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    June 25

    il mio blog momentaneamente sospeso causa studio!

                                                                              
     
                                                             Cari amici,
     
     
       è questo un periodo particolare caratterizzato da fiamme e fuoco,
     
    le fiamme di questo libro odioso di diritto commerciale e il fuoco di sto caldo infernale!
     
    Con l'amico Saso ci ritiriamo per studiare, segregati in casa, al fresco del suo balcone,
     
    sul magico orama del vesuvio, direttamente da pagani!
     
    e speriam bene di compiere l'impresa!...(doppio senso, ahah)
     
    Comunque nn aggiornerò il blog con molta assiduità in questo periodo,
     
    ed è per questo
     
    che in primis mi scuso, o faccio un favore a chi dice che è palloso, e poi ho pensato 
     
    che per non lasciarvi soli vi consiglio e vi mando su un blog molto particolare
     
    di una mia amica, la mia sorellina maggiore....
     
     
    ecco il link, basta solo cliccare, è da visitare :
     
     
     
     
    a presto.....
     
                     Ciro
     
    June 21

    Saviano, l'unico condannato all'ergastolo a stare in libertà

    Saviano: "Adesso la smetterò di vivere come un topo"

    Corriere della Sera, Marco Imarisio
     
     
     
     Mancano venti minuti alla sentenza, e i giurati con la fascia tricolore entrano per salutarlo. Appena usciti dalla camera di Consiglio, si mettono in coda, come davanti a una biglietteria. La saletta appena dietro l'aula bunker è minuscola, ha grate di cemento armato alle pareti, sparsi per terra ci sono una trentina di cartoni per toner da fotocopiatrice.

    La toilette è a vista, senza porta. Prima dei giudici popolari si era affacciato Beppe Lumìa, ex presidente della Commissione antimafia. «Ti prometto che farò di tutto per mantenere alta l'attenzione» è il suo congedo. Poi tocca a Federico Cafiero de Raho, uno dei magistrati che hanno lavorato di più a Spartacus. «È tutto merito tuo» gli dice, e Roberto Saviano, assiso su un cartone, ha il pudore di schermirsi. «Ma che dici, è solo lavoro vostro, una vittoria dello Stato, io non c'entro nulla». Una verità e una bugia, nella stessa frase. I settanta giornalisti che affollano l'aula Ticino del carcere di Poggioreale, principali testate nazionali, diretta televisiva, inviati da Francia, Inghilterra e Spagna, sono solo farina del suo sacco. Questo è il «suo» processo, è la versione giudiziaria di Gomorra, almeno così viene vissuta.

    No Saviano, no Casalesi, così è se vi pare. Anche per questo, la sua presenza, qui, oggi, può segnare un punto a favore di chi lo accusa di un protagonismo tale da oscurare anche gli orrori dei boss di Casal di Principe. «Non credo che sia così. Ci tengo a fare questa cosa, per la mia vita. Per dimostrare che posso fare il mio lavoro senza avere paura». Il nero della sua maglietta contrasta con la faccia diafana e scavata. Non ci ha dormito sopra e si vede. È arrivato qui dentro con anticipo fantozziano, dalle 8 del mattino è chiuso in questo bugigattolo, mentre nell'aula, piena di giornalisti e avvocati, solo due imputati, nessun boss in video, l'unica domanda riguarda lui. Arriva? Si farà vedere? «Ho pensato che ci sarei andato comunque, anche senza questo clamore. E allora perché non farlo?». Tormenta un brufolo che gli deturpa il tatuaggio Maori sul bicipite destro, fa scrocchiare di continuo le dita, si siede e si alza, sembra un incrocio tra un'anima in pena e un pugile prima del match. «Finora ho vissuto come un topo, adesso basta. Dici che sbaglio? Non lo so, di errori ne faccio continuamente. Ma loro, i Casalesi, sono la mia ossessione solitaria, sento che dovevo esserci».

    Quando il magistrato Franco Roberti gli fa un cenno per dire che è ora, la corte sta entrando in aula, si alza di scatto. «Eccolo», flash, taccuini, tutti intorno a lui, Saviano che divora il «suo» processo e poi sparisce. Riappare qualche ora più tardi, sul lungomare di Mergellina, annunciato dalle sirene dei poliziotti in moto che chiedono strada, dagli uomini della scorta che scendono dale due auto blindate e annusano l'aria prima di dargli il permesso di scendere. I tg, intanto, parlano ancora di lui, della sua comparsata, che diventerà ulteriore manna per i teorici del «se l'è andata a cercare», la sua vita blindata. «Io, semplicemente, mi prendo la responsabilità di quel che ho raccontato. Gomorra non è un libro sui Casalesi, ma sul capitalismo visto attraverso la feritoia del loro potere». Sembra di essere seduti al tavolino con la Madonna pellegrina, guardata a vista da una manciata di agenti con la pistola in mano. Una donna gli chiede una foto, come se fosse il centravanti della nazionale.

    Un signore in tuta gli presenta figlio, figlia, una infinità di nipoti: «Ce l'abbiamo fatta a condannarli, abbiamo vinto», gli dice. Roberto Saviano sa di essere diventato un simbolo, ma è conscio del fatto che molti pensano sia invece un prodotto, complice e vittima di una operazione commerciale da un milione e mezzo di copie che lo ha trasformato in un Salman Rushdie antimafia. «Lo sento, l'odio nei miei confronti. E a volte non me ne capacito. Io non ho fatto scalate di potere, non ho rubato spazio a nessuno. Mi ferisce quando, per denigrarmi, si usano i sacrifici che Giovanni Falcone sopportò in vita come termine di paragone. Lui faceva il magistrato. Io, che non sono certo un eroe come lui, non ero preparato a tutto questo ». La processione al tavolino non conosce sosta. Quando si alza, non c'è verso di pagare il conto. Le operazioni per uscire dal bar sono complesse, estenuanti. Lui aspetta e intanto rimugina su quel che gli ha detto in aula un vecchio collega che non vedeva da tempo. «Qui dentro - si riferiva alla sentenza appena letta - sei l'unico condannato all'ergastolo ad essere in libertà». Saviano ha tentato di sorridere, ma non ci è riuscito.
     
    June 20

    ergastolo alla camorra

     
     

    Ergastolo alla camorra

     

     Ergastolo. Ergastolo, ergastolo... Condanna ripetuta 16 volte. Alle 12 e 30 è stata pronunciata la sentenza di secondo grado del processo Spartacus dalla I Sezione della Corte d'Assise d'Appello di Napoli. Questo processo, che è unanimemente riconosciuto come il più importante processo contro le organizzazioni criminali degli ultimi 20 anni, vedeva come imputati 31 affiliati del clan dei casalesi, l’organizzazione camorristica divenuta famosa ai più grazie al bel libro di Roberto Saviano, Gomorra.

    Quattro giorni di camera di consiglio per sferrare il colpo contro tutti i ras del clan: da Francesco «Sandokan» Schiavone e Francesco Bidognetti, ai due latitanti «eccellenti» Antonio Iovane e Pasquale Zagaria. Capi storici e reggenti del clan hanno visto confemrarsi l'ergastolo assieme a luogotenenti e sicari. In totale sedici provvedimenti di carcere a vita, come chiesto dai pm.
    Uniche attenuanti per alcuni collaboratori come Luigi Diana. In aula ad ascoltare la «resa» dei Casalesi c'era anche Roberto Saviano, l'uomo che con il suo best-seller «Gomorra» ha messo organicamente in luce la camorra-imprenditrice di Casal di Principe, mettendo a nudo le «icone del male» come Francesco «Sandokan».

    Condannato all'ergastolo per Francesco Schiavone, 55 anni, detto Sandokan, Francesco Bidognetti, soprannominato Cicciotto 'e mezzanotte, e i boss latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine. Il massimo della pena è stato inflitto anche a Giuseppe Caterino, Mario Caterino (latitante), Cipriano D'Alessandro, Giuseppe Diana (latitante in primo grado condannato a nove anni), Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Russo, Francesco Schiavone, detto 'Cicciariello', Walter Schiavone, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria e Alfredo Zara. Pena ridotta per Giuseppe Russo: nel 2005 ebbe l'ergastolo, oggi si prende 30 anni.

    “La conferma delle condanne per i clan camorristici è un fatto importante – ha dichiarato il segretario del PD Walter Veltroni - Anche la sentenza di oggi contro i capi dei clan sanguinari può dare nuova fiducia ai cittadini e nuova spinta alla lotta contro la camorra. Avremo occasione per tornare in quelle città e quelle terre e il PD sarà protagonista di una difficile battaglia per la rinascita contro le minacce e le violenze imposte dai clan dei Casalesi. Qualche giorno fa sono stato a Casal di Principe e a Caserta per ribadire l'impegno del PD contro la camorra e a fianco dei cittadini onesti. Ho potuto misurare il clima di tensione e di pressione che i clan cercano di imporre in quelle terre. In quell'occasione ho confermato l'impegno mio e del PD a mantenere questo impegno come una priorità”.
    Uno dei video della giornata "Distruggere la camorra liberare la vita - qui lo speciale"

     



    “Per troppo tempo questa organizzazione è stata sottovalutata, ma da oggi non sarà più così – ha dichiarato invece il senatore del PD Giuseppe Lumia ( qui l'intervista esclusiva rilasciata al sito del PD), che prosegue - sono state recuperate le nostre proposte sull'aggressione ai patrimoni che rimane la via maestra per colpire le organizzazioni mafiose. Ieri – conclude il senatore del PD – è stato approvato un emendamento tanto atteso che finalmente abolisce il gratuito patrocinio che ha consentito a boss mafiosi di farsi pagare dallo Stato le spese difensive. Ma anche un'altra proposta è rimasta inascoltata: quella della nascita dell'agenzia dei beni confiscati, in occasione dell'iniziativa promossa dal PD di distruggere la camorra e liberare la vita”.

    “La conferma degli ergastoli per i boss del clan dei casalesi nel processo Spartacus è la prova che si può debellare la camorra - lo afferma il ministro ombra della Giustizia, Lanfranco Tenaglia, commentando la sentenza - E' una giornata vittoriosa per le istituzioni e per la giustizia in Campania e in Italia. In questo momento - conclude - il pensiero e il ringraziamento vanno a tutti coloro, come Don Diana, che hanno sacrificato la vita perché ci fosse una ribellione civile alla camorra e a tutti gli uomini delle istituzioni che hanno lavorato e continuano a lavorare per riaffermare la presenza e
    l'autorità dello Stato”.

    "Una buona notizia sia per i cittadini di Casal di principe e per l’Italia intera - dichiara il ministro dell’Interno del governo ombra del Pd Marco Minniti – lo Stato democratico, il suo ordinamento giudiziario, non si è lasciato intimidire né condizionare ed ha risposto con le armi della legalità ad una sfida aperta ed arrogante. Si deve andare avanti su questa strada: indagini, sequestri e confisca dei patrimoni, condanne. La camorra – conclude l’esponente del PD – può essere sconfitta e sentenze come quella di oggi ridanno fiducia e speranza ai tanti cittadini onesti che pretendono un futuro diverso e più libero per la loro terra”.

     
    June 19

    governo sotto sul decreto rifiuti

    Governo battuto due volte sui rifiuti
    La Lega vota con l'opposizione

    Prima passa un emendamento Udc, che viene annullato. Si riprende e la maggioranza va ancora sotto

     

    Governo e maggioranza battuti due volte sul decreto legge per l'emergenza rifiuti in Campania con la Lega nord che volta due volte con l'opposizione. Il primo emendamento (Udc) viene annullato, si ritorna in aula e il governo va di nuovo sotto questa volta per un emendamento dell'Italia dei valori.

    COSA È SUCCESSO - Facciamo un passo indietro. Giovedì mattina viene approvato un emendamento dell'Udc sull'articolo 8 riguardante il termovalorizzatore di Napoli. L'aula, con il parere contrario di commissione e governo, con 274 sì e 224 no approvava un emendamento sui fondi Cip6 all'articolo sul termovalorizzatore di Napoli. Ben 38 deputati Lega Nord hanno votato a favore dell'emendamento (più uno dell'Mpa), mentre altri undici si sono mantenuti fedeli alle direttive del governo. Quindi i lavori venivano sospesi su richiesta del relatore, Agostino Ghiglia (Pdl), per valutare il testo dopo l'approvazione della modifica che sopprime una parte dell'articolo relativo al deposito dei rifiuti. All'Udc mancava il 20% dei deputati, al Pd il 14% e all'Idv il 10%, sul fronte della maggioranza il Pdl aveva solo il 9% di assenze e la Lega il 5%. Questa votazione viene però annullata al termine della riunione del comitato dei nove della commissione Ambiente, in quanto l'emendamento era «irriferibile al testo» per quanto riguarda quel punto.

    SECONDA SCONFITTA - Nel pomeriggio riprendono le votazioni e il governo va di nuovo sotto su un emendamento (questa volta dell'Idv) all'articolo 16 riguarda la stabilizzazione dei precari al 31 dicembre 2009 e introduce l'obbligo del concorso pubblico per le assunzioni a tempo determinato del dipartimento della Protezione civile relative all'emergenza rifiuti. Anche in questo caso la Lega ha votato con l'opposizione. A questo punto la maggioranza ha chiesto di sospendere le votazioni e rimandare a venerdì, mentre il Pd intende proseguire. «C'è il sospetto che, poiché non sono d'accordo e sono in imbarazzo, vogliono rimandare a domani per ritrovare l'intesa», ha commentato Raffaella Mariani, capogruppo del Pd in commissione Ambiente della Camera. L'emendamento all'articolo 16 è passato con 253 sì, 212 no e dur astensioni. Con l'opposizione hanno votato 46 deputati della Lega e due dell'Mpa (che si è spaccato a metà). Erano assenti 112 deputati (undici dell'Idv, sei della Lega, otto del gruppo misto, 49 del Pd, 28 del Pdl e dieci dell'Udc).

    REAZIONI - «È chiaro che la Lega vuole dare un segnale politico alla maggioranza», spiega Ermete Realacci, ministro dell'Ambiente del governo ombra del Pd. «È sbagliato enfatizzare l'episodio, ma se non siamo alla crisi politica, siamo però di fronte a qualcosa di più di un semplice incidente di percorso», ha dichiarato Francesco Pionati, portavoce dell'Udc. Minimizza Italo Bocchino, vice presidente dei deputati del Pdl: «Non c'è nessun problema nella maggioranza e il provvedimento sarà approvato definitivamente martedì». Anche per Roberto Cota, capogrupo della Lega, «non è successo niente. È stato solo un errore di comunicazione. Il voto della Lega non ha alcun significato politico».

    PIANISTI - L'Italia dei valori ancora una volta alla Camera ha sollevato lo scandalo dei cosiddetti «pianisti», deputati che votano per i colleghi assenti. «Continuiamo a vedere nei banchi della maggioranza deputati che votano per colleghi che non ci sono», ha detto il capogruppo dell'Idv Massimo Donadi. «Chiediamo il ritiro delle schede dei colleghi che non sono in aula nell'interesse di tutti e per la dignità e la funzionalità del Parlamento». Un altro esponente dell'Idv, Fabio Evangelisti ha avvertito: «Se l'atteggiamento della maggioranza non cambia, saremo costretti a riprendere quell'antipatica forma di ostruzionismo che non siamo intenzionati a fare». A questo punto il presidente di turno della Camera, Rocco Buttiglione, fa eseguire i controlli e subito dopo il governo viene battuto nella votazione dell'emendamento Udc.

     

    un Cristo di tre metri a scampia

     
    Un Cristo di tre metri per benedire i pusher
    Spuntano anche statue di Papa Wojtyla e della Madonna: abusive
     
    NAPOLI — Per metterli dentro, ora dovranno vedersela con Gesù Cristo, la Madonna e la buonanima di Papa Wojtyla. Nel lotto P di Scampia, storica piazza di spaccio a ridosso di viale della Resistenza, i condomini hanno fatto una colletta mostruosa: chi più chi meno, ognuno ha dato il suo, e nel sacco sono piovuti migliaia di euro. Così è venuta su da un giorno all'altro un'opera mastodontica, una specie di Trinità (liberamente interpretata) di gesso che occupa trentasei metri cubi di suolo pubblico, con una decina di fontane a zampillo racchiuse da un muro di cemento e pietre. Guardano dritto, Gesù, il Papa e la Madonna. Dritto dove comincia il rione. E incrociano, con lo sguardo santissimo, i guaglioni che vendono la roba a dieci metri di distanza. «Frate', che rè? C'amma preoccupa'?», chiede uno. Capisce che non è il caso, si tranquillizza, e interrompe per una quindicina di minuti il businéss.
    I VIGILI - Davanti a noi la macchina bianca con dentro il tenente Carlo Russo e l'assistente capo Salvatore Galli, in forze al reparto antiabusivismo diretto dal tenente colonnello Antonio Baldi. La gente guarda, parla, nessuno si fa avanti. Poi viene il salumiere, che ha la bottega proprio alla destra di Gesù Cristo. Chiede spiegazioni, vuole sapere. «Dobbiamo solo prendere le misure della statua», dice il tenente per non destare allarme. Poi caccia il metro e si mette a misurare. Spieghiamo ai pochi curiosi in avanscoperta che quella statua bisogna registrarla, poi continuerà a benedire la piazza di spaccio vita natural durante. E in fondo è vero: a Napoli non si sognerebbero mai di abbattere un Papa, una Madonna e un Gesù Cristo. Per quanto mostruosamente grandi possano essere. E questi sì che sono grandi, sono enormi. «Allora… — fa il tenente — Gesù è alto tre metri, la Madonna e Papa Wojtyla un metro e mezzo ciascuno. Tutta la costruzione occupa trentasei metri cubi. Il perimetro, invece, è di 12 metri quadrati: tre per quattro ».
    L'ACQUA«SORGENTE» - Ma c'è un segreto, e il tenente non lo sa. «Guagliooo'! Guagliooo'!». Una donzella procace si sporge alla finestra, mentre lo stereo a manetta fa vibrare casa sua e tutto il resto, al suono di Scivola quel jeans. «Guaglio' — grida — , appiccia l'acqua! Sta annanz'a te, oi', là sotto». Sulla parte posteriore del muro che cinge la chiesa acquatica in miniatura, c'è uno sportello. Il braccio entra dentro per mezzo metro, poi ecco l'interruttore. Basta spostarlo e comincia la magia. La statua si irradia di zampilli, prende vita. «Io — dice perplesso l'assistente capo mentre esamina i collegamenti elettrici — solo una cosa vorrei capire: da dove caspita la prendono l'acqua e la corrente? Bah. Noi facciamo un'informativa di reato contro ignoti, poi l'Enel farà le sue verifiche». Inutile chiedere chi abbia costruito l'opera monumentale: «Vuje 'o sapite meglio 'e nuje: sti' ccose 'e fa 'o rione», risponde un uomo col neonato in braccio. Lui però non abita lì, assolutamente no. Nel frattempo la piazza di spaccio è ferma. Appoggiati al muro, dentro l'androne di un palazzo, i guaglioni aspettano insofferenti di poter ricominciare a vendere.
     

    cronaca di Spartacus

     

    Processo Spartacus: ergastolo per i Casalesi

    NAPOLI - La Corte d'Assise d'Appello fa il suo ingresso in aula alle 12.25 in punto, sotto gli occhi di undici telecamere.

    Tra il pubblico, quarta panca a sinistra, c'è anche lo scrittore Roberto Saviano, circondato da 7 carabinieri di scorta. Si conclude il processo "Spartacus" al clan dei Casalesi. I giudici infliggono 16 condanne all'ergastolo. Carcere a vita per tutti i boss del gruppo criminale: i detenuti Francesco Schiavone, soprannominato "Sandokan" e Francesco Bidognetti, i due superlatitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria. Massimo della pena anche per il cugino e ominimo di "Sandokan", per Giuseppe Caterino, Walter Schiavone, Vincenzo Zagaria, Cipriano D'Alessandro, Raffaele Diana, Enrico Martinelli, Alfredo Zara, Mario Caterino, Sebastiano Panaro, Luigi Venosa. Ergastolo anche nei confronti di Giuseppe Diana, che in primo grado era stato condannato a 9 anni, mentre rispetto al primo processo pena ridotta dal carcere a vita a 30 anni di reclusione per Giuseppe Russo. Per altri 13 imputati condanne comprese tra i 2 e 30 anni di reclusione.

    Per tutta la mattinata, l'aula bunker del carcere napoletano di Poggioreale è apparsa blindata come mai nel recente passato, in attesa della sentenza Imponente il servizio d'ordine predisposto dalla polizia. Solo a udienza conclusa sarà denunciata la sparizione di un motorino, forse rubato, forse prelevato dal carro gru.

    Pochi imputati nelle gabbie, assente per rinuncia il boss Francesco Schiavone, mentre l'altro capoclan, Francesco Bidognetti, detenuto a L'Aquila era presente in videoconferenza. Il collegio presieduto da Raimondo Romeres è rimasto in camera di consiglio tre giorni esatti e ha letto un articolato dispositivo che conferma sostanzialmente, sia pure con alcune parziali riforme, il verdetto di primo grado che era stato emesso nel 2005 dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere. "E' stata una corsa contro il tempo", commenta il pg Francesco Iacone, che ha sostenuto l'accusa durante il dibattimento.

    Per l'ultimo appuntamento, al suo fianco ha preso posto anche il pm Federico Cafiero de Raho, oggi procuratore aggiunto a Napoli ma pubblico ministero d'udienza durante il giudizio di primo grado durato quasi otto anni. E tutto il pool della Direzione distrettuale antimafia che indaga sul clan dei Casalesi, con in testa il coordinatore Franco Roberti, ha scelto di essere presente all'udienza conclusiva. E a chi gli chiede se questo processo possa essere paragonato al maxiprocesso antimafia istruito da Falcone negli anni Ottanta, il procuratore Roberti replica: "Questa è una sentenza molto importante. Quanto alle conseguenze, molte cose sono cambiate da allot, a per fortuna. Lo Stato è più attrezzato ad affrontare eventuali emergenze e conseguenze che potrebbero derivare da un'innalzamento della tensione".

    Incalzato da cameramen e cronisti, nel cortile dell'aula bunker, si ferma a riflettere Saviano: "E' una della vittoria dello Stato, ma è solo il primo atto di una partita da vincere fino in fondo. Bisognerà non far calare l'attenzione sui Casalesi e su quello che il loro potere criminale è riuscito a realizzare in questi anni. Bisognerà monitorare gli altri rami del processo Spartacus, quello che riguarda i colletti bianchi, le connivenze con la politica. La storia di queste indagini insegna che ci sono anche servitori infedeli. Ma dobbiamo soprattutto rendere omaggio, in queste ore, all'impegno di tanti magistrati e investigatori, e al lavoro oscuro di tanti cronisti che hanno raccontato queste cose esponendosi in prima persona".

     

    Tra loro Francesco Schiavone, 55 anni, detto Sandokan, Francesco Bidognetti, soprannominato Cicciotto 'e mezzanotte, e i boss latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine. ll massimo della pena è stato inflitto anche a Giuseppe Caterino, Mario Caterino (latitante), Cipriano D'Alessandro, Giuseppe Diana (latitante in primo grado condannato a nove anni), Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Russo, Francesco Schiavone, detto 'Cicciariello', Walter Schiavone, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria e Alfredo Zara. Pena ridotta per Giuseppe Russo: nel 2005 ebbe l'ergastolo, oggi si prende 30 anni.


    Il dispositivo della prima sezione presieduta da Raimondo Romeres, è molto complesso ed ha anche modificato la sentenza di primo grado del 15 settembre 2005 relativamente ad alcuni capi di imputazione. In aula c'era anche Roberto Saviano, autore di Gomorra, il libro inchiesta che ha raccontato le trame del clan: "E' una vittoria dello Stato, della procura antimafia e anche di tanti cronisti che hanno lavorato nell'ombra. Ma credo sia soltanto l'inizio".


    Soddisfatto anche il pg Francesco Iacone: "La sostanza della sentenza di primo grado è confermata, tranne qualche punto che mi riservo di valutare. Le attenuanti generiche sono state concesse solo agli imputati che hanno ammesso i fatti e hanno confessato".


    Iacone torna con la memoria al primo grado del processo: "Durò sette anni e gli imputati furono scarcerati". Allora i magistrati stralciarono la posizione degli imputati liberi e si concentrarono su quelli detenuti. "Così consentiremo anche alla Cassazione di intervenire prima della scadenza dei termini. Abbiamo impiegato un anno ed un mese per definire il processo, sono davvero soddisfatto" continua il pg.

    Tra loro Francesco Schiavone, 55 anni, detto Sandokan, Francesco Bidognetti, soprannominato Cicciotto 'e mezzanotte, e i boss latitanti Michele Zagaria e Antonio Iovine. ll massimo della pena è stato inflitto anche a Giuseppe Caterino, Mario Caterino (latitante), Cipriano D'Alessandro, Raffaele Diana (latitante), Enrico Martinelli, Sebastiano Panaro, Giuseppe Russo, Francesco Schiavone, detto 'Cicciariello', Walter Schiavone, Luigi Venosa, Vincenzo Zagaria e Alfredo Zara. Il dispositivo della prima sezione presieduta da Raimondo Romeres, è molto complesso ed ha anche modificato la sentenza di primo grado del 15 settembre 2005 relativamente ad alcuni capi di imputazione. In aula c'è anche Roberto Saviano, autore di Gomorra, il libro inchiesta che ha raccontato le trame del clan: "E' una vittoria dello Stato, della procura antimafia e anche di tanti cronisti che hanno lavorato nell'ombra. Ma credo sia soltanto l'inizio".

    Soddisfatto anche il pg Francesco Iacone: "La sostanza della sentenza di primo grado è confermata, tranne qualche punto che mi riservo di valutare. Le attenuanti generiche sono state concesse solo agli imputati che hanno ammesso i fatti e hanno confessato".

     

     

    la vittoria dello stato

    Roberto Saviano: "Vittoria dello Stato,

    ma questo è soltanto l'inizio"

     

    

    ''Il verdetto e' una vittoria dello Stato, della procura antimafia e anche di tanti cronisti che hanno lavorato nell'ombra. Ma credo sia soltanto l'inizio e non bisogna abbassare la guardia''. Queste le parole di Roberto Saviano dopo aver ascoltato in aula la lettura della sentenza del secondo grado del processo Spartacus.

     

    Spartacus, le immagini

     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

    Spartacus, la vittoria dello Stato

    Spartacus. Confermato l'ergastolo ai casalesi

     

     

    Ergastolo. Ergastolo, ergastolo... Condanna ripetuta 16 volte. Alle 12 e 30 è stata pronunciata la sentenza di secondo grado del processo Spartacus dalla I Sezione della Corte d'Assise d'Appello di Napoli. Questo processo, che è unanimemente riconosciuto come il più importante processo contro le organizzazioni criminali degli ultimi 20 anni, vedeva come imputati 31 affiliati del clan dei casalesi, l’organizzazione camorristica divenuta famosa ai più grazie al bel libro di Roberto Saviano, Gomorra.

    Quattro giorni di camera di consiglio per sferrare il colpo contro tutti i ras del clan: da Francesco «Sandokan» Schiavone e Francesco Bidognetti, ai due latitanti «eccellenti» Antonio Iovane e Pasquale Zagaria. Capi storici e reggenti del clan hanno visto confemrarsi l'ergastolo assieme a luogotenenti e sicari. In totale sedici provvedimenti di carcere a vita, come chiesto dai pm.
    Uniche attenuanti per alcuni collaboratori come Luigi Diana. In aula ad ascoltare la «resa» dei Casalesi c'era anche Roberto Saviano, l'uomo che con il suo best-seller «Gomorra» ha messo organicamente in luce la camorra-imprenditrice di Casal di Principe, mettendo a nudo le «icone del male» come Francesco «Sandokan».

    La storia del processo.
    Il processo Spartacus è frutto di 5 anni di indagini (dal 1993 al 1998) e di un processo durato sette anni dal 1998 al 2005. In primo grado furono condannati 95 imputati di cui 21 all’ergastolo, altri 21 imputati sono stati assolti ed altre 10 persone sono decedute durate quei sette anni. Spartacus riguarda i fatti di camorra avvenuti dalla morte del capo clan dei casalesi, Antonio Bardellino, nel 1988 sino ai fatti relativi al 1996. A Bardellino subentrarono Francesco Schiavone, Francesco De Falco e Francesco Bidognetti, tutti imputati nel processo Spartacus. I numeri del processo sono a dir poco impressionanti: seicentoventisei udienze complessive, 508 testimoni sentiti, più 24 collaboratori di giustizia, di cui 6 imputati. 90 faldoni di atti acquisiti. Una inchiesta-madre che ha generato decine di processi paralleli: omicidi, appalti, droga, truffe allo Stato nonché il processo denominato Spartacus 2 che vede 175 imputati, tra i quali figurano politici ed esponenti delle forze dell’ordine.

    Fu la Procura Antimafia di Napoli a seguire le indagini dal 1993 al 1998 nelle persone dei pubblici ministeri: Federico Cafiero De Raho, Lucio Di Pietro, Francesco Greco, Carlo Visconti, Francesco Curcio e poi Raffaele Cantone, Antonello Ardituro, Marco Del Gaudio e Raffaello Falcone.

    Il lavoro fatto da questa procura è stato estremamente complesso e per due motivi sostanziali. Uno, la procura di Santa Maria Capua Vetere è da sempre gravata da un organico sotto stimato. Due, la difficoltà dell’inchiesta riguarda direttamente la natura della materia trattata. Grazie a queste indagini il fenomeno dei casalesi è stato riconosciuto per quel che è, cioè una multinazionale del crimine, un “macroevento” (come lo definisce Raffaello Magi, magistrato che scrisse la sentenza di primo grado) con numerosissime implicazioni e non un realtà localistica, come si poteva pensare e come tanti ancora oggi continuano a pensare la camorra. I casalesi, forse il clan più ricco d’Italia, ha affari nel Lazio, in Umbria, in Toscana e in Emilia Romagna, ma anche e soprattutto nell’Est Europa, in Spagna, Cile, Brasile e Santo Domingo (queste le regioni e gli Stati identificati dalla Procura).

    Alla famiglia Schiavone nell'agosto del 1996 furono sequestrati beni per circa 450 miliardi di lire e, un anno dopo, nell'agosto 1997, altri 515 miliardi. “Quei 500 milioni di euro odierni - come scrive Saviano oggi su Repubblica.it - sequestrati in due estati a uno solo dei clan che compongono il cartello dei Casalesi, sono una cifra che avrebbe messo in ginocchio qualsiasi gruppo imprenditoriale. Invece gli Schiavone e con loro i Casalesi continuarono a prosperare”. Secondo una recente stima della Dda di Napoli i casalesi avrebbero un fatturato di 30 miliardi di euro.

    Il valore del processo Spartacus è sicuramente straordinario, come si legge nell’articolo di Saviano, “Il clan ha paura. Ha paura perché i Casalesi condanne definitive non ne hanno mai avute, perché sentono come un'assurdità l'essere condannati per fatti commessi decenni prima, quando ormai la loro carriera è avviata verso altre logiche, altri mercati. E poi i loro capi storici non sono mai morti in galera, ma sempre liberi e lontani dal territorio: Antonio Bardellino in Brasile, Mario Iovine in Portogallo”. Mentre questa volta i capi, Francesco Schiamone detto Sandokan e Francesco Bidognetti, hanno solo due possibilità: o morire in carcere o pentirsi e denunciare all’Autorità affiliati, collaboratori, eventuali connivenze politiche, ma anche tutta la rete finanziaria dei casalesi.

     

    chi è Carmelo Burgio

    "Così ho fatto a pezzi le cosche di Gomorra"

     

    Caserta - Dalla bolgia terroristica di Nassirya è stato paracadutato dritto dritto all’inferno di Casal di Principe. È volato da una mattanza a un’altra il colonnello dei carabinieri Carmelo Burgio, già capo dei parà del Tuscania e del Gis, incaricato di portare l’attacco al cuore dell’antistato camorrista. Eccolo l’investigatore che in quattro anni ha quadruplicato il bilancio degli arresti e dei beni sequestrati disarticolando i clan che comandano dalla periferia nord di Napoli al litorale Domizio. Nessuno, meglio di lui, conosce i segreti di «Gomorra». E nessun altro è in grado di leggere gli scenari futuri qualora i giudici d’appello, quest’oggi, dovessero confermare l’ergastolo a boss e gregari del maxiprocesso ai «casalesi».

    Colonnello, cos’è «Gomorra» vista da vicino?
    «È un mondo senza eguali che ruota intorno a quattro clan: Schiavone, Bidognetti, Zagaria e Iovine. Il primo ha subito grossissime perdite, tanto che il suo capo indiscusso, Francesco detto «Sandokan», è in galera. Il gruppo Bidognetti, nel 2007, lo abbiamo fatto letteralmente a pezzi. Quanto alla famiglia del latitante Iovine, abbiamo colpito duro con 54 arresti. L’organizzazione di Zagaria, pur avendo il capo ancora latitante, è per buona parte in cella. Dall’anno scorso ad oggi, solo noi carabinieri, abbiamo arrestato 235 camorristi, rintracciato 14 super latitanti, sequestrato e confiscato beni per oltre 200milioni di euro. La risposta dello Stato s’è fatta sentire, e questa pressione ha portato a pentimenti importanti. Serve altro?».

    In caso di condanna, spiega Saviano - l’autore del best seller «Gomorra» - anche il super boss Schiavone potrebbe decidere di collaborare.
    «Non credo possa accadere. Qui stiamo parlando dell’equivalente di un Riina o di un Provenzano e non credo che Schiavone rinunci così facilmente al suo immenso impero finanziario».

    La sentenza di domani (oggi, ndr) cosa può significare nelle strategie interne ai clan del Casertano?
    «Sarebbe un colpo durissimo che potrebbe portare anche a ridisegnare nuovi equilibri tra chi è condannato al carcere eterno e chi è invece fuori. Il nervosismo è palpabile. Non è un caso che durante il processo si è cercato di delegittimare l’opera degli inquirenti facendoli apparire come degli estortori delle confessioni di quei pentiti che ci hanno aiutato a trovare i riscontri necessari a inchiodare capi e gregari».

    Chi sono davvero questi «casalesi».
    «Rappresentano, tutti insieme, l’unico clan che più somiglia alla mafia siciliana. È diventato maggiormente invisibile e pervasivo. Le sue mani si allungano ovunque: dal grande appalto sulle strade al funzionario tecnico del Comune, dal traffico dei rifiuti al vigile urbano, dalle truffe sulle assicurazioni (abbiamo scoperto un giro sistematico da milioni di euro con una scuderia di persone che si alternavano a fare la vittima, il testimone, e l’investitore, utilizzando sempre gli stessi mezzi, gli stessi medici e avvocati) al riciclaggio del denaro sporco in case, ville, alberghi, bar, gioiellerie, supermercati».

    Sono ovunque.
    «Sì. Dai processi emerge che non c’è attività che possa sfuggire al loro controllo. In alcune zone impongono il latte Parmalat, in altre obbligano a vendere una sola marca di caffè. Danno lavoro a tutti, non solo a delinquenti e poveracci. Sono bravissimi nel sostituirsi alle aziende pulite o in difficoltà. Comprano, rivendono, investono. L’organizzazione diversifica gli affari, si ripropone in modo tentacolare anche all’estero: Europa dell’Est, Spagna, Sudamerica e con il clan La Torre addirittura in Scozia. Pensare solo alla monnezza o agli appalti è riduttivo. I casalesi guadagnano su tutto».

    Influenzano anche la politica?
    «Non hanno più bisogno di un referente politico, non gli serve imporre il consigliere o l’assessore. Il Comune lo controllano inserendo persone in tutti gli uffici strategici. Tutte le istituzioni vengono infiltrate».

    Con i boss in galera o in fuga, comandano moglie e sorelle...
    «Per un pelo mi è recentemente sfuggita Enrichetta, moglie del latitante Iovine, criminalmente all’altezza del marito. Dopo l’arresto dei capi del clan Belforte, il gruppo viene gestito dalle signore a dimostrazione di quanto sia difficile penetrare organizzazioni delinquenziali a dirigenza familiare...».

    Le ultime mattanze sono da ricollegare alla sentenza in arrivo?
    «Non penso. Il processo, nella testa dei casalesi, ormai è andato. Hanno capito che ora devono fermare sia i criminali che si pentono, sia i testimoni intenzionati ad aiutarci. Fanno parlare il piombo per intimidire i malintenzionati».

    La realtà supera la «fantasia» di Saviano?
    «Non ho visto il film ma ho letto il libro che si muove, romanzandole, da risultanze processuali. In “Gomorra” c’è la realtà dei casalesi. E il successo del libro, e poi del film, ha dato fastidio. Gente abituata a muoversi nell’ombra non gradisce avere l’occhio di bue puntato contro».


     

    fermiamo la camorra!

    L'ultimo allarme di Saviano
    "Fermate le paranze militari dei boss"

    Lo scrittore: "Messaggio ai politici, colpiscono chiunque parla" 
    di Antonio Tricomi
     
    Roberto Saviano
    Roberto Saviano
     
     
    «Michele Orsi era il Salvo Lima della Camorra». Roberto Saviano non ha dubbi. L´omicidio dell´imprenditore trucidato in pieno giorno nel centro di Casal di Principe è un segno: «I casalesi alzano il tiro». Ma anche un messaggio: chi parla muore. «I clan - dice lo scrittore - hanno voluto lanciare un avvertimento ai politici, in vista della chiusura del processo Spartacus, che avverrà nei prossimi giorni». Un evento che per i boss equivale «al maxi-processo di Falcone e Borsellino a Cosa Nostra».

    L´imprenditore convinto dai killer a scendere di casa per farsi raggiungere al bar, come fosse una domenica qualsiasi. E ucciso in maniera plateale, due colpi al torace e uno alla testa. La dura, fredda ritualità di Gomorra. Legami tra politica e clan, l´imprenditore in affari con la camorra decide di parlare. E paga con la vita. Visione di sangue perfettamente in linea con lo scenario tracciato dallo scrittore napoletano nel suo best-seller, nello spettacolo teatrale che ne è stato tratto e la cui ideazione è precedente la stesura del libro, nel film di Matteo Garrone accolto con favore dalla Casal di Principe pulita e onesta, dai giovani, dalle famiglie.

    Ma ieri è stata l´altra Casal di Principe, è stata Gomorra a segnare un punto. Saviano non ha dubbi. «Orsi è stato ucciso perché stava parlando dei rapporti tra il clan dei casalesi e la politica». Tra pochi giorni, la chiusura del processo Spartacus. Importante e decisivo, sostiene da tempo lo scrittore, come il maxi-processo di Palermo, anche se «inspiegabilmente trascurato dai media nazionali».

    Il processo Spartacus è il risultato di un´inchiesta sui casalesi condotta, negli anni Novanta, dalla Procura antimafia di Napoli. Indagini alimentate da alcuni pentiti e nel corso delle quali, marzo ´94, venne assassinato a Casal di Principe Don Peppino Diana, il sacerdote che dal pulpito evocava l´immagine biblica di Gomorra, emblema della sua terra straziata dalla malavita. Spartacus: diversi filoni processuali, tutti portati al giudizio del Tribunale o della Corte d´Assise di Santa Maria Capua Vetere. Più di mille imputati per appartenenza ad associazione camorristica, omicidi, estorsioni.


    Michele Orsi si sarebbe presto aggiunto alla lista dei pentiti. Era, spiega Saviano, «un imprenditore leader nel settore dei rifiuti e faceva affari milionari con i clan, vincendo appalti e coinvolgendo anche la politica nazionale». Un tipico personaggio da Gomorra. Un uomo da bruciare. La sua uccisione, sostiene lo scrittore, riveste particolare gravità. Il segnale di un salto di qualità. «Perché con questo delitto la camorra dimostra di avere paura non solo delle eventuali condanne, ma anche della tensione, dell´attenzione che un processo così importante può attirare, dell´indignazione che può suscitare. La strategia che i clan stanno portando avanti da settimane è quella di colpire chiunque abbia deciso di parlare. Un modo per colpire il futuro attraverso operazioni nel presente». Niente sconti: chi parla paga.

    Per Saviano è necessario «fermare le paranze militari che stanno girando nel casertano». "Paranze", termine gergale mutuato dalla tradizione dei pescatori che significa gruppi chiusi di pochi, fidatissimi uomini. Stretti tra loro da un legame che ha la forza di un giuramento di sangue. "Paranze" nelle quali, afferma lo scrittore, «molti elementi fanno pensare che ci siano Giuseppe Setola e Alessandro Cirillo, braccio armato di questa nuova stagione militare dei clan».
     

    Spartacus, è l'ora del giudizio

    "Spartacus", l'atto finale
    Oggi la sentenza sul clan Casalesi

    La Corte di Assise di appello è chiusa in camera di consiglio dalle 11 e 30 di lunedì
     
     
     
    Il verdetto è atteso oggi, probabilmente intorno a mezzogiorno, quasi di sicuro non oltre il primo pomeriggio. L´attesa per il destino di Sandokan e del suo clan, i Casalesi del processo Spartacus, dovrebbe chiudersi intorno alla settantesima ora della camera di consiglio in cui sono riuniti i giudici della prima sezione della Corte di Assise di Appello. Otto persone. Il presidente Raimondo Romeres, il giudice a latere Maria Rosaria Caturano, i sei giudici popolari. Sono tutti insieme, senza contatti con l´esterno, dalle 11 e 30 di lunedì mattina, nei locali dell´aula bunker adibiti ad alloggio per chi deve decidere la sorte dei 31 "signori di Gomorra". Per sedici di loro è stata chiesta dal pg Francesco Iacone la conferma dell´ergastolo sancito in primo grado, quando l´attenzione dell´opinione pubblica non era così alta.

    È lo stralcio di quel processo, che si era chiuso con 95 condanne. Stavolta, intorno ai verdetti attesi per Sandokan e Cicciotto 'e mezzanotte, i soprannomi dei boss Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, sotto accusa insieme ai super latitanti (da 13 anni) Antonio Iovine e Michele Zagaria, si affollano le telecamere della Rai e quelle degli inviati dalla Germania. I latitanti sono in tutto 5. È il processo ai boss delle attività criminali raccontate da Roberto Saviano nel suo popolarissimo longseller sulla camorra più spietata, diventato poi uno spettacolo teatrale e un film premiato al festival di Cannes: la troupe del programma "Primo Piano" ha previsto collegamenti anche da Casal di Principe.

    Le misure di sicurezza, già imponenti nei giorni scorsi, sono state rafforzate alla vigilia del verdetto di secondo grado. Un dispositivo curato fin nei minimi dettagli. Nelle ultime ore i controlli sono stati estesi finanche alle fogne nei paraggi dell´aula bunker. Le operazioni di verifica sono arrivate fin lì, con le forze dell´ordine calate nei tombini di Poggioreale per verificare che non ci siano sorprese. Sui tetti dei palazzi lì intorno, restano appostati con grande discrezione i cecchini schierati sin dall´inizio della settimana. È stata pure cancellata la possibilità di lasciare auto parcheggiate nelle immediate vicinanze dell´aula bunker. Le misure sono diventate più severe dopo l´escalation di terrore e violenza che s´è riacceso intorno al clan, con gli omicidi recenti delle ultime settimane. Una tensione sempre più alta, con agguati che miravano a colpire tutti i tentativi di collaborazione con i magistrati. Oggi, secondo indiscrezioni intorno a mezzogiorno, dovrebbero aprirsi le porte della camera di consiglio. La settantesima ora di riunione potrebbe essere l´ultima.
     

    Spartacus, parla Saviano

     

    Gomorra alla sbarra

    Roberto Saviano - La Repubblica
     
     
     
     
    Spartacus è il risultato di una enorme indagine condotta dal 1993 al 1998 dalla Procura Antimafia di Napoli, ossia dai Pm Federico Cafiero De Raho, Lucio Di Pietro, Francesco Greco, Carlo Visconti, Francesco Curcio e poi Raffaele Cantone, Antonello Ardituro, Marco Del Gaudio e Raffaello Falcone.

    E mentre molta parte l´Italia e d´Europa continuerà a pensare che si sta celebrando un processo contro una banda criminale, l´ennesima del sud Italia, in realtà le carte processuali, le audizioni, i più di mille imputati nelle gabbie, parlano di un potere enorme che va considerato una delle avanguardie dell´economia di questo paese. In uno dei passi più significativi del processo Spartacus un teste da la lettura chiara del controllo economico del territorio: PM: Senta e quando vi dava la notizia che c´erano dei lavori, voi che cosa facevate? TESTE: La prima cosa che si faceva era sapere il nome dell´impresa che doveva eseguire i lavori. Poi chiaramente questa persona veniva chiamata, si chiudeva il lavoro e i soldi che doveva dare all´organizzazione e in più dicevamo dove rivolgersi nella zona per prendere il cemento…

    Soldi per poter lavorare sul territorio e poi cemento per poter costruire, imprese, subappalti. Ecco il loro impero. Lello Magi è il magistrato che ha redatto la motivazione della sentenza di primo grado del processo Spartacus. Nelle sue carte si trovano i grandi affari, i nomi delle aziende - la Bitum Beton, la General Beton, l´Annunziata Calcestruzzi. I maggiori investimenti pubblici sono stati realizzati dalle imprese del clan dei casalesi. E tutto emerge in questo processo. Dalla realizzazione di numerose infrastrutture stradali come la Nola-Villa Literno, il raccordo con, l´autostrada A1 Roma-Napoli, e persino il carcere di Santa Maria Capua Vetere. I Casalesi hanno costruito il carcere con le loro imprese. Carcere che avrebbe poi raccolto soprattutto i loro affiliati.

    Il processo Spartacus arriva alla sentenza d´appello. Per il cartello dei Casalesi una condanna definitiva può essere un colpo al cuore, con i boss inchiodati alle loro responsabilità e nessuno a gestire l´enorme business. E così al numero uno del più feroce clan della camorra, a Francesco Schiavone resteranno due possibilità: morire in carcere o pentirsi
    Il gruppo si è infiltrato ovunque, dall´edilizia nel centro di Milano ai rifiuti tossici
    La speranza è che il verdetto sia una possibilità per far emergere il meglio di questa terra

    Quando il commissario straordinario di Governo inizia a progettare l´esecuzione dell´arteria Roma-Napoli, la spesa iniziale è di settanta miliardi di lire. Il costo effettivo, dopo cinque anni di lavoro, sarà di duecentoquaranta miliardi. Le imprese che in subappalto lavorano a quest´arteria sono del clan dei Casalesi e le imprese che non lo sono per lavorare pagano una tangente al clan. Così con questo meccanismo di drenaggio di soldi pubblici e con il meccanismo delle estorsioni, le loro imprese edili, i loro alberghi, le loro aziende di trasporto diventano le migliori d´Italia e i loro broker investono e costruiscono in tutto il mondo.

    In soli due procedimenti contro la famiglia Schiavone nell´agosto del 1996 furono sequestrati beni per 450 miliardi di lire e, un anno dopo, nell´agosto 1997, altri 515 miliardi. Quei 500 milioni di euro odierni sequestrati in due estati a uno solo dei clan che compongono il cartello dei Casalesi, sono una cifra che avrebbe messo in ginocchio qualsiasi gruppo imprenditoriale. Invece gli Schiavone e con loro i Casalesi continuarono a prosperare. La stima fatta dalla Dda di Napoli parla di un attuale fatturato di circa 30 miliardi di euro. Non più milioni di euro, ma miliardi.
    Un gruppo che ha saputo infiltrarsi ovunque. Investire nel settore immobiliare a Parma e costruire nel centro di Milano. Sversare i rifiuti tossici arrivati da ogni parte del nord Italia, come emerge sin dalla prima inchiesta che nel 1992 portò a scoprire - attraverso le indagini del pm Franco Roberti - che i rifiuti tossici finiti nel casertano partirono da Thiene, nel Vicentino, sino a quelle del 2008 sullo sversamento illegale di ottomila quintali di fanghi dell´Acna di Cengio, vicino Savona, e scarti di lavorazione del poliestere. E poi l´alleanza con Cirio e Parmalat, la distribuzione controllata dal clan in gran parte del centro sud che garantiva un monopolio di imprese alimentari in cambio di una "estorsione".

    Ma queste vicende sono solo collaterali allo Spartacus. Questo processo riguarda vicende che vanno dalla morte del capo storico dei casalesi, Antonio Bardellino, nel 1988 sino al 1996. C´erano voluti quasi dieci anni per accertare quei fatti, e per chiudere il primo grado del processo, nel 2005. Il giorno della sentenza di allora ricorda quello che sta accadendo di nuovo in queste ore. Circa duecento tra carabinieri e poliziotti. Cani antibomba, tiratori scelti, volanti, elicotteri. Un processo che ha visto complessivamente in questo e negli altri procedimenti paralleli 1.300 indagati, partito dalle dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone.

    Seicentoventisei udienze complessive, 508 testimoni sentiti, più 24 collaboratori di giustizia, di cui 6 imputati. 90 faldoni di atti acquisiti. Una inchiesta-madre che ha generato decine di processi paralleli: omicidi, appalti, droga, truffe allo Stato. Nacquero nella seconda metà degli anni 90´, Spartacus 2 e Regi Lagni, l´inchiesta sull´opera di recupero dei canali borbonici che per anni permise ai clan - secondo le accuse - di usare i loro appalti miliardari non per risistemare i canali ma dislocare miliardi di lire verso le loro imprese edili che, da lì in avanti, sarebbero divenute vincenti in tutt´Italia. E poi il processo Aima, le truffe che i clan Casalesi avevano fatto nei famosi centri dello "scamazzo", ossia dove la comunità europea raccoglieva la frutta prodotta in eccesso dando in cambio un indennizzo ai contadini. Nei grandi fori dove veniva buttata la frutta i clan gettavano invece immondizia, ferro, rimasugli di lavori edili. Prima però tutta la schifezza se la facevano pesare: incassando i soldi di indennizzo e continuando a vendere ovunque la frutta dei loro appezzamenti. Poi, per la prima volta furono sequestrate come beni della camorra anche due società di calcio: l´Albanova e il Casal di Principe.

    Questo era stato il processo di primo grado: 21 gli ergastoli, oltre 750 anni di galera inflitti. Persino le carte processuali da trasmettere ai giudici d´appello, i 550 faldoni contenenti gli atti del procedimento nel novembre 2006, hanno avuto bisogno di un camion blindato e scortato dai carabinieri per portare i documenti da Santa Maria Capua Vetere a Napoli. Tutto questo era accaduto nella sostanziale indifferenza dei media nazionali ed internazionali.

    Per questo secondo grado non sarà così. I nomi dei boss, delle loro aziende, i nomi dei loro delitti non passeranno solo sulla stampa locale, non avranno solo vita d´inchiostro nei documenti processuali. Verranno conosciuti, saranno resi noti, non saranno soltanto passaggi sul rullo continuo e indifferente dell´informazione. E infatti il fastidio per l´attenzione, la loro assoluta ripugnanza di finire sotto i riflettori nazionali ha avuto dimostrazione e prova ieri nelle parole del capo del clan Francesco Schiavone Sandokan. Durante l´ultima udienza ha chiesto di poter rinunciare ad assistere perché «non sono una fiera in gabbia». Sa che quando allo show si toglie la faccia del capo, si perde almeno la metà dell´attrattiva mediatica e con questo l´efficacia della comunicazione.

    Il clan ha paura. Ha paura perché i Casalesi condanne definitive non ne hanno mai avute, perché sentono come un´assurdità l´essere condannati per fatti commessi decenni prima, quando ormai la loro carriera è avviata verso altre logiche, altri mercati. E poi i loro capi storici non sono mai morti in galera, ma sempre liberi e lontani dal territorio: Antonio Bardellino in Brasile, Mario Iovine in Portogallo. Loro non vogliono finire i loro giorni dentro un carcere. Schiavone è stato reso celebre, troppo celebre, dal suo soprannome ricevuto da giovane quando per la sua somiglianza con l´attore Kabir Bedi fu chiamato appunto Sandokan. E lui i media li sa gestire sin troppo bene. Arrivò, nonostante il regime di 41 bis gli impedisse di comunicare con l´esterno, a scrivere una lettera ad un giornale locale dove indicava ai suoi uomini quali giornali acquistare, che linea mantenere, quali posizioni avere, rimarcando: «Sono felice di scontare in carcere tutte le mie condanne. Non sono uno che mangia carne umana». E con questo sottolineava che non si sarebbe pentito. Ma queste parole sono di troppi anni fa.

    Con la condanna di domani il clan Schiavone sarà in ginocchio. E lui, Sandokan, rimarrà sempre più solo. Il capo. L´uomo che secondo la sentenza di primo grado ha organizzato con determinazione e intelligente strategia la sua ascesa al potere. Sino ad ora il clan ha rispettato i suoi figli, gli ordini della moglie Maria Pia Nappa, compagna di una vita che lui ritiene di aver sempre onorato, ponendosi nel ruolo del padre integerrimo e marito fedele.
    Ma stranamente nel processo ci sono due donne americane, Kathrin Houston e Cristina Emich, sottufficiali della Nato, divenute amanti di Sandokan: la prima condannata ad un anno e mezzo per aver fornito al boss 3 pistole calibro 357 Magnum. Se arriveranno gli ergastoli domani, non uscirà più di galera. E al capo, all´uomo che ha tentato di tutto pur di uscire dal carcere, che ha scritto lettere al Presidente della Repubblica per chiedere la grazia, che ha cercato di farsi passare per matto con perizie psichiatriche che parlavano di strani fantasmi che lo andavano a trovare di notte in cella, a Francesco Sandokan Schiavone non rimarrà che pentirsi. Cantarsi gli affari e gli affiliati; svelare i nomi dei suoi alleati nei meccanismi della politica e dell´imprenditoria, i suoi stipendiati nell´editoria. Solo quello potrà essere lo strumento per non essere murato vivo.

    L´altro capo in galera è Francesco Bidognetti, detto "Cicciotto ‘e mezzanotte" boss del settore dei rifiuti, uomo del racket del cemento e dei mercati. Anche lui non ha speranze oltre il pentimento. Non può fare altro se non vuole finire i suoi giorni in cella e vedere la sua famiglia dilaniarsi, come sta già accadendo da quando la moglie Anna Carrino si è pentita. Lui tentenna da tempo. Sembra voler collaborare definitivamente. E se i due capi in carcere dovessero pentirsi, allora l´intera storia della camorra casalese potrebbe davvero trovarsi ad un punto di cristi totale e di svolta epocale.
    Un processo come questo, durato anni, non è solo una forma della giustizia, è molto di più. È anche un percorso culturale, una rinascita del diritto, un momento in cui si sono sedimentate le forze e le energie di un territorio.

    La chiusura di questo processo è un segnale, una possibilità di una nuova primavera del mezzogiorno italiano. Bisognerà non spegnere l´attenzione, seguire la vicenda giudiziaria in Cassazione e poi soprattutto seguire gli altri rami del processo Spartacus che riguardano i rapporti con la politica, i rapporti con le imprese legali. Rami del processo che se non si interviene rischiano di vedere cadere i reati in prescrizione.

    Ora che si sta chiudendo il processo - lungo frammento di storia di queste terre, archeologia criminale e umana che emerge dalle carte e dalle confessioni - mi vengono in mente i volti di coloro che sono stati uccisi per aver posto resistenza al potere del clan. E poi sono stati dimenticati, trascurati, spesso neanche citati. Finiti sulle targhe delle strade o ricordati solo nel cuore dei familiari ed amici. I nomi dei morti in questa guerra mai dichiarata e in realtà combattuta sempre, senza mai concedere armistizio. Salvatore Nuvoletta: un carabiniere ammazzato nel 1982 a vent´anni, punito perché aveva partecipato all´arresto di un parente del boss Sandokan. E poi Franco Imposimato, nel 1983, ucciso perché fratello del giudice Imposimato ma anche perché militante ecologista. Alberto Varone che nel 1991 distribuiva giornali, e aveva un mobilificio che faceva gola al clan del suo paese che voleva ramificarsi in ogni settore. E ovviamente Don Peppino Diana ucciso nel 1996 per il suo documento "Per amore del mio popolo non tacerò". Poi Federico Del Prete, ucciso nel 2002, sindacalista solitario che organizzò un antiracket dei venditori ambulanti. Fino a Domenico Noviello, ucciso poco più di un mese fa per una denuncia fatta sette anni prima.

    E poi i feriti, gli umiliati, i minacciati: il delegato CGIL Michele Russo gambizzato per aver minacciato di far scendere i lavoratori edili in sciopero; Antonio Cangiano sparato alla schiena per un appalto non regalato ai clan: Renato Natale cui sversarono chili di merda di bufala fuori casa per dimostrare che il clan l´avrebbe sommerso se continuava a fare il sindaco del paese. In attesa della sentenza, a loro va il pensiero che il diritto possa davvero divenire come fu il sogno di Spartaco. Possa essere in grado di ridare diritto: diritto alla vita e alla libera decisione di ogni singolo. E auspicando che questo sogno non finisca come finì Spartaco giustiziato lungo la via Appia, strada dove oggi al posto delle croci dei ribelli si trovano per ironia della sorte gran parte dei negozi degli uomini del clan dei Casalesi.

    Vorremmo che questo processo non sia soltanto un sogno di riscossa ma una concreta possibilità di far emergere il meglio di questa terra che non ne può più del marcio che la governa. E anche che questo auspicio possa stavolta giungere sino a Roma. Sperando di non dimenticare, sperando di poter mutare. E viene in mente un verso di Isaia capitolo 21, versetti 11 e 12, quando dice "Shomér ma mi-llailah, ma mi-lell" ovvero "Sentinella, a che punto è la notte?» Il profeta che vide fuoco e fiamme, cede a questo verso di speranza. «La notte sta per finire ma l´alba non è ancora arrivata." È questa la risposta.


    Copyright 2008
    by Roberto Saviano
    Published by arrangement
    of Roberto Santachiara
    Literary Agency

    Come sarà il mondo se vince Obama

    Come sarà il mondo se vince Obama

    Michael Walzer - La Repubblica
     
    Internazionalismo liberale: è così che (alcuni) dei consiglieri di Obama e vari intellettuali suoi simpatizzanti definiscono quella che auspicano sarà la sua politica estera. Ma che cosa significa internazionalismo liberale? Ho compilato una lista di possibili equivalenti, anche se ognuno è seguito da un grande punto interrogativo. Obama finora conduce la sua campagna senza nulla che somigli a un programma completo e coerente per la politica estera statunitense (neppure per la politica interna del resto).

    Ecco la mia lista:
    1) La fine dell´unilateralismo di Bush , quanto meno nella forma di perpetuo scontro. Se Obama vince, i diplomatici americani viaggeranno molto e avranno molti colloqui. Innanzitutto in Europa con i nostri alleati naturali, ma non solo. Verrà esplicitamente bocciata la politica di rifiuto del dialogo con i nemici. Dialogheremo con qualunque nemico sia disponibile a parlare con noi, intendo qualunque stato nemico, primo tra i candidati ovviamente l´Iran. La politica nei confronti delle organizzazioni terroristiche non cambierà. Mi limito a ripetere quanto dichiarato da Obama tra l´altro in termini piuttosto decisi.

    2) Una nuova posizione sul riscaldamento globale e aperture su Kyoto, forse con Al Gore in veste di responsabile. Lo reputo quasi certo.
    3) Forse qualche segno di disponibilità ad aderire alla Corte penale internazionale, anche se pur sempre con riserve per proteggere i militari americani dai cosiddetti processi "politici". Non credo che Obama si metterà in contrasto con il Pentagono per l´adesione alla Cpi . Ricordate che anche Clinton avrebbe aderito, non fosse stato per l´opposizione dei vertici militari.

    4) Un diverso approccio al Wto e alle tematiche del commercio in generale, pur con incertezze sulla misura di tale diversità. Nascerà forse un nuovo interesse per i trattati che contengono norme a tutela dei diritti dei lavoratori, dell´ambiente ecc. Ma gli economisti sono economisti e i consiglieri di Obama non sono affatto così lontani dal "Washington consensus" neoliberista. Non sono, a quanto mi è dato di capire, i paladini di una democrazia sociale globale. Gli economisti di sinistra continueranno ad essere critici dall´esterno anche se forse avranno ascolto a Washington come non mai da otto o addirittura sedici anni a questa parte.

    5) Una più forte (a parole o nei fatti?) assunzione della "responsabilità di proteggere" in luoghi come il Darfur o Myanmar, anche se la nuova amministrazione non invierà truppe americane in paesi in cui non siano già impegnate. Chi altro potrebbe essere pronto a inviare truppe? Se qualcuno è pronto gli Usa sotto Obama potrebbero essere disponibili a dare appoggio, a contribuire ai costi, all´equipaggiamento e al trasporto delle truppe.

    6) Un chiaro – mi auguro – riconoscimento che la "guerra" al terrorismo è in massima parte lavoro di polizia e lavoro politico, che richiede la cooperazione tra molti paesi e che può e deve essere condotta nell´ambito dei limiti costituzionali. C´è da attendersi che Guantanamo venga chiusa, i memo sulla tortura ripudiati, che si ponga fine alle rendition e che alcuni processi contro imputati di terrorismo vengano trasferiti dai tribunali militari a quelli civili. Ma la nuova amministrazione non rinuncerà all´azione clandestina, alla guerra nell´ombra, alla lunga guerra. E´ auspicabile un approccio ideologico più coerente, variegato alla lotta in corso contro le organizzazioni terroristiche – più sottile, più intelligente nel tracciare demarcazioni rispetto alla logica dicotomica bianco-nero, bene – male loro – noi di Bush. Ma non contateci.

    7) Un ritiro, come promesso, dall´Iraq. In questo caso il punto interrogativo è ancora più grande. Ci sarà il promesso ritiro dall´Iraq? L´impegno al ritiro di entrambi i candidati (da parte di Hillary e, ancor più chiaro, da parte di Obama) e dei vertici democratici del Congresso è talmente netto ed espresso con tale vigore che è difficile ipotizzare un ripensamento. Ma credo che finiranno per fare marcia indietro. Trovo difficilissimo immaginare il ritiro Usa secondo il calendario di Obama, vale a dire avvio immediato e in sedici mesi tutti fuori, inclusi i contractor privati, presenti in Iraq in numero almeno pari ai militari Usa. Inoltre tutte le persone che hanno collaborato con gli americani sarebbero in pericolo alla nostra partenza. Il che raddoppia o triplica il numero degli individui da far uscire. Probabilmente neppure sotto il profilo logistico il ritiro sarebbe fattibile in sedici mesi ed è quasi certo che non avverrà in quei termini. Verrà annunciata formalmente una politica di disimpegno, ma nella pratica il disimpegno sarà molto lento, con molte pause, associato a negoziati con l´Iran e la Siria e avverrà a patto che esista una copertura alla ritirata. Ma l´Iran e la Siria coopereranno? Soprattutto, coopererà l´Iran? Gli iraniani vogliono che ce ne andiamo dignitosamente, con l´onore intatto secondo i canoni degli ufficiali Usa? Probabilmente no.
    Comunque nel breve periodo Obama scoprirà che i curdi non vogliono che ce ne andiamo, che i capi sunniti non vogliono che ce ne andiamo, che il governo sciita non vuole assolutamente che ce ne andiamo che i kuwaitiani, i sauditi, gli egiziani gli israeliani e i turchi non vogliono che ce ne andiamo. Quanto meno non secondo il calendario di Obama. Lo stratagemma sarà quindi andarsene e non andarsene al contempo. Nulla dell´Iraq è stato una passeggiata, e nulla sarà una passeggiata nel futuro prevedibile.

    8) Un ritiro parziale delle truppe dall´Iraq sarà necessario, perché i democratici sono realmente impegnati a intensificare gli sforzi in Afghanistan, il che equivale ad un ulteriore invio di truppe. Più truppe americane e anche più truppe dall´Europa. Il multilateralismo americano – l´Afganistan è solo un esempio – richiederà molto impegno da parte degli altri fianchi, delle altre parti, probabilmente molto più di quanto abbiano oggi in mente i nostri alleati europei.

    9) Un´iniziativa diplomatica israelo-palestinese e anche nell´ambito del più esteso conflitto israelo-arabo. Presumo che gli attuali negoziati, inclusi i nuovi colloqui tra Israele e Siria, proseguiranno e che non si arriverà a nessuna decisione entro il gennaio 2009. In questo caso l´eventuale amministrazione democratica sarà più impegnata nel processo ma dubito che le modalità saranno sensibilmente diverse. Cosa più importante, Obama non forzerà né tenterà di forzare un ritiro israeliano dalla Cisgiordania, fino a che o a meno che non sia chiaro che dalla Cisgiordania liberata non saranno puntati razzi su Tel Aviv ed è molto difficile immaginare progressi su quel fronte con un´autorità palestinese spaventosamente debole o con un governo israeliano debole, mentre cresce ancora la forza dei fanatici islamici a Gaza, in Palestina in generale e nel Libano. C´è da quindi da aspettarsi un´attività febbrile e nessun grande progresso. Ma è questo il campo in cui potremmo trovarci di fronte a qualche vera sorpresa.

    Quindi l´immagine degli Usa nel mondo migliorerà notevolmente con un Obama alla presidenza e con un ampia maggioranza democratica al Congresso. Ma l´America ha meno potere oggi, la sua autorità è sminuita confronto agli anni di Clinton e il mondo è ancor più restio di quanto fosse allora. Una politica estera americana diversa forse non cambierà molto le cose, e sicuramente non cambierà le cose se non accompagnata o sostenuta da politiche diverse in altre parti del mondo.

     

    Bibbia

    Bibbia in volgare lacuna italiana

    Giuseppe Betori - Il Corriere della Sera
     
     
     
    Nella cultura italiana c'è una carenza legata al fatto che nella storia della nostra nazione è mancata la presenza di una traduzione della Bibbia che si imponesse per accreditamento ecclesiale e culturale.

    Ne ha sofferto in particolar modo il linguaggio, cui è mancato l'apporto di un vocabolario espressivo dell'esperienza religiosa e in particolare della vicenda di fede di cui i testi biblici offrono testimonianza. Tutto ciò ha avuto come principale — ma anche necessariamente limitata — mediazione il testo latino della Vulgata di San Girolamo, nella forma di non pochi calchi in volgare dal lessico della lingua antica. Forse anche a questa assenza di una Bibbia in italiano, che si accreditasse come «ufficiale» di fronte alla cultura, si deve quella distanza che la cultura nel nostro Paese ha spesso avuto a fronte della riflessione teologica e in senso più ampio del rapporto con la fede.

    Pensare di superare questo svantaggio non è cosa facile, anzi potrebbe apparire come un'ambizione indebita e azzardata. E tuttavia, con i suoi molteplici limiti, la traduzione a cui la Cei diede la propria approvazione nel 1971 — e che dal 1974 mise in circolazione nelle assemblee liturgiche cattoliche — ha avviato un processo di diffusione del linguaggio biblico che non va sottovalutato, incrementato peraltro dal fatto che questa stessa traduzione è diventata di fatto il punto di riferimento di altre esperienze di circolazione della Bibbia, come la «lectio divina » o la scuola della Parola.

    Questa traduzione, largamente ripensata e rivista, viene ora proposta in terza edizione, con un atto al tempo stesso di rigorosa attenzione scientifica e di fiduciosa intrapresa culturale. La rinnovata traduzione è infatti anzitutto un tributo agli studi di critica testuale, che hanno fornito in questi anni testi critici — nelle lingue dei testi originali della Bibbia — più attendibili e attenti alle acquisizioni recenti delle scienze archeologiche e filologiche.
    A ciò si è aggiunto lo sforzo di essere aderenti alla struttura linguistica dei testi originali, anche al prezzo di qualche asperità sintattica per l'italiano, ma con lo scopo di favorire il confronto interno ai testi biblici e una certa uniformità di vocabolario, che agevoli la costituzione di parametri linguistici di riferimento costanti per la comunicazione religiosa e tra questa e la comunicazione culturale in genere.

    È difficile ipotizzare ora quanto di questi propositi e aspirazioni potrà trovare in futuro riscontro. Progetti di tal genere, d'altronde, non si fanno calcolando i ritorni, bensì osando gettare il cuore e la mente oltre i confini visibili di mondi che altrimenti tendono per se stessi alla ghettizzazione. Ciò permette di inserire la nuova traduzione nel contesto più ampio di quel «progetto culturale » che la Chiesa in Italia va perseguendo da qualche tempo e che vorrebbe creare legami più solidi tra la capacità della rivelazione cristiana di farsi cultura e storia e la natura stessa della cultura, che quando è autentica non può rifiutarsi a nessuna contaminazione, anche religiosa.

    Per chi crede, dietro a tale proposito sta la convinzione che nel Vangelo è racchiuso un di più di umanità che non può non incontrare le attese del cuore e della mente della gente e farsi promotore di crescita del bene comune per una società aperta. Ci si può augurare che gli scontri tra le pretese egemoniche appartengano al passato. Oggi è da auspicare che per tutti, inclusi i cattolici, sia l'ora di mettere nell'agorà delle buone idee e delle esperienze positive il proprio patrimonio, inteso come un bene condivisibile perché razionalmente apprezzabile, come continuamente ci ricorda il papa Benedetto XVI, e magari anche esteticamente attraente.

    A partire da questa convinzione molti tra i più accreditati artisti italiani contemporanei sono stati coinvolti nella realizzazione di tavole di commento alle letture bibliche contenute nel Lezionario liturgico, i cui volumi vanno rinnovandosi a seguito della nuova traduzione biblica. Una scommessa sulla possibilità di dialogo tra arte e fede che non è meno urgente di quella, aperta e da irrobustire su altri fronti, tra fede e scienza o tra fede ed ethos condiviso di un popolo. Sono queste le strade per cui la Chiesa italiana può uscire dallo stretto luogo comune dell'agenzia solidale di servizi sociali e al tempo stesso di ufficio di erogazione di prodotti liturgico-sacrali, per essere testimone credibile della fede in Cristo risorto e fermento di innovazione vitale del tessuto umano e sociale.
    Solo così potrà dare continuità alla sua storia millenaria di forte radicamento tra la gente del nostro Paese.


    * Segretario generale Cei
     

    nucleare

    Prendi il nemico per la gola

    Elena Loewenthal
     
     
    Il nucleare in Iran è questione di primo piano, in costante emergenza politica ai quattro angoli del mondo.

    Ma anche con i pistacchi, c'è poco da scherzare. Ovviamente la scissione dell'atomo è cosa di ben altro peso, ma gli Stati Uniti non hanno preso alla leggera la scoperta di una connection «sotterranea» della nobile acardiacea, a cavallo di un improbabile asse strategico. Pistacchi iraniani, cioè, acquistati da Israele, malgrado l'embargo commerciale e i rapporti - paradossalmente inesistenti e burrascosi al tempo stesso - fra i due Paesi.

    Viste le proteste americane rivolte ad Israele, vista l'incandescente situazione politica, verrebbe da dire che non si tratta di noccioline. Se non fosse che proprio di quelle, o quasi, si tratta. Gli israeliani, infatti, non è che siano patiti di gelato tinta verde - e poi il gusto pistacchio fa anticato, ormai, fa Anni 70, è roba vecchia ovunque. Gli israeliani non sono nemmeno, se non in minima ed elitaria parte, cultori della cucina creativa d'alta gamma. Ma i pistacchi li adorano e li consumano in quantità industriali, così come tutti gli altri semi e semini che nella lingua della Bibbia passano sotto il nome comune di botanim.

    Noci, nocciole, mandorle, semi di girasole, fino ad arrivare al nobile pistacchio incastonato nel suo guscio, occupano banchi interi di mercato e chioschi e vetrine. Sono buoni in ogni momento della giornata, altro che l'happy hour dell'aperitivo. Sarà fors'anche colpa dello stress di vivere in un Paese dove l'imprevedibile - e purtroppo anche il prevedibile - è sempre in agguato, fatto sta che gli israeliani sono consumatori compulsivi di tutte queste cose sgranocchiabili non particolarmente dietetiche ma se non altro naturali. Tutt'al più, appena appena salate e tostate a puntino. Ecco perché i pistacchi iraniani non sono noccioline.

    Ma l'asse della frutta secca non solo tocca cruciali questioni politiche. Svela anche, in fondo, che là dove la diplomazia non arriva, ci pensa da sempre la cucina. Quella israeliana - erede a modo suo dell'ebraica - è in tal senso un esempio tanto significativo quanto paradossale. Si fonda infatti su due presupposti culturali. Il primo è il cibo della diaspora, in particolare quello «ashkenazita» - che in ebraico significa «tedesco». Cibo europeo carico di una memoria dolente, se pensiamo che i capisaldi di questa cucina parlano la stessa lingua dello sterminio, un tedesco appena impastato di ebraico: Gefilte fisch (pesce ripieno), beigele (ciambella), schnitzel (cotoletta impanata).

    Il secondo è il cibo arabo, mediorientale e ormai transculturale: la pita e l'humus e i falafel e il kebab. In Israele si mangia tutto questo e tanto altro, in un continuo incontro di sapori.
    E se fino a qualche anno fa la sciagurata e obesogenica dieta americana rappresentava ancora un modello - se non altro per comodità di preconfezionato -, ora gli israeliani guardano al Mediterraneo come bacino di tradizione alimentare.

    Tenendo sempre d'occhio le due coordinate culinarie fondamentali - l'araba per un verso e quella dell'Europa centrosettentrionale per l'altro. In parole povere, i luoghi dei due grandi, tragici conflitti vissuti dall'ebraismo in questi ultimi cento anni.
    E' proprio vero, a tavola le barriere cadono - persino in una tradizione alimentare come quella ebraica, così fitta di divieti e di separazioni. Eppure, proprio questa tradizione, così limitata dalle regole della kasherut e da una storia spesso ingrata, ha oggi imparato che mangiare «come» il nemico è un passo indispensabile per arrivare, un giorno o l'altro, a mangiare «con» il nemico.

    Perché in cucina le convenzioni, le demagogie e i pregiudizi finiscono puntualmente sminuzzati come verdure da soffritto, si perdono nei profumi del brodo. E questo accade non soltanto in Israele - ma da sempre e ovunque nel mondo: il cibo è refrattario alle regole della politica. Spesso, fortunatamente, è anche un gentile presagio. Mangiando le stesse cose, prima o poi ci si viene incontro davvero.
    E una volta seduti alla stessa tavola, si finisce con lo scoprire che ci si assomiglia più del previsto. Perché, come diceva quel saggio d'Estremo Oriente, siamo quel che mangiamo. E mangiamo quello che siamo.

     

    salari

    Che fine hanno fatto i salari?

    Enrico Letta - Europa
     
     
     
    Grande assente dalla manovra è la questione salariale. Sopraffatta anche da una inspiegabile scelta di azzeramento di tutte le decisioni del Cipe in ambito dei Fondi Fas prese negli ultimi due anni. La manovra si muove tra queste Scilla e Cariddi.
    Sul tema dei salari risuonano ancora le parole del Governatore Draghi – e il diffuso consenso che le ha accolte – in favore di una nuova politica di forte sostegno.

    L’assenza di una efficace manovra redistributiva rischia di comprimere ulteriormente i consumi delle famiglie e di condizionare negativamente il mercato interno, con ripercussioni sull’andamento dell’economia italiana.
    Il governo è tanto più colpevole perché tutti gli osservatori sono consapevoli che non è per questa via che si sostiene la capacità di crescita del paese, legata a filo doppio ai consumi e alla produttività.
    Si tratta di un’occasione perduta.
    Questo anche se il pacchetto di misure economiche varato ieri dal governo sembra almeno tener ferma la barra del risanamento economico.

    In un periodo di congiuntura economica quantomeno incerta, mantenere il rigore nei conti pubblici è necessario e si inserisce nella traccia delle ultime Finanziarie del governo di centrosinistra.
    Così come l’aver dato respiro triennale a una manovra non solo fiscale potrebbe facilitare l’attuazione di un risanamento che, nel 2011, dovrebbe agganciare l’obiettivo del pareggio e consente una programmazione organica e di medio periodo. Tuttavia, i fattori positivi del pacchetto Tremonti rischiano di esaurirsi qui.

    Sul fronte delle coperture finanziarie, da sempre punto debole delle manovre economiche dei governi di centrodestra, i dubbi sono molteplici. A cominciare dal fatto che i tagli di spesa, calcolati intorno a 9 miliardi di euro, sono individuati sulla base di astratte percentuali di voci di bilancio e quindi non destinati a correggere in modo mirato gli sprechi.
    Il rischio è che una spesa, inizialmente compressa in modo indiscriminato, possa poi esplodere con ripercussioni negative sui conti pubblici. Il fatto poi che i tagli siano ripartiti – peraltro in modo diseguale - tra la sanità, gli enti locali e la pubblica amministrazione lascia di per sé intendere che a farne le spese saranno in primo luogo i cittadini, che vedranno diminuire i servizi offerti. In particolare, i pesanti tagli per la sanità compromettono il patto sulla salute che, seppure a fatica, era stato stretto in precedenza tra governo e rappresentanti delle regioni.

    In assenza di adeguate coperture, tutto questo potrebbe determinare la reintroduzione dei ticket sospesi per quest’anno.
    Molto negativa è poi la scelta di cancellare, di fatto, tutte le delibere del Cipe degli ultimi due anni sul Fondo aree sottoutilizzate, che è invece il modo più serio di impiegare le risorse europee secondo una programmazione rigorosa. Insieme a “Industria 2015” queste destinazione di risorse rappresentavano uno strumento utile, anche strategicamente, per lo sviluppo del sistema produttivo e dei territori. Perché si cancellano decisioni già prese utili al paese? Dove è andata a finire la tanto sbandierata intenzione di continuità istituzionale?

    Quello che salta agli occhi è che il cuore di questa manovra, che pure avrebbe dovuto indicare la strada per correggere un ciclo economico che rischia di azzerarsi, è composto da tagli di spesa incerti a fronte di un aumento delle entrate affidato alla cosiddetta Robin Hood Tax. La tassa sui petrolieri, pur essendo di per sé una fantasiosa invenzione, non può essere presentata come la magia per far tornare i conti. Si tratta di una misura che ha effetti nel breve periodo ma che, in assenza di un piano serrato di liberalizzazioni, rischia di non tradursi in un beneficio reale per i consumatori. Così com’è presentata, non sembra essere una cura quanto piuttosto un tentativo di lenire alcune ferite.

    Il Partito democratico farà la sua parte, accettando la sfida della nuova Finanziaria e impegnandosi concretamente in Parlamento ad appoggiare le misure che possono aiutare il paese. Penso, ad esempio, all’eliminazione del divieto di cumulo tra redditi da pensione e redditi da lavoro che rappresenta, tanto più per chi può contare solo su un regime pensionistico contributivo, un importante passo in avanti verso il prolungamento della vita lavorativa attiva in Italia ancora poco diffuso.

    Purtroppo, a giudicare dalle notizie diffuse a pioggia nei giorni scorsi e parzialmente confermate ieri, ci sembra che la parte di marketing e propaganda dell’intera operazione – tutta centrata sulla popolarità dell’evocazione di Robin Hood - renda molto complicato un confronto vero sui contenuti.
     

    il ministro Brunetta

     

    Brunetta licenziane uno

    Massimo Gramellini - La Stampa
     
     
    Il ministero della Pubblica Distruzione ha sostenuto l’esame di immaturità ed è stato promosso a pieni voti in entrambe le materie: superficialità e ignoranza. Davvero originale l’idea di scegliere per il tema di letteratura una poesia di Eugenio Montale dedicata a un maschio, chiedendo agli studenti di commentare «il ruolo salvifico e consolatorio svolto dalla figura femminile». Eppure, prima di assegnarla a centinaia di migliaia di maturandi, sarebbe bastato compiere un piccolo sforzo: leggerla. «O vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua».

    Raminghi. Non raminghe. È così che la scuola italiana va a ramengo. Raminghi: plurale maschile. Una nozione da terza elementare, quindi alla portata persino di un funzionario della commissione ministeriale. Ma anche un ripetente cronico avrebbe potuto scansare la figuraccia, se solo avesse avuto l’audacia di leggere la nota che accompagna la dedica della poesia («a K.») in tutte, dicesi tutte, le raccolte antologiche: «K. è il danzatore russo Boris Kniaseff, che Montale conobbe a Genova, dopo averlo ammirato al Teatro Verdi». (I Meridiani, pagina 1070).

    Qualcuno ha avvertito il tipico olezzo della censura: un funzionario con le lancette ferme al 1950 che modifica la poesia di un maschio (etero) sul fascino di un altro maschio, trasformando il ballerino in ballerina. Invece l’unico odore che trapela è quello della sciatteria. Dietro la topica dell’anno non affiora un Catone, ma un Pigrone. Una persona ignorante, superficiale e frettolosa, che ha svolto il suo compito senza cura né rispetto. Ed è proprio questo il punto. Da tempo abbiamo rinunciato alla speranza che la scuola trasmetta ai ragazzi la cultura. Però continuiamo a pretendere che insegni loro, con l’esempio, un po’ di umanità. E un uomo che vive e lavora nella trascuratezza non è un uomo. È un parassita o un frustrato: in entrambi i casi un morto dentro.

    Certe derive vanno fermate prima dell’irreparabile. Prima cioè che ci tocchi rileggere un comunicato come quello diffuso martedì sera dal Quirinale, dove qualche funzionario ha messo in bocca all’ignaro Napolitano una frase di condoglianze per la morte dello scrittore Mario Rigoni Stern che faceva riferimento alle «montagne trentine dell’altopiano di Asiago». Ora, ai tempi di Internet, non è più così difficile imparare la geografia. Basta andare su un qualsiasi motore di ricerca, battere «Asiago» e la prima cosa che comparirà sullo schermo sarà la Provincia di appartenenza: VI. Che non sta per Vero Ignorante, ma per Vicenza: splendida città del Veneto, mica del Trentino. La fretta e la superficialità, anche lì. E anche qui: ogni giorno sui quotidiani escono errori e inesattezze per le quali incolpiamo i ritmi di lavoro troppo concitati.

    Però alcuni errori rimangono più gravi di altri, per via del loro valore emblematico. Quello del commissario ministeriale che ha cambiato sesso al ballerino di Montale appartiene alla categoria. Perciò invitiamo l’implacabile Brunetta a telefonare alla sua collega dell’Istruzione, affinché si proceda all’identificazione del colpevole. Uomo o donna, ballerino o ballerina che sia. Risparmiateci il solito balletto di accuse e scuse generiche. Vogliamo un nome, un cognome e una lettera di dimissioni. Poi starà al buon cuore del ministro accettarle o rispedire il reprobo dietro il banco delle elementari.

    Europa

    L'Europa riprende il cammino

    La Gran Bretagna ratifica il Trattato di Lisbona

     

     

    La camera dei Lord britannica ha approvato alla terza lettura il Trattato di Lisbona, dopo aver detto 'no' a un emendamento Conservatore che voleva far slittare ad ottobre la ratifica. La firma della Regina, a questo punto una formalità, completa l’iter di ratifica. Un atto politico, quello dell’approvazione del Trattato, che il premier inglese Gordon Brown porterà al tavolo del Consiglio europeo previsto per oggi a Bruxelles.

    Il Regno Unito, che ha ricevuto in serata i ringraziamenti e gli omaggio del presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, diventa così il diciannovesimo paese ad aver ratificato il documento. L'emendamento presentato dal Lord conservatore Howell – che chiedeva lo slittamento dopo il ‘no’ irlandese della scorsa settimana – è stato respinto dalla Camera alta britannica con una solida maggioranza: 277 voti contro e 184 a favore.

    “Gli irlandesi – ha affermato Brown, rivolgendosi direttamente al leader conservatore David Cameron durante un question time alla Camera dei Comuni – non hanno chiesto a nessuno di rinviare la ratifica, hanno solo chiesto tempo per riflettere e fare le loro proposte. Ricordo al leader conservatore che il 60% dei nostri commerci è con l'Ue, che 3 milioni di posti di lavoro britannici dipendono dalla nostra presenza nell'Ue. Questo Trattato serve a far funzionare meglio l'Europa dopo l'allargamento. Noi intendiamo lavorare per un’Ue che aiuti la Gran Bretagna”.

    Dopo la doccia fredda irlandese, dunque, i grandi Paesi europei cercano di uscire dall’impasse. Lo ha fatto, concretamente, la Gran Bretagna. Tocca ora, tra gli altri, all’Italia. Il premier Silvio Berlusconi, ha annunciato che “il Trattato di Lisbona deve essere approvato da parte di tutti i 26 paesi che hanno dato il loro ok. Il 27mo paese – ha aggiunto – cioè l'Irlanda, dovrà dare poi la sua soluzione”. Una posizione, questa, che, benché trovi un’opposizione granitica all’interno della sua stessa maggioranza di governo – rappresentata dalla Lega Nord che accolse il ‘no’ irlandese come una sorta di vittoria personale – si pone in linea con quella dei maggiori leader europei.

    Il premier spagnolo Josè Luis Rodriguez Zapatero, per esempio, è stato molto chiaro in proposito: “Con tutto il rispetto democratico, non è possibile che l'Irlanda possa bloccare un progetto così necessario per l'Ue come il Trattato di Lisbona. E’ l'Irlanda ad avere un dubbio e dei problemi, non l'Ue. Sono convinto che la posizione della maggior parte dei Paesi membri sia quella di voler andare avanti e di non rinunciare a un trattato di cui abbiamo bisogno”.

    Altri autorevoli inviti a proseguire con le ratifiche sono arrivati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Nicolas Sarkozy. L’asse franco-tedesco, d’altronde, rappresenta il cuore pulsante del processo che ha portato alla scrittura del Trattato di Lisbona, due anni dopo – fu varato nel dicembre del 2007 – la tragica bocciatura della Costituzione europea ad opera di francesi e olandesi. A questo punto, le possibilità che si stagliano davanti al processo di integrazione europea sono varie.

    Si va dall’Europa a due velocità – con la sola Irlanda che viaggerebbe sulla corsia di rallentamento – a quella a più velocità, con tempi diversi da paese a paese, non solo di ratifica ma anche di adesione al progetto europeo in sé. Ipotesi da scongiurare secondo Angela Merkel: “La compattezza dell'Europa – dice – non è fine a sé stessa, ma un bene prezioso”, ha spiegato la Merkel, nel sottolineare che sulle questioni di importanza primaria regolate dal Trattato di Lisbona deve continuare a valere il principio dell'unanimità.

    “Non si può agire diversamente, per quanto faticosa possa essere questa strada. L'Europa non può permettersi una nuova fase di riflessione”. Il capo del governo tedesco confida nella possibilità di trovare un punto d'accordo con la dirigenza irlandese e ha messo in guardia dalla tentazione di mettere in discussione il Trattato di Lisbona, perché “uno migliore non riusciremo a realizzarlo”. Per questo deve andare avanti con rapidità il processo di ratifica. L'obiettivo dell'Ue è trovare al più presto una soluzione su come procedere; una soluzione “avveduta, ma decisa, chiara e compatta”.

    A questo proposito una soluzione potrebbe essere quella paventata dal presidente francese Sarkozy: fare rivotare gli irlandesi una volta che 26 paesi su 27 avranno ratificato il trattato. Da Dublino fanno sapere che fino a ottobre non verranno prese decisioni ufficiali, ma se l’Europa deciderà di perseguire questa strada, non è difficile pensare che i tempi potrebbero anche restringersi.
     

    perchè il silenzio sui rapiti?

    Se il rapito non fa politica

    Ernesto Galli della Loggia - Il Corriere della Sera
     
     
     
    Perché in queste settimane nessuno è sembrato occuparsi di Jolanda Occhipinti e di Giuliano Paganini? Perché — pur dando ovviamente per scontata una comprensibile discrezione da parte degli organi di governo — quasi tutti ne ignoriamo perfino i nomi, come ignoriamo quello di Abdirahaman Yussuf Harale, rapito insieme a loro in Somalia circa un mese fa? Perché le cose vanno così, mentre invece di altri nostri connazionali spariti in circostanze analoghe abbiamo sentito ripetere i nomi in continuazione, nelle aule delle Camere, nei consigli comunali, nei cortei, in decine di trasmissioni radio-televisive, li abbiamo visti stampati sulle prime pagine dei giornali, ripetuti nei tanti manifesti che ne effigiavano anche i volti?

    Cos'è che innesca il meccanismo del rapito di serie A e del rapito di serie B, dell' «unità di crisi» sì e dell' «unità di crisi» no, dei due pesi e due misure tra gli ostaggi? Cosa bisogna fare, insomma, per meritarsi il trattamento mediatico- istituzionale «due Simone », se così posso chiamarlo?

    Qualche spiegazione per questa distrazione generale l'hanno già fornita gli autorevoli personaggi del mondo giornalistico intervistati ieri dal Corriere: perché Occhipinti e Paganini erano due sconosciuti, hanno detto, perché l'opinione pubblica oggi è stanca e distratta, infine perché l'Italia non è in alcun modo coinvolta in Somalia come lo era invece in Iraq o in Afghanistan, e così via.

    Tutte risposte, però, che girano intorno al problema vero: che, cioè, in Italia continua a esserci poca nazione, e il vuoto di questa è riempito da troppa politica. È la politica — la feroce, pervasiva, politicizzazione di questo Paese o, almeno, della sua parte che conta — a spiegare il vasto silenzio in cui è precipitata la sorte dei due cooperanti italiani e del loro collaboratore somalo di cui non si sa più nulla. Non appartenevano ad alcun movimento politico, con la loro opera in Africa non intendevano rappresentare alcuna posizione politica, insomma non interessavano politicamente a nessuno. Questa è la verità.

    E dunque — dispiace dirlo ma è così — per la stessa ragione oggi essi non interessano neppure alla stampa, alla radio e alla televisione, ormai abituate troppo spesso, qui da noi, a pensare a se stesse come a un'articolazione della sfera politica, una specie di terzo ramo del Parlamento. Ma se non basta essere italiano per avere l'appoggio dei propri connazionali perché quel che conta è stare dalla parte giusta (e mettiamoci pure conoscere le persone e gli ambienti «giusti»), questo significa che l'Italia si porta ancora appresso quella fragilità, quell'inconsistenza congenita come Paese, che l'affligge da sempre e che insieme a molte altre cose ci impedisce anche di avere istituzioni forti ed efficaci, di essere uno Stato capace di stare alla pari con gli altri, di avere un'idea esatta dei nostri interessi e la capacità di farli valere.

    Tutte cose per le quali, infatti, è necessario preliminarmente credere nell'esistenza di un vincolo comune, di una cosa che, piaccia o non piaccia, ha un solo nome: nazione. E che in molti altri posti si è soliti, pur se nei modi e con le eccezioni dovute, far venire prima di tutto.