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July 31
Come forse non tutti sanno, il 23 luglio il parlamento ha votato il "lodo alfano" sul'immunità parlamentare. significa che quattro cittadini (presidente della repubblica, presidente del consiglio, presidente del senato e presidente della camera) non possono essere processati fin quando sono in carica, neanche per reati come omicidio, stupro, alto tradimento, corruzione.
Neanche se i reati sono stati commessi quando loro non erano ancora in politica.
La motivazione ufficiale e ipocrita è che le alte cariche dello stato devono poter lavorare in pace, senza essere 'disturbati' dalle indagini. lLa vera motivazione è che il nostro dittatore, Silvio Berlusconi, è indagato per corruzione e il processo sarebbe finito entro la fine di quest'anno. una condanna, anche se solo in primo grado, gli avrebbe impedito di realizzare il suo sogno, ossia diventare presidente della repubblica e fare i comodi suoi vita natural durante.
L'ipocrisia sta nel dire che una persona, anche se ha commesso dei reati, può comunque ricoprire un ruolo altissimo all'interno delle istituzioni italiane. al mio paese, una persona che ha commesso dei reati non è degno di occupare una poltrona così importante, altro che essere protetto per poter 'lavorare meglio'.
Ad ogni modo, in questi giorni berlusconi e i suoi picciotti hanno ripetuto ossessivamente che anche in altri paesi esistono leggi simili per proteggere le alte cariche dello stato. una marea di stronzate.
Siccome nessuno o quasi gli ha fatto notare la verità, vi vengo a scocciare inviandovi questo articolo di Repubblica dove viene analizzata la situazione caso per caso e si dimostra come tutte quelle dette sono ipocrisie e falsità. se qualcuno si sente indignato come lo sono io, diffonda questo articolo il più possibile, perchè avere un'informazione corretta diventa sempre più difficile.
Dossier dell'Ufficio studi del Senato con un'analisi comparata spiega Il Lodo Alfano 'è uno strumento eccezionale e unico nel mondo'
Immunità del premier 'Anomalia solo italiana'
di CLAUDIA FUSANI
'Un testo sobrio e ben calibrato nonchè in linea con le norme dialtri ordinamenti occidentali'. Così, ancora stamani durante ladiscussione generale nell'aula di Palazzo Madama sul lodo Alfano, ilministro della Giustizia Angelino Alfano motivava l'approvazionedell'immunità per le quattro più alte cariche dello Stato (presidentedella Repubblica, Presidente del Consiglio e presidenti delle dueCamere).
Ma non è così. Come dice poco dopo il senatore Luigi Li Gotti (Idv) lealtre democrazie prevedono un istituto di immunità 'solo per i capi diStato'. Quindi, commenta il senatore rivolto ai banchi del governo,della maggioranza e allo stesso Guardasigilli, 'dite sciocchezze quandoaffermate che questa norma ci allinea all'Europa. In realtà ciallontana'.
E' lo stesso Ufficio studi del Senato, nella brochure di circa duecentopagine che analizza la nuova legge, a mettere nero su bianco l'anomaliatutta italiana.
Si comincia con un doveroso cenno storico: 'Storicamente, la disciplinadell'immunità, a partire quanto meno dal Bill of rightsvotato dal parlamento inglese nel 1689 è dettata per tutelare ideputati contro le possibili persecuzioni da parte del potere esecutivoche all'epoca di identificava col sovrano'. Quindi, seguendol'evoluzione della storia, immunità come scudo di protezione per iparlamentari da parte di chi esercita il potere. I nostri padricostituenti quando nel 1948 introducono nella Carta l'istitutodell'immunità, lo fanno sotto la spinta antifascista per mettere alriparo il giovane parlamento repubblicano da una magistratura fino aqual momento totalmente sotto il regime.
Da questo presupposto deriva che, come si legge nella relazionedell'Ufficio studi del Senato, 'nelle Costituzioni dei paesi membridell'Unione europea e degli Stati Uniti, il capo del potere esecutivo ei ministri possono essere legalmente chiamati a rispondere delle loroazioni in sede penale e civile'. La Costituzione italiana già tutela'la funzione e gli atti ad essi correlati', i cosiddetti attifunzionali. Per il resto ogni potere - tutti i poteri - a cominciare daquelli del Presidente della Repubblica - incontrano il limite che per ifatti estranei all'esercizio delle funzioni vige il principio diuguaglianza: tutti uguali di fronte alla legge.
I capi di stato.Nell'ambito delle costituzioni europee la sospensione del procedimentopenale fino alla scadenza del mandato per gli atti penalmente rilevantie privi di rapporto con l'esercizio delle funzioni di Presidente dellarepubblica 'è prevista solo nella Costituzione greca (art.49), inquella portoghese (art.130) e in quella francese'. La Francia è unarepubblica presidenziale e quando nel 2007 fu introdotta l'immunità peril Presidente-premier, ci fu un dibattito furioso, si parlò di 'colpodi mano' e comunque fu necessaria una revisione costituzionale. Lamodifica non avvenne cioè, come in Italia e con le differenze tra i dueordinamenti, per via ordinaria in un batter di ciglia.
Nessuna immunità in Germania.La Repubblica federale di Germania (art.1, legge 1953) 'considera ilCancelliere e i ministri dell'esecutivo titolari di una funzionepubblica e applica ad essi la disciplina generale dei funzionari delpubblico impiego'. Cioè sono precessabili sempre e comunque secommettono qualche reato. Se i ministri sono anche membri del Bundestag, ilCancelliere e i membri del governo godono dell'immunità parlamentare,cioè la non perseguibilità ma solo per opinioni e voti espressi nelBundestag. Questo è già previsto anche in Italia.
Spagna, Regno Unito e altre monarchie.I reali godono dell'immunità assoluta. Così, soprattutto, i Borboni inSpagna e i Windsor nel Regno Unito. A loro le rispettive Costituzioniassicurano 'l'inviolabilità assoluta'. Ma, osserva il dossierdell'Ufficio studi, 'stiamo parlando di monarchie dove il capo delgoverno riveste una posizione costituzionale non dissimile da quelladei ministri' che sono regolarmente perseguibili.
In Spagna la Costituzione 'istituisce una riserva di foro speciale(sezione penale del Tribunale supremo) a garanzia del membro delgoverno posto in stato di accusa'.
In Gran Bretagna 'il premier e i membri del governo rispondonocivilmente e penalmente alla magistratura ordinaria di ogni loro azionecompiuta nell'esercizio delle funzioni di governo'.
Negli Usa, la legge è uguale per tutti.I padri fondatori americani non hanno avuti dubbi. E l'articolo II,sezione 4 della Carta prevede che 'il Presidente, il Vicepresidente eogni altro funzionario civile siano rimossi dall'ufficio ove, inseguito ad accusa mossa dal Congresso, risultino colpevoli ditradimento, concussione e altri gravi reati'. In poche parole laCostituzione americana non contiene alcun riferimento esplicitoall'immunità del Presidente, del Vicepresidente e dei titolari di altecariche pubbliche federali. Un paio di esempi: Clinton dovette spiegarepubblicamente i suoi rapporti con Monica Lewinsky; Nixon fu costrettoalle dimissioni dallo scandalo Watergate e poi sottoposto a processo.
Si legge nel documento dei cento costituzionalistiitaliani presentato al Quirinale: 'L'immunità temporanea per reaticomuni è prevista solo nelle costituzioni greca, portoghese,israeliana, francese con riferimento però solo al Presidente dellaRepubblica. Analoga immunità non è prevista per il Presidente delconsiglio e per i ministri in alcun ordinamento di democraziaparlamentare analogo al nostro'. Ecco: non si capisce perchè il ministro Guardasigilli ancora stamaniabbia ripetuto che il Lodo mette l'Italia in linea con le norme deglialtri paesi.
July 23
Bocciati a scuola gli attori di Gomorra
di Roberto Saviano
Dodici ragazzi che hanno recitato nel film hanno perso l'anno a scuola. E lo scrittore napoletano racconta quanto questi adolescenti fossero invece bravi, saggi e capaci di discernere tra il bene e il male
Hanno bocciato Totò e Simone e altri dieci ragazzini che hanno recitato in 'Arrevuoto'. E hanno recitato nel film 'Gomorra'. Sono stati attori nei teatri più famosi d'Italia. Hanno avuto i complimenti del presidente Napolitano che era andato a vederli alla prima al Teatro Mercadante e poi li aveva salutati uno per uno. Il presidente si era pure lasciato dipingere la faccia di nero da un pulcinella nervoso inserito nello spettacolo. Al Festival di Cannes, il più importante festival del cinema internazionale, hanno ottenuto uno dei tre premi maggiori: il Premio speciale della giuria. Eppure alla scuola media Carlo Levi di Scampia li hanno bocciati.
Per Cannes parto insieme a loro e tutta la troupe, tranne Matteo Garrone che è venuto da Roma con un furgone. L'aereo si riempie delle voci e delle grida di Totò e Simone, Marco e Ciro, e tutti gli altri ragazzi del film. Ma c'è un po' di ansia per il volo e di emozione per i giorni che ci attendono. Dopo l'atterraggio le nostre strade si dividono. Mi aspettano all'uscita dell'aereo gli uomini della scorta francese, due auto blindate e tre motociclisti: una cosa mai vista prima. Sono i corpi speciali, ansiosi di rimarcare subito che loro non accompagnano divi del cinema, stelle e stelline. "Questo lo fanno i poliziotti privati, noi no", mi dice il caposcorta tradotto da un altro poliziotto in uno strano napoletano, un napoletano con l'accento francese. "L'ho imparato ascoltando Pino Daniele", spiega e aggiunge che l'ha perfezionato facendo da interprete a Vincenzo Mazzarella, camorrista di San Giovanni a Teduccio, arrestato proprio a Cannes qualche tempo fa. Colgono l'occasione per ricordarmi che la città è amatissima dai mafiosi di mezzo mondo. Infatti non sembrano proprio tranquilli.
Pure Luigi Facchineri, un boss della 'ndrangheta, era stato qui dal 1987 sino al suo arresto nel 2002. Le mafie investono negli hotel, nei lidi, nei ristoranti, e rimpinzano di coca i nasi di villeggianti, turisti e gente del Festival di cui il Lido ora è gremito.
La mattina del nostro arrivo il popolo del Festival - munito di macchine fotografiche digitali, videocamere così piccole che stanno nel palmo di una mano e alla peggio di telefonini - è tutto concentrato su Harrison Ford che, come sanno tutti, è arrivato per presentare fuori concorso l'ultimo episodio della saga di Steven Spielberg. Io che lo vedo da vicino, penso: "Menomale non ci sono pure i ragazzi", anche se probabilmente loro non si esaltano per Indiana Jones come facevo io quando ero bambino. Harrison ha ormai una pancia pronunciata, è invecchiato parecchio anche in volto e a tutti quelli che lo avvicinano, lui si presenta come Indy. Fa quasi tenerezza, come quei Babbo Natale che entrano a pagamento nelle case esclamando: "Buon Natale e auguri, cari bambini!".
Ma anche se non incrociano Indiana Jones e non credono più a Babbo Natale da anni che sembrano una vita, i ragazzi di 'Gomorra' a Cannes sono su di giri forse più di quanto fossero da piccoli il giorno della Vigilia. Alla proiezione per i giornalisti parte il primo grande applauso e la conferenza stampa è affollatissima. Io dedico il successo a Domenico Noviello, l'imprenditore ucciso proprio mentre stavamo per partire, perché sette anni fa si era rifiutato di pagare un'estorsione ai clan dei Casalesi. Per quanto la cosa sia accolta bene, devo scacciare la sensazione che in tutto questo vi sia qualcosa di sbagliato e di assurdo. Fuori le moto della scorta dei corpi speciali francesi, gli agenti sempre in tensione e al contempo sempre pronti a ragguagliarmi su tutti i peggio personaggi delle peggiori organizzazioni criminali al mondo che investono e circolano per la Costa Azzurra. E io qui, di fronte alla crème della critica cinematografica internazionale, accanto a tutti quelli che hanno dato vita a questo film, inclusi i ragazzi di Montesanto e di Scampia. Quello che parla più di tutti è Ciro ribattezzato Pisellino da uno zio perché somiglia al bambino arrivato a Braccio di Ferro e Olivia con un pacco postale. Ha una maschera secolare, il suo viso pallido dal naso lungo riassume magrezze seicentesche, un Pulcinella o un santo dipinto da un pittore spagnolesco. Ciro è fruttivendolo alla Pignasecca, un mercato del centro storico. Un mestiere tosto, ti tocca svegliarti all'alba, ma lui è allegro, guadagna bene rispetto ai suoi coetanei e si tiene lontano da casini.
I giornalisti gli fanno delle domande a trabocchetto. "Se non avessi fatto il fruttivendolo?". E lui secco: "Avrei fatto il barista". "D'accordo, e se non avessi fatto nemmeno il barista?". Allora lui capisce dove vogliono arrivare. "No, no, vi sbagliate: io il camorrista mai! A parte i soldi, fai una vita orrenda. E poi mia madre sta ancora piangendo per avermi visto morto ammazzato nel film, figuratevi se succedeva veramente.".
Applausi Ciro e Marco - che sono anche più grandi - vengono dai quartieri popolari del centro storico, non da Scampia come Totò e Simone. Per loro la vita è un po' più facile: le vicende di famiglia che hanno alle spalle se non possono dirsi idilliache, sono almeno un po' meno pesanti. Invece per quei ragazzini di Scampia di 12 o 13 anni lo spettacolo tratto da Aristofane e da Alfred Jarry, e poi il film e il Festival di Cannes non dovevano essere soltanto vacanze di Natale da una vita che già alla loro età sembra segnata. No, era l'opportunità di provare a mettere i piedi in una vita fatta diversamente o almeno riuscire a immaginarsela possibile. Diceva Danilo Dolci: "Cresci soltanto se sei sognato". E mi viene in mente proprio la sua più bella poesia: 'Ciascuno cresce solo se sognato':
C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli passo per passo: forse c'è chi si sente soddisfatto così guidato.
C'è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo: c'è pure chi si sente soddisfatto essendo incoraggiato.
C'è pure chi educa, senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato.
Non li hanno sognati questi ragazzini. Eppure avevano fatto molto per mostrare, forse fuori dall'aula scolastica, il loro talento, gli elementi per sognarli in maniera diversa da come la vita ti determina in queste zone. Eppure li hanno bocciati. Non stiamo parlando di studenti modello. Non stiamo neanche parlando di scolaretti fermi nelle loro sedie che si impegnano e però non ce la fanno. Stiamo parlando di ragazzini spesso esagitati, che ti rispondono con un ghigno, che appena possono non si presentano in classe, che aizzano i compagni alle peggio cose. Ma questo è solo un aspetto. I professori che hanno bocciato Totò, Simone e gli altri perché non sono stati rispettosi delle regole e non hanno raggiunto gli obiettivi didattici, credono di aver agito per il bene della scuola e si sentono in pace con se stessi. Invece hanno fallito clamorosamente nel confrontarsi con quegli alunni e pure con l'offerta di un'educazione alternativa che hanno incontrato fuori dalla scuola. Forse perché non riescono ad accettare che questa possa essere venuta da qualcun'altro, forse perché ritengono intollerabile che fosse presentata pure sotto forma di qualcosa che è anche divertente e gratificante, di certo più divertente e gratificante che andare a scuola. Non si è mai visto che dei ragazzini difficili di un degradato comune di periferia, possano per due giorni stare accanto alle star, essere autorizzati a sentirsi un tantino come loro. Meglio bocciarli che rischiare che si montino la testa!
Le star a Cannes poi ovviamente non sono i ragazzi di 'Gomorra', ma nemmeno Emir Kusturica e neppure Catherine Deneuve. Qualche piccolo scatto, ancora meno autografi e nulla più. Anzi spesso se dietro a loro arriva qualche famoso attore hollywoodiano, qualcuno nella folla comincia fare gesti con la mano, secchi e inequivocabili, come a dire: su muovetevi, levatevi di torno, fatemi fare una foto soltanto con la vera star. Tony Servillo ci scherza sopra, elegantissimo sfila fuori dell'hotel mentre i fotografi zoomano per capire chi è arrivato. Ma lui stesso risponde: "Nun simme nisciun', che fotografate a fa', mo' mo' vedete che arriva Indiana Jones".
Nonostante la formula vincente del Festival consista nel premiare film d'autore prevalentemente non hollywoodiani e al contempo far arrivare da Los Angeles gli ultimi 'De', i soli per cui la gente si pesta i piedi, quasi tutti gli attori non americani sembrano risentirsi di essere considerati semplici professionisti e comuni mortali come gli altri. Per cui ha ragione Ciro quando a cena sostiene esaltatissimo che ora Monica Bellucci non potrà rifiutarsi di avvicinarsi a lui. È un attore e non un fan qualsiasi. Ora sono colleghi. E poi da Montesanto alla Pignasecca tutti gli hanno sempre detto che somiglia a Vincent Cassel. Il giorno dopo incrocia proprio Monica Bellucci. "Sai", le fa, "mi dicono che sono tale e quale a tuo marito". E Monica gli dà un bacio. Premiando la sua bravura come attore e forse pure la somiglianza col suo uomo.
Mi fa uno strano effetto essere a Cannes con tutti loro, deluso da quella che mi sembra una Riccione solo più cara, marcia e pretenziosa, contento di stare insieme con tanti ragazzi di Napoli, cosa che non mi capitava più da molto. Ma non ci sono più abituato e quando me ne accorgo, faccio fatica a continuare a scherzare, mi irrigidisco.
La mattina mi siedo a fare colazione nella hall dello storico, sontuosissimo Hotel Majestic, ma dietro i poliziotti francesi mi costringono a consumare tutto in fretta. Prendo una spremuta che costa 20 euro, incredibile. Una ragazza mi chiede se si può sedere, gli agenti la perquisiscono e io mi sento in imbarazzo, ma non parlando una parola di francese, non so come dirgli di lasciar perdere. Lei inizia a discutere del mio libro, a farmi varie domande e infine dice: "Se oggi non hai molto da fare passerei del tempo con te, basta che mi paghi il ritorno in taxi a Nizza, 800 euro". Al che capisco. "Hanno spostato Nizza in Corsica", rispondo, "visto che costa tanto?". Più tardi chiedo delucidazioni a un barista che ho scoperto essere mio paesano e la sua risposta è chiarissima: "Quelle che girano qui nella hall sono tutte mignotte". Ce ne sono di arrivate da tutto il mondo e viene malinconia a vederle avvicinarsi ai proprietari degli yacht che galleggiano sui moli. Sembrano figlie con i padri pigri e chiatti, inoltre sistematicamente piuttosto alticci. Questo è solo l'esempio più evidente di come a Cannes non riesca a trovare proprio nulla di elegante e chic, solo la stessa cafonaggine di altrove concentrata e elevata all'ennesima potenza.
E poi è tutto vagamente schizofrenico. Marco comincia a ripetere che gli manca Napoli che non sono passati neanche due giorni, però la nostalgia non conosce limiti né orologi, e per la cena dopo la proiezione ufficiale ci portano in una pizzeria di nome Vesuvio. Matteo Garrone è stanco e riesce solo a dirmi, "abbiamo fatto tanto per evitare il folklore ed eccoci qua, in tutta Cannes, dove dovevamo capitare". Quel che continuamente rimbalza nella mia testa per tutta la serata è "che ci faccio qui ?". I ragazzi del film sono fantastici, ma mi trattano come se fossi il loro datore di lavoro. Io col film c'entro pochissimo, eppure Marco non si convince e taglia corto "chi mi dà il pane mi diventa padre". Brindiamo al successo di 'Gomorra' e mi accorgo che sono forse più di due anni che non mi trovo più con tante persone intorno, risate, brindisi, gioia e allegria di tutti quanti insieme. Non sono nemmeno più abituato a sedermi a tavola e mangiare se non con la mia scorta. Avverto insieme un senso straziante di solitudine e la felicità di assistere a quella che manifestano gli altri, soprattutto i ragazzi cui non gliene frega nulla di essere alla pizzeria Vesuvio. Perché loro dagli applausi della mattina e soprattutto da quelli ricevuti poco prima, hanno ricevuto la conferma di aver fatto una cosa grande e oltre a esserne felici, ne sono giustamente fieri.
Ma tutto il lavoro fatto per anni da questi ragazzi prima col teatro e col film, per i loro professori non conta nulla. Loro non vedono nemmeno che questo significa imparare qualcosa, doversi concentrare, ascoltare, prendersi un impegno. Per loro sono solo dei guappettelli già mezzi criminali che recitano se stessi, sai che ci vuole! Non colgono che questo sia già un'opportunità di vedere se stessi e il loro quotidiano con un occhio esterno, un'occasione per entrare in contatto con le proprie risorse creative, e neppure che stanno dando un contributo alla cultura. Va bene per il mio libro, o che non conoscano o apprezzino la patafisica dell''Ubu Re' di Alfred Jarry, ma nemmeno 'Le nuvole' di Aristofane, una delle prime e più belle commedie della storia dell'uomo? Possibile che di tutta la grande pedagogia italiana da Maria Montessori a don Milani, ai maestri di strada come Marco Rossi Doria non sia rimasto proprio nulla?
Ed è per questo, per averli visti felici e orgogliosi, che la bocciatura di Totò, Simone e degli altri loro compagni mi mette addosso una rabbia che mi brucia. Un professore della Carlo Levi di Scampia mi ha confidato: "Hanno bocciato Totò, e questo in una scuola che non dovrebbe più bocciare né promuovere. Una scuola che si è arresa, là dove invece bisognava custodire la speranza. Hanno bocciato Salvatore e Simone addirittura all'esame di terza media. Questa è una scuola che sistematicamente sacrifica i più vivaci e intelligenti, i più irrequieti e imprevedibili". E mi vengono in mente le parole di don Milani circa la scuola dell'obbligo dove sostiene che "bocciare è come sparare nel mucchio".
Vivere (e scrivere) sotto scorta.
Dialogo a New York fra Rushdie e Saviano
di Mario Calabresi
Entrambi condannati a morte per quello che hanno scritto, i due autori dialogano sulla loro esistenza blindata. "La verità per vincere il Male"
SALMAN Rushdie, 60 anni, romanziere angloindiano, condannato a morte dall'Ayatollah Khomeini per aver scritto nel 1988 I versi satanici: più di dieci anni passati nascondendosi, viaggiando su auto blindate, con otto uomini di scorta.
Roberto Saviano, 28 anni, giornalista e scrittore napoletano, vive blindato da 19 mesi, cambiando continuamente domicilio da quando si è scoperto un progetto per eliminarlo del clan camorristico dei Casalesi. La sua colpa? Aver scritto il libro Gomorra, tradotto in 42 Paesi.
Salman Rushdie si avvicina a Roberto Saviano, gli sorride, si presenta, lo abbraccia e subito gli chiede: "Hai la scorta anche qui?". "Sì, me l'ha data l'Fbi: tutti agenti italoamericani si occupano di mafia e traffici internazionali". "Io invece non ho più la scorta, qui in America sono tornato ad essere un uomo libero".
“NY, l'incontro Saviano-Rushdie "Noi, scrittori sotto scorta..."”
Inizia così, con un incontro casuale in una casa privata, un lungo dialogo che parla di vite rubate, della paura, della solitudine, delle minacce, della libertà di scrivere e della speranza di recuperare una vita normale. Saviano ha un girocollo di lana blu, i jeans e le scarpe da tennis. Rushdie una giacca scura con un golf grigio e un paio di scarpe nere. Sono entrambi a New York per il Festival internazionale di letteratura PEN World Voices. I due parlano fitto come si conoscessero da tempo, si mettono in un angolo, come non volessero disturbare con le loro storie angosciose. In mezzo a loro una gallerista newyorkese, Valentina Castellani, che si trova a fare per caso da traduttrice.
Rushdie ha conosciuto Gomorra grazie a un suo amico napoletano, il pittore Francesco Clemente, e aveva mandato a Saviano una mail di solidarietà quando aveva saputo delle prime minacce.
È lui a dare il ritmo al dialogo, lo tempesta di domande, vuole capire se quel ragazzo che ha davanti sta ripetendo esattamente il suo calvario.
Saviano: "Alcuni hanno paragonato le nostre vite: un libro ci ha condannati a vivere sotto scorta, condannati a morte. Ma io vedo una differenza fondamentale tra noi: tu sei stato minacciato per il solo fatto di aver scritto, nel momento in cui hai pubblicato è arrivata la fatwa. Per me è stato diverso, quello che non mi hanno perdonato non è il libro ma il successo, il fatto che sia diventato un bestseller. Questo li ha disturbati e più la cosa diventa nota e più sono incazzati con me".
Rushdie: "No, invece penso che alla fine sia la stessa cosa, comunque ti hanno preso di mira perché hai scritto qualcosa che non volevano, che ha dato fastidio".
Poi però Rushdie si blocca, si incuriosisce, vuole sapere di più: "Ma perché, davvero all'inizio non hai avuto problemi?".
Saviano: "No. Se il libro fosse rimasto confinato al paese, a Napoli, alla mia realtà locale, allora gli andava anche bene, anzi, i camorristi se lo regalavano tra loro, contenti che si raccontassero le loro gesta. Avevano perfino cominciato a farne delle copie taroccate da vendere per la strada e un boss aveva rimesso le mani in un capitolo riscrivendosi alcune parti che lo riguardavano".
Rushdie si mette a ridere e dice: "Magnifica l'idea che un mafioso si metta a fare l'editing di un libro. Mi fa venire in mente una cosa incredibile che è accaduta al giornalista indiano Suketu Mehta. La prima volta che è tornato a Bombay, dopo aver scritto Maximum City, è stato chiamato dai gangster mafiosi di cui parla nel libro: volevano lamentarsi con lui perché gli aveva cambiato i nomi, mentre ai poliziotti aveva lasciato quelli originali. Insomma volevano apparire ed erano dispiaciuti di non poter essere facilmente identificati".
Saviano: "Poi però la cosa è cresciuta, si è cominciato a parlare del libro e questo ha cominciato a disturbarli. Perché fino ad allora non finivano mai sulla prima pagina dei giornali, neppure quando facevano massacri, e si sentivano tranquilli e riparati. Poi il libro ha risvegliato l'attenzione in tutta Italia e questo successo non mi è stato perdonato".
Rushdie: "E ora come vivi?".
Saviano: "Sempre sotto scorta dei carabinieri, cambio casa continuamente, non ho più un'esistenza normale".
Rushdie: "Hai problemi solo tu o anche la tua famiglia?".
Saviano: "La mia famiglia se n'è dovuta andare da casa e aver creato loro questi problemi mi pesa molto".
Rushdie: "Invece io sono stato l'unico ad aver avuto una vita blindata, la mia famiglia non è mai stata minacciata e ha continuato a vivere come prima, mia madre allora stava in Pakistan e nessuno le ha mai fatto nulla. Adesso viaggi sempre sotto scorta?".
Saviano: "Sì, in ogni momento, anche quando vado all'estero".
Rushdie: "Anch'io sono stato scortato in Italia e ricordo una paura terribile, i poliziotti avevano sempre la pistola in mano, guidavano come dei matti e io temevo che avremmo ammazzato qualcuno. La verità è che ad un certo punto non vivi più, sei prigioniero delle minacce, di chi tu vuole uccidere e di chi ti protegge. Non ti fanno fare più nulla e ti sembra di impazzire, non sei più padrone della tua vita".
Saviano: "A me i camorristi hanno detto: ti abbiamo chiuso nella bara senza averti ucciso. Però per me la scorta non è qualcosa che mi tiene prigioniero e isolato, ma è l'unico modo per permettermi di continuare a lavorare e a scrivere".
Rushdie: "Devi riprenderti la tua libertà. Ascoltami bene Roberto, non arriverà mai un giorno in cui un poliziotto o un giudice si prenderanno la responsabilità di dirti: è finita, sei un uomo libero, puoi andare tranquillo, uscire da solo. Non succederà mai, sarai tu a doverlo decidere".
Rushdie resta fermo in silenzio a fissarlo, vuole essere sicuro che tutto venga tradotto con cura, che il suo messaggio sia chiaro, poi ricomincia, quasi stesse dettando un decalogo di sopravvivenza: "La libertà sta nella tua testa. Io certe volte chiedevo di presentare un libro o di andare ad una conferenza ma non mi autorizzavano, dicevano che era troppo rischioso. Ma se io mi sentivo che si poteva fare allora combattevo come un leone finché non ottenevo di poterci andare. Devi riappropriarti della tua capacità di giudicare cosa puoi fare, del tuo fiuto, della tua sensibilità, non puoi appaltare tutta la tua vita ai poliziotti".
Poi si ferma di nuovo, ha paura di aver esagerato: "Mi raccomando, non ti sto dicendo di fare cose imprudenti o avventate, non ti dico di andare a metterti davanti ad una pistola, ma di recuperare una libertà di giudizio. Io l'ho recuperata venendo a vivere qui negli Stati Uniti. Ricordo le prime volte a New York, scendevo da solo in metropolitana, camminavo nel Parco, andavo ad un museo. Poi tornavo a Londra e avevo l'auto blindata e otto uomini di scorta e mi mancava l'aria".
Saviano: "Certe volte mi sono interrogato se ne è valsa la pena, se quello che sto pagando non è sproporzionato rispetto a un libro, soprattutto quando penso ai miei parenti, a quello che anche loro hanno passato e passano. Poi però non riesco a dirmi che non dovevo scriverlo e alla fine penso sempre che lo rifarei".
Rushdie: "Anche io ho sempre pensato che avrei riscritto I Versi Satanici. Ma perché il tuo libro ha dato più fastidio di altri, come te lo sei spiegato?".
Saviano: "Perché non è un saggio ma un racconto, è letteratura, e così ha raggiunto un pubblico molto più vasto, è stato letto da molta più gente e questo ha combinato il casino. Comunque se non riescono ad eliminarti cercano di sporcarti, di danneggiarti, di raccontare che sei un poco di buono, un'infame, che lo fai perché sei un fallito e un invidioso".
Rushdie: "È vero, è così: ti squalificano. Per anni hanno sostenuto che io avevo scritto finanziato da lobby ebraiche, che ero il diavolo, un impostore, il male. Questa predicazione ha fatto proseliti: ci sono intere aree del mondo musulmano dove non posso andare o dove non potrei mai parlare perché ormai il pregiudizio contro di me è talmente radicato che non c'è più nulla da fare. Ma non possiamo mollare, bisogna andare avanti, continuare a scrivere, continuare a vivere".
Saviano: "È quello che sto cercando di fare, ma certe volte è dura, vedi le calunnie e le minacce e fai fatica a pensare ad altro".
Rushdie: "Potrai perdere oggi, potrai perdere per 30 anni ma alla fine vincerai tu, perché la verità alla fine vince sempre. Ricordati: la letteratura non è una cosa di oggi ma, come diceva Italo Calvino, è una cosa di tempi lunghi e su quelli si misurano le cose nella vita".
Saviano abbassa la voce: "Vorrei farti una domanda forse un po' ingenua: ma pensi che la letteratura possa davvero disturbare il potere?".
Rushdie: "Assolutamente sì, continuo a crederci. Guarda con quanta attenzione i regimi controllano la letteratura e gli scrittori, pensa a come vigilavano in Unione Sovietica e ne avrai la prova".
Rushdie: "Stai scrivendo qualcosa di nuovo?".
Saviano: "Sì, un altro libro ma non sulla camorra".
Rushdie: "Bravo, continua a scrivere e scrivi anche di altro, anch'io ho fatto così, anche questo è un modo per non restare prigionieri. Devi recuperare una vita che non sia tutta legata a Gomorra. E poi dovresti venire a stare un po' a New York, qui mi sono sempre sentito molto più libero che in Europa. Qui non potrebbe mai accadere che uno scrittore venga minacciato per un libro, forse perché in America nessuno pensa che la letteratura possa avere questo potere".
È ormai tardi, si salutano. Rushdie: "Verrò a trovarti a Napoli il prossimo anno, ci sarà una mostra di Clemente e ci sarò sicuramente".
Poi scendono insieme, in ascensore si aggiunge il romanziere inglese Ian McEwan. Quando escono dal portone Rushdie vede gli uomini dell'Fbi e allora, divertito, dice a Saviano: "Lascia a me e a Ian l'onore di scortarti fino alla macchina". Poi, prima di chiudergli la portiera, gli ripete: "Roberto abbi cura di te, sii prudente, ma riprenditi la tua vita e ricordati che la libertà è nella tua testa".
L'auto blindata dei federali parte veloce. Rushdie, da solo, si mette a camminare nella notte lungo il Central Park.
Tra padrini e dittatori
Colloquio tra Roberto Saviano e Luis Moreno-Ocampo
Le tirannie e le mafie, la globalità dei traffici e i limiti delle autorità statali. Lo scrittore di 'Gomorra' incontra il procuratore internazionale, l'uomo che processò i generali argentini e ora persegue i genocidi.
In comune hanno il ricordo di una giornata speciale. Era martedì 3 luglio 1990.
Luis Moreno-Ocampo, il primo procuratore internazionale che persegue in tutto il pianeta i crimini contro l'umanità, aveva appena concluso il suo processo più importante. Aveva fatto condannare la giunta militare che si era impadronita del suo Paese dominandolo con l'orrore dei desaparecidos. Ma quel giorno come tutti i suoi connazionali pensava solo a tifare l'Argentina, scesa in campo contro l'Italia per la semifinale mondiale.
Dall'altro lato dell'Oceano, Roberto Saviano era un ragazzino che accanto al padre guardava la stessa partita. E come tutti i napoletani non tifava per gli azzurri, ma per Diego Armando Maradona. L'uomo con la maglia numero dieci è ancora oggi una figura leggendaria per lo scrittore campano. Per Moreno-Ocampo è stato il cliente più speciale dello studio legale che aveva aperto dopo il processo ai dittatori di Buenos Aires e prima delle inchieste sui massacratori africani: "Muoversi con lui era incredibile: c'erano folle che accorrevano per venerarlo. I poliziotti che dovevano arrestarlo, persino i magistrati chiamati a giudicarlo imploravano un autografo. A lui si perdonava tutto: persino il papa lo ha salutato dicendo 'Sono un suo tifoso'". "A Napoli era la stessa cosa", gli fa eco Saviano: "E anche adesso quando torna viene sempre accolto come un idolo". Moreno-Ocampo scuote la testa: "Semplicemente incredibile, pensare che era un bambino affamato. Poi è stato travolto dalla fama: ha perso il senso del limite".
Tutto l'attività del procuratore argentino è segnata da persone che hanno perso il senso del limite. Gli ufficiali argentini che hanno fatto sparire migliaia di oppositori; i tiranni che in Congo e in Uganda usano lo stupro come arma di massa o che in queste ore continuano a rendere il Darfur "una gigantesca scena del crimine".
E lui? Il primo procuratore con competenza planetaria, a cui si rivolgono le vittime più deboli, a cui viene chiesto di punire i governi e persino di valutare la legittimità 'dell'invasione anglo-americana dell'Iraq', non teme mai di perdere il senso del limite? Non ha mai la tentazione di abbandonare i vincoli del codice per assumere un ruolo politico in nome della giustizia? "Bisogna seguire il mandato e non uscirne mai fuori", spiega: "Quando cinque anni fa sono stato eletto in questo incarico, ho subito venduto il mio studio legale e ho rinunciato all'insegnamento ad Harvard: non solo dovevo essere indipendente, ma dovevo anche mostrare di non potere venire influenzato. La mia forza sta nella mia reputazione. Se tu segui la legge, se tu non esci dal mandato, allora sei rispettato, allora hai il consenso. E questo in soli cinque anni ha permesso alla Corte penale internazionale di raggiungere obiettivi che erano impensabili. Ma se ti lasci condizionare dall'agenda politica, allora sei morto".
Saviano porta subito la conversazione su un piano letterario: "Come ci si sente a giudicare i governi? Che sensazione prova un uomo di legge mentre non si misura con una piccola cosa, ma si trova in qualche modo a mettere sotto processo la storia"? "Dos feelings", Moreno-Ocampo abbandona istintivamente l'inglese della burocrazia Onu e passa al castigliano, più vicino a quella "madre patria" che sente di condividere con la Napoli dello scrittore: "Hai il privilegio di potere aiutare milioni di vittime, puoi contribuire a fermare violenze di dimensioni epocali. E sai che non stai lavorando per una singola nazione ma per il mondo intero: stai contribuendo a fondare le istituzioni di una nuova era. È una sensazione meravigliosa: lavorare per costruire il futuro".
"Ma il problema mafioso potrebbe essere affrontato con questi metodi? Non si tratta forse di una minaccia globalizzata che coinvolge l'intero pianeta", lo incalza Saviano.Il tema è quello di 'Gomorra', l'impero economico che unisce traffici globali e sfugge alle giustizie nazionali. "È proprio quello di cui sono venuto a parlare qui a Roma: la Banca mondiale sta discutendo di come le istituzioni finanziarie possano affrontare sfide globali. Il paradosso è proprio questo: noi abbiamo polizie nazionali e magistrati nazionali mentre i criminali sono internazionali. Quando ho cominciato le mie indagini per l'Onu, mi hanno segnalato che le armi per i massacri in Ituri, una regione del Congo, venivano fornite dalla mafia ucraina.
Allora mi sono rivolto all'Europol, chiedendo notizie. Loro mi hanno risposto stupiti: sappiamo tutto dei padrini ucraini, ma ignoravamo che operassero in Africa. Perché Europol è una realtà potente ma concentrata sull'Europa e gli sfugge che invece le cosche si sono radicate altrove. O quando un giudice spagnolo ha ricostruito i voli degli aerei dei narcos: decollavano dalla Colombia portando cocaina in Spagna, poi ripartivano verso Ituri con i kalashnikov per le milizie. È chiaro che questa dimensione richiede istituzioni globali. La Corte è un primo passo, in cui molti stati hanno rinunciato alla sovranità nazionale pur limitando il mandato ai crimini contro l'umanità e ai genocidi. Ma segna la nascita di un nuovo modo di fronteggiare la globalizzazione dei reati".
"E quindi la Corte dell'Onu potrebbe occuparsi di una figura come Salvatore Mancuso? Un personaggio che in Colombia è sia terrorista che narcotrafficante: con i suoi squadroni della morte ha commesso omicidi su larga scala...". Il procuratore non la scia finire la domanda a Saviano: "Sì, che probabilmente possono essere definiti crimini contro l'umanità. E infatti quello è un dossier preliminare che abbiamo aperto: stiamo esaminando gli elementi per capire se rientra nella nostra competenza. Sono stato in Colombia, ho incontrato le autorità, le vittime, i magistrati. Prima di procedere vogliamo capire se c'era qualcuno più in alto di lui. E quale rete dall'estero ha aiutato sia lui sia la guerriglia delle Farc".
"E Fidel Castro?", insiste Saviano: "Un giorno potrebbe essere chiamato davanti alla vostra Corte?" "No. Niente Cuba, niente Iraq, niente Libano, niente Israele. Noi possiamo intervenire solo nei 106 paesi che hanno ratificato il Trattato di Roma. O nei confronti di organismi di queste nazioni. Ad esempio siamo stati chiamati a valutare la legittimità dell'azione militare britannica in Iraq, ma abbiamo ritenuto che non ci fossero i presupposti per procedere. La nostra sola esistenza però diventa un elemento di dissuasione e di prevenzione anche nei confronti degli eserciti. È una nuova era del diritto", ripete Moreno-Ocampo.
Il procuratore sa che più dei tiranni, la Corte ha un nemico giurato: gli Stati Uniti, che in tutti i modi cercano di contrastarla. In passato Barack Obama è stato l'unico politico americano a mostrare un'apertura. Ma appare difficile che la linea di Washington cambi. "Una nuova era richiede pazienza. Penso che nel giro di cinquant'anni tutti i paesi aderiranno. La legge riduce il potere: il nostro lavoro interessa soprattutto i paesi deboli o a chi si è trovato a esserlo nel passato. Africa, Europa, Sud America sono con noi. Il Darfur però sta aprendo una fase nuova e la necessità di fermare la strage sta creando un clima diverso intorno alla Corte: troviamo sostegno anche tra le nazioni non aderenti".
Per i massacri nel sud del Sudan sono stati appena accusati un ministro in carica e il capo dei Janjaweed, i 'diavoli sterminatori'. Ma le potenze continuano a cercare di usare la Corte per i loro disegni. "Sul Darfur un'ambasciata contattò uno dei miei collaboratori: 'Sappiamo che volete incriminare un ministro, non basta: dovete andare più in alto'. Poi dopo poche ore la stessa ambasciata lo ha richiamato: 'Fermatevi! Abbiamo saputo che stanno negoziando, non fate nulla'. Noi invece non ci facciamo condizionare".
L'aspetto che più colpisce Saviano è la capacità di trasformare la voce di chi viene ignorato: rendere i racconti delle vittime prove contro i carnefici. "Ricordo che la testimonianza di una ragazza che era stata stuprata in Uganda proseguì per tre giorni", risponde Moreno-Ocampo: "Alla fine lei scoppiò in lacrime. Noi eravamo preoccupati, temevamo di averla sottoposta a una pressione eccessiva con l'interrogatorio: 'Scusaci, ti abbiamo costretto a ricordare per poterli punire. Non volevamo farti male, non piangere'. 'No', ci rispose, 'piango perché questa è la prima volta che qualcuno mi dà ascolto'".
La parola che mette alle corde i criminali. In fondo, è la metafora di 'Gomorra': romanzo che più di ogni atto giudiziario si è trasformato in arma contro l'ultima delle mafie. "Perché è il numero dei lettori che lo rende tale, li trasforma in protagonisti", spiega lo scrittore. Fuori ci sono i carabinieri che lo circondano. Il procuratore che accusa governi e despoti invece non ha scorta, si muove in taxi e dorme a Roma in un hotel senza lussi. Sa cosa significa vivere nella minaccia: la protezione di Saviano lo riporta agli anni blindati dell'inchiesta sui generali argentini. E concorda con la sua analisi: "Dittatori militari e padrini, signori della guerra e boss sono uniti da due elementi. Pianificano crimini organizzati, seppur di dimensioni diverse.
E vogliono controllare la loro immagine. Amano che si parli di loro, ma non perdonano chi svela i meccanismi del loro potere: rispettano gli inquirenti, odiano i testimoni". Difendere i testimoni è una delle missioni più difficili, ai limiti dell'impossibile in Africa occidentale: "Una volta avevamo portato le persone che accusavano il senatore Bemba in una cittadina sicura. Poi le milizie l'hanno occupata con un blitz e noi abbiamo sudato freddo per portarli in salvo. Il dilemma più grande lo abbiamo avuto in un campo profughi: i testimoni erano gli insegnanti dell'unica scuola, portandoli via avremmo privato tutti i bambini della speranza di alfabetizzazione. Abbiamo dovuto scegliere tra giustizia ed educazione". "Ma lei", conclude Saviano, "non sente mai di stare scrivendo la storia?". "A 32 anni avevo già incriminato la giunta argentina. Pensavo: ok, ho finito il mio lavoro, ora posso fare quello che voglio. Poi a 50 anni c'è stato questo incarico. Mi sono detto: costruire questa corte adesso è responsabilità tua. Eccomi qui".
A Buenos Aires ha portato sul banco degli imputati nove generali e tre ex capi di Stato; a L'Aja ha accusato 11 criminali di massa. Nessuno aveva fatto tanto dai giorni di Norimberga. Lui ci scherza su, ma non troppo: "Ho ancora quattro anni prima di chiudere l'incarico, datemi tempo...".
La ricetta dell'efficienza
di Michele Salvati
In Italia si sovrappongono, e sovrapponendosi si aggravano, due grandi problemi. Un problema ormai vecchio: da più di dieci anni la nostra economia quasi non cresce e quasi non cresce la produttività, il prodotto per occupato, una delle due fonti (l'altra è l'occupazione) della crescita del reddito. E un problema più recente, ma che minaccia di durare a lungo: i prezzi del petrolio, dei prodotti agricoli e di gran parte delle materie prime sono aumentati vertiginosamente e questo implica, per un Paese che non produce queste merci, un forte trasferimento di risorse all'estero. Non è una bella notizia per famiglie già provate da una scarsa crescita dei loro redditi, in larga misura dovuta al primo dei problemi che ho ricordato. E non è una bella notizia per il governo, il quale deve convincere queste famiglie che stringere la cinghia è necessario e che sta attivando tutte le misure per farla stringere il meno possibile, specie per coloro che già ce l'hanno stretta. Partiamo dal secondo problema, il più semplice (si fa per dire). Dobbiamo far fronte al rincaro di importazioni indispensabili alle famiglie e alle imprese con maggiori beni prodotti ed esportati, e/o con minori consumi e importazioni: tutto qui. Vie illusorie per addolcire la pillola ci sono: le abbiamo tentate sia dopo il primo che dopo il secondo shock petrolifero del secolo scorso, tra la metà degli anni 70 e i primi 80 (rafforzamento della scala mobile e crescita del disavanzo pubblico), ma hanno prodotto disastri. L'unico addolcimento possibile, anche se costoso, è una forte riduzione delle imposte sui redditi da lavoro più bassi, integrato da misure di welfare per «incapienti» (per soggetti così poveri che non pagano tasse) un po' più serie della social card, i 200 euro che il governo si propone di trasferire quest'anno ai pensionati a basso reddito. Addolcimento costoso, dicevo: se si vogliono mantenere gli attuali livelli di spesa pubblica e non accrescere il disavanzo, bisogna aumentare le tasse da qualche altra parte. Oppure, misura ottimale ma politicamente ancor più difficile, bisogna tagliare seriamente la spesa pubblica. Di fronte a questi costi e difficoltà il governo ha deciso di non far nulla: la pillola per i più poveri resta amara.
Tutto sarebbe più semplice se la nostra economia si trovasse da tempo, e stabilmente, su un ritmo di crescita più sostenuto, invece di ristagnare, e qui torniamo al primo dei problemi che ho ricordato. Spero che gli ultimi interventi della Banca d'Italia (il Bollettino appena pubblicato, la relazione del Governatore all'assemblea dell'Abi, la sua audizione sul Dpef in Parlamento) abbiano convinto anche coloro che manifestano maggiore ottimismo sulle capacità di crescita autonoma dell'economia italiana che è necessario intervenire, e seriamente. È vero, c'è un pezzo importante di industria italiana che ha reagito alle sfide della concorrenza, che compete, produce ed esporta. Ma anche nell'industria è un pezzo limitato. E poi ci sono i settori protetti dalla concorrenza, nell'industria e nel terziario. E poi c'è quasi l'intero settore pubblico, che non è in grado di fornire a imprese e famiglie servizi essenziali.
Insomma, il pezzo del sistema Italia che funziona è troppo piccolo per sostenere la crescita di un Paese così grande e non desta meraviglia che i dati d'insieme per il prodotto e la produttività siano così deludenti. L'intero sistema dev'essere esposto allo stimolo della concorrenza, laddove è possibile, e a una cura drastica di efficienza, laddove possibile non è, come non lo è in gran parte del settore pubblico. Cosa che non soltanto è politicamente costosa, ma ha anche rendimenti molto differiti, che difficilmente possono essere incassati dal governo in carica.
Il governo ha messo in tavola le sue carte, non certo entusiasmanti. Questo dovrebbe facilitare il compito di una buona opposizione che, al di là delle critiche a singoli provvedimenti (dall'Alitalia alla Robin Tax, dalla social card ad altre misure criticabili) dovrebbe concentrarsi sui due grandi problemi cui ho accennato in questo articolo.
Come difendere i cittadini meno abbienti dal necessario rincaro dei beni e servizi che incorporano materie prime importate, senza provocare rincorse inflazionistiche o disavanzi pubblici, ma anzi riducendo la pressione fiscale. E come stimolare concorrenza ed efficienza ovunque, nei settori privati e in quelli pubblici, premessa indispensabile per una ripresa della crescita. Insomma, che cosa farebbe l'opposizione, in concreto, se fosse al governo?
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