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Il fatto è avvenuto nella casa della madre di Anna Carrino, ex compagna di un boss
Agguato di camorra, ferita una ragazza: è la nipote della pentita dei Casalesi
Francesca Carrino è ricoverata in ospedale. Alcuni uomini hanno sparato almeno una dozzina di colpi
NAPOLI - Agguato, la notte scorsa, a Villaricca, in provincia di Napoli: a restare ferita, Francesca Carrino, 25 anni, nipote di Anna Carrino, pentita di camorra ed ex compagna di Francesco Bidognetti, boss del clan di Casalesi. Il fatto è avvenuto nell'abitazione di Assunta Carrino, madre di Anna. L'AGGUATO - Alcuni uomini, a bordo di un'auto blu munita di lampeggiante, si sono presentati in via Leonardo Da Vinci, al Parco Tania, e hanno bussato alla porta presentandosi come agenti della Direzione investigativa antimafia. Quando la porta è stata aperta, hanno iniziato a sparare una dozzina di colpi, almeno con due pistole. Francesca Carrino è rimasta ferita: è ora ricoverata in prognosi riservata ma, secondo quanto confermato dai carabinieri, non sembra essere in pericolo di vita. L'APPELLO - Secondo gli investigatori potrebbe essere una vendetta trasversale. Recentemente Anna Carrino, in un'intervista tv, aveva lanciato un appello all'ex compagno Francesco Bidognetti perché si pentisse. Non solo. In passato Anna Carrino è stata parte attiva del clan e "messaggera" delle direttive affidatele in carcere dall'ex compagno. Grazie alle sue testimonianze sta contribuendo all'arresto di diversi esponenti dell'organizzazione: dopo le sue rivelazioni, un mese fa, furono eseguite 52 ordinanze di custodia cautelare. Il 3 maggio scorso Umberto Bidognetti, 69enne padre del collaboratore di giustizia Domenico, è stato ammazzato in un agguato nelle campagne di Castel Volturno. Quest’ultimo aveva scritto: «La camorra è il male assoluto e i camorristi solo dei semplici buffoni». Il messaggio venne inviato dal pentito a marzo, e letto da un magistrato durante la commemorazione di don Peppino Diana, sacerdote ucciso 14 anni fa mentre stava per celebrare la messa.
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Camorra, finti poliziotti feriscono nipote di una pentita
NAPOLI - Agguato, la notte scorsa a Villaricca, in provincia di Napoli: a restare ferita, Francesca Carrino, 25 anni, nipote di Anna Carrino, pentita di camorra ed ex compagna di Francesco Bidognetti, boss del clan di Casalesi.
Francesca Carrino è stata ferita mentre era nell´abitazione di Assunta Carrino, madre della pentita Anna Carrino. Alcuni uomini, a bordo di un´auto blu munita di lampeggiante, si sono presentati in via Leonardo Da Vinci, al Parco Tania e hanno bussato alla porta presentandosi come agenti della Direzione investigativa antimafia. Quando la porta è stata aperta, hanno iniziato a sparare una dozzina di colpi, almeno con due pistole. Francesca Carrino è rimasta ferita: è ora ricoverata in prognosi riservata ma, secondo quanto confermato dai carabinieri, non sembra essere in pericolo di vita.
Sul fatto procedono i carabinieri di Castello di Cisterna e di Caserta. Secondo gli investigatori potrebbe essere una vendetta trasversale. Recentemente Anna Carrino, in un´intervista tv, aveva lanciato un appello all´ex compagno Francesco Bidognetti di pentirsi.
Un ´messaggio´ ad Anna Carrino e al suo pentimento facendo del male a qualcuno i suoi familiari. Secondo i carabinieri, c´é questo dietro l´agguato verificatosi la scorsa notte a Villaricca (Napoli). C´é una vendetta trasversale: una risposta della camorra a chi, come Anna Carrino, tempo fa, prima con il suo pentimento, poi con interviste tv ribadì la sua posizione e la rilanciò, chiedendo al suo ex marito, boss dei Casalesi, Francesco Bidognetti, di fare la sua stessa scelta: "Pentiti, la camorra deve essere sconfitta".
Da qui la scelta di colpire la sua famiglia e di mettere in atto l´agguato all´interno dell´appartamento dove, la scorsa notte, c´erano tre familiari della Carrino: la mamma Assunta, la sorella Maria e la nipote Francesca, l´unica ad essere rimasta ferita.
La Carrino, parte attiva del clan dei Casalesi e ´messaggera´ di ordini affidatile in carcere dall´ex marito, Francesco Bidognetti, grazie alle sue testimonianze sta contribuendo all´arresto di diversi esponenti del clan dei Casalesi: anche grazie alle sue rivelazioni, un mese fa, furono eseguite 52 ordinanze a carico del clan dei Casalesi, tra i più potenti.
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| Ma la Carrino conferma: Io non torno indietro |
Se la società civile scendesse in piazza
di Angelo Panebianco
Nel suo L'armonia perduta, del 1999, a proposito di quell'invenzione culturale che è stata la «napoletanità», Raffaele La Capria scrive che essa «... fu l'approdo inevitabile di questa piccola borghesia che rinunciava a priori, per risolvere il problema della plebe, a ogni vero tentativo di trasformazione sociale. Che rifiutava a priori ogni tentativo di industrializzazione, in quanto comportava rischi e richiedeva investimenti, capacità imprenditoriali, cultura, proprie di una classe dirigente moderna e di una borghesia degna di questo nome».
Assillata dall'esigenza di controllare la plebe, la borghesia napoletana, per La Capria, diede vita a una forma di civiltà duttile e raffinata ma immobile, impermeabile alle esigenze della modernità. L'ambivalente sentimento dello scrittore nei confronti della borghesia della sua città ritorna oggi negli interventi che egli dedica all'emergenza napoletana. Lo si coglie anche nelle riflessioni pubblicate ieri sul Corriere. Quell'ambivalenza dà luogo, mi sembra, a oscillazioni nel giudizio. C'è una differenza fra la prima parte, dove risponde a Ernesto Galli della Loggia, e la seconda dove esamina criticamente Il mare non bagna Napoli, il libro di Anna Maria Ortese. Nella prima parte, egli accusa l'Italia per quanto è accaduto e accade a Napoli. Il rischio è che il lettore vi veda (fraintendendo, credo, il vero pensiero di La Capria) una sorta di assoluzione per Napoli, un voler gettare sulle spalle di altri le responsabilità. Nella seconda parte, però, egli dedica un giudizio molto affilato e duro alla borghesia napoletana, della quale dice che essa non si è mai confrontata con il mondo e, pertanto, non è mai stata in grado di conoscersi: «Come si fa a essere classe dirigente se non si sa chi si è?».
Io credo che a Napoli oggi possa servire più questo duro giudizio sull'inettitudine della sua borghesia, della sua classe dirigente, che una chiamata di correo per l'Italia nel suo insieme. Perché nelle chiamate di correo è sempre insito il rischio, anche al di là delle intenzioni, di allontanare la responsabilità da chi in primo luogo la possiede. E' mia impressione che i napoletani, e in particolare proprio quella borghesia da cui fin qui, nella vicenda dei rifiuti, ci si è attesi invano uno scatto d'orgoglio, la manifestazione di un'inequivocabile volontà di prendere in mano il destino della propria città, non abbiano ancora misurato fino in fondo il baratro morale in cui Napoli è precipitata agli occhi del resto dell'Italia. Forse, per quella normale forma di cortesia che impronta le conversazioni private, i non napoletani evitano di calcare troppo la mano quando parlano con dei napoletani. Ma è purtroppo un fatto che, ad esempio, quando al Nord oggi si parla di Napoli (e la cosa non coinvolge solo elettori leghisti ma i più disparati ambienti, culturali e politici) smorfie e commenti carichi di disprezzo sono la regola. Il resto del Paese si sente danneggiato da Napoli due volte. In termini di immagine, perché la vicenda napoletana dei rifiuti coinvolge l'intera Italia agli occhi del resto del Mondo. E in termini di sforzo finanziario, perché quella storia costa cifre colossali ai contribuenti italiani.
Da quindici anni, o quanti ne sono passati da quando dura il problema dei rifiuti, afflitta da quegli antichi difetti acutamente individuati da La Capria, la società civile napoletana, quell'ambiente borghese fatto di professionisti, professori, imprenditori, giornalisti, magistrati, è stato silente, e quindi complice, degli errori inanellati dalla classe politica. Quella società civile non può fingere di non avere responsabilità possedendo essa le risorse culturali ed economiche che avrebbero potuto metterla in grado di esercitare un'influenza positiva, se solo lo avesse voluto.
Trovo stupefacente che quella classe borghese non abbia ancora sentito su di sé tutto il peso morale dell'emergenza e non si sia data da fare di conseguenza. Trovo strano, ad esempio, che essa non sia stata ancora in grado di portare in piazza mezzo milione, o più, di persone, con lo scopo di solidarizzare con chi, da De Gennaro a Bertolaso, ha tentato e tenta l'impossibile per rimediare, e di dire basta alle manovre dilatorie e alle «rivolte » suscitate ad arte, mediante le quali, da troppo tempo, si impedisce di porre termine a questa scandalosa situazione. Se quella reazione ci fosse stata, il clima e il vento sarebbero già cambiati e Napoli potrebbe guardare con più fiducia al futuro. Per i rifiuti ma forse anche per i suoi più generali problemi di sviluppo. L'assenza di quella reazione spiega anche l'incapacità delle istituzioni di cooperare fra loro (come mostra l'ultimo, devastante, intervento della magistratura), di remare nella stessa direzione.
Non dovrebbe essere questo il compito di intellettuali di grande prestigio come La Capria? Quello di spingere i propri concittadini ad abbandonare l'apatia, a muoversi per riconquistare un orgoglio e un onore oggi perduti? Anche i difetti più antichi e radicati di una classe dirigente che, in realtà, non sa dirigere più nulla, possono essere riscattati nelle situazioni di emergenza. Anzi, è solo in presenza di crisi gravissime che potenziali classi dirigenti, abituate a stare in ginocchio, riescono talvolta ad alzarsi in piedi. In quasi tutto il Sud, non solo a Napoli, è da sempre radicata l'idea che tocchi agli altri, al Nord ricco oppure allo Stato, «risarcire» il Sud, risolvere i problemi della società meridionale. Ma è una tragica illusione. Gli «altri», si tratti dello Stato o di qualunque altra entità, anche ammesso (e non concesso) che lo vogliano, non potrebbero comunque riuscirci. Nessuno è in grado di aiutare davvero un altro se quest'ultimo non aiuta se stesso per primo.
Come riconquistare la fiducia della Campania
Rifiuti tossici e nuove discariche
Barricate, cittadini che protestano, roghi che mandano bagliori nella notte, spazzatura di nuovo drammaticamente per le strade ed ecco Napoli ancora su tutte le reti televisive e i giornali, nazionali ed internazionali: tavole rotonde, pareri, rilancio del tema "responsabilità", che rimbalza come una palla da destra a sinistra e viceversa, presenza forte dello Stato supportata o contestata, 25 persone indagate e così via.
Qualche mese fa scrissi varie lettere ai giornali, auspicando l'intervento dell'esercito per un costante presidio e, quindi un'efficace protezione, delle discariche contro il traffico illecito dei rifiuti tossici.
Feci notare, inoltre, la mancanza di solidarietà delle regioni del Nord che rifiutavano la spazzatura campana, pur sapendo quanto fossero coinvolti alcuni industriali settentrionali (purtroppo mai individuati e puniti) nello smaltimento di sostanze nocive sul nostro territorio. Nel corso di numerosi anni, infatti, progressivamente ed in silenzio, sotto il naso degli ignari cittadini campani si sono accumulate montagne di spazzatura, ricca di orrende e svariate scorie (perfino radioattive!): una vera e propria devastazione, un'allucinante catastrofe ecologica che dissemina morte e malattie tra persone, animali e piante, che distrugge attività agricole e commerciali e allontana i turisti dalla regione.
Finché, tuttavia, la spazzatura non ha inondato le strade con i suoi maleodoranti sacchetti e coraggiosi libri, film e documentari non hanno messo fino in fondo "il dito nella piaga", la gravità e soprattutto la vastità del problema dei rifiuti tossici non erano ancora completamente emerse. I Napoletani sapevano che la raccolta della spazzatura era legata a traffici illegali, ma non erano ancora informati sui veleni riversati nelle discariche, lecite o illecite, presenti sul territorio.
Ora la gente è anche troppo informata e non ha più fiducia di nessuno! Intanto la situazione diventa sempre più grave ed il caldo opprimente di questi giorni certamente non giova. Raccolta differenziata e termovalorizzatori sono le soluzioni indicate, ma ovviamente non si possono realizzare subito. Questa grave emergenza, invece, richiede decisioni veloci, concrete e condivise. E, mentre la Sardegna si prepara ad accogliere i rifiuti e si fa ancora il nome della Germania che li vuole, ma a caro prezzo, non si capisce perché non si possa portare almeno un po' di innocua spazzatura urbana,non tossica, anche al Nord, magari aprendo là qualche discarica per solidarietà verso i propri fratelli, gli ITALIANI del Sud, che rischiano di morire di gravi malattie e non solo!
Da un rapporto di "Save the children", infatti, redatto da 73 organizzazioni, emerge che in Campania il 27% delle famiglie con prole numerosa è in condizioni di estrema indigenza e che oltre il 27% dei bambini abbandona prematuramente gli studi e va ad ingrossare le file del lavoro "a nero" e della prostituzione. Secondo gli ultimi dati ISTAT, inoltre, il flusso migratorio dal Sud verso il Nord sta aumentando ed è ora un fenomeno che coinvolge anche "laureati con la valigia".
R. Saviano, inoltre, nel suo libro Gomorra, ha validamente individuato le cause dei gravi problemi campani nelle connessioni tra criminalità e potere politico-economico, non solo locale, ma nazionale ed internazionale, ed ora anche il film premiato a Cannes, sia pur in modo meno incisivo ed approfondito rispetto al libro,mostrerà a tutto il mondo il tragico coinvolgimento di bambini ed adolescenti nei traffici illeciti. I riflettori tragicamente accesi sulla Campania,dovrebbero far comprendere a tutti gli Italiani che questo non è il momento di gretti egoismi regionali, ma di solidarietà nazionale nel cercare soluzioni giuste e condivise.
Se una terribile ferita viene inferta ad un organo vitale e non viene curata in tempo, prima o poi tutto il corpo s'infetta e muore. La Campania va curata, bonificata e riportata al suo antico splendore. Non potrebbe essere anche questa una GRANDE OPERA?
Ora il medico, in questo caso lo STATO, deve riconquistare la fiducia di questa regione con medicine efficaci, per una pronta guarigione.
Giovanna D’Arbitrio
Stato, camorra, rifiuti e luoghi comuni
In questi giorni, lo ha ricordato anche la Deb in un recente post, va di moda spiegare agli italiani che i cittadini che protestano per la realizzazione delle discariche e degli inceneritori sono "oggettivamente" complici, sia pure involontariamente, della camorra, che ha finora gestito centinaia di discariche abusive in tutto il territorio.
Ma le cose stanno davvero cosi?
Secondo me, invece, è piuttosto vero il contrario; i cittadini dei Comuni in cui dovrebbero sorgere le discariche autorizzate e realizzate, manco a dirlo, a norma, sono stufi di servire da ricettacolo dei peggiori liquami e scorie tossiche d'Europa, grazie al collaudato processo secondo il quale si parte dalle cave abusive che poi diventano discariche abusive e poi aree edificabili, più o meno abusive.
Hanno la ragionevole certezza che la migliore delle discariche e il più moderno termodistruttore verrebbero utilizzati, al di la di qualunque autorizzazione, per far scomparire i peggiori veleni, in barba a qualunque regola.
Esagerazioni?
Fantasmi?
Saviano, il giovane scrittore autore del best seller Gomorra , ci ricorda, nelle ultime pagine del libro, che su 17 ditte autorizzate allo smaltimento dei rifiuti in Campania ben 15 sono risultate direttamente amministrate dalla camorra.
Con queste premesse si può facilmente immaginare chi gestirebbe, nel concreto lo smaltimento dei rifiuti ed il conferimento nelle nuove discariche o inceneritori ( pardon: termovalorizzatori). Si: la camorra, stato o non stato.
Del resto si può capire che quest'ultima ha tutto l'interesse a far realizzare discariche regolari e impianti di termodistruzione moderni sicuri (?) ed efficienti. Smaltire una tonnellata di rifiuti tossici in modo illegale può rendere 300-500 euro.
Smaltire la stessa tonnellata in una discarica autorizzata ne rende, invece, anche 4000.
Insomma la gente protesta perché sa come andranno le cose, lo sa anche troppo bene, è stufa è stanca ed ha finalmente preso il coraggio non tanto di schierarsi contro i celerini quanto di mettersi per traverso agli evidenti interessi di qualcuno ben più pericoloso di loro. E' il coraggio della disperazione di chi "combatte" non per se ma per i figli, di chi sente di non poter ancora arretrare, di non aver più nulla da perdere.
Lo stato, per tutta misura, manganella.
In questo modo, OGGETTIVAMENTE consegnando, forse definitivamente, in mano alla malavita organizzata un altro pezzo di paese.
Cosa fare?
Beh, magari si potrebbe prendere esempio da quelle decine di comuni campani dove la raccolta differenziata funziona e poi, sempre magari, si potrebbero allontanare le imprese in odor di camorra.
E poi, magari, si potrebbe creare un consorzio di comuni limitrofi ugualmente chiamati a gestire i rifiuti prodotti nella loro area.
E poi, magari, prendendo ad esempio province limitrofe, si potrebbero sperimentare tecnologie nuove, come il dissociatore molecolare, che promette una stabilizzazione dei rifiuti di gran lunga piu' sicura degli inceneritori...
Si....magari.
Napolitano vede Gomorra con Saviano: Film impressionante
Roma, 30 mag. (Apcom) - "Impressionante, un film impressionante". Così il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano commenta in un colloquio con il direttore del 'Mattino' il film 'Gomorra', visto poche ore prima nella sala cinema del Quirinale, seduto accanto a Roberto Saviano, insieme alla moglie Clio, con il regista Matteo Garrone, il produttore Domenico Procacci e Caterina D'Amico di Rai Cinema, con amici e collaboratori.
"È molto bello cinematograficamente parlando - prosegue Napolitano - e molto crudo". Una serata insolita "per il sentito riconoscimento a un film di verità e dolore su Napoli, che mai come in questo momento interroga e stimola le nostre coscienze".
"Ora Gomorra farà il giro del mondo - dice Napolitano - alimentando il dibattito e le polemiche sulla realtà di Napoli e della Campania ma il film come il libro si fonda, oltre che su conoscenze ed esperienze dirette, su basi di documentazione ineccepibile, atti giudiziari e parlamentari. Certo le luci di Scampia o di Castelvolturno sono fosche ma c'è sempre uno sforzo di comprensione di quello che avviene. Questo è un segnale da cogliere. E la visione con Saviano del film deve valere come un gesto di sostegno, di vicinanza delle istituzioni alla sua battaglia, al suo coraggio di svelare il mondo criminale dei Casalesi".
"Bisogna coltivare la speranza che in Campania accada quello che è successo in Sicilia, che ci sia contro i clan che muovono il traffico di rifiuti tossici lo stesso impegno partecipato a denunciare il racket. In questo la magistratura - penso al processo contro i Casalesi - e il comportamento della politica sono molto importanti per coinvolgere i cittadini".
"Perché per tanti, troppi anni, non c'è stata attenzione, non ci sono state rivolte contro le discariche dei rifiuti tossici? Dov'erano allora gli animatori delle proteste di oggi contro le discariche che vuole aprire lo Stato?", domanda ancora Napolitano.
"Questo film resterà - sussurra il Presidente a Saviano - come Salvatore Giuliano, come Le mani sulla città". Ma anche Gomorra resterà? "Napoli non è solo Gomorra e lo dimostrano tanta vitalità artistica e culturale, le imprese sane e il lavoro pulito. Ma la crisi dei rifiuti e il potere della camorra sono un bubbone così grande che non ci sarà mai sviluppo vero se non viene estirpato", conclude il Capo dello Stato.
I giornali internazionali contro Silvio Berlusconi
Alitalia e nucleare al centro delle polemiche
 Il rapporto tra Silvio Berlusconi e i giornali non è mai stato felice. Tanto meno quando si parla di stampa straniera, sempre poco docile nei confronti dell’attuale premier. Questa volta sono tre gli importanti quotidiani che prendono di mira l’operato del nuovo presidente del Consiglio: il Financial Times, il Wall Street Journal e l’Economist. A scatenare le critiche, invece, sono i due temi caldi che hanno accompagnato i primi passi del nuovo esecutivo: il caso Alitalia e la proposta di un ritorno al nucleare. Sul Financial Times un tagliente articolo dell'editorialista Paul Betts, nella rubrica European view, spara a zero sulla vicenda della compagnia di bandiera. Il premier Silvio Berlusconi e i sindacati di Alitalia, scrive il giornalista, dovrebbero «prendersi a calci da soli» per l'ostilità che hanno riservato a Air France-Klm. Mentre il vettore franco olandese dovrebbe «ringraziare la sua buona stella», assieme ai sindacati e al nuovo governo, se il suo progetto di acquisizione di Alitalia non ha mai preso il volo. Le parole di Betts non fanno sconti e criticano aspramente le modalità con cui Berlusconi ha sfruttato la crisi della compagnia aerea a fini elettorali: prima promettendo una cordata che ancora oggi stenta a farsi avanti, poi demolendo le trattative con gli investitori francesi. E pure il prestito ponte, sostiene ancora Betts, servirà a poco di fronte ad un’azienda che perde 2 milioni di euro al giorno e che, come tutte le altre compagnie, dovrà affrontare l’esorbitante impennata dei prezzi del greggio. Ad aggravare la situazione, poi, sarebbe la non perfetta corrispondenza d’opinione tra Bruno Ermolli, l'imprenditore a cui Berlusconi ha affidato il compito di cercare una cordata italiana, e il nuovo influente ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, più propenso ad abbandonare le promesse fatte in campagna elettorale e più disponibile ad aprire a soluzioni straniere. Peccato, però, che la situazione, da due mesi a questa parte, è andata peggiorando in maniera esponenziale e la difficoltà del mercato, secondo Betts, metterà in fuga gli investitori stranieri che dovranno fare i conti con una situazione al limite del collasso. Non va meglio con la proposta di un ritorno al nucleare fatta dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. Questa volta è Henry Sokolski dalle colonne del Wall Street Journal ad analizzare il panorama italiano. Secondo l’editoriale del direttore esecutivo del Nonproliferation Policy Education Center, la proposta mossa dall’esecutivo è probabilmente irrealizzabile. A parte l’esorbitante debito pubblico che ancora pesa sulle casse dello Stato, infatti, le centrali promesse per far fronte all’emergenza energetica e al costo dell’elettricità, non potranno essere realizzate per almeno tre motivi: costi di costruzione in continua ascesa; tempi di realizzazione quantificabili in una - due decadi; e la mancanza di alcuna comunità italiana disponibile a vedersi costruire un reattore nucleare nelle sue vicinanze. Sono i costi e i tempi a far dubitare Sokolski, dunque. Secondo le stime riportate, le centrali nucleari avrebbero un costo dieci volte maggiore di una moderna centrale a gas e produrrebbero la stessa quantità di energia. Mentre per quanto riguarda i tempi di realizzazione, l’editoriale contrappone i diversi punti di vista che si sono confrontati nel dibattito italiano. Mentre Scajola ha affermato che il governo italiano avrebbe posto la prima pietra della costruzione per un reattore della nuova generazione in cinque anni, Enel fa sapere che ce ne vorrebbero almeno sette o dieci. Ancora più lontana è la prospettiva se si guarda alla piena operatività di queste centrali, le quali, secondo Edison, non potranno avviarsi prima del 2020. Per non parlare del fatto, fa notare ancora Sokolski, che la fase di progettazione delle centrali di quarta generazione promesse dal governo non è ancora pienamente ultimata. Ciò farebbe slittare l’agenda ancora di qualche anno, superando di molto anche le stime più critiche. Anche l’Economist è perplesso circa l’effettive capacità del quarto governo Berlusconi. Il settimanale britannico, che già in passato aveva criticato la politica del Cavaliere, torna a fare un quadro della nuova situazione politica che si è andata a delineare dopo le elezioni di aprile. Secondo l’Intelligence Unit ViewsWire, il nuovo governo «non avrà scuse» se non attuerà le riforme tanto attese per risollevare le sorti dell’economia italiana. La crescita economica e la lotta all'evasione avevano contribuito a ridurre il deficit dal 4,2% del Pil nel 2005 all'1,9% nel 2007 e l'aumento del rapporto debito-Pil del 2005-06 aveva registrato l'anno scorso un'inversione di tendenza. Per questo, dunque, è necessario, sostiene l’Economist, che il nuovo governo rilanci l’economia senza intaccare i buoni risultati finora ottenuti nella finanza pubblica. Tuttavia, con il pacchetto di tagli fiscali prospettato, servirebbe un rigido controllo della crescita delle spese. Controllo che, visti i grossi piani di spesa del governo e gli ostacoli politici e amministrativi ai tagli di spesa, sembra sempre più «improbabile». L’Economist passa al vaglio anche gli altri provvedimenti proposti dall’esecutivo. Secondo il settimanale, la detassazione degli straordinari e l'abolizione dell'Ici sulla prima casa avranno effetti limitati sia nel tempo, sia in termini di pil. Mentre la questione Alitalia, già ora impone seri dubbi sulle linee guida che il nuovo esecutivo vorrà adottare in materia di privatizzazioni. Il settimanale britannico chiude parlando della Lega Nord, considerata la più grande fonte di instabilità per la coalizione. Il partito di Umberto Bossi, infatti, qualora non venissero soddisfatte le richieste espresse dal programma leghista, potrebbe rivelarsi per il nuovo premier una vera e propria spina nel fianco.
Le due Chiese
Monsignor Piero Coda - L'Unità
Il Concilio Vaticano II, così come lo sviluppo della dottrina sociale della Chiesa a partire da Leone XIII alla fine dell’Ottocento, rappresentano per la Chiesa cattolica un fatto di enorme portata che tuttavia non è stata ancora adeguatamente recepito come tale. Il primo presidente dell’Associazione teologica italiana, di cui sono presidente attualmente, monsignor Luigi Sartori, un teologo straordinario, giungeva a dire che nella storia del Cristianesimo il Concilio Vaticano II è stato l’evento ecclesiale più importante dopo il primo cosiddetto concilio di Gerusalemme che all’inizio della storia del Cristianesimo ha sancito l’apertura della fede cristiana al di là dei confini di Israele. (...)
Lo dico in modo un po’ sbarazzino e garibaldino ma il Vaticano II ripropone l’intera questione della figura della Chiesa e della sua inserzione nel mondo attraverso il tentato recupero della dinamicità originaria dell’evento ecclesiale secondo la forma impressagli da Gesù di Nazareth e testimoniata dal Nuovo Testamento. Cioè propone delle condizioni a partire dalle quali è possibile sviluppare un progetto, una figura di Chiesa e di sua azione nella Storia, un modello che ancora in gran parte è inedito e inesplorato.
Questo enorme sforzo, diciamo dal punto istituzionale, che è stato per la Chiesa cattolica il Concilio Vaticano II, va letto in parallelo con un’analisi dei movimenti di base che caratterizzano il tessuto ecclesiale. La storia della Chiesa, in senso lato, non può mai essere giudicata e interpretata soltanto sulla base delle proposizioni delle istituzioni ecclesiastiche e delle dinamiche socio politiche culturali immesse nel tessuto della storia dalle istituzioni ecclesiastiche. Giovanni Paolo II ha fatto un’affermazione che, dal punto di vista teologico, fa ancora fatica a essere recepita, ma che ha i suoi presupposti nella visione del Vaticano II: nella Chiesa, che ha quella struttura dinamica impressagli da Gesù di Nazareth, istituzioni e princìpio di innovazione sono coessenziali. Questo lo disse in un famoso discorso del ’98, e proprio la scorsa settimana, mi trovavo in un convegno dove ho cercato di approfondire il significato di questa affermazione di Giovanni Paolo II. In altre parole se noi prendiamo storicamente il fenomeno della Chiesa lungo i secoli, non possiamo intendere cos’è la Chiesa parlando solamente di Leone Magno, senza parlare di Benedetto da Norcia, di Gregorio VII, senza parlare di Francesco d’Assisi, o Domenico di Guzman, cioè c’è continuamente all’interno del tessuto ecclesiale una dinamica di apertura e di futuro. E questo penso vada anche rilevato in concomitanza con il Concilio Vaticano II.
Dobbiamo fare tuttavia attenzione: quando parliamo di Chiesa e vediamo il suo comportamento nel contesto della società post-secolare, non possiamo guardare solamente alla istituzione, alle prese di posizioni ufficiali, dobbiamo anche guardare a cosa matura e lievita nella base. Oggi saranno, che so io, le forme vitali di volontariato, le comunità di base, l’associazionismo, forme di economia civile: c’è un tessuto vitale variopinto alcune volte anche conflittuale nella progettualità di cui occorre assolutamente tener conto per capire dove va a parare il cammino della figura ecclesiale delle fede. (...)
In questi giorni è uscito un volume di Fagioli, una lettura molto interessante - Fagioli è un giovane storico della scuola di Alberigo a Bologna - sulla storia del movimentismo cattolico dalla fine dell’Ottocento fino a oggi per rendersi conto dove e come si sta sviluppando la figura ecclesiale. Tenendo conto di tutto questo mi sembra si possa dire che oggi ci troviamo di fronte, dal punto di vista della Chiesa, a una duplice possibilità, a un duplice orientamento: il primo orientamento, che in qualche modo mi sembra sia maggioritario e a mio avviso vincente se non altro dal punto di vista della coerenza al fatto evangelico, è quello di una rinnovata spinta ed energia a dare concretezza e incisività di azione dei cristiani nella società civile, nella logica del sale e del lievito. E quindi una logica certamente dal punto vista civile e anche politico rischiosa ma che presuppone in maniera forte l’acquisizione convinta e consapevole del quadro teologico di riferimento a proposito della presenza dell’agire della Chiesa nel mondo che il Vaticano II ha delineato. (...)
Il secondo orientamento, la seconda prospettiva, invece può essere declinata e articolata con certi orientamenti di una riapparizione del fenomeno religioso sullo scenario pubblico, il lavorare più o meno consapevolmente alla riconquista di una posizione egemonica del Cattolicesimo. Una posizione cattolica di stampo gramsciano, se mi è permessa questa battuta: l’egemonia del Cristianesimo recuperata secondo modalità che poi a livello di opzioni culturali, sociali e politiche possono essere declinate in modo molto diverso. (...)
Come ho detto prima, ho l’impressione che la svolta programmatica propiziata dal Vaticano II non sia stata ancora sufficientemente recepita. I moduli dell’interpretazione sociale da parte dell’istituzione ecclesiale, ma diciamo anche dell’autocoscienza cristiana nella sua maggioranza, risultano spesso inavvertitamente debitori del precedente quadro di riferimento. In fondo il retropensiero che sta dietro a tutto ciò è questo: ci troviamo a gestire una situazione d’emergenza destinata presto a finire. Invece no, la situazione è un’altra. Il cambio è radicale e occorre accettare il rischio, in maniera argomentata e prudente se volete, a partire dalla propria identità giocata in un dialogo aperto, sincero, trasparente (...).
Il testo è tratto dalla relazione tenuta il 24 maggio da Monsignor Piero Coda al seminario «Religione e democrazia», organizzato dalla Fondazione ItalianiEuropei a Marina di Camerota
Il Rovescio del Diritto
Giancarlo Ferrero - L'Unità
Il governo non perde tempo: cavalcando la tigre della paura, forte del consenso poco consapevole dell’opinione pubblica spaventata ha già pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26 maggio il decreto legge sul pacchetto di sicurezza. Essendo ormai entrato, seppure provvisoriamente, nel nostro ordinamento giuridico, i magistrati sono ovviamente tenuti ad applicarlo. Lo faranno con gli occhi rivolti al cielo pensando al tempo e al costo che richiederà la sua applicazione e con la consapevolezza che non darà sostanzialmente alcun risultato.
Mancavano già in passato e mancano tuttora gli strumenti amministrativi, cioè gli uomini ed i mezzi necessari per dare concreta esecuzione agli ordini giurisdizionali di espulsione. Il governo ne è così consapevole che ha espressamente previsto la reclusione per l’immigrato il quale trasgredisca l’ordine di espulsione, trasgressione che presuppone la reale possibilità di non ottemperare all'ordine stesso. Anche perché non sempre è nelle condizioni di dargli spontanea esecuzione per l’elevato costo del viaggio di ritorno e perché i Paesi limitrofi al nostro non gli consentirebbero di certo l’attraversamento del loro territorio e tanto meno la permanenza sullo stesso in virtù di un semplice provvedimento giurisdizionale di un giudice italiano.
L’art. 1 del decreto legge ha molto disinvoltamente sostituito l’art. 235 del codice penale, imponendo ai tribunali di espellere lo straniero od allontanare il cittadino di uno Stato membro dell’Unione europea (quindi anche un francese) condannato a più di due anni. Il tempo perché si avveri questa condizione, stante la ben nota rapidità della nostra giustizia, non è pudicamente preso in considerazione. Se la persona coinvolta continua a calpestare il nostro sacro suolo, commettendo il reato previsto dal secondo comma dell’articolo, dovrà essere sottoposto a nuovo processo penale (sempre che naturalmente venga colto in flagranza) con ovviamente la piena osservanza di tutte le forme e gli oneri processuali, quindi con i lunghi tempi e costi del processo penale. Se pervicace e attaccato all’ex bel paese, potrebbe arrivare all’età pensionabile senza aver subito il trauma del distacco forzata dalla sua patria adottiva! Delle fatiche e del tempo dedicato al caso dagli uomini delle forze dell’ordine, dai funzionari e magistrati non si tiene alcun conto “de minimis praetor non curat”.
Purtroppo di questi particolari debbono però “curarsi” i dipendenti pubblici indicati che faticano a svolgere il loro lavoro “ordinario”, mentre sempre più arduo si fa la ricerca di nuovi locali adeguati in cui rinchiudere i condannati forestieri (le nostre carceri come è noto sono sovra affollate e prossime al punto di rottura). Girare attorno alla questione, come si fa da anni, serve solo ad incancrenire la piaga; non è compito dei giudici occuparsi delle espulsioni, ma degli organi amministrativi ai quali però debbono essere dati i mezzi e gli strumenti necessari, affrontandone i costi se veramente si vuole limitare il fenomeno dell’immigrazione clandestina. Il pugno duro è spesso indice di una sostanziale impotenza ed è desti nato a colpire i più deboli ed emarginati con un rovesciamento dell’ottica dei valori statali.
Non poche volte poi volendo a tutti i costi seguire la linea della durezza si finisce con l’infrangono i principi della stessa civiltà giuridica. Ne costituisce un significativo esempio l’ultimo comma dell’art. 1 del decreto che introduce una specifica circostanza aggravante (con un aumento della pena sino ad un terzo) se un reato viene commesso “da chi si trovi illegalmente sul territorio nazionale”. In parole povere, uno stesso fatto previsto come reato viene sanzionato più severamente non per le modalità con cui è stato commesso o per le relazioni tra l’autore del reato e la vittima, ma semplicemente per quello che sei: un clandestino, un irregolare, un diversi dai bravi criminali nostrani! Per carità, stiamo tutti attenti che nessuno tocchi la nostra bella Costituzione e la preziosa autonomia e funzione della nostra illuminata Corte Costituzionale!
Molto pericolosa e con profili di incerta legalità è l’estensione ai sindaci del potere di emettere ordinanze con tingibili ed urgenti (la cui inosservanza costituisce un illecito) in materia di sicurezza ed ordine pubblico, su cui di norma sussiste la competenza dei prefetti. Considerato il numero di sindaci, le loro diverse impostazioni ideologiche, è facile prevedere molti difformi interventi sindacali che, oltre aggraveranno il lavoro dei prefetti, saranno causa di ricorsi ai tribunali amministrativi. Non riguarda direttamente gli immigrati la disposizione con tenuta nell’art. 5 che prevede dure sanzioni personali e patrimoniali (la confisca dell’immobile) per coloro che “cedono” a titolo oneroso l’uso degli immobili agli immigrati irregolari (e tali debbono considerarsi anche gli immigrati il cui permesso di soggiorno è scaduto). L’effetto sarà una forte riduzione degli affitti agli immigrati, con notevole peggioramento delle loro condizioni di vita, se non l’illecito ricorso a caro prezzo a prestanomi od a società fittizie.
Non fa per fortuna parte del decreto legge, ma del disegno di legge affidato al Parlamento, la norma che introduce l’atipico reato di immigrazione clandestina. Qui il governo ha voluto chiaramente provare di essere forte, tanto da poter maneggiare con disinvoltura la clava, scavalcando d’impeto sia i principi di solidarietà umana sia quelli minimali del diritto. Viene così punito non un comportamento asociale, ma lo “status” di una persona: l’essere un immigrato non regolare, anche se la sua vita è di specchiata virtù. Una decisione di forza che pone subito in sofferenza coscienze e costituzioni, in modo così sfacciato da provocare più stupore che indignazione.
Oltretutto non è ben chiaro quando si commette il delitto: all’atto dell’ingresso (come riportato nel disegno di legge) clandestino nel nostro territorio (ivi compreso il mare territoriale) o nel momento in cui si diventa clandestini perché il permesso di soggiorno è scaduto (ma sarebbe necessario uno specifico emendamento)? Nel primo caso, si pensi agli sbarchi a Lampedusa, l’ingresso può essere dovuto a forza maggiore, mare in tempesta, mancanza di acqua e cibo prostrazione fisica condizioni tutte che non consentirebbero di ritornare indietro, neanche fuori dal mare territoriale senza rischiare la vita (vale a dire dove il reato non c’è, dato che non si arriva a punire l’intenzione).
Secondo l’antica legge del mare, non è consentito lasciare in balia delle onde senza mezzi di sostentamento i naviganti sfortunati o improvvidi e per fortuna la nostra Marina ha sempre rispettato questa sacrosanta regola e ha scortato doverosamente gli sventurati superstiti nei porti. Gli immigrati così assistiti essendo, chiaramente clandestini, nel momento in cui entrano nel mare territoriale commettono peraltro il nuovo reato per cui è previsto l’arresto ed il ricorso al rito direttissimo (ovviamente inapplicabile nell’attuale situazione dei nostri uffici giudiziari). Con alta probabilità i magistrati italiani ravviserebbero piuttosto la sussistenza della tipica causa di esclusione della responsabilità penale (aver agito in stato di necessità o per forza maggiore) e procederebbero all’assoluzione dell’imputato.
Stante poi il pacifico principio della non retroattività della legge penale, la disposizione non potrebbe essere applicata a coloro che al momento dell’entrata in vigore del decreto erano già nel territorio italiano. Principio che indurrebbe tutti i clandestini non colti in flagranza a dichiarare che la loro presenza in Italia risale nel tempo. A meno che, in uno slancio di estreme fermezza, il reato non venga fatto consistere nella permanenza clandestina (a permesso di soggiorno scaduto) nel nostro territorio. Decine di migliaia di inutili processi si affollerebbero così nelle aule giudiziarie dove con un po’ di buona volontà ed una manciata di lustri verrebbero smaltiti! Certo, anche in questo caso sorgerebbero le solite questioni di incostituzionalità, vere palle ai piedi dei legislatori decisionisti.
In qualche modo si terrebbero comunque fuori dalla mischia le badanti perché servono alla longevità e dignità dei nostri anziani di pura razza europea. Al Parlamento l’ultima (e speriamo illuminata) parola, al momento non può che consigliarsi a tutti gli addetti al lavoro di muoversi con molta ponderata lentezza e tanta pazienza.
Così il supercapitalismo uccide la democrazia
Guido Rossi - La Repubblica
l supercapitalismo inizierebbe verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso, quando l´America aveva creato un capitalismo democratico, inteso come un´economia pianificata, sia pur diretta dalle grandi corporation. Le famiglie americane, che in quegli anni erano prevalentemente composte da operai e impiegati, godevano di salari decenti, di garanzie sindacali del posto di lavoro, di stabilità economica, di assicurazione sulla malattia e sui diritti alla pensione.
In queste ultime situazioni, favorite da uno stabile sviluppo economico, garantito da poche grandi imprese, come la General Motors, in un´America abbastanza chiusa e protezionista, si potevano riconoscere i principi fondamentali di una democrazia sostanziale che, d´altra parte, non aveva politicamente mai avvertito incertezze o vocazioni antidemocratiche. Non era proprio l´età dell´oro. Ma si trattava comunque del capitalismo democratico. La rivoluzione, o comunque il grande cambiamento, si verifica sul finire appunto degli anni Settanta, quando l´economia americana si apre a mercati più concorrenziali e il potere si sposta dai cittadini verso i consumatori e gli investitori e così gli aspetti democratici del capitalismo declinano.
L´affermazione è tassativa, sicché gli spocchiosi nostrani adepti del libero mercato e della concorrenza dovrebbero forse avere oltre che un sussulto alla lettura delle pagine di Robert Reich, - professore a Berkeley, già ministro del lavoro sotto la presidenza Clinton e attualmente uno dei consiglieri economici di Barack Obama - anche qualche spunto di umile autocritica. Insomma, il libero mercato e la concorrenza spietata fra le imprese, cioè il supercapitalismo, hanno minato, se non distrutto, una parte assai importante della democrazia e dei diritti dei cittadini. La tecnologia, la globalizzazione, la deregolamentazione hanno dato potere ai consumatori e agli investitori e i cittadini l´hanno perduto. Tutto questo ha creato una concorrenza spietata fra le industrie americane e straniere per cui, per attrarre i consumatori, si abbassano i prezzi e il metodo più semplice è quello di tagliare salari e diritti dei lavoratori.
Il cittadino ha perso, non il consumatore, che con la deregolamentazione dei mercati finanziari diventa alla fine investitore nelle nuove potenti istituzioni, i fondi pensione e quelli di vario genere, oltre alle continue invenzioni di nuove strutture per attivare il risparmio da parte del sistema bancario. E anche qui, con i rischi che abbiamo appena vissuto, è la concorrenza l´unica responsabile. è allora il momento di trarre qualche conclusione. La prima e più inquietante è che è pur vero che la globalizzazione e il supercapitalismo riducono la differenza fra i vari paesi � prendiamo ad esempio Cina e Stati Uniti �, ma all´interno di ciascun paese aumentano vertiginosamente le disuguaglianze, con conseguenze politiche ancora imprevedibili.
E con esse aumentano l´insicurezza (non solo del posto di lavoro) e la paura del futuro, alle quali si accompagna l´unico potere dello Stato, quando non gli è tolto o col quale collude qualche grande corporation nel controllo sulle comunicazioni, sui movimenti, sulle opinioni. Gli Stati supercapitalisti arretrano continuamente fino a mettersi a disposizione di un nuovo padrone: la concorrenza nel libero mercato che soddisfa, facendo scendere i prezzi, il consumatore (e l´investitore, ma qui Reich sbaglia) che ormai si è dimenticato di essere un cittadino con dei diritti. Il libro è rivoluzionario: al centro del supercapitalismo c´è la concorrenza che uccide la democrazia.
Così scompare la tanto amata tesi - il luogo comune degli economisti - che il libero mercato è prodromico alla democrazia. E puntualmente alla prima pagina del libro l´autore ricorda questa tesi sbandierata dall´economista Milton Friedman nel marzo del 1975 a sostegno di Pinochet, la cui dittatura brutale durò ben altri quindici anni. Strano destino: i due morirono a poche settimane di distanza verso la fine del 2006. Infine, la concorrenza necessaria a soddisfare il consumatore e l´investitore diventa un male inesorabile e incurabile. E come libro rivoluzionario l´autore invita indirettamente a una rivolta: il cittadino schizofrenico è inconsciamente esortato a far rientrare lo Stato a garantirgli i diritti di varie generazioni, secondo la terminologia di Bobbio, e a limitare il ruolo delle corporation, soprattutto nella loro operatività e struttura. Ma le ricette predisposte sono poche sicché personalmente non so neppure quanto l´autore si sia reso conto che aver sottolineato la dissociazione consumatore-cittadino, l´aver indicato nella concorrenza e nel libero mercato la caduta senza ritorno della democrazia, sia un manifesto rivoluzionario.
Se identifichiamo la classe medio-alta con la nuova borghesia, a partire dalla fine degli anni Settanta la trasformazione è evidente: da lavoratori e impiegati a professionisti e dirigenti, con un´indagine spietata sui lobbisti e sugli avvocati che condizionano a Washington sia l´operato del governo, sia del potere legislativo, c´è ovviamente l´assimilazione borghesia-corporations. Un´osservazione finale mi appare necessaria per inquadrare e valutare, entro i suoi giusti limiti, un libro che deve essere letto da chiunque voglia capire il mondo in cui viviamo e non si lasci affascinare dai falsi sacerdoti che vanno noiosamente, ma insistentemente predicando che tutto si può risolvere con la concorrenza e il libero mercato. Un libro, tuttavia, che tradisce un difetto di certa cultura americana, in base alla quale le crisi finanziarie sono delle malattie temporanee che in qualche modo si risolvono.
Di conseguenza il sistema americano non è e non può essere oggetto di discussione, perché è il solo che può garantire sviluppo economico e globalizzazione. Questa è la tesi sottostante. L´impostazione non regge, prima di tutto perché il supercapitalismo è soprattutto un capitalismo finanziario, e qui invece la finanza non appare quasi neanche come comprimaria. È mai possibile, mi chiedo, che un attento studioso come Robert Reich non si sia reso conto che solo la concorrenza sfrenata che ciascuno di noi vuole come consumatore non sia l´unica origine del deficit di democrazia, ma che dalla fine degli anni Settanta nella struttura stessa delle corporation e dei mercati è apparso un vero e proprio malanno che ha minato l´intero sistema e ha oltraggiato spesso la stessa concorrenza: cioè il conflitto di interessi, neppure nominato nel libro.
Così, come ho già detto, è assente qualunque critica al sistema bancario e finanziario. Quindi non si è neppure accorto che il vero deficit di democrazia sta nella nuova lex mercatoria, di medievale memoria, la quale è imposta dalle multinazionali, dai suoi studi legali, dalle sue private corti arbitrali, e che esclude spesso le norme fissate dai legislatori e certamente non tiene in minimo conto i diritti del cittadino o i più elementari principi di democrazia. Quel che a me pare, in definitiva, è che il deficit grave di democrazia debba essere invece affrontato mettendo sotto accusa l´intero sistema, perché la colpa sempre più grave di quel deficit non siamo noi, anzi ciascuno di noi nel suo schizofrenico sdoppiamento fra consumatore vincente e cittadino perdente.
Non credo che siamo noi che abbiamo bisogno di uno psicanalista per diventare meno consumisti e più cittadini, ma sono le società per azioni, le banche e i mercati finanziari che, come del resto ho scritto nel mio ultimo libro, abbisognano di un legislatore, magari sovranazionale, severo ma né improvvisato, né prodigo di troppe inutili norme. Ma ciò vale anche per il clima, l´ambiente, per la lotta alla povertà, per il diritto cosmopolitico dei popoli ad avere asilo e una vita decente. è purtroppo una scelta alternativa, condizionante per il resto del mondo, sapere se gli Stati Uniti vorranno continuare a pensare che il supercapitalismo è ineluttabile o che la democrazia dei diritti di varie generazioni, secondo le classificazioni di Norberto Bobbio, sia il valore prioritario da perseguire per tutti.
Mille euro al mese
Gian Antonio Stella - Il Corriere della Sera
Dieci a uno. È questo il rapporto tra l'assenteismo storico dei parlamentari italiani e quello dei loro colleghi americani: 31,4% la media di scranni vuoti negli ultimi tre decenni nelle nostre aule, 3,1% la media di assenze dei senatori di Washington.
Che senso ha, davanti a numeri così, l'autodifesa imbarazzata o infastidita di quanti hanno spiegato ieri al Corriere come mai avevano esposto la straripante maggioranza di destra a una figuraccia sul primo voto che contava? «Ero un attimo al bagno... », «Ci siamo presi tre minuti di pausa...», «Ho scompensi di pressione dal caldo...».
Anche a Washington, in certi periodi, il clima è torrido. Eppure, dice uno studio di Antonio Merlo della University of Pennsylvania, la Camera dei rappresentanti ha lavorato nel 2007 per 164 giorni, il Senato per 180 e le aule erano sempre piene. Il tasso di assenteismo nell'arco dell'intera carriera dei 435 deputati (uno ogni 689 mila abitanti: da noi ogni 93 mila) è del 3,9%. Quelli che hanno marinato più del 10% delle votazioni sono il 4,4%. Quelli che ne hanno bigiate più 20% sono l'1,1.
Quanto al Senato, i membri che saltano più di un decimo delle votazioni scendono addirittura al 4% e l'unico che ha marcato visita più di una volta su cinque (20,8%) è stato Barack Obama. Ma perché corre per la Casa Bianca. Come solo la campagna presidenziale ha costretto John McCain e Hillary Clinton a rovinare il loro virtuoso «statino» con il 16% e con il 9% di assenze. Altrimenti, è sicuro, la loro media non sarebbe diversa da quella di un senatore celebre e pieno di impegni come Ted Kennedy. Che prima dei problemi fisici di questi giorni aveva «bucato» dal 1993 solo 206 voti su 4.044. Uno su venti.
Numeri umilianti, per noi. Basti ricordare che molti leader arrivano a prender parte a una seduta su cento. Che alla prima convocazione dopo le ferie estive, anni fa, si presentarono al Senato in 14 con 252 assenti ingiustificati e molti «in missione in località turistiche italiane ed estere». Che un ministro, Carlo Giovanardi, si spinse a definire «qualunquista e miserabile» la consegna a Striscia la notizia di un filmato che mostrava 26 «pianisti» che votavano per colleghi assenti.
E come scordare che il governo Berlusconi II, nei primi quattro anni dopo il trionfo del 2001 che gli aveva dato 89 deputati e 49 senatori di vantaggio, riuscì ad andare sotto addirittura 65 volte? Dicono che la politica è complessa, che c'è il partito da seguire, che il collegio va accudito...
Anche in America hanno il partito, il collegio, gli elettori... Ma sono stati eletti per andare in Parlamento e ci vanno. Per questo, visti gli scarsi risultati ottenuti con la regola che Montecitorio taglia di 206 euro la diaria «per ogni giorno di assenza del deputato da quelle sedute dell'Assemblea in cui si svolgono votazioni », forse è il caso di rovesciare tutto.
E di dare al parlamentare una busta paga iniziale di mille euro, da arricchire con aumenti e benefit e integrazioni generosi via via che venga accertata la sua solerzia, la sua partecipazione, la sua assiduità in aula e nelle commissioni. Alcuni, magari, arriveranno a prendere perfino più di oggi. Ma siamo sicuri che i cittadini, in quel caso, non tireranno affatto le monetine.
Obama: "Martedì resterò da solo"
Mario Calabresi - La Repubblica
New York - «Ormai è questione di giorni»: Barack Obama è convinto che la prossima settimana diventerà il candidato del Partito democratico e che dopo gli ultimi voti in South Dakota e Montana, martedì, la corsa con la Clinton sarà finita.
Parlando con i giornalisti in volo tra Denver e Chicago, il senatore nero non ha nascosto di considerarsi ormai il vincitore delle primarie. Domani a Washington si riunirà il comitato del partito che dovrà trovare un compromesso sui delegati del Michigan e della Florida (oggi esclusi dalla Convention), domenica si voterà a Portorico e poi martedì la corsa arriverà al traguardo. Obama ha detto di vedersi «in posizione piuttosto forte» e ha sottolineato che la prossima settimana «avremo tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno: non ci saranno più domande senza risposta. E credo che tutti i superdelegati ancora indecisi saranno in grado di prendere una decisione in tempi rapidi».
Hillary Clinton, che non sembra disposta a mollare fino all´ultimo, ha risposto inviando una lettera ai superdelegati nella quale si presenta come la candidata più forte, l´unica in grado di vincere contro John McCain. Nella missiva sottolinea di aver vinto «negli stati in bilico», di essere più avanti di Obama nei sondaggi che li contrappongono al candidato repubblicano e di essere «senza dubbio la più forte». La lettera dice anche che l´ex first lady è sostenuta dalle regioni e dai gruppi di cui hanno bisogno i democratici per vincere, ricordando che è in testa contro McCain in stati chiave come la Florida e l´Ohio.
Ma il treno di Obama appare difficilmente arrestabile e ieri c´è salito anche il magnate dei media Rupert Murdoch. «Obama è una rockstar e penso che vincerà. Mi piacciono le sue idee sull´istruzione e non vedo l´ora di incontrarlo», ha detto ad una conferenza sul digitale sponsorizzata dal Wall Street Journal - di cui è da pochi mesi il proprietario - che si è tenuta in California. Murdoch prevede una «valanga di voti per i democratici» a causa della recessione economica che punirà il partito di Bush, e non è tenero con McCain: «È un mio amico e un patriota, però è imprevedibile, pare che non sappia molto di economia ed è stato al Congresso per molto tempo e lì bisogna fare molti compromessi. Non mi è chiaro per cosa si batta e penso che abbia molti problemi».
Ma Obama sa che la sua debolezza è la sua inesperienza in politica estera, proprio dove McCain è più forte, per questo ha annunciato che dopo la fine delle primarie andrà in Iraq. Da giorni McCain lo attacca sottolineando che non va a Bagdad dal gennaio del 2006 e provocatoriamente lo ha invitato a partire insieme. Ma Obama ha respinto l´invito: «Non voglio essere coinvolto in una sceneggiata politica e voglio andare per parlare con le truppe e con i comandanti militari, non per fare campagna elettorale». L´ultima sfida è quella sulla salute e l´età: dopo la diffusione da parte di McCain, una settimana fa, di oltre mille pagine di cartelle mediche, Obama ieri ha diffuso una semplice lettera del suo medico per certificare agli elettori di essere in ottima forma.
David Scheiner, che lo ha in cura dal 1987, afferma che il senatore «è in eccellenti condizioni, non ha grasso corporeo in eccesso, pratica regolarmente jogging, ha una pressione 60/90 e un buon livello di colesterolo». La sua unica pecca, aggiunge, è di essere un fumatore «intermittente». La lettera, del gennaio del 2007, dice che stava provando a smettere usando gomme da masticare alla nicotina. Lui dice di esserci riuscito, ma qualche giornalista maligno sostiene che talvolta puzza ancora di fumo
Rivolta di casta in India. Ma per essere «declassati»
Alessandra Muglia - Il Corriere della Sera
Stanno assediando Nuova Delhi perché vogliono essere declassati ed equiparati agli intoccabili, i fuoricasta. Nell'India che avanza e «conquista» Jaguar, Land Rover e il numero uno delle acciaierie europee Arcelor (tanto per citare le ultime acquisizioni), c'è chi invece ingaggia una lotta — sanguinosa — per retrocedere al livello più basso di una scala sociale ancora segnata dalle caste.
Una lotta combattuta con le unghie e con i denti per godere dei «privilegi» riservati agli «ultimi». Sul piede di guerra tornano i Gujjar, la potente tribù di ex pastori, ceppo dominante in 32 distretti del Rajasthan. Almeno quaranta di loro sono morti negli scontri con la polizia in una settimana di blocchi stradali e barricate. Poi la protesta si è spostata alle porte di Nuova Delhi. In migliaia hanno paralizzato il traffico di pendolari e turisti.
Una calma spettrale avvolgeva le principali e di solito trafficatissime superstrade che collegano la capitale ai distretti tecnologici di Noida e Ghaziabad e ad Agra, dove si trova il celebre Taj Mahal. Bloccati anche i collegamenti con Jaipur, la capitale del Rajasthan. Sospese 60 linee di bus e treni malgrado i 35 mila agenti schierati per garantire l'ordine. «Quaranta di noi sono stati uccisi con pallottole in testa. Neanche gli inglesi sono stati così brutali durante la lotta per l'indipendenza — denuncia il leader dei manifestanti, Joginder Singh Awanaa —. Non ce ne andremo finché le nostre richieste non saranno soddisfatte» promette dai microfoni della Bbc a nome del movimento «All India Gujjar Mahasaba», che da anni si batte per il riconoscimento tribale dei Gujjar.
L'anno scorso, sempre in questo periodo, avevano ingaggiato una lotta per la retrocessione contro un'altra tribù, i Meena. E nel 2006 avevano bloccato la linea ferroviaria tra Bombay e Delhi. Sono arrabbiati con il governo del Bjp, i Gujjar. Si sentono traditi dal partito nazionalista indù, che dopo le promesse fatte prima delle elezioni, non li ha dequalificati. Loro appartengono alle cosiddette Obc, le «altre caste arretrate» e vorrebbero scendere di categoria alle «Scheduled Tribe» (i gruppi tribali svantaggiati) che, come le «Schedule Caste» (gli intoccabili Dalit), hanno diritto alle famose «quote riservate» in impieghi pubblici, scuole e università.
L'India destina a gruppi tribali e caste inferiori almeno la metà dei posti in uffici statali e scuole. Lo prevede l'«Atto contro la discriminazione», introdotto per garantire a tutti la possibilità di accedere ai vertici delle istituzioni dominate per secoli da bramini, guerrieri e commercianti. Un sistema criticato da più parti perché sottrae posti ai meritevoli. E, soprattutto, perché accentua l'identità di casta, che da «marchio» sociale si è trasformato in strumento di pressione politica: chi è in corsa per le quote sceglie chi promette più posti in cambio di voti. Ma ai Gujjar è andata male. Almeno finora.
Una tassa sull'incertezza pagata da tutti gli italiani
Massimo Riva - La Repubblica
Dice il governo che il prestito di 300 milioni, ora in votazione in Parlamento, testimonia la volontà politica di «salvaguardare per i prossimi 12 mesi la continuità aziendale di Alitalia». Parole impegnative che forse vorrebbero suonare rassicuranti, ma che in realtà possono creare solo sconcerto. Altri mesi di questo andazzo in attesa che dal cilindro di Berlusconi esca chissà quale miracoloso coniglio? E´ il caso di ricordare a Palazzo Chigi e dintorni che Alitalia non è più soltanto una compagnia aerea, ma è diventata una fornace nella quale l´anno scorso sono stati bruciati quasi 500 milioni e ora vanno in fumo almeno un paio di milioni per ogni giorno che passa.
Montagna di denaro che non piove prodigiosamente dal cielo, ma proviene tutta dalle tasche dei contribuenti chiamati, nelle forme più oblique e clandestine, a pagare quella che, sotto ogni aspetto, merita ormai il nome di «tassa Alitalia». Fino a due mesi fa si era sperato che questo pesante balzello fosse cancellato dal passaggio della compagnia nell´orbita di Air France, col duplice vantaggio di azzerare i costi per l´erario e di garantire agli aerei tricolori l´indispensabile aggregazione con un grande network aereo internazionale.
Ma fu proprio Silvio Berlusconi, allora candidato premier, a sabotare il tavolo negoziale coi francesi proclamando irricevibili le condizioni poste da Parigi e alzando la bandiera di una soluzione nazionale per i guai di Alitalia attraverso la costituzione di una cordata di volenterosi patrioti. Il decreto dei 300 milioni di euro nacque in questa ottica. Cammin facendo, le cose si sono parecchio complicate. Tanto che, con un trucco di bassa cucina, quello che doveva essere un prestito da restituire allo Stato entro l´anno è stato disinvoltamente trasformato in un contributo patrimoniale: mediocre espediente verbale per non dire aumento di capitale. Così creando le condizioni per altri due effetti negativi. Primo, quello per cui i contribuenti possono dire addio a quei soldi che sono stati loro scuciti con la promessa (ora rimangiata) di restituzione.
Secondo: quello di andare diritti a sbattere contro una procedura della Ue per infrazione alla regola che vieta ulteriori aiuti di Stato. E´ probabile che Berlusconi se ne infischi. Del resto, lo ha anche detto: se la Ue crea problemi su Alitalia, io nazionalizzo la compagnia e magari la unisco alle Fs. Quel che il presidente del Consiglio sembra non capire è che con questi atteggiamenti egli non sta sfidando tanto l´Europa quanto la pazienza dei contribuenti italiani, unici e veri pagatori di ultima istanza di ogni ritardo nella soluzione della vicenda e che, nell´assurda ipotesi, sarebbero anche le vittime principali di follie come le nozze Alitalia-Fs.
Quanto alla fatidica cordata, ogni giorno, circolano in quantità nomi altisonanti, ma la partita non si chiude. Dicono i protagonisti che tutto dipende dalla mancanza di un «piano industriale». Paroline magiche che sottendono il nulla. Anche l´ultima volta che Tremonti concesse ad Alitalia una robusta sovvenzione c´era in campo un piano industriale: così ben fatto che s´è visto com´è finita. In realtà, la cordata tricolore ha un problemino.
Ciascuno degli aspiranti patrioti è pronto a mettere qualche milione sul tavolo: peccato che per rimettere l´azienda sui binari occorre contare non i milioni ma i miliardi. E però Berlusconi non molla, prende tempo, consapevole che con le malaugurate sortite in materia ha messo in gioco la sua faccia. Ebbene, usque tandem, fino a quando i malcapitati contribuenti dovranno pagare, oltre la tassa Alitalia, anche la sovrattassa Berlusconi? Sta al consiglio dei ministri di oggi stringere almeno i tempi di questa ingrata corvée.
La vita dei nostri soldati
Fabio Mini - La Repubblica
Anticipo un brano del libro di "Soldati" di Fabio Mini (Einaudi, pagg.125, euro 9) uscito in questi giorni in libreria.
Nessuno come i soldati dipende dal posto in cui si trova. E nulla come una caserma si adatta così bene alle esigenze militari. E tutto protetto, regolato e concluso. Tuttavia, nulla come una caserma può diventare una prigione intollerabile per chi ci vive o un´isola e un corpo estraneo per l´ambiente circostante. E una questione di aria, e quella di caserma torna sempre negli incontri fra commilitoni, accompagnata dal frasario particolare e dal linguaggio «da caserma», che ormai, comparato a quello degli adolescenti, è raffinato e pudico.
A volte l´aria da caserma torna negli incubi notturni di chi ancora non ha superato il trauma del «nonno» che gli faceva fare flessioni o che gli imponeva di fargli la branda o che lo rinchiudeva dentro l´armadietto e voleva sentirlo cantare come un juke-box, o che lo faceva salire sull´armadietto e voleva che scandisse le ore come un orologio a cucù.
Torna, ogni tanto, il sapore del rancio, sempre uguale e sempre diverso. Il menu era sempre lo stesso, ma chi lo preparava non lo era perché a lavare le pentole e a cucinare ci andavano tutti, a turno, spesso per punizione e sempre di malavoglia. E allora la fantasia dello scontento si esprimeva nel protrarre la cottura della pasta, nell´allungare oltre ogni ragionevole necessità il sugo, nel mettere qualsiasi cosa nel polpettone e, quando l´iniziativa dei singoli riusciva a coalizzarsi, nel purgare la compagnia con abbondante sale inglese (o, più tardi, con il Guttalax).
Torna, ogni tanto, il senso ruvido del bavero del cappotto, il prurito della maglia di lana, la pericolosa combinazione tra canapa e metallo del cinturone e della cinghia del fucile, che prima o poi feriva le mani. E il freddo del mitragliatore nelle mattine d´inverno in marcia verso i poligoni, e le ustioni alle mani che subito dopo provocava la canna sorprendentemente rovente. Si combinava, nel cervello e nel naso, l´odore eccitante e acre della balistite e quello dolce dei fumogeni con quello deprimente e greve della camerata piena di scarponi puzzolenti, compagni flatulenti, piedi volutamente maleodoranti in modo da coprire con il proprio odore, schifoso ma familiare, quello degli altri. E gli altri invadevano, senza volontà ma non senza cognizione, la più intima sfera psicologica con i loro odori, i loro suoni, le loro fobie e le loro manie.
L´esperienza della caserma è prima di tutto una sfida sensoriale, e i cinque sensi diventano strumenti di convivenza educando alla sopportazione. E nel caso non bastassero i cinque sensi, l´azione pedagogica della caserma è integrata dalla disciplina e dall´autorità che, man mano che sono venute a mancare quelle della famiglia, della scuola o del posto di lavoro, sono apparse sempre più anacronistiche, vuote, inutili e perfino sadicamente violente.
Le generazioni contadine che dall´età di otto anni si alzavano alle quattro per dar da mangiare alle bestie e poi per andare nei campi, e che spesso imparavano a comportarsi nei confronti dei più anziani a forza di calci nel sedere, in caserma stavano come pascià. Non facevano nessuno sforzo a obbedire, e se sbagliavano era perché dovevano fare cose che nessuno aveva insegnato. La punizione per quanto dura era sempre uno scherzo in confronto a quella che avrebbero dovuto subire dai genitori o dai fratelli maggiori.
Le generazioni del lavoro avevano cominciato alla stessa età a fare gli apprendisti nei laboratori, nelle fabbriche, nei cantieri, nelle miniere. «Apprendere» era sinonimo di lavoro senza paga e di punizioni dei maestri artigiani e dei capimastro. Quando arrivavano in caserma a diciotto anni erano dei padreterni. Sapevano «fare», avevano manualità, conoscevano gli attrezzi e conoscevano la disciplina del lavoro, ma anche l´autorità del saper fare. Loro stessi avevano dovuto controllare e istruire a scapaccioni ragazzi più giovani, e facevano parte di una gerarchia del lavoro e della famiglia di fronte alla quale quella militare impallidiva.
I ragazzi di strada, i delinquenti minorili e gli spostati trovavano nella caserma una specie di bazar. Si poteva rubare di tutto, c´era sempre qualcuno da taglieggiare, uno più imbranato e uno più ignorante. Stavano bene anche i diplomati e i pochissimi laureati: riuscivano a superare l´addestramento pensando di più e faticando di meno. Pian piano si dovevano rassegnare agli odori degli altri e ai sapori improbabili. Ma poi venivano messi nei posti di responsabilità, negli uffici della contabilità, negli spacci, nelle furerie, nelle armerie. Diventavano caporali e caporalmaggiori, sempre che non avessero «controindicazioni» politiche.
Erano tutti schedati (o quasi), i soldati di leva. Ognuno aveva un fascicoletto con le informazioni dei carabinieri del suo villaggio e del suo rione. Un breve profilo sgrammaticato, ma essenziale della famiglia «di sani principi», «andava a messa», il padre «stimato professionista» o, meglio ancora, «appuntato dell´Arma». E gli uffici «I» catalogavano in base alle tendenze, alle vulnerabilità e alle manifestazioni politiche dell´intera famiglia: «attivista di sinistra», «di sinistra», «orientato a sinistra», «attivista di destra», «di destra» e «orientato a destra».
Tutti gli altri erano neutri e non avevano preclusioni per l´incarico o la carriera. Gli attivisti di entrambe le parti e quelli «di sinistra» non sarebbero mai diventati caporali, quelli «di destra» erano invece privilegiati, e la carriera degli «orientati a sinistra» dipendeva dalle regioni di provenienza. Un simpatizzante comunista della Romagna o della Toscana era normale, ma un calabrese era quasi un eversore.
E c´erano quelli con precedenti penali, quelli che dovevano finire di scontare la pena al termine del servizio e che venivano prelevati dai carabinieri lo stesso giorno del congedo. La maggior parte dei soldati non aveva mai avuto esperienze sessuali, e allora i più scafati organizzavano sessioni educative con le prostitute del posto, previa congrua percentuale. Le battone hanno sempre amato le caserme e loro sono sempre state idolatrate dai soldati: vecchie (le navi scuola), giovani, importate dal Sud, molte organizzate proprio da soldati che avevano capito l´affare, vivevano in una simbiosi di crescita economica, le une, ed esistenziale, gli altri.
La libera uscita era rara e i servizi pesanti, ma le ore di servizio di guardia sulle altane, da soli, al buio, con un fucile per consolazione e otto colpi da non dover mai sparare, facevano pensare. Casa, la ragazza, gli amici e la prostituta che lo aspettava per succhiargli la decade: 1164 lire ogni dieci giorni, 160 lire per le sigarette e mille per lei. Quattro o cinque lire si lasciavano nella cassa comune della compagnia. Sarebbero servite a sostituire un vetro rotto della camerata o uno specchio dei bagni che un «minuto mantenimento» sempre a corto di fondi faticava ad approvvigionare. (...)
La notte è violentata e annichilita continuamente. Ma di guardia alla caserma, da solo, il soldato di qualsiasi parte del mondo si rende conto che ci sono fasi diverse nella notte e non soltanto perché la luna è più alta o bassa, ma perché a ogni turno la luce della notte, che poi è il buio, è diversa. L´aria è diversa, più calda o fredda, tranquilla o agitata, e i rumori sono diversi, ci sono dei fruscii diversi a ogni turno, delle ombre che appaiono e ti fanno gridare: «Chi va là!» Nessuno. Ma non è vero, c´è sempre qualcuno nella notte.
Napoli alza la voce ma l'Italia resta sorda
Raffaele La Capria - Il Corriere della Sera
Avevo appena finito di scrivere per il Corriere l'articolo che segue su Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, quando ho letto il fondo di Ernesto Galli della Loggia dal titolo «Perché il Sud è senza voce».
Io cambierei il titolo in quest'altro: «Perché l'Italia non sente la voce del Sud». È dal tempo di Giustino Fortunato che questa voce si è levata, e si è levata di nuovo nel dopoguerra con Cristo si è fermato a Eboli e ha continuato sempre a gridare: vedete, la situazione è questa, queste sono le cause, questi i rimedi. Ma siamo sempre fermi a Eboli.
Inutilmente Levi, la Ortese, Tomasi di Lampedusa, Sciascia e ora Saviano hanno denunciato e proposto, fatto analisi, ma la classe politica non è stata mai al livello della classe intellettuale, l'ha semplicemente ignorata per inseguire le proprie trame non sempre lecite. Quando Rosi ed io con Le mani sulla città denunciammo, ancora in tempo utile, l'orrenda speculazione edilizia che ha trasformato la bella Napoli della cartolina col pino in un'orrenda megalopoli sudamericana con relative favelas, chi ne prese atto? Quali furono i provvedimenti presi dalla politica, escluso quello di ostacolare l'assegnazione nel 1963 del Leone d'Oro che la giuria invece attribuì al film? La voce di Napoli non supera la linea Gotica, non la supera il Mattino, non la supera ogni evento culturale nato a Napoli, non il Premio Napoli, non la Fiera del Libro, non il nuovo Museo d'Arte Moderna, non la supera perché all'Italia la voce di Napoli non interessa.
All'Italia no, ma al mondo sì invece, il mondo l'ascolta. Il Cristo di Levi, il Gattopardo, Gomorra, Le mani sulla città, tanto per fare qualche esempio, sono conosciuti ed onorati in tutto il mondo. Napoli è l'unica città italiana che dà ogni anno con un romanzo o un saggio una rappresentazione critica di se stessa. L'ultima in ordine di tempo è Napoli Ferrovia di Ermanno Rea. Ma chi ne tiene conto? È la classe politica che dovrebbe essere più interessata ad ascoltare la voce di Napoli, la classe politica italiana, e non solo napoletana, ad interessarsi di più alla cultura.
Ora credono di liberarsi del problema Sud con una ingente somma di danaro mal speso, ora inviando l'esercito, ma sempre con l'idea di trattare con «quelli là», non con qualcosa che strettamente li riguarda. Con l'esercito fecero l'Annessione senza stipulare alcun patto, con l'esercito adesso vorrebbero fare la dis-Annessione dalla monnezza. Siamo sempre lì. Allora per favore non diciamo che il Sud è senza voce, diciamo che ha tutte le colpe ma non questa. Diciamo anche che l'Italia non ci vuol sentire. Come si fa a non curarsi della gente, a buttarla nelle varie Scampie e favelas, a non creare occasioni di lavoro a una popolazione indigente, a tenerla in condizioni di vita peggiori di quelle in cui si trovano i rom nei loro campi, e poi pretendere la raccolta differenziata, la coscienza civica e tutto il resto. Non può il governo centrale abbandonare la gente così e poi colpevolizzarla. Chi semina vento si sa cosa raccoglie.
Ecco, ora segue l'articolo sulla Ortese che avevo scritto. Tratta di argomenti non lontani da questi ma li prende da un punto di vista diverso e con una voce particolare, la voce poetica di Anna Maria Ortese. Anche Anna Maria accusava gli intellettuali del Sud, quasi che lei non ne facesse parte. Ma dico di più: che la vulgata colpevolizzatrice è tanto forte in Italia che i napoletani stessi per primi ci credono, e sembra sempre che ognuno di loro debba giustificarsi di colpe storiche che invece appartengono a tutti.
Come dicevo, ho riletto Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese, che Adelphi ripubblica. È un libro che a suo tempo fece scalpore, non meno di quanto oggi Gomorra, perché toccava un punto dolente nella storia della città. Come mai Napoli non è riuscita mai ad esprimere una classe intellettuale capace di incidere sulla vita della città e di colmare il fossato esistente tra la borghesia (la classe dirigente) e il popolo, o meglio quella parte della popolazione chiamata plebe? Nel capitolo intitolato «Il silenzio della ragione », la Ortese scrive: «Esiste nelle estreme e più lucenti terre del Sud un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno d'illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni. Se solo un attimo quella difesa si allentasse, se le voci dolci e fredde della ragione umana potessero penetrare quella natura, essa ne rimarrebbe fulminata ».
Cosa intendeva la Ortese per ragione e per natura? La ragione non poteva essere che quella pragmatica di ogni moderna democrazia, fondata su una società civile obbediente alla legalità. La natura erano i miti che i napoletani continuamente cantano a se stessi e che ne hanno determinato la mentalità e segnato il destino. La Ortese sperava, anzi aveva sperato, che la cultura proposta da un piccolo gruppo di intellettuali riuniti intorno alla rivista Sud, diretta da Pasquale Prunas, un gruppetto di cui lei faceva parte con altri suoi amici, tra cui c'ero anche io, avrebbe potuto cambiare le cose, avrebbe potuto «rimuovere il mito terribile del sentimento, chiarendo tutte le alterazioni e deformazioni cui esso aveva condotto l'odierna società partenopea ».
Certo è che quando scrisse Il mare non bagna Napoli (nel 1953) ogni illusione era svanita ed era sopravvenuta in lei una delusione enorme. Ne fecero le spese tutti i suoi amici di una volta, contro i quali lei si rivoltò quasi fossero essi per primi i colpevoli, i nemici di quella ragione. E li descrisse criticandoli in modo spietato, soprattutto Compagnone e Rea, di cui dipinse due memorabili ritratti. Adesso che quegli amici sono quasi tutti morti e io sono quasi l'unico superstite di quel tempo, posso confermare non solo quel che in verità ho sempre detto, che Il mare non bagna Napoli è un libro bellissimo, ma anche che Anna Maria aveva individuato bene il punto dolente della questione napoletana, e l'occulta causa della sua irrisolvibilità. Solo che i colpevoli non eravamo noi, come lei semplificando mostrava di credere, ma era di quel ministero nascosto cui lei stessa aveva accennato.
Dopo questa premessa, e cessata ogni polemica, mi sembra che oggi io possa considerare questo libro dal solo punto di vista letterario come un esempio notevole di quel saggismo creativo che si avvale di uno stile misto, autobiografico e narrativo, per raccontare con estrema libertà la realtà che interessa lo scrittore. La finzione su cui si regge il libro è che l'autrice sia stata invitata da un giornale del Nord a fare un'inchiesta sui giovani scrittori napoletani. E in effetti così fu. Ma ho detto finzione perché lei si comporta non come una che conosce benissimo la città e le persone di cui parla, ma come una, che appena arrivata le scopre, scopre uomini e cose e se ne meraviglia, quasi che li vedesse per la prima volta.
Il suo deliberato straniamento, insomma, l'aiuta a rendere più intensa la sua visione e i suoi sentimenti verso la città e gli amici, ma proprio in questa intensità, sapendo come stanno le cose, io sento un che di eccessivo e un suono un po' falso. E rivelatore in questo senso mi pare il primo bel racconto del libro, quello intitolato «Un paio di occhiali» dove c'è una bambina «cecata» (cioè miope) cui viene finalmente regalato un paio di occhiali, ma quando la bambina se li mette e vede lo squallore del vicolo in cui vive, scoppia a piangere disperatamente. Non si può fare a meno di pensare che è lei, la scrittrice, la bambina «cecata».
Cecata dall'illusione prima e dalla delusione dopo, che non le fanno mai vedere la realtà come effettivamente è. Se chi scrive prima si illude su una determinata realtà e poi ne è deluso, finisce per alterarne la stessa percezione. Di conseguenza la rappresentazione, anche se artisticamente riuscita, risulterà alterata. E questo mi pare che accada anche in un altro capitolo del libro intitolato «La città involontaria». È questo un edificio della lunghezza di circa 300 metri chiamato III e IV Granili, un ghetto della povertà e dell'abbandono.
Non si capisce come, dopo aver letto la descrizione della Ortese, qualcuno abbia potuto pensare di costruire «Le vele» di Secondigliano. Un segno dell'ignoranza della classe dirigente e della nessuna influenza degli intellettuali e delle loro denunce, un'altra sconfitta della ragione insomma. C'è qualcosa di grandioso nella tetraggine e nell'orrore di questa rappresentazione, qualcosa di goyesco nel suo cupo splendore, e qualcosa di diverso dal realismo della narrativa meridionale che l'aveva preceduto. Eppure ci si domanda (e se lo domanda anche la Ortese), se quella realtà che lei descrive l'abbia talmente soggiogata da farle «confondere una rappresentazione con la vita stessa», come lei scrive, e la «città involontaria» con Napoli.
Con lo stesso sguardo nel capitolo «Il silenzio della ragione» ella rivide i suoi amici d'una volta e li descrisse con sottile ma penetrante crudeltà, notando ogni loro difetto fisico e morale. Oggi si può dire che quello di Compagnone e quello di Rea sono i più bei ritratti della letteratura italiana contemporanea? L'unico appunto che si può fare, è che sono troppo calcati su due personaggi esistenti, e perciò non hanno il carisma dei personaggi inventati dai grandi romanzieri, quelli che diventano universali perché ognuno può ritrovarvi una parte di se stesso. Rea e Compagnone sono criticati non perché fanno qualcosa, ma perché sono come sono. È giusto? Ancora un altro appunto, marginale: È lecito usare in tal modo due persone con tanto di nome e cognome? E se quei due scrittori, invece che Compagnone e Rea, fossero stati, mettiamo, Vittorini e Pavese, la cosa sarebbe passata liscia? Ma quei due erano scrittori napoletani innanzitutto, e dunque già pregiudizialmente destinati ad essere caratteristici. La Ortese aveva soltanto resa letterariamente più pregevole la caratterizzazione.
Infine un'osservazione generale: a Napoli la borghesia non ha mai parlato veramente di se stessa, nessuna recherche nell'interiorità, non si è voluta mai guardare dentro, non si è mai confrontata col mondo. È stato quasi sempre l'elemento locale che l'ha attratta e sopraffatta. Se non si è capaci di criticarsi, di confrontarsi col mondo, di conoscersi e di giudicarsi, come si fa a sapere chi si è? Come si fa ad essere classe dirigente se non si sa chi si è? Lo sguardo impietoso di Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli ha rotto un tabù e costretto finalmente la borghesia vedersi e a parlare di se stessa fuori dagli schemi consueti.
Ha provocato un trauma? Ha esagerato? Ha semplificato? Si è fatta trasportare dal sentimento e dal risentimento? Può darsi, ma ha scritto un bel libro, una memorabile testimonianza, necessaria a chiunque voglia comprendere qualcosa su Napoli.
Il governo taglia il fondo per le donne
Le conseguenze dell'abbattimento dell'Ici
 "Il primo atto del governo contro la violenza sulle donne? Un bel taglio al Fondo istituito dalla Finanziaria 2008 con 20 milioni di euro per il sostegno alle vittime e la prevenzione. E' un atto gravissimo che, a parte gli annunci, chiarisce la reale intenzione dell'esecutivo Berlusconi sulle donne e sulle politiche sociali in genere. Così la senatrice Vittoria Franco ministra ombra delle Pari Opportunità, commentando i dati riportati oggi dal Sole 24 ore sulla copertura del taglio dell'Ici, ed aggiunge: "Vorrei capire cosa intende fare la ministra Mara Carfagna". Per Vittoria Franco, "appare comunque chiara la visione del governo Berlusconi su questa questione. Si vuole ricondurre il problema della violenza contro le donne all'immigrazione, quando il fenomeno è molto più complesso e riguarda per lo più la violenza familiare. Sulla vicenda presenterò oggi stesso un'interrogazione parlamentare rivolta alla ministra Carfagna, al ministro dell'Economia Giulio Tremonti e al Presidente del Consiglio". "Sono indignata, ma anche amareggiata per i livelli di cinismo che, con questa destra, può raggiungere la politica". Barbara Pollastrini, ex Ministra dei Diritti e delle Pari Opportunità, promotrice di quel Piano nazionale contro la violenza alle donne sostenuto nella Finanziaria 2008, definisce questa intenzione dell'esecutivo una vera e propria "vergogna". "Durante la campagna elettorale - prosegue la deputata del Pd - hanno fatto promesse sull'onda di delitti efferati e di drammi che hanno annichilito le donne. In concreto, vediamo il trionfo dell'indifferenza". Infatti, ricorda l'esponente del Pd, "si intende tagliare il Fondo destinato alla prevenzione, ai numeri verdi, all'informazione a quante si sentano minacciate, ai centri antiviolenza, alle case per le donne maltrattate e offese, al monitoraggio delle molestie". "In Parlamento e nella società, con una rete di donne e uomini consapevoli - conclude Barbara Pollastrini - sveleremo una dopo l'altra le cattive intenzioni del governo e incalzeremo perchè vengano riparati errori e malefatte. Tanto più quando in discussione sono le donne e i loro diritti umani".
May 29 L'eccezione napoletana
Giuseppe D'Avanzo - La Repubblica
E' un errore richiamare, a partire dalla crisi dei rifiuti in Campania, un nuovo conflitto tra Berlusconi e la magistratura o, se piace di più, tra la magistratura e Berlusconi. Magari, si trattasse soltanto di questo. L'affare a Napoli è molto più contorto di questa semplificazione lineare. Lo si comprende soltanto se si è consapevoli che il collasso di Napoli non nasce da un accidente occasionale. E' il frutto marcio di una cattiva politica e di una pessima amministrazione che, del tutto prive di una "cultura del risultato", hanno trasformato la raccolta dei rifiuti e il ciclo industriale del loro smaltimento in un'occasione per distribuire reddito e salario a una società stressata e assegnare profitti a poteri criminali ingordi e a imprese private senza scrupoli.
Con l'evidente utilità - per la politica - di amalgamare un "blocco di potere" corrotto (dal professionista al "pregiudicato") che, in cambio del saccheggio di quelle risorse pubbliche, ha assicurato consenso accettando di vivere in un progressivo, inarrestabile degrado igienico-sanitario.
Ne è nata una spirale diabolica: la cattiva gestione della cosa pubblica ha provocato "l'emergenza". "L'emergenza", altra cattiva gestione. E ancora "emergenza" e ancora cattiva gestione in un gorgo il cui esito è oggi sotto gli occhi di tutti. E tuttavia, anche nella procura di Napoli, è facile incontrare più d'un pubblico ministero disposto ad ammettere che le frasi (intercettate) di Marta Di Gennaro - il braccio destro di Bertolaso agli arresti domiciliari da martedì - sono le parole "sofferte" di un funzionario dello Stato che deve scegliere tra il male e l'orribile per far fronte all'emergenza, pur nella consapevolezza che le "ecoballe" sono un "mucchio di merdaccia" (perché non lavorate, non inertizzate), che la discarica di Macchia Soprana è "una vera schifezza" (perché vi finisce anche quel che, tossico e pericoloso, non dovrebbe finirci).
Come interrompere questo avvitamento? Con un decreto che ha valore di legge ordinaria, il governo ha "spento" qualche principio costituzionale per rafforzare la sua decisione e l'operatività della task force affidata a un sottosegretario/commissario straordinario.
L'esecutivo ha la convinzione, non campata per aria, che a Napoli e in Campania ci sia uno "stato d'eccezione" che legittima un "vuoto del diritto" e la sospensione delle norme perché le decisioni necessarie ad evitare la crisi non possono essere determinate più né dalle norme né dal diritto, ma soltanto dalla gravità dell'emergenza. Accade così che, per la sola Campania, non ci sarà alcuna differenza tra rifiuti e rifiuti tossici o pericolosi perché si agirà in deroga alle leggi e alle normative europee. Nasce un ufficio giudiziario a competenza regionale che elimina "il giudice naturale" con la centralizzazione in capo al procuratore di Napoli dell'esercizio dell'azione penale e delle indagini preliminari. Sono ridimensionati i poteri del pubblico ministero e della polizia giudiziaria, cui è vietato il sequestro preventivo d'urgenza delle discariche irregolari o pericolose. Si condiziona l'intervento preventivo della magistratura a "un quadro indiziario grave" e non, come avviene in Italia, alla "sufficienza indiziaria". Si crea, come dicono i magistrati, un "procuratore speciale" con il compito di proteggere il lavoro "sporco" e urgente del "Commissario del Governo" che già ha nelle mani la direzione di tutte le autorità pubbliche (polizie, prefetti, questori, forze armate, gli altri poteri competenti per materia) .
Ci sono delle ragioni sufficienti per questa straordinarietà, è sciocco o irresponsabile negarlo. Le leggi e il diritto delimitano una condizione di normalità. Qui di "normale" non c'è più nulla. Se non si trovano, nei prossimi mesi, sei, sette capaci "buchi" dove stipare, quale che sia la sua pericolosità, tutta l'immondizia della regione non raccolta e quella che continua a produrre, ricorderemo a lungo l'estate del 2008 come la stagione di una catastrofe sanitaria molto poco europea.
A questa ragione di Stato si oppone un'altra ragione altrettanto ostinata. L'eccedenza autoritaria dei provvedimenti del governo riduce, per i campani, alcuni diritti garantiti dalla Costituzione. Se "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge", articolo 3 della Carta, i campani saranno meno eguali, avranno meno dignità sociale. Ciò che è "tossico" altrove, in Campania non lo è. Ciò che altrove è considerato "pericoloso", qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario qui non saranno in vigore.
E ancora, appare "inaccettabile", come ha scritto su queste pagine Stefano Rodotà, la manipolazione del sistema giudiziario. "Il governo si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative. Viene aggirato l'articolo102 della Costituzione, che vieta l'istituzione di giudici straordinari o speciali. Vengono creati nuovi reati di ampia interpretazione che finiscono per restringere il diritto di manifestare liberamente. La garanzia dei diritti costituzionalmente garantita è degradata. La legalità costituzionale è complessivamente incrinata". Per di più - anche questo sarebbe sciocco e irresponsabile negarlo - è proprio vero che questo diritto "speciale", non alimenti ancora, come è già accaduto, quella cattiva gestione che finora ha prodotto soltanto guai e nuove emergenze?
Come si vede, non abbiamo dinanzi il consueto conflitto tra i governi di Berlusconi e la magistratura. La controversia è più intricata e mette in contrasto l'urgente necessità di agire per risolvere, nel brevissimo periodo, una crisi che può diventare un cataclisma e il dovere di garantire, protetto dall'indipendenza della magistratura, il diritto alla salute che, violato, potrebbe produrre nel medio/lungo periodo danni al cittadino e disgrazie per la democrazia non più lievi di quelle prodotte dall'emergenza di oggi. Non c'è spazio per gli estremismi ideologici. Occorre pragmatismo e responsabilità. E una faticosa mediazione che, tenendosi alla larga dalle forzature corporative e dalle eccedenze autoritarie, sappia risolvere - oggi - la catastrofe napoletana senza pregiudicare - per il domani - la Costituzione e regole del gioco di una democrazia.
Almirante e gli scheletri di Salò
Simonetta Fiori - La Repubblica
In Maremma lo chiamavano il "manifesto della morte". Era il maggio del 1944, apparve una mattina di primavera sui muri dell´alta Toscana, tra le pendici dell´Amiata e la Val di Cecina, nei paesi sopra Grosseto già occupati dalle insegne di Hitler. Vi era riprodotto l´ultimatum rivolto il 18 aprile da Mussolini ai militari "sbandati" dopo l´8 settembre 1943 e ai ribelli saliti in montagna: consegnatevi ai tedeschi o ai fascisti entro trenta giorni, oppure vi aspetta la fucilazione. Morte era minacciata anche a chi avesse dato aiuto o riparo ai partigiani.
Fu il sigillo, quel decreto legge voluto dal duce di concerto con Rodolfo Graziani, per un´indiscriminata caccia all´uomo e per rastrellamenti feroci, in una terra insanguinata dalle stragi. Solo in Maremma, tra il 13 e il 14 giugno, furono ammazzati a Niccioleta ottantatré minatori. Ma il manifesto che quel tragico ultimatum sunteggiava non era firmato da un comando militare della Rsi o da un presidio delle SS. Era firmato da Giorgio Almirante, allora capo di gabinetto di Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura Popolare che curava la Propaganda della Repubblica Sociale.
Una figura non di seconda fila - quella del trentenne Almirante - approdata al governo filonazista di Salò dopo una robusta esperienza giornalistica da caporedattore nel quotidiano Il Tevere e da segretario di redazione della Difesa della Razza, la rivista ufficiale dell´antisemitismo sulla quale scrisse articoli intonati al più convinto "razzismo biologico". È lo stesso Almirante al quale oggi il sindaco Gianni Alemanno vuole dedicare una strada di Roma.
Se la vicenda del manifesto è stata sfiorata appena dalle cronache di questi giorni, meno conosciuta è la storia del processo che proprio sul clamoroso episodio vide negli anni Settanta il leader della Fiamma inizialmente nelle vesti dell´accusatore-querelante, poi arretrato nel ruolo di "imputato morale". Una vicenda giudiziaria lunga sette anni, dall´andamento lento, che si concluse con assoluzione piena per l´Unità, il quotidiano querelato per aver pubblicato un documento giudicato da Almirante "vergognosamente falso" e "calunnioso".
Per il fondatore del partito neofascista italiano fu una sconfitta irrevocabile. La possiamo ricostruire oggi grazie alla documentata ricerca realizzata nel corso di anni da uno dei testimoni, Carlo Ricchini - giornalista di lunga esperienza, allora direttore responsabile del quotidiano comunista, inventore delle prime iniziative editoriali dell´Unità - per un libro che deve essere ancora pubblicato (Il manifesto della morte con la firma di Almirante). La sentenza avversa al leader missino era scontata fin dalle prime udienze, ma un complicato intreccio politico-giudiziario ne rallentò il cammino. Quel che nelle intenzioni dei promotori doveva essere il battesimo pubblico dell´Almirante in doppio petto, utilizzato in alleanze dirette e indirette con la Dc, da liturgia assolutoria si trasformò, grazie a un´imbarazzante documentazione, in spinoso teatro d´accusa. Da qui le pratiche dilatorie, le ritirate strategiche, le eccezioni procedurali mosse dagli avvocati di Almirante, che trascineranno il dibattimento per tutti gli anni Settanta, fino all´epilogo sancito soltanto nel 1978.
Il manifesto di Almirante venne alla luce nell´estate del 1971, scovato da alcuni storici dell´università pisana negli archivi di Massa Marittima. L´Unità lo pubblica il 27 giugno sotto il titolo Un servo dei nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi. D´intonazione analoga Il Manifesto, che lo propone con un severo commento di Luigi Pintor. «Ci apparve subito evidente», racconta Ricchini, «che era stata scoperta una prova della partecipazione diretta di Almirante alla repressione antipartigiana, da lui tenuta nascosta, come se il posto occupato a Salò fosse stato un impiego come un altro e la sua divisa da brigatista nero un obbligo dovuto alle circostanze». Intanto il manifesto firmato Almirante, quasi sempre con la soprascritta "Fucilatore di partigiani", riempie i muri d´Italia. Da Reggio Emilia a Catanzaro, da Terni a Trapani, da Modena ad Avellino, le associazioni partigiane si mobilitano per denunciare il segretario del Movimento Sociale. Almirante replica con una pioggia di querele, uscendone ovunque sconfitto. Ma non a Roma, dove il processo più importante, quello intentato contro i due quotidiani di sinistra, mostra un percorso alquanto accidentato.
Fin da principio Almirante nega tutto. Nega l´autenticità del manifesto, sostenendo che sia un falso stampato ad arte contro di lui. Nega di essere stato già allora capo di gabinetto di Mezzasoma (sposta in avanti la data). Nega che il ministero della Cultura popolare potesse dare esecuzione al bando di Mussolini. Nega che i ministri di Salò potessero prendere simili iniziative in territori controllati dalle forze armate germaniche. Anche la prosa illetterata del documento gli risulta estranea, "non ho mai firmato manifesti o comunicati di tal genere in quel periodo, né rientrava nelle mie attribuzioni firmare manifesti a nome del ministro". Insomma, s´è trattato "d´una vergognosa campagna di stampa", il titolo di fucilatore "un´ignobile infamia".
La prima udienza si svolge sul finire del 1971. Sono chiamati a difendersi dall´accusa di "falso e diffamazione" i giornalisti Carlo Ricchini e Luciana Castellina, allora direttore responsabile del Manifesto. In realtà non è difficile dimostrare l´autenticità del documento: la copia fotostatica è autenticata da un notaio che attesta la conformità con l´originale. «Le prove di oggi sarebbero già sufficienti», dichiara il pubblico ministero Vittorio Occorsio, autorevole magistrato già impegnato in quegli anni contro il terrorismo nero. Propone sia chiamato a deporre il sindaco di Massa Marittima invitandolo a esibire l´originale del manifesto. La nuova udienza è fissata per il 25 gennaio del 1972, la conclusione appare prossima.
All´appuntamento di gennaio si presenta anche l´onorevole Almirante: sorridente, impeccabile nel vestito fumo di Londra, cravatta blu con piccoli cerchietti bianchi. Al principio della deposizione chiama in causa il Parlamento e le istituzioni che, nonostante il suo passato, hanno legittimato l´elezione a deputato. «Faccio presente che sono deputato in Parlamento dal 18 aprile del 1948», esordisce con toni rassicuranti. «Allora, oltre le regole costituzionali, vi erano norme eccezionali che vietavano di entrare in Parlamento a coloro i quali avessero assunto cariche o ricoperto determinate responsabilità nella Rsi. Personalmente non ho mai subito alcun procedimento penale né fruito di amnistie. Se c´era qualcosa da dire, quella era l´epoca più adatta, per freschezza di ricordi, vivacità di polemiche, presenza di testimoni?». In altre parole, se non sono state fatte rispettare la Costituzione e le leggi, la colpa non è mia.
E il confino di polizia al quale Almirante fu condannato nel 1947? Un legale gli ricorda il grave provvedimento subìto per il collaborazionismo con i tedeschi e per le attività successive alla guerra. Ma il segretario missino ha ricordi confusi. Gli interessa soltanto rimarcare la totale estraneità al manifesto pubblicato sui giornali e al bando di morte pronunciato da Mussolini e Graziani. «Curare la diffusione del comunicato o meglio del bando Graziani rientrava nelle competenze del ministero dell´Interno o di quello delle forze armate», ribadisce con piglio determinato. Lui boia o assassino di partigiani? Ma non scherziamo.
A nulla sembrano valere le nuove prove documentali portate dal sindaco di Massa, un operaio di taglia robusta dal buffo nome di Rizzago Radi che sfila dalla cartellina l´originale del documento firmato da Almirante, insieme alla lettera della Prefettura che accompagna l´invio dei manifesti e la missiva del vicecommissario prefettizio che rassicura sull´affissione. Il manifesto, dunque, non è un falso. Il processo potrebbe rapidamente chiudersi, come incoraggia Occorsio. Ma l´assoluzione dei giornalisti implica la colpevolezza di Almirante. I suoi avvocati sono costretti a cambiare strategia. L´unico modo per ritardare la sentenza è accorpare il processo romano ai tanti processi in corso nella penisola in seguito alle querele di Almirante. Il tribunale, presieduto da Carlo Testi, sembra acconsentire alla proposta. L´udienza è aggiornata.
La prima sorpresa, nel prosieguo del dibattimento, è la sostituzione del pubblico ministero Occorsio con Niccolò Amato, futuro direttore degli istituti di pena. Il suo orientamento appare capovolto rispetto alle convinzioni del predecessore, facendo proprie le tesi difensive di Almirante. Il processo slitta, si arriva a un nuovo rinvio per l´aprile. Alberto Malagugini, difensore dell´Unità e futuro magistrato della Corte Costituzionale, non ha dubbi: «Pur di prendere tempo sono state poste le più strabilianti eccezioni procedurali. Non appena sono apparse chiare le responsabilità del querelante per l´infame comunicato del 1944, non appena il tribunale è stato posto in condizione di decidere e il pubblico ministero di udienza l´ha fatto intendere, la difesa ha cominciato la sua manovra di sganciamento».
Intanto in tutta Italia i processi intentati da Almirante si vanno chiudendo con l´assoluzione dei querelati. Per tutti gli altri collegi giudicanti Almirante è un fucilatore di partigiani, a Roma devono ancora certificarlo. Eppure i supporti documentali sono ovunque gli stessi.
Passano ancora due anni. Nel giugno del 1974, dopo accurate ricerche, viene prodotta in aula la "prova delle prove": un telegramma dell´8 maggio 1944, spedito dal ministero della Cultura Popolare all´indirizzo della prefettura di Lucca. È stato trovato negli archivi di Stato, è firmato Giorgio Almirante, e corrisponde parola per parola al manifesto conservato a Massa Marittima. Un foglietto giallo, tipico dei messaggi telegrafici di quel periodo, con il decreto di morte pronunciato nell´aprile da Mussolini. Il capo di gabinetto ne sollecita l´affissione in tutti i comuni della provincia. Il funzionario che nel maggio del 1944 ha mandato il telegramma nella tipografia Vieri di Grosseto per la stampa del manifesto s´è dimenticato di levare la firma di Almirante. Una distrazione che inchioda il leader del Movimento Sociale alle sue pesanti responsabilità. Dagli archivi affiorano anche altre carte compromettenti. Una circolare del 24 maggio 1944, firmata sempre dal capo di gabinetto di Mezzasoma, ordina ai capi delle province di divulgare non solo i manifesti che provengono dal ministero della Cultura Popolare ma anche dalle autorità tedesche.
Almirante è sbugiardato su tutti i fronti: è lui che cura la propaganda del bando Graziani, ed è sempre lui che segue sollecito l´affissione dei comunicati del Führer. La sua difesa annaspa. Vittorio Occorsio, tornato a ricoprire la pubblica accusa, chiede ironico: «Volete sostenere che è falso anche questo documento, che ci viene inviato da un ufficio statale e su richiesta del tribunale?». Il processo è sufficientemente istruito, non resta che chiuderlo. «Dopo la sentenza», annuncia severo il pubblico ministero, «chiederò che gli atti siano restituiti alla pubblica accusa per procedere per i reati di calunnia e falsa testimonianza nei confronti di Almirante. Calunnia per aver affermato che il manifesto era apocrifo, falsa testimonianza per tutte le menzogne dichiarate davanti ai giudici».
Bisogna aspettare ancora altri quattro anni per assistere alla "condanna morale" del fondatore del Movimento Sociale. Un primo pronunciamento assolutorio non soddisfa a pieno il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, mentre il Manifesto preferisce fermarsi al traguardo. Solo l´8 maggio del 1978, dopo un intervento della Cassazione, arriva una sentenza priva d´ombre, che assolve l´Unità «per avere dimostrato la verità dei fatti» e condanna Almirante alle spese processuali, anche al risarcimento dei danni. «Ma l´Unità non ha mai chiesto i danni», ricorda Ricchini in chiusura del suo prezioso memoriale. L´unico che non poté leggere la sentenza fu il pubblico ministero che con passione civile e rigore più l´aveva sostenuta. Due anni prima Vittorio Occorsio era rimasto vittima di un agguato, per mano di terroristi neri.
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