padrino Francesco Bidognetti, quel Cicciotto 'e Mezzanotte che anche dal carcere ha dominato l'ascesa dei mafiosi campani. La sua collaborazione con i magistrati, che va avanti da un anno, sta svelando nuove dimensioni della conquista casalese. Partendo dall'occupazione di quelle province del Nord dove maggiore era la prospettiva di guadagno e minore il rischio di entrare in guerra con le cosche siciliane e calabresi, radicate in Lombardia e Piemonte: l'Emilia-Romagna, appunto, e parte del Veneto. Con il sogno proibito di mettere un piede a Milano, realizzando quell'assalto alla capitale morale già tentato da Raffaele Cutolo nei primi anni Ottanta.

    Giochi d'azzardo

    Il contagio avviene sempre partendo dai soldi. Prima le bische e gli investimenti immobiliari. Solo in una seconda fase si mettono sul tavolo le armi e la violenza per imporre il racket. Con un obiettivo strategico: entrare nel giro delle grandi opere, trasferendo sopra la linea gotica gli accordi con le aziende padane collaudati nei cantieri campani dell'Alta velocità. Si comincia quindi dall'industria dell'allegria. Bidognetti elenca night e ristoranti gestiti dagli affiliati, racconta della spartizione del territorio con i calabresi e con il boss del Brenta Felice Maniero, parla delle mazzette estorte ai costruttori Pizzarotti di Parma, in un'Emilia inedita in cui i camorristi sembrano muoversi come fossero a casa loro.
     


    Rivelazioni pagate a caro prezzo

    Il padre di Bidognetti è stato assassinato tre mesi fa. Lui invece è andato avanti. Le sue parole intersecano e completano anni di indagini della Procura antimafia di Napoli, che già hanno svelato la penetrazione della famiglia Zagaria a Parma. Ma anche l'altro collaboratore di giustizia, Gaetano Vassallo, fornisce retroscena illuminanti sui traffici di cocaina tra Riviera romagnola e Costa domiziana, completando l'affresco dell'arrembaggio malavitoso.

    Soldi facili

    La scoperta della terra promessa avviene secondo il modello classico: il soggiorno obbligato. Un capoclan spedito dai giudici a Modena fa di necessità virtù criminale: sfrutta le colonie di emigrati campani onesti per imporre il modello camorrista. "Accadeva tra l'89 e il '90. All'epoca noi ritenevamo questa zona molto sicura, una sorta di fortezza. Sui casalesi e i sanciprianesi residenti lì esercitavamo pressioni, quando eravamo a Modena o Reggio per latitanza o provvedimenti di natura giudiziaria". Domenico Bidognetti si trasferisce in Emilia una prima volta a 15 anni: è apprendista di una ditta casertana, ma dopo tre mesi torna indietro "perché mi sentivo sfruttato".
    Scopre così che ci sono soldi molto più facili. Le bische, ad esempio, e i videopoker che i casalesi decidono di gestire "in regime di monopolio". La rete che unisce Caserta, Modena e Reggio frutta oltre 200 milioni di lire al mese, che i boss venuti dal Sud non vogliono dividere con nessuno. "Venimmo a sapere che c'era un gruppo riconducibile a Felice Maniero e a un calabrese che volevano inserirsi in quell'attività. Decidemmo di incontrare il Maniero, e da Casal di Principe partì una squadra di notevole spessore criminale": una delegazione che somma diverse condanne all'ergastolo. Due auto con pezzi da novanta come i cugini Bidognetti, Raffaele e Giuseppe Diana e l'imprendibile latitante Antonio Iovine. "Nell'incontro imponemmo a Maniero di lasciar perdere. Quando tornammo, mio cugino Cicciotto commentò l'inutilità del loro intervento, dando del 'drogato' a Maniero". L'atteggiamento cambia nei confronti della 'ndrangheta. I padrini casertani si fanno più rispettosi e stringono patti. Le zone dove incassare il racket vengono divise in base alla provenienza: ognuno impone il pizzo a negozianti e ditte create in Emilia da emigrati della zona d'origine, riproducendo al Nord omertà e regole di casa. È una situazione paradossale: nella gogna finiscono imprenditori che avevano lasciato il Sud proprio per sfuggire alla prepotenza dei clan. Per i boss invece le spedizioni hanno parentesi felici: nei ristoranti e nei night emiliani non devono chiedere, tutto viene offerto, tutto è gratis. "Tirammo fuori solo una mancia per le ragazze che ci avevano intrattenuto...".
     


    Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere
     
     
    Caccia all'uomo

    Le faide si spostano spesso da Caserta al Nord. Bidognetti descrive inseguimenti nella nebbia e vendette incrociate lungo la direttrice dell'Autosole. C'è il pedinamento nel centro di Modena condotto durante i giorni di Natale: dopo lunghi appostamenti, il bersaglio viene sorpreso in una piazzetta, ma all'ultimo momento arriva un'auto e i killer rinunciano a colpire. Solo un rinvio: la condanna verrà poi eseguita ad Aversa. A Modena ci sono parenti fidati che custodiscono le armi e altri designati come autisti per la conoscenza dei luoghi. Ma al volante non si dimostrano all'altezza: uno degli agguati fallisce proprio perché la vittima riesce a seminare il commando. Le sentenze nascono anche da semplici sospetti. Uno degli ambasciatori delle famiglie si vanta di guidare senza patente e non temere i controlli della polizia. E due boss venuti da Caserta per incontrarlo vengono invece bloccati dagli agenti: quanto basta per qualificarlo come infame e decretarne l'esecuzione.
     


    La legge del clan

    Il pentito non lesina dettagli. Elenca i capi militari a cui era affidata la custodia del fronte Nord. "Nel 1995 Francesco 'Sandokan' Schiavone ci rappresentò la necessità di sottoporre a estorsione non solo i commercianti casertani, ma anche quelli non campani, come ad esempio gli emiliani. Per noi fu una novità: sino ad allora le estorsioni venivano praticate solo a danno di imprenditori che realizzavano grossi appalti". La richiesta è legata a un momento di grande crisi economica del clan, con le prime operazioni antimafia che avevano fatto finire in cella capi e gregari e quindi la necessità di mantenere le famiglie. Anche in questo caso c'è un'osmosi tra le attività campane e quelle emiliane. Le commesse pubbliche più importanti a Caserta andavano spesso a colossi del Nord, che poi accettavano la legge dei camorristi, concedendo quote di lavoro e mazzette cash. Il collaboratore ripercorre la storia della Pizzarotti di Parma, che scese a patti per la costruzione del nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere, destinato a custodire proprio i camorristi. Un appalto da 82 miliardi di lire, portato avanti dal '93 in poi, quando Mani Pulite aveva azzerato i cantieri settentrionali. A vincerlo è un consorzio guidato dalla celebre coop ravennate Cmc e dalla Pizzarotti. Gli emissari delle aziende emiliane e i loro geometri vennero intimiditi con schiaffi, percosse e pistole spianate. "Partecipai a una riunione con l'ingegnere della Pizzarotti per sollecitare i lavori che spettavano a una delle nostre ditte di fiducia". I boss ottengono un duplice vantaggio: denaro in nero, pagato attraverso giri di fatture false, e contratti leciti per entrare in una dimensione imprenditoriale.
     


    Scacco alle due torri

    "Anche a Bologna da tempo i casalesi hanno propri interessi economici". Bidognetti però sugli investimenti non sa essere più preciso: è un uomo d'azione, che ricorda tutto delle pistolettate, ma non ha amministrato capitali. Sul riciclaggio sotto le due torri gli investigatori lavorano da tempo nel segreto. Ma le indagini hanno già smantellato parte della rete creata a Parma dagli Zagaria, assieme ai Bidognetti e agli Schiavone la terza grande famiglia casalese: lì si erano uniti a immobiliaristi locali, trovando agganci nella politica cittadina e sfiorando il colpo grosso. Uno degli Zagaria riesce a incontrare Giovanni Bernini, leader emergente di Forza Italia e presidente uscente del consiglio comunale ma soprattutto consigliere dell'allora ministro Pietro Lunardi. Dalle intercettazioni emerge come la ricerca di un contatto con Lunardi e con i costruttori parmensi fosse quasi un'ossessione per gli Zagaria. Non è un caso. Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna scandiscono l'asse delle opere più
    importanti in ballo: l'Alta velocità, le tangenziali, le nuove corsie dell'autostrada. Un Eldorado di cantieri e subappalti che hanno tentato in tutti i modi di infiltrare. Finora non c'è prova che ci siano riusciti. Ma i padrini casertani contano sul fattore protezione: quasi tutti i colossi italiani hanno costruito nel territorio chiave tra Roma e Napoli. Dove avrebbero ricevuto dai casalesi servizi importanti: sicurezza, manodopera a basso costo e pace sindacale. Il tutto in cambio di subappalti, portati a termine con efficienza. Un contratto che molti manager settentrionali hanno trovato vantaggioso.
     
     

    La dama bianca

    In Romagna i casalesi scoprono anche delle professionalità innovative. Ne parla Gaetano Vassallo, 'il ministro dei rifiuti' della camorra, descrivendo l'ammirazione del clan per un narcos romagnolo, che apre una nuova rotta per i rifornimenti di cocaina dal Sudamerica. Un personaggio che viene subito ammesso nella cerchia che conta per la capacità di far entrare fiumi di droga attraverso tanti corrieri insospettabili: dieci chili a settimana, 40 al mese. Li chiamavano 'criature', ossia bambini. Ma l'amico della Romagna era anche in grado di fornire rifugi sicuri per i latitanti che volevano stare alla larga dalle retate e dai killer avversari. Quando il clima ad Aversa e a Casal di Principe si faceva teso, quale migliore esilio che il divertimentificio adriatico?
     
     

    SI E' COMPIUTO IL MIRACOLO DI SAN GENNARO

     

    NAPOLI: SI E' COMPIUTO IL MIRACOLO DI SAN GENNARO

     

    Napoli, 19 set. - (Adnkronos) - Si e' compiuto nel Duomo di Napoli il miracolo di San Gennaro. A dare l'annuncio dell'avvenuta liquefazione del sangue del patrono e' stato, alle 9.43, il vescovo, cardinale Crescenzio Sepe, le cui parole sono state accolte con un lungo applauso da parte dei tanti fedeli presenti, tra i quali il governatore della Campania Antonio Bassolino e il sindaco Rosa Russo Iervolino. E' stato proprio Sepe a precisare che il sangue di San Gennaro, ''seme di speranza'' e ''segno che nessuno mai potra' separarci dall'amore di Dio", era gia' sciolto quando le ampolle sono state estratte dalla cassaforte della Cappella del Tesoro. Il sangue prodigioso sara' offerto alla venerazione dei fedeli dalle 16 alle 18.30.

    Storia di San Gennaro

    San Gennaro

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    San Gennaro

    vescovo e martire
    Nascita Benevento, 272
    Morte Pozzuoli, 19 settembre 305?
    Venerato da Chiesa cattolica
    Beatificazione
    Canonizzazione
    Santuario principale Duomo di Napoli
    Ricorrenza 19 settembre
    Attributi abito vescovile, bastone pastorale, palma, ampolle contenenti il suo sangue, leoni del circo
    Patrono di Napoli, donatori di sangue, orafi
    Visita il progetto santi

    San Gennaro fu un vescovo cristiano, venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica. Patrono principale di Napoli, è tornato ad essere negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II patrono delle due Sicilie cioè del sud Italia .

     

    Storia

    Le fonti documentarie

    Sulla sua vita non si hanno notizie storicamente documentate.
    La sua storia è stata tramandata da opere agiografiche dove la realtà e la leggenda spesso si intrecciano e mescolano in un unico racconto, i cui elementi storici non sempre sono facilmente distinguibili. Le principali fonti cui si attinge sono:

    • gli "Atti Bolognesi" (di VI-VII secolo), più semplici e lineari, e forse più verosimili;
    • gli "Atti Vaticani" (di VIII-IX secolo), forse un rimaneggiamento del precedente ma arricchiti di vicende avventurose e favolose.

    Storia del santo

    Il fatto che portò alla consacrazione di Gennaro sarebbe avvenuto all'inizio del IV secolo, durante la persecuzione dei cristiani da parte dell'imperatore Diocleziano.

    Gennaro era il vescovo di Benevento e si recò insieme al lettore Desiderio ed al diacono Festo in visita ai fedeli a Pozzuoli. Il diacono di Miseno Sossio - già amico di Gennaro che lo era venuto a trovare in passato a Miseno per discutere di fede e leggi divine -, volendo recarsi ad assistere alla visita pastorale, fu invece arrestato lungo la strada per ordine del persecutore Dragonzio, governatore della Campania. Gennaro insieme a Festo e Desiderio si recarono allora in visita dal prigioniero, ma, avendo intercesso per la sua liberazione ed avendo fatto professione di fede cristiana, furono anche essi arrestati e da Dragonzio condannati ad essere sbranati dagli orsi nell'anfiteatro di Pozzuoli. Il giorno dopo, tuttavia, per l'assenza del governatore stesso, impegnato altrove, il supplizio fu sospeso. Dragonzio comandò allora che a Gennaro ed ai suoi compagni venisse troncata la testa. Condotti nei pressi del Forum Vulcani (l'attuale Solfatara di Pozzuoli), essi furono decapitati nell'anno 305. La stessa sorte toccò anche a Procolo, diacono della chiesa di Pozzuoli, ed ai due laici Eutichete e Acuzio che avevano osato criticare la sentenza di morte per i quattro. Gli Atti affermano che nel luogo del supplizio sorse una chiesa in ricordo del loro martirio, mentre il corpo di Gennaro sarebbe stato sepolto nell'Agro Marciano (Fuorigrotta ?) e solo successivamente traslato da un vescovo nelle Catacombe di San Gennaro.

    Negli Atti Vaticani, come detto, si narrano molti altri episodi mitici. I più conosciuti narrano di Gennaro e dei suoi compagni che si sarebbero recati a Nola dove avrebbero incontrato il perfido giudice Timoteo il quale, avendo sorpreso Gennaro mentre faceva proselitismo, lo avrebbe imprigionato e torturato. Ma poiché le tremende torture inflittegli non sortivano effetto, lo avrebbe infine gettato in una fornace ardente; una volta riaperta la fornace, non solo Gennaro vi uscì illeso e senza che neppure le sue vesti fossero state minimamente intaccate dal fuoco, ma le fiamme investirono i pagani venuti ad assistere al supplizio[1]. Caduto malato e nonostante che fosse guarito da Gennaro, Timoteo non mostrò alcuna gratitudine ma lo fece condurre all'anfiteatro di Pozzuoli affinché fosse sbranato dalle fiere.
    Per questi racconti è chiara la derivazione dalla Bibbia, in modo particolare dal Libro del profeta Daniele, a cui il redattore degli Atti si deve essere ispirato.

    Secondo la tradizione, subito dopo la decapitazione sarebbe stato conservato del sangue, come era abitudine a quel tempo, raccolto da una pia donna di nome Eusebia che lo racchiuse in due ampolle; esse sono divenute un attributo iconografico tipico di San Gennaro. Il racconto della pia donna è tuttavia recente, e compare pubblicato per la prima volta solo nel 1579, nel volume del canonico napoletano Paolo Regio su "Le vite de' sette Santi Protettori di Napoli".

    I vari ed interessanti testi agiografici (inni, carmi e lodi) in onore di San Gennaro e dei suoi compagni martiri, si possono consultare nella <Biblioteca Sanctorum> edita dalla Pontificia Università Lateranense nel 1965.

    La data

    Martirio di San Gennaro (di Girolamo Pesce - 1727)
    Martirio di San Gennaro
    (di Girolamo Pesce - 1727)

    Gli Atti Bolognesi indicano il 305 come l'anno del martirio.

    Documenti liturgici molto antichi, come il calendario cartaginese (redatto poco dopo il 505) ed il Martirologio Geronimiano di V secolo assegnano come data del martirio di Gennaro e dei suoi compagni il 19 settembre; indicano invece nel 13 aprile la data della prima traslazione dei resti del santo.
    Anche in un altro martirologio risalente all' VIII secolo, redatto dal monaco inglese Beda, il 19 settembre viene indicato come data del martirio.

    Nel calendario marmoreo di Napoli la data del 19 settembre viene indicata come "dies natalis" di San Gennaro.

    Tutte queste fonti, e numerose altre ancora, attestano che la venerazione per San Gennaro ha origini antichissime che risalgono all'epoca del suo martirio o al più tardi a quella della prima traslazione delle sue spoglie, avvenuta nel V secolo.

    Storia delle reliquie

    Le reliquie del santo furono trasportate dal re Giovanni I di Napoli nelle catacombe napoletane a Capodimonte che presero il nome del Santo, e qui furono centro di vivissimo culto.

    Di là il principe di Benevento Sicone, assediando la città di Napoli nel 831, ne approfittò per impossessarsi dei resti mortali che riportò nella sua città, sede episcopale. Le sante reliquie furono deposte nella Cattedrale - che allora si chiamava Santa Maria di Gerusalemme - ove restarono fino al 1154. In quell'anno infatti, considerando che la città di Benevento non era più sicura, il normanno Guglielmo I il Malo provvide affinché esse venissero traslate nell'Abbazia di Montevergine.

    A Montevergine però la devozione dei pellegrini che vi si recavano era rivolta soprattutto a San Guglielmo ed alla popolarissima icona bizantina della Madonna chiamata "Mamma Schiavona", sicché di San Gennaro si perse ben presto la memoria e addirittura la cognizione del suo luogo di sepoltura. A Napoli invece rimaneva vivissimo il culto per San Gennaro, anche per la presenza delle altre sue reliquie: il capo e le ampolle col suo sangue.

    Carlo II d'Angiò dopo aver fatto eseguire dai maestri orafi francesi Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d'Auxerre un preziosissimo busto-reliquiario in argento dorato per contenere la testa e le ampolle col sangue del santo, espose per la prima volta la reliquia alla pubblica venerazione nel 1305. Suo figlio Roberto d'Angiò invece fece realizzare la teca d'argento che custodisce le due ampolle del sangue. Tuttavia la liquefazione del sangue non è attestata prima del 17 agosto 1389, allorché il miracolo si compì durante una solenne processione intrapresa per una grave carestia.

    Reliquiario di San Gennaro nella Cappella del Succorpo
    Reliquiario di San Gennaro nella Cappella del Succorpo

    Quando a Montevergine per merito del cardinale Giovanni di Aragona furono ritrovate le ossa di San Gennaro, collocate al di sotto dell'altare maggiore, la potente famiglia dei Carafa si impegnò, grazie soprattutto all'interessamento del cardinale Oliviero e con il sostegno di suo fratello l'arcivescovo napoletano Alessandro Carafa, affinché le reliquie tornassero a Napoli, la qual cosa avvenne nel 1497[2], non senza l'opposizione da parte dei monaci di Montevergine. Come degno luogo per ospitarle, il cardinale Oliviero Carafa fece costruire nel Duomo di Napoli, al di sotto dell'altare maggiore, una cripta d'eccezione in puro stile rinascimentale: la Cappella del Succorpo.

    A seguito di una terribile pestilenza che imperversò a Napoli fra il 1526 ed il 1529, i napoletani fecero voto a San Gennaro di edificargli una nuova cappella all'interno del Duomo. Benché i lavori fossero iniziati solo nel 1608 e siano durati quasi quarant'anni, la sfolgorante e ricca Cappella del Tesoro di San Gennaro venne infine consacrata nel 1646. Al di sopra del suo splendido cancello realizzato da Cosimo Fanzago, figura l'iscrizione "Divo Ianuario e fame bello peste ac Vesaevi igne miri ope sanguinis erepta Neapolis civi patr. vindici" ("A San Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio, per virtù del suo sangue miracoloso, consacra").
    Nel 1633 la città di Napoli, sulla cappella del tesoro, nel suo Duomo scolpiva la sua riconoscenza con la seguente dedica: Divo Jannuario - Patriae, regnique praesentissimo tutelari - grata Neapolis.

    Il 25 febbraio 1964 il cardinale arcivescovo Alfonso Castaldo fece la ricognizione canonica delle venerate reliquie: "Le ossa furono trovate ben custodite, in un olla di forma ovoidale che reca incisa l'iscrizione calligrafica, Corpus Sancti Jannuarii Ben. E.P." [3].
    Una ricognizione scientifica eseguita il 7 marzo 1965 dal professore G. Lambertini stabilì che il personaggio a cui appartengono le ossa è da individuarsi in un uomo di età giovane (35 anni) di statura molto alta (m.1,90).[4]

     

    Il sangue di San Gennaro

     

    La reliquia

    Secondo la leggenda, il sangue di San Gennaro si sarebbe liquefatto per la prima volta ai tempi di Costantino, quando il vescovo San Severo (secondo altri fu il vescovo Cosimo) trasferì le spoglie del Santo dall'Agro Marciano, dove era stato sepolto, a Napoli. Durante il tragitto avrebbe incontrato la nutrice Eusebia con le ampolline del sangue del Santo: alla presenza della testa, il sangue nelle ampolle si sarebbe sciolto.[5]

    Di fatto, la prima notizia documentata dell'ampolla contenente la presunta reliquia del sangue di San Gennaro si ha soltanto nel 1389, come riportato nel Chronicon Siculum (ma dal testo si può dedurre che doveva avvenire già da molto tempo): nel corso delle manifestazioni per la festa dell'Assunta di quell'anno, vi fu l'esposizione pubblica delle ampolle contenenti il cosiddetto "sangue di san Gennaro". Il 17 agosto 1389 vi fu una grandissima processione per assistere al "miracolo": il liquido conservato nell'ampolla si era liquefatto "come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo del santo".
    La cronaca dell'evento sembra suggerire che il fenomeno si verificasse allora per la prima volta. Del resto, la Cronaca di Partenope, precedente di qualche anno (1382), pur parlando di diversi "miraculi" attribuiti alla potenza di san Gennaro, non menziona mai una reliquia di sangue del martire.

    Oggi le due ampolle, fissate all'interno di una piccola teca rotonda realizzata con una larga cornice in argento e provvista di un manico, sono conservate nel Duomo di Napoli. Delle due ampolle, una è riempita di 3/4, mentre l'altra più alta è semivuota poiché parte del suo contenuto fu sottratto da re Carlo III di Borbone che lo portò con sé in Spagna.
    Tre volte l'anno (il sabato precedente la prima domenica di maggio e negli otto giorni successivi; il 19 settembre e per tutta l'ottava delle celebrazioni in onore del patrono, ed il 16 dicembre), durante una solenne cerimonia religiosa guidata dall'arcivescovo, i fedeli accorrono per assistere al "miracolo della liquefazione del sangue di san Gennaro". La liquefazione del tessuto durante la cerimonia è ritenuto foriero di buoni auspici per la città; al contrario, si ritiene che la mancata liquefazione sia presagio di eventi fortemente negativi e drammatici per la città.

    Un analogo fenomeno, anch'esso ritenuto miracoloso, si suppone che avvenga anche a Pozzuoli, dove, nella chiesa di San Gennaro presso la Solfatara, su di una lastra marmorea su cui si afferma che Gennaro fosse stato decapitato e che sia impregnata del suo sangue, ancora oggi c'è chi sostiene che delle tracce rosse diventino di colore più intenso e trasuderebbero in concomitanza col miracolo più importante che avviene a Napoli.[6]

    Secondo studi recenti però sembra che la pietra sia in realtà il frammento di un altare paleocristiano di due secoli posteriore alla morte del martire sul quale vi siano depositate tracce di vernice rossa e di cera e che il tutto sia solo frutto di una suggestione collettiva.[7]

    Studi ed indagini scientifiche

    A seguito del Concilio Vaticano II la Chiesa decise di "depennare" alcuni santi dal calendario tra cui anche San Gennaro. Viste però le forti resistenze da parte della comunità napoletana ad abbandonare il culto del santo e delle sue reliquie si decise di mantenere la tradizione. La Chiesa precisò che lo scioglimento del sangue di San Gennaro non era un miracolo: tale evento venne definito come un fatto mirabolante ritenuto prodigioso dalla tradizione religiosa popolare, essendo impossibile, allo stato dell'attuale conoscenza dei fatti, un giudizio scientifico attestante la non spiegabilità scientifica del fenomeno della liquefazione [8](si ricorda, a tal proposito, che il giudizio di non spiegabilità scientifica della commissione medica dell'apposita congregazione vaticana è condizione necessaria perché del fatto sia ammesso il culto come "miracolo".) .

    Dal punto di vista degli studi scientifici una prima analisi spettroscopica sull'ampolla fu fatta dai proff. Sperindeo e Januario (25 settembre 1902) e rivelò lo spettro dell'ossiemoglobina[9].

    Tre ricercatori del CICAP (Luigi Garlaschelli, Franco Ramaccini, Sergio Della Sala) hanno fornito una prova scientifica sull'ottenibilità di uno "scioglimento" come quello che è alla base del cosiddetto "miracolo". Lo spirito dell'indagine del Cicap non è stato quello di indovinare esattamente la composizione della sostanza nell'ampolla, ma l'aver riprodotto i comportamenti più documentati della reliquia è servito a dimostrare che è possibile farlo e che era possibile anche all'epoca della sua comparsa, confutando così le affermazioni sull'irriproducibilità del suo comportamento o sull'impossibilità della scienza di spiegarlo.

    Il loro lavoro è stato pubblicato sulla rivista scientifica Nature ("Working bloody miracles"[10], 10 ottobre 1991). Nell'articolo si avanza l'ipotesi secondo cui all'origine del cosiddetto "miracolo di san Gennaro" vi sia il fenomeno noto come tissotropia, la proprietà di alcuni materiali (detti appunto tissotropici) di diventare più fluidi se sottoposti a una sollecitazione meccanica, come piccole scosse o vibrazioni, e di tornare allo stato precedente se lasciati indisturbati (un esempio di questa proprietà è la salsa ketchup, che si può mostrare in uno stato quasi solido fino a quando delle scosse non la fanno diventare d'un tratto molto più liquida). È sensato formulare l'ipotesi tissotropica poiché, durante la cerimonia che precede lo scioglimento del sangue di San Gennaro, il sacerdote agita e muove l'ampolla tenendola con le mani, come sostenuto da Franco Ramaccini, CICAP[11].

    I ricercatori hanno realizzato l'esperimento ottenendo una sostanza tissotropica, dal colore rosso sangue, col solo utilizzo di sostanze e materiali reperibili all'epoca a cui risalirebbero le ampolle (fine 1300):

    È importante precisare che il gel tissotropico ottenuto da Garlaschelli manteneva le sue proprietà tissotropiche per solo 2 anni [12], quindi resta ancora un mistero come il sangue di san Gennaro possa passare da stato solido a liquido da oltre 700 anni.

    All'indomani della pubblicazione dell'articolo del CICAP l'ufficio stampa della curia di Napoli replicò con la seguente domanda: «Già, ma perché allora nel maggio 1976 il sangue non si sciolse affatto, malgrado otto giorni di attesa?».

    In altre occasioni, al contrario, il fenomeno della liquefazione si era manifestato già prima dell'apertura della teca che custodisce le ampolle. Un analogo fenomeno avviene senza scuotimenti a Ravello in un'ampolla che contiene il sangue di San Pantaleone.

    Alcune recenti analisi spettroscopiche sostengono che nelle ampolle conservate nel Duomo di Napoli sia presente emoglobina umana, anche se una risposta chiara sulla natura della sostanza potrebbe essere data solo da un'analisi diretta. Il CICAP ha espresso perplessità sul metodo con cui tali analisi sono state condotte:

    « I risultati di quella spettroscopia non sono stati sottoposti al giudizio di referee di una rivista scientifica; la loro qualità, nella più favorevole delle ipotesi, richiede troppo il contributo dell'interpretazione di chi li osserva, per costituire un argomento convincente. Inesplicabilmente è stato impiegato uno spettrometro a prisma, invece di un moderno spettrometro elettronico. Più spettri, ottenuti a qualche minuto di distanza l'uno dall'altro vengono interpretati come rivelatori ognuno di un diverso derivato dell'emoglobina, e spiegati con un miracolo in progresso, mentre, si noti bene, la sostanza era da tempo in fase liquida, e non in liquefazione. »

    La Chiesa finora non ha consentito il prelievo del liquido sostenendo che un'analisi invasiva potrebbe arrecare danno sia alle ampolle che al liquido in esse contenuto.

    Busto-reliquiario di San Gennaro (epoca angioina) rivestito in occasione della processione alla Basilica di Santa Chiara
    Busto-reliquiario di San Gennaro (epoca angioina) rivestito in occasione della processione alla Basilica di Santa Chiara

    La Reale Cappella di San Gennaro

    Le reliquie ed il sangue di San Gennaro sono custodite nella Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro.

    Per approfondire, vedi la voce Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro.

    Museo del Tesoro di San Gennaro

    Il Tesoro di San Gennaro è composto da straordinari capolavori raccolti in sette secoli di donazioni di papi, re, imperatori, regnanti, uomini illustri, gente comune e facente parte di collezioni uniche e intatte grazie alla Deputazione della Cappella di San Gennaro, antica istituzione laica ancora esistente nata nel 1527 per un voto della città di Napoli. Oggi il tesoro è esposto nel Museo del Tesoro di San Gennaro.

     

    rivolta degli extracomunitari dopo la strage di camorra: sparati 130 proiettili

     

    Castelvolturno, rivolta degli immigrati
    dopo la strage di camorra

     

    Vetrine rotte e auto in mezzo alla strada: «Non siamo trafficanti di droga, questo è razzismo»

     

    CASTELVOLTURNO (Caserta) - Circa 130 proiettili esplosi da sei-sette sicari, a bordo di almeno un'auto e una moto. È questo lo scenario che gli investigatori hanno finora ricostruito dell'agguato in cui sono stati uccisi giovedì sera sei immigrati africani a Castelvolturno. Un volume di fuoco impressionante (a sparare sono stati un kalashnikov, una pistola calibro 9x21 e una 9x19), simile a quello impiegato nell'agguato di Baia Verde, sempre a Castelvolturno, vittima il gestore di una sala giochi, Antonio Celiento: in questo caso una sessantina i colpi esplosi. La quantità di proiettili usata in entrambi gli agguati è uno dei diversi elementi che fanno pensare a un solo gruppo di fuoco in azione: per averne la certezza occorrerà però attendere la perizia balistica. Gli inquirenti ritengono che, all'origine della strage degli immigrati, ci fosse una «spedizione punitiva» contro la sartoria, probabilmente un centro del traffico di stupefacenti. Per il momento non emergono piste diverse da quella del regolamento di conti.

    LA RIVOLTA - Nel frattempo, sale la rabbia a Castelvolturno: alcuni immigrati, bastoni in mano, hanno frantumato le vetrine di alcuni negozi e rivoltato auto in mezzo alla strada, distruggendo i vetri di altre vetture ferme. Il tutto davanti al luogo dove sono stati uccisi i sei stranieri. «Vogliamo giustizia - urlavano - non è vero che i nostri amici ammazzati spacciavano droga o erano camorristi. Sono state dette tutte cose false». Gli extracomunitari, soprattutto africani, puntano il dito contro chi li accusa di spacciare droga. «Noi siamo persone perbene, non è giusto che ogni volta che si parla di droga - dicono - siamo noi i colpevoli e questo solo perché è nero il colore della nostra pelle. Questo è razzismo». A un certo punto gli immigrati hanno iniziato a lanciare massi e oggetti pesanti contro la camionetta della polizia. La protesta è proseguita nel pomeriggio: gli immigrati hanno sradicato segnali stradali gridando «italiani bastardi».

    IL SINDACO - Preoccupato il sindaco di Castelvolturno. «Sono incontrollabili, temo qualcosa di grave» ha affermato Francesco Nuzzo, parlando al telefono, secondo quanto da lui stesso riferito, con il questore di Caserta, Carmelo Casabona. Il sindaco ha cercato di trattare con un gruppo di immigrati per fermare gli atti di vandalismo. A cercare di calmare gli animi sono anche alcuni stranieri che ai loro connazionali continuano a urlare: «Basta Basta».

    La rabbia degli immigrati (Ap)
    La rabbia degli immigrati (Ap)
    LE INDAGINI - Nel frattempo l'attenzione degli investigatori si concentra sulle 'nuove leve' del clan dei Casalesi, cinque-sei personaggi fautori di quella strategia stragista che sembra aver prevalso nel clan rispetto a quella dell'inabissamento scelta dai 'capi storici' dopo i colpi subiti. Si tratta delle stesse persone, tutte latitanti, ritenute responsabili di buona parte degli attentati avvenuti negli ultimi mesi: Francesco e Alessandro Cirillo, quest'ultimo detto 'O Sergente', Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia (detto 'O zuoppo'), Giuseppe Setola, Emilio Di Caterino. Gli investigatori riterrebbero che è tra loro che bisogna cercare chi ha sparato centinaia di colpi lungo la via Domiziana. Come è tra loro che va cercato il killer di Umberto Bidognetti, ucciso il 2 maggio scorso, colpevole solo di essere il padre del pentito Domenico. E sempre i sei latitanti sarebbero i responsabili dell'assassinio dell'imprenditore Domenico Noviello, colpito il 16 maggio con 22 colpi di pistola a Castelvolturno dopo aver denunciato i clan, e dell'uccisione di Michele Orsi, freddato il 1 giugno. Il gruppo che fa capo ad Alessandro Cirillo e Giuseppe Setola sarebbe anche responsabile del ferimento avvenuto il 30 maggio a Villaricca di Francesca Carrino, nipote di quella Anna Carrino compagna del boss Francesco Bidognetti, detto Cicciotto 'e Mezzanotte, che ha lanciato appelli contro la camorra e che con le sue rivelazioni ha consentito l'arresto di diversi esponenti della cosca. Il ragionamento che viene fatto da investigatori e inquirenti è che, presi questi latitanti, la scia di sangue potrebbe interrompersi. Ma non solo. Un ulteriore colpo, assestato questa volta ai leader emergenti e non ai capi storici, potrebbe rimescolare di nuovo le carte all'interno dell'organizzazione dei Casalesi.

    September 16

    premio per l'imprenditrice antiracket Silvana Fucito

     
    Lotta al racket, premiata Silvana Fucito a Napoli


     
    L´imprenditrice antiracket Silvana
    Fucito è tra i premiati della terza edizione del ´Premio
    Masaniello 2008´, in programma sabato 27 settembre a Napoli.
    L´iniziativa, di Luigi Rispoli e Umberto Franzese, si rinnova
    anche questo anno con l´appuntamento per il riconoscimento ai
    napoletani protagonisti. Il comitato promotore del Premio
    Masaniello è in questi giorni al lavoro per definire gli ultimi
    dettagli organizzativi e conferire nella serata conclusiva i
    premi dell´edizione 2008.
    "Quest´anno - spiega Luigi Rispoli, presidente del Comitato
    - abbiamo deciso di consegnare il premio al ´Valore Civile´ a
    Silvana Fucito, imprenditrice e Cavaliere della Repubblica,
    divenuta in questi anni simbolo della lotta al racket e alla
    camorra. E´ molto importante valorizzare chi nella nostra città
    ha saputo dimostrare di poter contrastare la criminalità
    organizzata ed il pizzo, anche a costo di mettere a rischio la
    propria vita. Questi per noi del Premio Masaniello sono i
    personaggi simbolo che la città deve prendere come
    esempio".

     

    passione Blog

    Blogolandia, la Rete dei blog a forma di stivale

    Alessia Grossi


    Blogolandia, network di urban blog

    Se non sei Marco Travaglio, Peter Gomez o Beppe Grillo e non vieni premiato per il tuo blog al Blogfest ma non vuoi nemmeno essere rappresentato in Rete da Travaglio, Gomez o Grillo puoi farti un blog da te per parlare dei guai che ti circondano, provare a pubblicizzare gli eventi che ti interessano. Questa «necessità» di informazione dal «basso» che invade la Rete è figlia del Web 2.0, cioè dell'idea di una rete collaborativa in cui ognuno dice la sua per dar vita ad un progetto, in questo caso il progetto è l'informazione condivisa.

    Ed è l'idea che sta alla base di Blogolandia, la Rete di blog d'informazione su base comunale nata da un  progetto di quattro specialisti del web. Massimo Boraso, Giorgio Soffiato, Rudy Bandiera e Bernardo Matè i quali - dato il successo mondiale dell'informazione in Internet vista dai «comuni mortali» - hanno messo su una piattaforma, un network, insomma, sotto cui riunire un'Italia virtuale con licenza "creative commons" cioè con diffusione libera di contenuti.

    Obiettivo di Blogolandia è quello di rendere più visibili le singole voci dei blogger che fanno informazione «locale», praticamente un franchising che offre la sua struttura correlata già di tutte le voci di cui necessità un blog urbano e mettere in contatto tra di loro i blogger comunali. Ogni blog ha il suo sindaco nonché fondatore del blog e i suoi assessori, coloro che dallo stesso comune si uniscono al progetto del primo cittadino virtuale.

    Da gennaio, da quando Blogolandia è attivo sono già 100 i blog comunali attivati da Alatri a Verderio Inferiore e «l'obiettivo - spiega Rudy Bandiera, coordinatore di Blogolandia, al «Bar Camp» del Festival del Copyleft di Arezzo - è quello di arrivare a 200 blog entro la fine dell'anno». L'idea - spiega Bandiera- è quella di aprire un Blog urbano in ognuno degli 8100 comuni d'Italia, dovunque ci siano blogger motivati a raccontare il proprio territorio. Questo perché - dice il co-fondatore - la comunicazione pubblica sul Web, quella fatta dalle Istituzioni Pubbliche non ha avuto un grande insuccesso proprio perché non coinvolge da «basso» i cittadini. Il vero successo del network dei comuni italiani però, per ora, non è ancora arrivato. Certo è che quello di Blogolandia è il primo progetto in Italia che prova ad unire i blogger non per aree di interesse ma per luogo di residenza. «Apartitico e apolitico» spiega Bandiera, non ha l'intento di essere un quotidiano online, semmai quello di sostituirsi «come informazione vera» alla comunicazione internet tradizionale.

    «Il rischio che un progetto del genere in Italia venga visto come un'iniziativa editoriale, al di là degli intenti di noi fondatori, esiste - ammette Bandiera. Potrebbe succedere a noi quello che è già accaduto ad altri blogger che si sono visti chiudere il blog perché ritenuto un sito di informazione che però veniva meno alle regole editoriali di Intenet. Per ora noi non abbiamo questo obiettivo» spiega Rudy Bandiera. Un'altra caratteristica attuale di Blogolandia è l'assenza della pubblicità. «Abbiamo voluto iniziare senza - racconta Bandiera - per dare l'idea della massima trasparenza. Poi si vedrà».

    Insomma per ora il futuro di una terra italiana dei blogger urbani si appoggia su quel tre per cento di blogger mondiali che vive nel nostro paese e che non ruota intorno alle piattaforme «famose» e non viene premiato al Blogfest.

     

    crisi Alitalia

     

    Cosa prevede l'accordo quadro


    Una nuova società composta da 12.500 dipendenti con un capitale iniziale di un miliardo di euro e un pareggio operativo previsto in poco più di 2 anni. Sono alcuni degli elementi del nuovo piano industriale 2009-2013 di Alitalia su cui sindacati (esclusi i rappresentanti di assistenti di volo e piloti) e governo hanno raggiunto un accordo quadro. Inoltre, l'intesa prevede che gli azionisti della nuova Alitalia si impegnino a mantenere le proprie azioni per 5 anni. Per quanto riguarda la flotta, si prevede il completo rinnovo e l'acquisizione di 60 nuovi aerei. Mentre sul network si punta a realizzare sinergie di mercato attraverso una partnership europea.

    Questi i principali contenuti dell'accordo.

    Personale La nuova Alitalia sarà composta da 12.500 dipendenti, mille in più di quanto previsto dal Piano Fenice. I nuovi dipendenti saranno 1.550 piloti, 3.300 assistenti di volo, 7.650 operai, impiegati, quadri e dirigenti. Cai procederà a selezionare le risorse umane in coerenza con le esigenze del nuovo progetto industriale e dei nuovi assetti organizzativi nonché con i criteri definiti da un'intesa tra le parti entro il 30 settembre 2008.

    Lock up 5 anni I soci Cai si impegnano a conservare le proprie partecipazioni nella società per un periodo di 5 anni, nel caso di quotazione in Borsa, comunque non prevedibile prima di 3 anni, si impegnano a mantenere la maggioranza assoluta (oltre 51%) del capitale ad azionisti italiani.

    Capitale La capitalizzazione iniziale sarà di almeno 1 miliardo. Il conseguimento del pareggio operativo è previsto in poco più di due anni.

    Flotta Il piano prevede il completo rinnovo della flotta, l'acquisizione di 60 nuovi aeromobili e un'adeguata flotta per il traffico di lungo raggio. L'assetto organizzativo sarà quello tipico di un'azienda integrata, incluse le attività di manutenzione e di handling. Secondo le parole del ministro Sacconi, «è stato preso l’impegno di dare continuità alle attività di manutenzione pesante e a quelle di trasporto merci, quelle cosiddette cargo, attraverso nuove società che saranno però guidate da nuovi gruppi imprenditoriali». In sostanza manutenzione e cargo saranno vendute, «però vi sarà la partecipazione della stessa nuova Alitalia».

    Network Si prevedono sinergie di mercato e di network conseguibili attraverso una partnership europea. Un ulteriore rafforzamento del network domestico e internazionale a presidio delle quote di mercato, in particolare dei competitors low cost. Sviluppo di ulteriori rotte intercontinentali.

    Mobilità e Cigs Per tutti i lavoratori per i quale si renda necessario intervenire con misure di sostegno al reddito saranno attivato attivati gli strumenti della cassa integrazione guadagni straordinaria e della mobilità. Le tutele saranno incrementate con una indennità idonea a far ottenere a ciascun lavoratore l'80% della retribuzione media percepita nei 12 mesi precedenti la collocazione in Cigs o in mobilità.
     

    IL CRAC LEHMAN

     

    E la crisi spinge McCain


    di Massimo Gaggi

    «E’troppo tardi anche per il panico», spiegava ieri mattina un analista alla riapertura di Wall Street. Ha avuto ragione: nel lunedì più drammatico della storia finanziaria americana, quello che poteva essere il giorno del naufragio, il mercato ha perduto molto (la Borsa ha ceduto oltre il 4%), ma non ha mai rischiato la rotta disordinata. Sepolto in fretta e furia nella notte il cadavere della Lehman Brothers, la gloriosa banca considerata fino a ieri un protagonista «immortale» di Wall Street, l’America ha evitato il meltdown, ma deve rassegnarsi alla perdita del suo scettro finanziario. Delle cinque grandi banche d’affari di Wall Street — i «titani» che si sentivano padroni del mondo—solo due rimangono oggi in piedi e con una loro autonomia: Goldman Sachs eMorgan Stanley.

    È la fine di un’era, ma nessuno ha ancora le idee chiare sui futuri assetti del mondo del credito. Hedge fund e società di venture capital hanno resistito alla crisi, ma restano ai margini del cantiere della ricostruzione. Al centro del sistema tornano i giganti bancari, con Citigroup ormai surclassato da JPMorgan-Chase (che ha assorbito Bear Stearns) e da Bank of America che ha attuato il «salvataggio preventivo» di Merrill Lynch. Ma è difficile credere che l’uomo del futuro possa essere Ken Lewis, incoronato ieri nuovo «re di Wall Street». Il 61enne banchiere del «profondo Sud» che, con una serie di acquisizioni, ha trasformato Bank of America in un colosso, è un imprenditore coraggioso, non certo un genio dell’innovazione. La mossa di Lewis — un banchiere politicamente impegnato in campo repubblicano—ha però dato una scossa positiva al mercato e ha consentito al ministro del Tesoro Henry Paulson di tenere duro sul «no» a nuovi salvataggi pubblici anche dopo il fallimento dei negoziati coi possibili acquirenti di Lehman. Paulson rischia molto, ma potrebbe aver fatto una scelta vincente. Sul piano finanziario e, dal punto di vista dei conservatori, anche su quello politico.

    Paulson ha costretto il sistema creditizio a non adagiarsi su una linea di occultamento e rinvio dei problemi come quella seguita negli anni ’90 dai banchieri giapponesi. Quella miopia costò al Paese asiatico un decennio di stagnazione. Stavolta la cura è più rude (demolisce banche, cancella migliaia di posti di lavoro, ridimensiona New York e le altre piazze finanziarie), ma può accelerare i tempi della ripresa. Quanto alla corsa per la Casa Bianca, chiudendo (per ora) la partita dei salvataggi fatti coi soldi del contribuente, il ministro di Bush ridà fiato — a 50 giorni dal voto—alla campagna elettorale di John McCain i cui continui richiami al liberismo economico e al mercato rischiavano di apparire velleitari davanti alle nazionalizzazioni «a tappeto » dell’amministrazione repubblicana uscente.

    L’economia dovrebbe avvantaggiare il democratico Barack Obama, molto più a suo agio del ticket repubblicano su questi temi. E gli errori di Bush sono una grossa zavorra per McCain. Eppure ieri è stato proprio il candidato repubblicano il più rapido e spregiudicato nell’afferrare il «pallino» del crollo di Lehman: un McCain insolitamente truce ha detto che da presidente «farà pulizia» a Wall Street e ha promesso agli americani che non consentirà più che si ripeta una crisi come quella attuale. Non ha detto come farà e ha totalmente ignorato le colpe di Bush, incapace di far funzionare le authority che dovevano garantire l’ordinato sviluppo dei mercati. Agli elettori inferociti per una crisi che sta riducendo il loro tenore di vita e distrugge posti di lavoro, il senatore dell’Arizona ha dato in pasto i finanzieri di New York, con la loro ricchezza ostentata e la loro arroganza: una ricostruzione volutamente grossolana nella quale chi investe e si occupa di finanza difficilmente potrà riconoscersi, ma che ha molta presa sull’America suburbana e sugli Stati lontani dalle coste dell’Atlantico e del Pacifico, il tradizionale serbatoio di voti dei conservatori.

    Tanto più che gli esperti economici repubblicani hanno cominciato a battere i talk show politici delle varie reti televisive sostenendo che i guai di Wall Street, certamente seri, non sono destinati necessariamente a ripercuotersi su «Main Street», cioè sulla vita di tutti i giorni dell’americano medio: lo proverebbe il fatto che mentre le Borse perdono quota e le banche vanno al tappeto, il prezzo della benzina e quelli dei prodotti alimentari scendono rapidamente, mentre anche i tassi d’interesse sembrano destinati a calare ancora. Un altro messaggio che «funziona»: basta non fare troppo caso al fatto che, con le banche in crisi di liquidità, di credito in giro se ne vede ben poco.