Ciro's profile"A volte accadono cose c...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    April 30

    26 anni fa il sacrificio di La Torre contro la mafia

    Il sacrificio di Pio La Torre contro la mafia

    26 anni fa veniva l'uccisione del segretario siciliano del Pci

     

    Ricorre oggi il 26° anniversario della morte del segretario regionale siciliano del Pci Pio La Torre e del suo stretto collaboratore Rosario Di Salvo. Era il 30 aprile del 1982 quando l'auto del dirigente comunista, che stava raggiungendo la sede della federazione del Pci, venne affiancata dai killer in via generale Turba. La dinamica del duplice omicidio è stata ricostruita dal collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza, che partecipò all'agguato. Ma ancora oggi resta avvolto da ombre e misteri il movente e non è stato diradato il sospetto che soggetti estranei a Cosa nostra abbiano ispirato l'omicidio.

    Oltre a Cucuzza, che ha raccontato di aver fatto parte del commando insieme con lo scomparso Pino Greco "Scarpuzzedda", Nino Madonia e Giuseppe Lucchese, per il duplice assassinio sono stati condannati sette boss componenti della cupola.

    Stamattina le autorità civili e militari della città e della provincia di Palermo hanno commemorato l'anniversario “Una circostanza annuale alla quale siamo molto legati per la connotazione di grande attualità della figura di Pio La Torre data dal terreno della lotta alla mafia che è ancora una priorità delle istituzioni”, ha detto Ninni Terminelli coordinatore cittadino del Partito Democratico durante la breve cerimonia sul luogo dell'agguato, in quella che oggi si chiama via Li Muli ma che allora era piazza Turba. “Bisogna – ha aggiunto Terminelli – ricordare Pio La Torre come un riformista che ha lavorato all'interno del Partito comunista legato fortemente alla sua terra durante tutta la sua militanza politica”.

    Ecco il ricordo di Anna Finocchiaro: "La figura di Pio La Torre ci sproni e ci sia di esempio per il nostro impegno politico. L'orizzonte di Pio è sempre stato volto al futuro, alle giovani generazioni, ad una comprensione attenta di quello che si muoveva nella realtà politica e sociale della sua terra. Nella lotta per la legalità e contro la mafia La Torre ha sempre saputo cogliere la necessità dello sviluppo come volano virtuoso per il contrasto alla criminalità. Da uomo politico profondamente figlio del suo partito - prosegue Finocchiaro - ha saputo mettere insieme attorno a grandi tematiche di pace e sviluppo tante forze di estrazione diversa in uno sforzo unitario e mai settario. La grandezza di Pio La Torre sta in tutte queste cose e a lui dobbiamo guardare tutti, nel centrosinistra, con ammirazione e con gratitudine. Fare oggi polemiche sulla sua memoria - conclude - mi sembra davvero fuori luogo".

    Il senatore del PD Giuseppe Lumia, già vicepresidente della commissione nazionale antimafia, ha ricordato così l'anniversario dell'uccisione del dirigente del Pci: “Se la politica vuole fare seria antimafia e trasformarsi, deve liberarsi di chi è colluso. La lotta alla mafia resta prioritaria e l'insegnamento di La Torre attuale. Ha saputo intuire la necessità di coniugare legalità e sviluppo e oggi una moderna antimafia deve entrare nella sanità, nei rifiuti, nelle imprese per trasformarle in risorse e non in sistemi di collusioni”. Secondo Lumia, “ora non si deve cedere sul piano militare, anche se sono stati sferrati colpi importanti a Cosa nostra, e nessun passo indietro va fatto sul 41bis, occorre continuare a colpire senza sosta anche i patrimoni”.
     

    rischio carestia

    Onu, una task force per l’emergenza cibo

    Tra le priorità la raccolta di fondi e nutrire gli affamati

     

    Due giorni per correre ai ripari e tentare di arginare il dilagante e generalizzato aumento dei prezzi, che interessa tutti e che pesa soprattutto sui Paesi più poveri. Due giornate in cui l’Onu si riunisce a Berna per un vertice che solleva molte preoccupazioni dinanzi alla richiesta di frenare il costo dei generi alimentari. Uno tsunami silenzioso lo ha definito Ban Ki Moon , segretario generale delle nazioni Unite, che già la scorsa settimana aveva lanciato al mondo intero l’appello per un’azione immediata e concertata per porre fine alla crisi mondiale.

    Per questo Ban Ki Moon ha annunciato la nascita di una task force per gestire la crisi internazionale fornendo così una prima risposta alla preoccupante situazione. In ballo c’è anche la proposta di raccogliere oltre due miliardi di dollari da destinare in primis ai paesi in via di sviluppo, i più minacciati dall’emergenza.

    Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, ha lanciato un ulteriore allarme denunciando che l’aumento dei prezzi soprattutto di riso e cereali, è destinato a salire ulteriormente.

    La task force, formata da esperti provenienti dalle agenzie gestite dall’Onu, avrà come obiettivo quello di nutrire gli affamati raccogliendo proventi urgentemente per il Pam, Programma Alimentare Mondiale. Ban Ki Moon chiama in causa i Paesi donatori, i quali dovranno fare di tutto per garantire la copertura della cifra, altrimenti, denuncia l segretario dell’Onu, fame e malnutrizione dilagheranno come mai prima d’ora.

    Josette Sheeran, capo del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM), in un’intervista all’Econimist, ha rilevato che una crisi alimentare del genere non avveniva dal 1970.

    La situazione è davvero critica tengono a precisare all’Onu, che tra l’altro, dovrà cercare di mediare tra le politiche protezionistiche e quelle rivolte all’apertura dei mercati mondiali portate avanti dai 27 rappresentanti delle Nazioni Unite.

    Zoellick, inoltre, ha chiesto ai vari Paesi di non ricorrere al divieto delle esportazioni di beni alimentari in risposta all'emergenza cibo mentre Ban Ki Moon ha rivolto un appello per correggere i sussidi all'agricoltura che distorcono il commercio internazionale.

    Durante il vertice si è anche discusso dei biocarburanti i responsabili dell’impennata dei prezzi agricoli, per i quali è stata proposta una moratoria totale.

    tutti gli articoli di INTERNAZIONALE

     
     

    Italia

    L'Italia spreca l'energia che non ha

     

    Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella - Il Corriere della Sera
     
     
     
     
     
     
    Lo «scienziato» Giovanni Paneroni era sicuro di se stesso: «Come il giovane Davide / decapitò Golia / il Paneroni impavide / cambiò l'astronomia». Girava per le sagre paesane della Lombardia degli anni Trenta vendendo arance, torroni, ciambelle e tiramolla illustrando
    urbi et orbi la sua teoria scientifica.

    Primo: «È il sole che ruota intorno alla terra e non il contrario, o bestie! ». Secondo: «Il sole ha un diametro di 2 metri, pesa 14 chili, gira a 1000 chilometri fissi dalla terra e ha un calore così strapotente che costringe i mari a svaporare come una pignatta bollente ».
    Terzo: «La terra non gira. E chi l'ha scoperto? Me! E dunque io sono uno dei dieci uomini più interessanti della terraferma». (..) Mai avuto un dubbio, il Paneroni. Beato lui.

    Alberto Asor Rosa, invece, un rovello ce l'ha: «A fronte della minaccia di scempio del paesaggio non è da escludersi il ricorso alle centrali nucleari». E come lui, uno dei protagonisti dell'intellighenzia di sinistra italiana, cominciano ad averlo in tanti. Piuttosto che distese immense di pannelli solari e sconfinate foreste metalliche di mulini a vento, non sarà il caso di tornare all'energia atomica? Ma per carità, s'infiamma Alfonso Pecoraro Scanio: «Chernobyl ha dimostrato che le dimensioni del rischio nucleare sono inaccettabili e immorali. Per difendere il bello non c'è bisogno di giocare alla roulette dell'atomo».

    Meglio le centrali a carbone? No, le centrali a carbone no. Meglio le centrali a petrolio? No, le centrali a petrolio no. Meglio il gas, che però chiede i rigassificatori, cioè impianti che riportino il combustibile dalla forma liquida a quella gassosa? Ma per carità! È vero che si potrebbero usare le piattaforme dove un tempo si estraeva metano, già allacciate ai metanodotti e abbandonate in mare aperto nell'Adriatico, ma prima «bisogna preparare una valutazione sugli impatti ambientali insieme con i nostri vicini, soprattutto con la Slovenia, ma anche con la Croazia ».

    Allora l'eolico? Adagio: «Alcuni impianti si possono fare. Però non dobbiamo installare torri gigantesche proprio sulle rotte degli uccelli migratori, che vengono sterminati dalle pale». Di più: «L'Europa ci condannerebbe».

    L'Europa, a dire il vero, ha fatto scelte diverse. Tenendo conto sì degli uccelli migratori, ma non solo. Anche la Francia restò atterrita davanti al disastro di Chernobyl, ma si è tenuta 59 centrali atomiche. Anche la Germania ammutolì vedendo le immagini dell'incendio al reattore numero 4, ma i suoi 17 impianti non li ha affatto chiusi seduta stante neppure negli anni in cui i verdi erano fortissimi e avevano agli Esteri Joschka Fischer, che mediò un'uscita dal nucleare (oggi tutta da rivedere) nell'arco di vent'anni. (..)

    E così tutti gli altri Paesi europei, che si sentirono come noi appestati dalle radiazioni che venivano da lontano e scossi dall'idea di non poter mangiare l'insalata o il basilico contaminati, ma non si affrettarono a mettere i lucchetti alle turbine.
    Risultato: siamo esposti a tutti i rischi di 158 centrali europee altrui, alcune delle quali sono a poche decine di chilometri dai nostri confini, e senza avere per contro uno straccio di elettricità.

    Di più: siamo alla mercé dei capricci degli altri. Il che, se l'Italia fosse una comunità di Amish della Pennsylvania che si alzano al levar del sole, si coricano al tramonto e vivono rifiutando la modernità, non sarebbe un problema enorme. Il guaio è che non lo siamo.

    Consumiamo ogni anno, tra imprese, uffici, negozi e famiglie, 338 miliardi di chilowattora. Una quantità impalpabile. Della quale fatichiamo a capire le dimensioni se non grazie a dei paragoni. Che mettono i brividi. Secondo Eurostat, l'Italia «brucia» tanta energia elettrica quanto Turchia, Polonia, Romania e Austria le quali messe insieme hanno 136 milioni di abitanti. O se volete (stavolta i dati sono dell'Aie, l'Agenzia internazionale dell'energia) quanto mezzo miliardo di africani. E avanti di questo passo nel 2025 consumeremo il 5,3% di tutta l'energia prodotta nel pianeta con lo 0,7% della popolazione mondiale.

    Bene: esaurita ogni possibilità di sfruttare ancora di più le risorse idriche (ogni salto, dalle Alpi valdostane ai monti Nebrodi, è già stato usato) e poveri come siamo di materie prime, la nostra autonomia è pari al 12% del totale. Per il resto dipendiamo dall'estero. Il 12% lo compriamo direttamente dai Paesi vicini, il che significa, spiega l'ingegner Giancarlo Bolognini, «che all'estero ci sono 8 centrali nucleari della potenza di quella di Caorso che lavorano a pieno regime per noi». Il 75% ce lo facciamo da noi ma solo grazie a materie prime acquistate da governi e società stranieri (gas dalla Russia e dall'Algeria, petrolio da più parti).

    Risultato finale: l'energia elettrica prodotta in Italia costa il 60% più della media europea, due volte quella francese e tre volte quella svedese.
    Si pensi che per produrre elettricità, spiega l'Aie, l'Italia brucia in un anno tanto olio combustibile quanto l'India in un anno e mezzo. Per l'esattezza in 551 giorni. E tanto gas quanto tutta l'America Latina in 439 giorni. Va da sé che siamo il Paese europeo che (nonostante il gas naturale copra ormai la metà del settore) dipende di più dal petrolio. Nel solo 2005 ne abbiamo consumato nelle centrali circa 6 milioni e mezzo di tonnellate, pari a 32 superpetroliere come la Exxon Valdez che anni fa affondò in Alaska causando un disastro ecologico. Sei volte di più che la Germania o la Francia, dodici volte più che il Regno Unito.

    Una «bolletta» pazzesca.
    Di oltre 30 miliardi di euro l'anno. (…) Un Paese serio, davanti a un quadro così fosco di dissesto energetico e alla minaccia di blackout come quello che paralizzò ore e ore l'Italia il 28 settembre del 2003 per un guasto dovuto alla caduta in un albero in Svizzera, non si darebbe pace nella ricerca di vie d'uscita. Nucleare o solare, eolica o geotermica: ma una soluzione. La cronaca di questi anni, invece, è un impasto di veti, controveti, velleitarismi, fughe in avanti, viltà e retromarce. Nel caos più totale. (…)

    Se abbiano ragione o torto, ad avere tanta fiducia nel nucleare, non lo sappiamo. Lo stesso Carlo Rubbia, in un'intervista ad «Arianna editrice», conferma che «il nucleare di oggi produce scorie radioattive da far paura» e che «in realtà avevamo il modo per produrre energia bruciando proprio le scorie, anzi l'Italia era leader nel mondo in questa tecnologia» ma ora «ce la stanno copiando i giapponesi ».
    Insomma, la questione è aperta. E non ha senso, tanto più dopo aver visto le reazioni sconvolte sul tema delle scorie a Scanzano Jonico o in Sardegna, andarsi a impiccare in discussioni nelle quali sono spaccati gli stessi scienziati. Ma resta il tema: o facciamo qualcosa o restiamo appesi, con le nostre fabbriche e le nostre lampadine, ai capricci degli stranieri che ci tengono in pugno.

    Ed è lì che si vede la disastrosa incapacità della nostra classe dirigente, non solo dei «signor no» dell'ambientalismo talebano, di fare delle scelte.
    Anche gli svedesi, per dire, votarono a favore del progressivo abbandono del nucleare. Molto prima di noi, nel 1980. Ma dandosi scadenze lunghe lunghe. Per spegnere completamente la centrale di Barsebäck hanno aspettato venticinque anni e l'ultima chissà quando la chiuderanno davvero dato che tutti i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza dei cittadini ha cambiato idea: piuttosto che finire ostaggio degli stranieri, meglio il nucleare. In ogni caso, si sono mossi. Cercando sul serio le alternative possibili. Come hanno fatto tutti i governi seri in tutto il mondo. Compresi quelli che il petrolio ce l'hanno.
    Noi invece…
     

    la casta

    Casta a sinistra

    Lucia Annunziata - La Stampa

     
     
    Per chi suona la campana della Casta?, ci siamo chiesti per quasi un anno intero, mentre il fenomeno ingrossava le rendite delle librerie e le piazze. Avevamo risposto un po’ in coro (ché il mondo intellettual-giornalistico-politico non è vittima, come dice Grillo, di servitù, ma di conformismo) che suonava per tutti. Certo l’attacco arrivava dritto contro il centro-sinistra, veniva riconosciuto, ma, si aggiungeva: «Solo perché è al governo». Il centro-destra del resto si sentiva ugualmente impaurito da quelle piazze insultanti.

    In una intervista proprio a questo quotidiano Gianfranco Fini, allora presidente di An, appena tornato dalle vacanze, diceva «le critiche toccano anche noi», e che solo «la buona politica in futuro ci può far affrontare meglio queste sfide».

    Ma il famoso sermone di John Donne, citato da Hemingway, quello secondo il quale nessun uomo è un’«isola», rispondeva alla domanda più precisamente: «... non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te». Per ciascuno di noi. Questa campana (di morte perché in inglese «to toll» si riferisce al tocco del lutto) non è cioè un avviso generico, ma una specifica attribuzione di responsabilità individuale. Un anno dopo la comparsa del fenomeno, e a voti consolidati, possiamo allora forse oggi attribuire questa responsabilità: la Casta che veniva attaccata dal malumore popolare non era l’intera classe politica, ma solo quella del centro-sinistra.

    Questo ce lo dicono intanto i numeri. Un tale dislivello di fiducia fra centro-destra e centro-sinistra non può essere spiegato da conversione ideologica, ma solo, come ormai tutti paiono accettare, da una crisi di rappresentanza. Concetto centrale della filosofia politica dalla Rivoluzione Francese in poi, la rappresentanza politica è il rapporto fra individuo e istituzione, la possibilità del singolo di vedere affettivamente soddisfatta la volontà espressa nella sua delega. L’antipolitica, al di là degli insulti con cui ha condito i suoi attacchi, ha sollevato appunto questo problema: la frustrazione dei cittadini, il distacco fra elettori ed eletti. Con una aggiunta che solo il voto ci ha reso visibile: questa frustrazione ha colpito più il blocco di centro-sinistra che quello di centro-destra.

    Il perché, a questo punto, non è poi difficile da capire, anche solo prendendo in considerazione le parti più banali di questo processo. L’antipolitica ha battuto nei mesi scorsi su una pubblicistica moralisteggiante, descrivendo le élite politiche con categorie ineffabili, e crudeli - salotti, radical-chic, distanza - descrivendo una società divisa in due, con da una parte un luogo dorato e quieto, di scambi di parti, di ruoli e di favori, dall’altra il luogo dei bisogni reali, concreti, banali e solidi, della gente «comune». La divisione, pur semplificante, è diventata una potente ed efficace arma di attacco, perché ha messo il dito su una delle principali malattie del mondo contemporaneo: il privilegio.

    E cosa è il privilegio, oggi? Non la ricchezza – che si può acquisire; non la professionalità – che si può acquisire. E’ la capacità di avere accesso facile alle risorse: cioè avere molto, a sforzo minimo. Da dove nasce questo privilegio? Dalla capacità di lavorare nel sistema, usarne le pieghe, manipolarlo.

    I nuovi «cattivi» sono infatti oggi i finanzieri, i manager delle stock option, i mandarini delle istituzioni, i gestori della proprietà pubblica, e, infine, i politici. Un intero mondo di chierici che dovrebbe essere il garante delle risorse pubbliche e ne diviene invece il facilitatore per un piccolo gruppo di «privilegiati» appunto. E’ un fenomeno che sulla carta dovrebbe accomunare destra e sinistra. Ma, come si diceva, porta sotto accusa invece solo il centro-sinistra. Perché?

    Primo perché la sinistra promette nel suo programma l’uguaglianza; secondo perché la classe politica di sinistra è statalista: promette dunque uno Stato amico e padre. Quando il centro-sinistra trasforma la sua rappresentanza in un mestiere del privilegio, e vive alle spese dei cittadini, commette un tradimento doppio. Mentre il centro-destra, percepito come rappresentante di un mondo e di una ideologia della ricchezza, è caricato di meno attese. Agli occhi di chi sceglie a sinistra le pensioni parlamentari, le macchine blu, il balletto di incarichi nazionali che si avvicendano tra poche persone, sempre le stesse, le liste bloccate e decise dall’alto, il verticismo, agli occhi degli elettori del centro-sinistra diventano i simboli, per nulla irrilevanti, della disparità del loro rapporto con chi li rappresenta. Il privilegio contro cui si è scagliata in Italia l’anticasta, il rimprovero nato dentro la sinistra dalla sua stessa base contro le élite al suo interno – politici, giornalisti, manager – è lo specchio non di un collasso di gestione, ma del collasso di una comunità di intenti.

    La Casta è stata dunque trovata. Per questo diciamo che per il centro-sinistra quella di oggi non è solo una sconfitta elettorale, ma il rischio che il suo mondo scompaia. Capire chi e come rappresentare sarà il lungo lavoro di ricostruzione della prossima opposizione. Ricordando che in altri Paesi un processo così disarticolante è già avvenuto: dopo Clinton e dopo Blair ad esempio, e dopo Jospin. E che i segni di recupero non sono esattamente dietro l’angolo.
     

    liberismo

    Il liberismo e la speranza

    Francesco Giavazzi - Corriere della Sera

     
     
    Da una quindicina d’anni su questo giornale mi batto per il mercato, per le liberalizzazioni, per uno Stato meno invasivo. Sostengo i benefici della concorrenza e dell’apertura agli scambi, non per scelta ideologica ma perché penso che mercati aperti e concorrenza siano lo strumento per sbloccare un Paese nel quale la mobilità sociale si è arrestata e il futuro dei giovani è sempre più determinato dal loro censo, non dal loro impegno o dalle loro capacità.

    Nel frattempo nel mondo sono successe alcune cose. La globalizzazione dei mercati ha consentito a mezzo miliardo di persone di uscire dalla povertà: nel 1990 le famiglie in condizioni di povertà estrema erano, nel mondo, una su tre; oggi poco meno di una su cinque.

    Ma con la globalizzazione si sono accentuate le diseguaglianze, soprattutto nei Paesi ricchi e poco importa che il motivo non siano le importazioni cinesi, ma piuttosto le nuove tecnologie che premiano chi ha studiato e penalizzano il lavoro non specializzato. (Negli Stati Uniti il salario orario di un lavoratore che ha smesso di studiare a 16 anni nel 1972 era, ai prezzi di oggi, 15 dollari; 11 nel 2006. Quello di un laureato è invece aumentato da 24 a 30 dollari l’ora).

    Come osservavano già tre anni fa Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi («La fine della classe media») in occidente è sparita la classe media tradizionale, quella che per mezzo secolo è stata il collante del sistema politico: al suo posto è nata una società nella quale chi ha scarsa istruzione è angosciato e cerca qualcuno che lo protegga.

    E non sempre il mercato dà buona prova di sé. Negli Stati Uniti è inciampato in un paio di infortuni. Nel 2002 le frodi degli amministratori di Enron, Tyco e WorldCom. Oggi la crisi innescata dai mutui «subprime»: se non fossero tempestivamente intervenute le banche centrali, cioè lo Stato, i mercati rischiavano di precipitare. Talora un mercato neppure esiste, come nel caso dell’energia: prezzi e forniture di gas — l’80% dell’energia utilizzata in Italia—sono determinati da un cartello dominato dalla Russia. Pensare di aprire quel mercato alla concorrenza è un’illusione un po’ infantile, almeno fino a quando non avremo costruito una decina di rigassificatori e ci vorranno, se tutto va bene, un paio di decenni.

    La Cina non consente che il valore della sua moneta sia determinato dal mercato. Per mantenere un tasso di cambio sottovalutato accumula una quantità straordinaria di euro e di dollari. La crescita cinese continua a dipendere dall’industria e dalle esportazioni. A parole il partito comunista si dice preoccupato della crescente diseguaglianza, ma poi non fa quasi nulla per correggere il tiro e spingere la domanda interna, soprattutto i servizi, in primis la sanità. Sempre più i mercati aperti spaventano gli elettori.

    Nella campagna elettorale americana sia Obama che Hillary Clinton parlano con accenti critici della globalizzazione e si guardano bene dall’attaccare i sussidi pubblici che rendono ricchi gli agricoltori Usa a spese del resto del mondo, ad esempio dei coltivatori di cotone egiziani. In Francia Sarkozy a parole (e non sempre) predica il mercato, ma provate ad aprire una linea aerea e a chiedere uno slot per un volo Linate-Charles De Gaulle: lo otterrete, ma alle 6 del mattino. La maggioranza degli italiani ha votato per un candidato, Silvio Berlusconi, che si è impegnato a salvare — con denaro pubblico — un’azienda che perde un milione di euro al giorno: non ho visto nessuno sfilare perché le nostre tasse vengono usate per tenere in piedi un’azienda da anni decotta. (Ho invece visto i tassisti romani festeggiare il nuovo sindaco della città che due anni fa aveva manifestato solidarietà per la violenta protesta dei tassisti contro le liberalizzazioni di Bersani).

    Insomma, il mondo sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata da chi, come me, vorrebbe meno Stato e più mercato. I cittadini non sembrano preoccuparsene: anzi, premiano chi promette «protezione» dal vento della concorrenza.

    Che cosa non abbiamo capito, dove abbiamo sbagliato? Alcuni ritengono che il problema nasca dall’errato accostamento di «concorrenza » e «mercato». Concorrenza significa regole: in assenza di regole non è detto che il mercato produca una società migliore di quella in cui vivremmo se venissimo affidati ad uno Stato benevolente. Affinché il mercato, la globalizzazione diventino popolari è necessario «governarli». E’ certamente vero, ma anche un po’ illuminista.

    Vedo anti-globalizzatori che occupano le piazze, ma non vedo cittadini che manifestano perché il Doha Round non fa un passo. La decisione dei capi di Stato dell’Ue di cancellare la concorrenza dai principi irrinunciabili stabiliti dal nuovo Trattato europeo è passata inosservata. Insomma, non mi pare che i cittadini reclamino più regole: la protezione che chiedono —e che alcuni politici promettono—è quella dei dazi e dei vincoli all’immigrazione, non l’antitrust.

    A me pare che i liberisti debbano porsi un compito più modesto: spiegare ai cittadini che l’alternativa al mercato, al merito, alla concorrenza è una società in cui i privilegi si tramandano di generazione in generazione, i fortunati e i prepotenti vivono tranquilli, ma chi nasce povero è destinato a rimanerlo, indipendentemente dal suo impegno e dalle sue capacità.

    Convincerli che il modo per difendere il proprio tenore di vita è chiedere buone scuole, non dazi. Il «miracolo economico» italiano degli anni ’50 e ’60 fu il frutto del mercato unico europeo (e della lungimiranza di alcuni leader della Democrazia Cristiana che alla fine della guerra capirono l’importanza di entrare subito nella Cee). La caduta delle barriere doganali e l’ampliamento della domanda consentirono alle nostre imprese di allargare le fabbriche e raggiungere una dimensione che ne determinò il successo.

    La crescita tumultuosa di quegli anni creò opportunità per tutti. Non ho dati, ma penso che se qualcuno allora avesse chiesto agli italiani che cosa pensavano dell’apertura degli scambi, la maggior parte avrebbe risposto favorevolmente. L’Europa di allora è il Brasile, l’India, la Cina dei giorni nostri, ma i più oggi le considerano minacce, non opportunità. Mi pare che l’Italia si trovi in un «cul de sac».

    Da un decennio abbiamo smesso di crescere: dieci anni fa il nostro reddito pro-capite era simile a Francia e Germania, 27% più elevato che in Spagna, 3% più che in Gran Bretagna. In questi anni abbiamo perso dieci punti rispetto a Francia e Germania, siamo stati raggiunti dalla Spagna e di nuovo superati dalla Gran Bretagna. Quando un Paese non cresce le opportunità scompaiono e ciascuno si tiene stretto quello che ha: mentre mercato, merito, concorrenza—i fattori la cui assenza è all’origine della mancata crescita—spaventano.

    I cittadini preoccupati chiedono protezione, qualcuno la promette e il Paese si avvita. (Il paragone, lo so, indispettisce, ma la storia del declino dell’Argentina —un Paese che ai primi del ’900 era ricco quanto la Francia—inizia, con Peron, proprio così). Il tentativo di convincere la sinistra che mercato, merito e concorrenza sono gli strumenti per sbloccare l’Italia—devo ammetterlo — è fallito. Con Prodi la sinistra ha perso un’occasione storica: anziché sbloccare la società ha essa pure offerto protezione. Ma chi ha protetto? Non chi temeva la globalizzazione — che infatti si è fatto proteggere dalla Lega—ma il sindacato, anzi i suoi leader. Temo ci vorrà qualche legislatura per riparare questo errore.

    I nuovi interlocutori dei «liberisti» (come sostiene da qualche tempo Franco Debenedetti) oggi sono i «protezionisti»: sbagliano la diagnosi, ma hanno saputo cogliere e interpretare meglio della sinistra le angosce di tanti cittadini. E tuttavia la risposta alla «mobilità planetaria» non può essere il congelamento della mobilità domestica. Una società congelata non solo è ingiusta: si illude di proteggersi, in realtà spreca le sue risorse migliori e deperisce. E’ un lusso che forse possono permettersi gli Stati Uniti: per l’Italia sarebbe un suicidio.
    wwww.partitodemocratico.it
     

    contro la povertà

     

    Ho un sogno: abolire la povertà

    Muhammad Yunus - L'Unità
     
     
    La povertà non è distribuita in modo uniforme, ma si concentra in alcune regioni del Sud come l’Africa subsahariana, l’Asia meridionale e l’America latina, dove milioni di poveri sono costretti a lottare per la mera sopravvivenza. Periodicamente si scatenano calamità naturali (come lo tsunami del 2004) che uccidono centinaia di migliaia di persone povere e vulnerabili. Il divario fra il Nord e il Sud globali, fra la parte più ricca e il resto del mondo non ha fatto che ampliarsi.
    Alcuni dei paesi che nell’ultimo trentennio sono riusciti a sfondare sul piano economico hanno comunque dovuto pagare un prezzo molto pesante (...)

    Ma questo notevole progresso ha anche aggravato le tensioni sociali. Nel perseguire una crescita economica impetuosa, le autorità cinesi hanno chiuso tutti e due gli occhi sull’inquinamento di aria e acqua prodotto dall’industria e, nonostante il miglioramento delle condizioni di tanti poveri, il divario fra chi ha e chi non ha niente è aumentato costantemente. Se misurata con un indicatore economico specifico come l’indice di Gini, la disuguaglianza nel reddito è oggi maggiore in Cina che in India. (...)

    La sfida globale che la povertà rappresenta, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti, e all’inizio del nuovo millennio tutte le nazioni hanno cercato di affrontarla. Nel 2000 i governanti di tutto il mondo si sono riuniti all’Onu per impegnarsi, tra l’altro, a ridurre della metà il numero dei poveri entro il 2015. Ma sono passati già sette anni e i risultati sono deludenti, al punto che quasi tutti gli osservatori concordano nel ritenere che gli «Obiettivi di sviluppo del millennio» non saranno raggiunti. Mi fa piacere sottolineare che in questo panorama, il mio paese, il Bangladesh, rappresenta una felice eccezione: sta operando con continuità nella direzione stabilita e si sta dimostrando in grado di dimezzare il numero di poveri entro il 2015.

    Cos’è che non va? Come mai in un mondo in cui l’ideologia liberista non incontra più nessuna reale opposizione non basta il libero mercato a far uscire dalla povertà una parte così grande della popolazione mondiale? E se tante nazioni proseguono senza scosse nel loro cammino verso la prosperità, perché altrettante restano invece sempre più indietro?

    La spiegazione è molto semplice. Il libero mercato, senza vincoli di sorta, così come è oggi concepito, non è pensato per affrontare i problemi sociali, anzi, può portare ad aggravare povertà, inquinamento e disuguaglianze e a diffondere malattie, corruzione e criminalità.

    Sono un sostenitore convinto della globalizzazione, perché promuove l’espansione del libero mercato, supera le barriere nazionali con lo sviluppo del commercio internazionale e della libera circolazione dei capitali, e stimola i governi ad attirare nel proprio paese le multinazionali offrendo loro infrastrutture per lo sviluppo delle imprese, incentivi all’attività e vantaggi fiscali e normativi. Come impostazione economica generale, la globalizzazione è in grado, sulla carta, di garantire ai poveri una quantità di benefici superiore a qualsiasi altra strategia. Però, abbandonata a se stessa, in assenza di principi guida e di controlli, può anche essere devastante.

    Mi piace paragonare il commercio mondiale a un’autostrada con cento corsie che solca la superficie del globo. Ma se questa autostrada rimane senza pedaggio, senza semafori, limiti di velocità, limiti di ingombro e perfino senza le linee di separazione fra le corsie, essa verrà rapidamente occupata dai tir provenienti dai paesi con le economie più potenti. I veicoli più piccoli, come i camioncini dei contadini o i carretti a buoi e i risciò a piedi del Bangladesh saranno inesorabilmente espulsi.

    Perché tutti possano trarre vantaggio dalla globalizzazione è necessario un buon «codice della strada», servono segnali e semafori e ci vuole una politica del traffico ben definita. La regola «il più forte piglia tutto» va sostituita da altri assunti capaci di garantire anche ai più poveri un posto sull’autostrada, altrimenti a controllare il commercio mondiale sarà l’imperialismo finanziario.

    Anche a livello regionale, nazionale e locale i mercati hanno bisogno, in modo del tutto analogo, di regole e controlli che salvaguardino gli interessi dei più deboli, altrimenti i ricchi riusciranno facilmente a piegare le condizioni economiche a proprio esclusivo vantaggio. Gli effetti negativi di un capitalismo monolitico e senza regole sono ben rintracciabili anche nella cronaca quotidiana, che ci fa vedere le multinazionali spostare i propri stabilimenti nei paesi più poveri del mondo dove possono sfruttare liberamente forza lavoro a basso prezzo (compresi i bambini) e dove trionfano promozioni commerciali e campagne pubblicitarie ingannevoli di prodotti potenzialmente pericolosi o semplicemente di cui non abbiamo un reale bisogno.

    Ma soprattutto sono evidenti nell’esistenza stessa di interi settori economici che semplicemente prescindono dalla presenza dei poveri, come se metà della popolazione mondiale non esistesse nemmeno. Sono i settori che si occupano della vendita di merci di lusso a gente che non ne ha un reale bisogno, solo perché così sono possibili profitti maggiori.

    Io credo nel libero mercato come fonte di libertà e di nuove idee per tutti, non come strumento della decadente architettura economica progettata per una ristretta élite. In America del Nord, Europa e parte dell’Asia, i paesi più ricchi hanno potuto trarre enormi benefici dall’energia creativa, dall’efficienza e dal dinamismo generati dal libero mercato. Io ho speso tutta la mia vita nel cercare di garantire quegli stessi benefici anche agli esseri dimenticati dal mondo, a quegli strati estremamente poveri dei quali gli uomini d’affari e gli economisti non tengono mai conto quando parlano di mercati. L’esperienza mi ha insegnato che il libero mercato è uno strumento potente e utile anche per affrontare problemi come la povertà globale o il degrado ambientale, ma solo a patto che non sia posto esclusivamente al servizio degli obiettivi finanziari dei soggetti economici più ricchi.

    Il capitalismo è un sistema sviluppato solo a metà
    Il capitalismo concepisce gli uomini come esseri a una sola dimensione, preoccupati esclusivamente di perseguire il massi mo profitto. Anche la nozione di libero mercato, nella sua accezione comune, si basa su questo modello di essere umano unidimensionale.
    Infatti, la comune teoria del libero mercato sostiene che ciascuno può contribuire nel modo migliore possibile al bene della società e del pianeta solo se si preoccupa esclusivamente di cercare il massimo dei vantaggi per sé.

    Quando i sostenitori di questa teoria vedono in televisione solo cattive notizie, invece di chiedersi se sia proprio vero che la ricerca del profitto è una panacea universale, sono subito pronti a mettere da parte ogni dubbio e a dare la colpa di tutto ciò che di male succede nel mondo a una qualche “violazione della concorrenza”. La loro mente è allenata a dare per scontato che da un sistema di mercato veramente libero e ben organizzato non possano scaturire cattive sorprese.

    Io invece penso che se le cose vanno male la colpa non sia da cercare in un difetto di funzionamento del mercato ma molto più nel profondo, nel fatto cioè che la teoria corrente del libero mercato non funziona nella pratica perché si basa su un concetto inadeguato e troppo riduttivo della natura umana.

    La teoria economica convenzionale, per ricoprire il ruolo di guida dell’impresa, ha escogitato quell’essere umano a una dimensione che è l’imprenditore. Lo ha isolato dal resto della vita, separandolo dalla sfera religiosa, da quella delle emozioni, da quella politica e da quella sociale, così che non gli resti che occuparsi di una sola cosa, la massimizzazione del profitto. In questo si farà aiutare da altri uomini a una dimensione che gli procureranno il denaro necessario. Per citare Oscar Wilde, si tratta di gente che conosce il prezzo di tutte le cose, ma il valore di nessuna.

    La teoria economica ha insomma creato un intero mondo a una dimensione popolato esclusivamente da quelli che si dedicano al gioco del libero mercato e della concorrenza in cui il profitto è la sola misura del successo. Poiché siamo tutti convinti che la ricerca del profitto sia la via migliore per portare agli uomini la felicità, ecco che ci mettiamo a emulare con entusiasmo la teoria economica e facciamo ogni sforzo per trasformarci in esseri umani a una sola dimensione. Invece di produrre una teoria capace di «imitare» la realtà, noi facciamo violenza alla realtà perché scimmiotti la teoria.

    Il mondo odierno è così ipnotizzato dal successo del capitalismo che nessuno osa mettere in dubbio la teoria che sta dietro a quel sistema.
    In realtà le cose sono molto diverse. Le persone non sono entità a una sola dimensione, ma esseri sorprendentemente multidimensionali. Emozioni, convinzioni, priorità, schemi di comportamento formano una pluralità che richiama i milioni di sfumature cromatiche che si possono costruire a partire dai tre colori fondamentali. Quando diventano abbastanza famosi, scopriamo che anche i capitalisti sono animati da una molteplicità di interessi e di spinte diverse, ed è proprio per questo che figure emblematiche del sistema, da Andrew Carnegie ai Rockefeller fino a Bill Gates, a un certo punto della vita hanno tutte mollato il gioco della ricerca del profitto per occuparsi di obiettivi di più alta sostanza.

    Sono proprio queste mille sfaccettature della nostra personalità a farci capire che non è detto che ogni impresa debba necessariamente uniformarsi all’esclusivo obiettivo della ricerca del massimo profitto, ed è qui che entra in scena il nuovo concetto di business sociale.



    *MUHAMMAD YUNUS, l’inventore del microcredito e Nobel per la Pace, sogna di abolire la povertà. Perché l’utopia si avveri vuole convincere le imprese a «crescere» e impegnarsi per realizzare obiettivi sociali. Come? Ce lo spiega in un libro
     

    la risposta ai fucili di Bossi

    Napolitano gela Bossi

    Il Quirinale non crede ai fucili caldi

     

    Il Capo dello Stato smorza e quasi ridicolizza la polemica scoppiata nel giorno d'insediamento delle nuove Camere sui "fucili caldi di Bossi". Il Presidente della Repubblica si lancia in una specie di scioglingua tra l'ironico e il sarcastico che gioca con i "trecentomila uomini sempre a disposizione" e i fucili "sempre caldi" evocati da Bossi. "Ho visto - ha affermato Napolitano - che Berlusconi li ha definiti di carta. Questa disputa se siano di carta, se siano caldi o se possano essere di carta e anche caldi - non mi appassiona".



    Umberto Bossi perennemente all'attacco mentre l'eterogenea coalizione che ha vinto le elezioni cerca faticosamente di trovare la tanto agognata “quadra” sulla formazione di governo.

    Sconcertanti, come del resto spiacevole abitudine, le parole pronunciate dal leader della Lega Nord, che dapprima definisce Roberto Maroni “l'uomo giusto per il ministero dell'Interno” e poi assicura che “malgrado la presenza di Gianni Letta, Berlusconi darà gli ordini giusti per approvare da subito il decreto sulla sicurezza”. Criticando apertamente la parte più moderata della coalizione, il senatùr rivela inoltre che gli ordini a cui fa riferimento, il Cavaliere li riceverà direttamente dalla Lega.

    “Berlusconi ha sposato la Lega – racconta Bossi ai cronisti – e ora deve eseguire gli ordini. Noi non temiamo niente perchè siamo una forza popolare grandissima, che vuole solo fare democraticamente le riforme. Siamo l'unica garanzia per la libertà e la democrazia dell'Italia”. E come farà valere questa forza? Bossi, a questo punto, tira fuori dal cilindro uno dei pezzi più celebri del suo repertorio: “I fucili sono sempre caldi, abbiamo trecentomila uomini pronti a combattere, trecentomila martiri”. Alla faccia della democrazia...

    Lo show del senatore leghista, destinato a ricoprire un ruolo di governo nel prossimo esecutivo, continua. “Se tutti i ministri fossero della Lega, i problemi del paese sarebbero risolti in due mesi”. Poi un appello al diaologo con l'opposizione, con il solito stile istituzionalmente impensabile: “Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti, se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi. Mi auguro che la sinistra scelga la via delle riforme”.

    Tenere a bada la foga leghista per Silvio Berlusconi non sarà semplice. Il cavaliere, dal canto suo, minimizza le esternazioni di Bossi. Continua a definire “fucili di carta” quelli evocati dal senatùr e mostra spavalderia nel respingere al mittente le richieste avanzate dal partito padano. Ai giornalisti che gli chiedono se la squadra di governo possa essere rivista a favore della Lega, risponde: “Ma siete usciti di testa? Cos'è questa storia di Rosi Mauro?”.

    Insomma, passata la sbornia per il trionfo a Roma, il nuovo premier si trova già ad affrontare difficoltà che, non è difficile prevederlo, saranno un leit motiv della XVI legislatura.

    S.C.
     

    giustizia in Italia

    Italia «ventre molle» della giustizia. Così importiamo criminalità

    Vittorio Grevi - Il Corriere della Sera

     
     
    Il tema della sicurezza e quelli collegati dell'efficienza della giustizia e della certezza delle pene sono stati al centro delle discussioni degli ultimi giorni, dopo essere affiorati solo per alcuni aspetti settoriali durante il periodo pre-elettorale.

    A parte certe evidenti forzature derivanti dalle particolari contingenze dell'odierno momento politico (si pensi, per esempio, all'enfasi intorno al recente stupro subito da una giovane africana a Roma), è comunque un bene che la «questione sicurezza» acquisti priorità nell'agenda del nuovo governo, come del resto era previsto anche nei piani del governo Prodi. Il quale, pur non avendo trascurato questi problemi, non era però riuscito a far convertire i decreti legge emanati a fine anno (soprattutto in materia di espulsioni e di allontanamento per motivi di pubblica sicurezza) né tantomeno a fare approvare il correlativo «pacchetto» dei disegni di legge a tutela della collettività.

    Adesso è verosimile che il nuovo governo si muoverà in analoga direzione (ad esempio in materia di inasprimenti sanzionatori, di misure di prevenzione, di disciplina della sicurezza urbana, di banca dati del Dna), sebbene con prevedibili varianti sul versante dell'immigrazione clandestina (ma nel caso dei cittadini della Ue, come i romeni, ben poco ci sarà da fare). Staremo a vedere, nella speranza che si trovi una giusta linea di equilibrio, tale da poter essere condivisa anche oltre i confini della futura maggioranza politica, senza estremismi di bandiera: perché il tema della sicurezza corrisponde a un'esigenza di tutti, che dovrebbe essere affrontata e soddisfatta attraverso l'intesa di tutti gli schieramenti politici.

    Accanto a queste prospettive di intervento, alcune strettamente connesse ad emergenze di rilievo territoriale, merita tuttavia di essere segnalata anche una diversa prospettiva, spesso trascurata dai nostri governanti, eppure fondamentale in vista del controllo dei flussi di criminalità che — una volta cadute le tradizionali frontiere — possono ormai spostarsi liberamente nell'intero territorio degli Stati dell'Ue.

    È questa la prospettiva dell'auspicata armonizzazione tra i sistemi di giustizia penale dei diversi Stat i membri. Una prospettiva doverosa non solo allo scopo di assicurare la necessaria cooperazione giudiziaria tra i medesimi Stati (in base al principio del «reciproco riconoscimento » delle rispettive decisioni penali) ma anche allo scopo di evitare eccessivi squilibri tra i suddetti sistemi, tali da incoraggiare la migrazione di singoli delinquenti o di organizzazioni criminali verso gli Stati dove più basso è il pericolo di essere processati e puniti.

    Sotto questo profilo l'Italia si presenta oggi come uno Stato di potenziale richiamo rispetto a determinati flussi di criminalità. Solo da noi, infatti, operano meccanismi di prescrizione dei reati (sulla scorta di termini fortemente ridotti nel 2005 dalla legge ex-Cirielli), tali da rendere assai elevata la probabilità dei colpevoli di rimanere impuniti per la prematura estinzione dei processi.

    Solo da noi, inoltre, la presunzione di non colpevolezza dell'imputato si estende fino alla condanna definitiva (non soltanto, dunque, fino alla prima condanna, come negli altri sistemi), impedendo così qualunque forma di esecuzione provvisoria della sentenza non definitiva. Solo da noi, ancora, i giudici devono assolvere pur in presenza di prove (ad esempio una testimonianza, resa da chi solo in seguito sia stato sottoposto a contraddittorio), sulla base delle quali negli altri sistemi si può invece condannare, senza con ciò violare la Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo.

    Il discorso è delicatissimo, anche perché coinvolge diversi principi costituzionali, sicché andrà approfondito e precisato. Ma occorre almeno essere consapevoli che, in questo modo, l'Italia rischia di diventare una sorta di «ventre molle» tra i sistemi di giustizia penale dell'Unione Europea. Con gravi conseguenze in chiave di incremento della delinquenza anche esterna e di minorata difesa sociale delle vittime dei reati.

    wwww.partitodemocratico.it
     

    ancora una sconfitta

    Una giornata nera

    Antonio Padellaro - L'Unità

     
    Inutile girarci attorno: quella di Roma è una brutta e grave sconfitta. Perché dopo quindici anni di governo della città (di buon governo soprattutto) e appena due anni dopo la rielezione plebiscitaria di Walter Veltroni il centrosinistra perde il Campidoglio. Perché dal ballottaggio esce battuto Francesco Rutelli, fino al 2001 protagonista della rinascita della capitale ma oggi evidentemente non riconosciuto più come tale dalla maggioranza degli elettori.

    Perché a vincere, e con un margine consistente di voti, è il candidato del Pdl Gianni Alemanno, che va preso in parola quando afferma che sarà il sindaco di tutti. A condizione che si liberi al più presto delle radici missine, delle croci celtiche e dei riti mussoliniani che danno identità alla sua destra molto più delle componenti moderate. La festa di ieri sera con i saluti romani e le invocazioni al duce, è l’inizio peggiore.

    Oltre naturalmente che per tutta la coalizione quella del 28 di aprile è una giornata triste per il Partito Democratico. Forse ancora più di quella non certo festosa del 14 aprile. Quindici giorni fa alla larga vittoria di Berlusconi, sotto certi aspetti inevitabile, il Pd seppe rispondere presentandosi con 12 milioni di voti e con la fiducia di un elettore su tre. Un risultato importante per un partito appena nato e una dote adeguata per svolgere una forte opposizione. Ieri però più ancora che numerica la sconfitta è stata simbolica perché la perdita di Roma, una delle capitali del mondo, rappresenta molto più della rinuncia a un semplice municipio. Non tutto però è andato male.

    Il successo del pd Nicola Zingaretti alla provincia di Roma è il segno dell’apprezzamento dei cittadini quando il rinnovamento della politica si presenta nei fatti e nelle persone.
    Sulle cause della sconfitta ci sarà bisogno di analisi non improvvisate anche se alcuni dati sembrano emergere con una certa chiarezza. Primo: l’alto numero di astenuti, più di duecentomila, Chi sono? Proprio come alle elezioni politiche sembrano soprattutto ex voti di centrosinistra rimasti a casa per protesta. Secondo: mentre a Rutelli sono venuti a mancare novantamila voti il ballottaggio ha premiato Alemanno con centomila voti in più. Terzo: a Roma città Zingaretti ha preso più voti di Rutelli. Quarto: in quartieri e municipi tradizionalmente di sinistra, come Tor Bella Monaca, San Basilio, Monte Sacro, la destra o ha vinto o ha raccolto molti consensi.

    Le ipotesi sui voti che mancano a Rutelli sono varie. La più frequentata in queste ore punta il dito su una parte dell’elettorato di sinistra-sinistra deluso dall’azzeramento parlamentare e, si dice, animato da intenti vendicativi nei confronti del Pd di Veltroni-Rutelli. Quanto al calo del centrosinistra nei quartieri più popolari è sicuramente dovuto alla questione sicurezza e alla percezione di un certo lassismo delle giunte del passato nel considerare la questione dei campi nomadi e degli extracomunitari fuori controllo. Problema sottovalutato, come lo stesso Rutelli ha ammesso quando purtroppo era troppo tardi. È probabile, infine, che ad Alemanno siano andati anche voti di sinistra e che Zingaretti ne abbia presi anche a destra.

    C’è una trasversalità, insomma, che se oggi premia una destra inquietante domani potrebbe riversarsi sul Pd se esso si presenterà con le risposte giuste.
    Tutti noi ci sentiamo bruciati dalla sconfitta. Guai però se fosse presa nel modo sbagliato. Tanto per essere chiari al Pd diciamo che non è il momento di dividersi. In questo voto c’è anche un basta ai riti della vecchia politica che va compreso. C’è un popolo ferito ma che intende rialzarsi subito. Occorre infondergli fiducia e coraggio.


     
    April 27

    "Cappotto di legno" il rap su Saviano

     

    Sandokan-rap, l’orrore descritto in musica

    

    La voce riverberata, «looppata» (termine tecnico usato nelle post produzioni audio che indica la ripetizione di singole frasi) e mixata con una base musicale, è quella del padre del boss Francesco «Sandokan» Schiavone, ovvero Nicola Schiavone, deceduto peraltro qualche settimana fa. Ci sono, infatti, anche le sue frasi – acquisite durante una manifestazione anti-camorra a Casal di Principe dove, oltre allo scrittore Roberto Saviano, erano presenti il presidente della Camera Fausto Bertinotti e numerose autorità – nel brano «Cappotto di legno» che sarà trasmesso su Radio Deejay martedì prossimo alle 22 per la prima volta con quintetto d’archi in versione «live». Gli ascoltatori la potranno ascoltare all’interno del programma del giornalista-dj Alessio Bertallot, «B Side», che coproduce l’operazione discografica targata Ezio Bosso, uno dei massimi compositori italiani di musica classica contemporanea, su un testo scritto dal rapper di Scampia, Lucariello con la supervisione di Saviano. «E’ nu pagliaccio…è nu buffone…». Queste le parole in marcato accento casalese rivolte a mo’ di minaccia all’autore di Gomorra, che si ascoltano alla fine del brano il cui titolo («Cappotto di Legno») indica una bara. Durante il brano il padre del boss se la prende con la visita di Saviano a Casale: «So llor ‘i camurrist» («Sono loro i camorristi»)… «A Casal ce stann l’uommen» («A Casale ci sono gli uomini»)… «Iss ven ra 167…a cchiù zona fetent» («Lui viene dalla 167 – le case popolari della periferia di Napoli – la zona più schifosa») «So ‘ggent ‘i fugnatur» (“E' gente che viene dalle fogne»). È proprio di Saviano, invece, la voce che apre il pezzo: «Casal di Principe, con 20mila abitanti e 1200 condannati al carcere duro. Morti uccisi, strangolati con la corda del provolone».

             Ascolta in anteprima: Lucariello - Cappotto di Legno

    i giovani e la sinistra

     

    I giovani? Credono nella sinistra ma...

    Andrea Carugati - L'Unità

     
    A loro la politica appare molto diversa da come dovrebbe essere: questa parola, ai giovani tra i 16 e i 35 anni intervistati dalla Swg fa venire in mente concetti come «corruzione», «potere» e «ipocrisia», mentre dovrebbe suscitare ben altri accostamenti: come «giustizia», «democrazia», «partecipazione». Sei su dieci dicono di essere interessati alla politica, ma solo 7 su 100 si dichiarano impegnati. Molto bassa la fiducia nei politici, solo l’11% si fida. E l’idea di sinistra, per il 46%, in Italia ha un futuro.

    Sei su dieci si dicono interessati alla politica, è già questa è una notizia. E tuttavia solo 7 su 100 si definiscono «impegnati politicamente», mentre la stragrande maggioranza (62%) si limita a tenersi al corrente, il 13% si dice addirittura «disgustato» e il 6% indifferente. Perché? La risposta è semplice: la politica, per i giovani italiani tra 16 e 35 anni intervistati dalla Swg (un campione di 600 persone sondate in marzo), è assai diversa da quello che «dovrebbe essere»: la parola fa pensare innanzitutto a «corruzione», «potere», «ipocrisia» mentre dovrebbe essere collegata, dicono gli intervistati, a concetti come «giustizia», «democrazia», «ideale» e «partecipazione».

    Protagonisti e anche causa di questo scollamento tra essere e dover essere sono i politici italiani: solo l’1% degli under 35 ha molta fiducia nei politici, il 10% abbastanza, il 54% poca e il 32% nessuna. Dunque, più di 8 ragazzi su dieci non si fidano della “casta” politica italiana. E non fa grande differenza se gli intervistati si autocollochino a sinistra, al centro o a destra: la sfiducia è assolutamente trasversale, con una leggera prevalenza di “fiduciosi” (15%) tra i giovani di centrodestra.

    Il politico, a parere degli intervistati, dovrebbe essere anzitutto «onesto» (53%), conoscitore dei problemi (34%) e dei bisogni dei cittadini (25%), dotato di carisma (23%). Ma come si collocano questi giovani sull’asse destra-sinistra? Il 16% di sinistra, il 25% di centrosinistra, il 23% di centrodestra, e il 15% di destra. Leggero vantaggio per il centrosinistra, dunque, ma per il 61% degli intervistati destra e sinistra sono categorie superate, non più adatte a interpretare la realtà contemporanea. Se cambiano le categorie, i giovani italiani si definiscono in maggioranza (51%) moderati e tradizionali, più un 9% di conservatori. Mentre il 19% si dice progressista, il 13% riformista e l’8% rivoluzionario.

    Quanto al concetto di «sinistra», secondo il campione si identifica soprattutto con la difesa delle fasce più deboli, dei lavoratori, con il pacifismo e la parità tra i sessi; meno con concetti come laicità, giustizia, solidarietà, democrazia e lotta al capitalismo. Tra chi si colloca nel centrosinistra, invece, tutti gli indicatori sono largamente prevalenti (tra il 70 e l’80% del campione), anche laicità, giustizia, solidarietà. L’unico indicatore che rimane indietro è la lotta al capitalismo, percepito assai meno degli altri (ma comunque dal 46% degli intervistati di centrosinistra) come concetto assimilabile a quello di sinistra.

    Secondo il 46% degli intervistati la sinistra è un valore positivo, mentre per il 40% negativo. Nel futuro, lo stesso 46% sostiene che la sinistra avrà in Italia un peso importante o determinante, mentre per il 44% sarà poco importante o addirittura marginale.
    E il Pd che effetto fa? Il campione si divide esattamente a metà: secondo il 44% è un partito di sinistra, per l’altro 44% invece è un partito poco o per niente di sinistra.

    Gli under 35, secondo la Swg, vivono al 61% in famiglia (solo il 22% con il partner e il 12% da solo), e mostrano una forte consonanza politico-ideologica con i genitori: il 74% si definisce molto o abbastanza vicino alle idee politiche di casa. In famiglia si parla di politica spesso (29%) o talvolta (40%): più si alza il ceto sociale, più frequenti sono le discussioni politiche.

    Infine, se i valori più importanti per gli under 35 sono i classici famiglia, amore, amicizia e salute, seguiti da libertà, rispetto, lavoro, onestà e giustizia, allo Stato i ragazzi chiedono di investire soprattutto in questi settori: lavoro (63%), sanità, scuola e formazione (49%), sostegno ai giovani, sostegno alle famiglie e sicurezza. All’ultimo posto, tra i settori su cui puntare, le pari opportunità: e questo vale per tutto il campione, comprese le ragazze.

    wwww.partitodemocratico.it

    la mafia e le spie

    La democrazia presa in ostaggio

    Giuseppe D'Avanzo - La Repubblica

     

    Non accade tutti i giorni che si spii un pubblico ministero nel suo ufficio. Che si seguano da vicino le sue mosse investigative. Che si anticipino le sue iniziative. Che magari le si vanifichi con accorte fughe di notizie utili a mettere sul chi vive i potenziali indagati, fino a quel momento molto loquaci nelle conversazioni telefoniche intercettate.

    Non accade tutti i giorni che - più o meno, esplicitamente - si sospetti che lo "spione" sia un magistrato della stessa procura della Repubblica, legato - evidentemente - agli interessi storti che quell´ufficio dovrebbe scovare e punire e non alla Costituzione. Eppure, nonostante la singolarità della circostanza, si fa fatica a stupirsene. Prima o poi doveva accadere che venissero in superficie i velenosi miasmi che attossicano la Calabria e Reggio.

    Non sorprende che siano affiorati proprio nel luogo - il palazzo di giustizia - che dovrebbe sovrintendere alla legalità di un angolo d´Italia dove gli interessi della ‘ndrangheta sono intrecciati ai poteri più visibili e formalizzati della politica, dell´economia, delle istituzioni. Fino ad assumere quasi funzioni di ordine pubblico.

    Perché la ‘ndrangheta - oggi più di Cosa Nostra, più della Camorra - garantisce ogni tipo di transazioni; preleva tributi; offre occasioni impensate di profitto e di reddito, che altrimenti in quei territori dimenticati dall´agenda dei governi non ci sarebbero. È un protagonismo che le consente di governare come intermediario decisivo i flussi di risorse e spese pubbliche, addirittura di condizionare la democrazia rappresentativa con il controllo delle assemblee elettive.

    Della pervasività del potere mafioso delle ‘ndrine - al contrario di Cosa Nostra e Camorra - non si parla mai. Come si ignorano, nel discorso pubblico nazionale, le arretratezze e le opacità delle istituzioni calabresi. Nel buio di una regione dimenticata, l´autorità, l´influenza, la forza della ‘ndrangheta hanno potuto così crescere inosservate e senza fastidi facendo, di quell´organizzazione, il cartello criminale di gran lunga più pericoloso, più internazionale, più invasivo del nostro Paese, orientato a un lavoro transnazionale, soprattutto nel traffico di droga dove - sostiene la direzione nazionale antimafia - ha assunto «quasi una posizione monopolistica resa possibile dagli stretti collegamenti con i paesi produttori e con il controllo delle principali rotte di transito degli stupefacenti».

    Oggi la ‘ndrangheta è una multinazionale del crimine capace di essere, al tempo stesso, «locale» («vero e proprio presidio territoriale, idoneo ad assicurare il controllo del territorio, nella sua accezione più ampia, comprensiva dunque di economia, società civile, organi amministrativi territoriali») e «globale», rete criminale connessa al mondo attraverso il narcotraffico e il traffico internazionale di armi.

    Sostiene la direzione antimafia: «Risulta ormai dimostrata l´elevata capacità della ‘ndrangheta di rapportarsi con le principali organizzazioni criminali straniere, in particolare con i cartelli colombiani ed anche con almeno una struttura paramilitare colombiana che risulta coinvolta in attività di produzione e fornitura di cocaina. Sono consolidati e stabili i rapporti con i gruppi - sud-americani e mediorientali - fornitori di stupefacenti tanto da far divenire la ‘ndrangheta, nello specifico settore, un punto di riferimento anche per altre organizzazioni criminali endogene».

    Per sciogliere un nodo così serrato, come fu chiaro dopo l´assassinio in un seggio elettorale di Francesco Fortugno o la strage di Duisburg, sarebbe stata necessaria una battaglia nutrita di un alimento etico-politico; un adeguato sostegno dello spirito pubblico; il coinvolgimento di individui e gruppi, élite e popolo su obiettivi comprensibili e condivisi capaci di rendere concreta la convenienza della legalità e assai fallimentare la scelta della illegalità.

    Una "politica" che riuscisse a ridimensionare un potere militare, economico e politico che non accetta di essere messo in discussione nemmeno negli aspetti più marginali. Come testimonia il clima di intimidazione continuo che ogni istituzione o rappresentante delle istituzioni deve subire. Minacce. Attentanti con bombe. Fucilate alle porte di casa. Incendi di auto e di abitazioni. Ne sono stati vittima, nel corso del tempo, i sindaci di Reggio Calabria, San Giovanni, Seminara, Sinopoli, Melito Porto Salvo, Casignana, il vice sindaco di Palmi. Uno scenario che, come forse si ricorderà, convinse lo sconsolato presidente della Confindustria calabrese, Filippo Callipo, ad appellarsi al capo dello Stato per invocare la presenza nella regione dell´esercito.

    La verità è che non è mai riuscita a diventare una priorità né dei pubblici poteri né dell´opinione pubblica la distruzione di un´organizzazione criminale capace di controllare un terzo del traffico di cocaina del mondo con profitti per decine di miliardi di euro né un´urgenza il riscatto di una regione dove operano 112 cosche, c´è un´intensità criminale del 27 per cento (pari a una persona su quattro), con un epicentro nel Reggino di 4/5 mila affiliati su una popolazione di 576mila abitanti.

    L´affare è precipitato, come sempre accade in casa nostra, sulle spalle della magistratura. Affar suo, soltanto suo. Gioco facile, per le ‘ndrine, inquinare anche quelle acque nell´indifferenza dei governi e della consorteria togata.

    Pochi mesi fa, della magistratura calabrese, fece un quadro esauriente e drammatico un giudice civile, Emilio Sirianni. Raccontò che cosa può accadere nelle aule di giustizia di quella regione. Nel novembre del 2006, a Vibo Valentia, fu arrestato il presidente di sezione del Tribunale civile insieme a pericolosi mafiosi locali. Sia prima che dopo l´arresto, c´è stato il silenzio intimidito o complice dei magistrati di quel Tribunale. La Procura di Locri è stata lasciata a lungo nelle mani di un giovanissimo magistrato e, solo quando andò via, si accertò l´esistenza di 4.200 procedimenti con termini scaduti da anni, su un totale di 5000 e di circa 9000 procedimenti «fantasma» (risultavano nel registro, erano inesistenti in ufficio).

    Capita, in Calabria, di vedere entrare un avvocato in camera di consiglio e trattenersi a colloquio con i giudici durante la deliberazione. In Calabria può accadere che un giudice decida che un notaio, imputato di «falso ideologico», non sia considerato un pubblico ufficiale. Reato derubricato in «falso in scrittura privata», tempi di prescrizione ancora più brevi. Notaio prosciolto. Il pubblico ministero non propone l´appello. La disorganizzazione dell´ufficio lascia scadere i termini.

    O il caso di quel bancarottiere? Dichiara di aver utilizzato i soldi distratti all´impresa per curare il fratello malato di cancro. Il giudice riconosce lo «stato di necessità» e, senza chiedergli prova della malattia del fratello e del suo stato di indigenza, lo proscioglie. Sulla parola. «Conformismo, tendenza al quieto vivere, fuga dai processi scottanti, pigrizia» sono per Sirianni i codici di lavoro della magistratura in Calabria, «una magistratura che - per indifferenza, paura, connivenza, conformismo, furbizia - gira la testa dall´altra parte, strizza l´occhio ad alcuni imputati, non vigila e non fa domande sulle anomalie dell´ufficio».

    Stupirsi allora per una microspia? Meravigliarsi delle fughe di notizie pilotate che "salvano" gli indagati e soffocano le inchieste? Sbalordire se le trattative per un allentamento delle severe regole del carcere per i mafiosi siano protette con una "soffiata"?
     

    cresce l'Italia

    Cresce l'Italia, ma solo grazie agli immigrati

    Saldo demografico in positivo

     

    Un bambino su dieci è figlio di immigrati e così anche se le italiane fanno sempre meno figli, il bilancio demografico nazionale è in positivo. Gli stranieri rappresentano il 5% della popolazione italiana ed il 10% dei nuovi nati. E' quanto emerge da uno studio del Centro Artes di Torino, specializzato nella diagnosi e nel trattamento della sterilità di coppia, che ha elaborato i dati ufficiali di Istat, Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e le stime 2007 Cia (C.I.A. World Factbook).

    La popolazione italiana, a gennaio del 2007 è pari a 59.157.091 persone (dati Istat). Gli immigrati regolari in Italia sono quindi quasi il 5% della popolazione. L'incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale della popolazione italiana è passata da poco più di 9mila (1,7%) nel 1995 all'11,4% del 2007.
    Le nuove nascite sono state 519.731 nel 2004 e 505.202 nel 2007 e se i figli di immigrati erano 48.925 nel 2004 sono slaiti a 57.925 nel 2007.
    Le più recenti statistiche collocano il nostro Paese agli ultimi posti per tasso di fertilità, con un valore per il 2007 pari a 1,29 figli per donna. se accade in tutti i paesi industrializzati, solo in Italia la decrescita è così spiccata. Basti pensare che nei paesi dell'Unione Europea fra il 1960 e il 2007 si è scesi da 2,59 a 1,50 figli per donna, e in Italia da 2,41 a 1,29.

    Alessandro Di Gregorio, Direttore del Centro Artes di Torino indica un mix di cause: "l'evoluzione della società ha spostato in avanti, a circa 35 anni, l'età media delle donne che scelgono di diventare madri. Le difficoltà a rimanere incinta, quindi, aumentano e l'introduzione della Legge 40 sulla procreazione assistita non ha migliorato la situazione, nei quattro anni dalla sua entrata in vigore, le nascite sono diminuite del 2,78%. Per non parlare delle altre gravi conseguenze: è quadruplicato il numero delle coppie che, con la speranza di concepire un figlio, si sono recate all'estero (+200) e le gravidanze multiple sono passate da un 16% ad un 23%, con conseguenti rischi per la salute dei feti, che possono portare alla morte neonatale per prematurità".

     

    Saviano ad AnnoZero

    Camorra, nel regno dei Casalesi tutti all' attacco di Saviano in tv

    

    Gomorra non regge la sua immagine allo specchio. Roberto Saviano parla dei casalesi in prima serata e il regno del boss Sandokan risponde con rabbia e insulti. Con il fastidio pacato del sindaco («Ma perché scatta sempre la gogna indistinta? Così si autorizza alla sopravvivenza la sola camorra» ). Con lo scherno della piazza («Saviano, sei 'nu scemo, sei un fallito»). Alle nove di sera, mentre le telecamere di "Annozero" si accendono sulla testimonianza del giovane scrittore e sulla denuncia del procuratore antimafia di Napoli Franco Roberti, le strade appaiono desolate, luci bassissime, un paese quasi deserto: se non fosse per quel televisore al plasma portato fin sul marciapiedi del Caffè Villa, sul corso Umberto. E per quel grappolo di cinquanta persone tra giovani e vecchi, seduti ai tavolini, che sentono parlare lo scrittore e inveiscono: «Ma questo è uno che si fa pubblicità addosso a noi». Un' altra voce spicca dal coro. « Ma la finisci o no? - sempre rivolta al piccolo schermo - Ma non ti metti scuorno?, non ti vergogni?». Poco oltre, in via Bologna a Casale, con toni assai più sobri e argomentati, esprime il suo sdegno la signora Giuseppina Nappa, coniugata Schiavone, la moglie del superboss Francesco detto Sandokan, considerato fondatore e dominus della cosiddetta "mafia" casertana (attualmente in carcere). La signora Nappa, insegnante di sostegno, divenuta per le ultime tre volte madre quando suo marito era latitante, non cita mai Saviano ma lancia parole affilate: «Apprendo che qualcuno ha regalato a quello scrittore un rap su un Cappotto di legno (il brano è stato anticipato ieri da Repubblica, ndr). Ma che posso dire? Se a lui piace così, va bene. Nel suo libro ha infilato uno dietro l' altro gli atti giudiziari degli ultimi dieci anni: e una cosa così la chiama anche libro? Mah, io penso che si è arricchito e basta. Bene, beato lui». La stessa signora Schiavone reagisce con un' espressione di nausea all' appello, ripreso da Anno Zero, della neopentita dei casalesi, la signora Anna Carrino, convivente del bosss Bidognetti: «Io non ho niente di cui pentirmi. La mia vita si conosce, così come si conosce la condotta, la vita e il mestiere delle altre». Un riferimento chiaro, ma non esplicito, alle presunte relazioni extraconiugali della signora Carrino. In televisione continua il racconto di Saviano e dall' anticamorra di Napoli. Ma il sindaco di Casale, Cipriano Cristiano, oltre 6mila voti presi nel 2007 come candidato di Fi, An, Udc e lista civica, apre la casa al cronista, ascolta con attenzione e si ribella ai giudizi sommari. «Perché dobbiamo essere giudicati come parenti, cugini, cognati di indagati e camorristi? Ma allora non dobbiamo fare né centri commerciali né servizi né qualunque appalto in questa cittadina? Ma allora chiudiamo le strade con gli abitanti dentro e gettiamo le chiavi. Non possiamo accettare passivamente queste condanne sommarie». Sua moglie, Teresa Di Caterino, anche lei medico, è cugina di primo grado di un altro luogotenente dei casalesi, Giuseppe Russo, attualmente in carcere. La coniuge del sindaco guarda la tivvù, ostenta rassegnazione e dice: «Io l' ho scoperto solo negli ultimi tempi, i parenti non te li scegli, gli amici sì. Comunque voglio essere chiara: se non foste venuti in casa mia e non avessi dovere di ospitalità, non l' avrei vista 'sta trasmissione. Mi indispone, mi fa rabbia che ci debbano schiacciare». Tuttavia va in camera, esce col libro: «Io l' ho comprato Gomorra. A me è non è spiaciuto, è un buon libro». E quando dalla tivù Saviano attacca con «le colpe dei media che hanno lasciata sola la Procura nella caccia al business sui rifiuti», lei insorge: « «Ma dai, Saviano, la Procura quando vuole andare fino in fondo non ha mai avuto bisogno dei media».

     

    federalismo politico

    La Baviera e la Padania


    di Sergio Romano

    Due sindaci di sinistra — Sergio Cofferati e Massimo Cacciari — propongono la nascita di un Partito democratico del Nord. Walter Veltroni sostiene invece che il partito debba continuare ad avere carattere nazionale. Altri osservano che esistono in Italia, come in diverse nazioni europee, partiti regionali (la Lega, l'Svp della provincia di Bolzano e l'Union Valdôtaine) che mandano i loro rappresentanti al Parlamento nazionale. Ma non esistono e non dovrebbero esistere partiti nazionali che si spogliano delle loro funzioni in una parte del Paese per lasciarle a un partito fratello. Non è esatto. Come viene ricordato in occasione di ogni elezione tedesca vi sono nella Repubblica Federale di Germania due Democrazie cristiane: la Cdu nazionale di Angela Merkel e la Csu bavarese. Nei 59 anni passati dalla costituzione dello Stato tedesco le due Dc si sono spesso punzecchiate, soprattutto quando il leader del partito bavarese era Franz Josef Strauss, personaggio sanguigno, intemperante, controverso e tuttavia ciecamente amato dai suoi elettori. Complessivamente però la collaborazione ha funzionato e ha regalato al Paese, insieme ad altri fattori, governi lunghi e stabili.

    Perché non dovrebbe accadere anche in Italia? Prima di rispondere alla domanda, tuttavia, occorre ricordare le ragioni per cui i bavaresi hanno la loro Dc, diversa da quella del resto del Paese. La Baviera fu per molto tempo, dopo la Prussia, il più importante regno germanico e conservò alcune caratteristiche della sovranità (il re, la presenza di un corpo diplomatico straniero nella sua capitale) sino al 1918. Si potrebbe sostenere quindi che l'esistenza di due partiti democristiani in Germania rifletta le particolari circostanze dell'unificazione tedesca. Mentre il Piemonte sconfisse gli Stati preunitari e li cancellò dalla carta geografica, Bismarck persuase i sovrani tedeschi a unirsi sotto il primato della Prussia in una sorta di confederazione. Una situazione simile avrebbe potuto verificarsi anche da noi se il re di Napoli o il Granduca di Toscana avessero accettato il primato dei Savoia, ma conservato contemporaneamente un ruolo, sia pure minore, nell'ambito del nuovo Stato italiano. Avremmo avuto alla Camera dei deputati, probabilmente, una corrente dei liberali napoletani o toscani, uniti da un patto di collaborazione con i rappresentanti liberali del resto della penisola.

    Non li abbiamo avuti perché il Risorgimento rinunciò alla prospettiva confederale e imboccò risolutamente la strada francese dell'Italia «una e indivisibile». Non basta. Il partito del Nord, se esistesse, rappresenterebbe una regione — la Padania — che non ha mai avuto, se non per brevissimi periodi, una configurazione statale. Il Pd del Nord appare quindi, a prima vista, ingiustificato e privo di qualsiasi legittimità storica. Eppure, il fatto che a qualcuno sia passato per la mente di avanzare una tale proposta è indice delle condizioni in cui è oggi lo Stato italiano. Alcuni esponenti del Pd hanno capito che la Lega non è facilmente classificabile con le solite categorie tradizionali (destra e sinistra) della politica nazionale. Vuole rappresentare gli interessi del Nord e riesce ad attrarre voti provenienti da ceti sociali diversi.

    Per battere la Lega occorre accettare il confronto sul suo terreno, ascoltare le lagnanze che hanno conferito popolarità alla sua linea politica e dare risposte diverse ma egualmente convincenti. Chi propone la creazione del Pd del Nord teme che il Partito democratico sia inevitabilmente costretto a pensare in termini nazionali e non riesca quindi a scalzare la Lega dalle posizioni che ha progressivamente conquistato in questi anni. Ma non sarebbe giunto a queste conclusioni se non avesse compreso che è inutile continuare a proclamare l'indivisibilità di un Paese in cui esistono livelli di vita, mentalità sociali e culture politiche così profondamente diverse. Abbiamo istituzioni nazionali, leggi nazionali, statistiche nazionali e partiti nazionali. Ma tutti sanno, anche se preferiscono dirlo sottovoce, che le leggi buone per il Nord non sono buone per il Sud e viceversa. Suppongo che lo sappia anche Walter Veltroni. Ma il leader del Partito democratico sa anche che il Pd del Nord, se esistesse e facesse coscienziosamente il suo mestiere, dovrebbe «pensare settentrionale» e dissentire dalla casa madre ogniqualvolta questa si considerasse obbligata a tenere conto di altri interessi regionali. E Veltroni, in tal modo, perderebbe rapidamente il controllo del partito nelle regioni più prospere del Paese. Ma non ha senso continuare a parlare di federalismo italiano senza ammettere che anche i partiti politici possano essere «federali».

     

    dal blog di beppe grillo il V-day 2

     

    Il virus della verità

    V2-day_Travaglio.jpg
    Clicca l'immagine



    Ieri a Torino eravamo in 120.000. Chi era presente lo sa e anche chi può informarsi in Rete. C'erano tutte le televisioni più importanti del mondo, dalla BBC a Al Jazeera. Loro racconteranno al mondo cosa sta succedendo in Italia. Loro descriveranno il fascismo dell'informazione.
    Hanno partecipato al V2 day almeno due milioni di persone. Le file ai banchetti erano lunghe il doppio dell'otto settembre. I primi dati delle firme raccolte sono di 450.000 firme. Nella storia repubblicana non è mai successo. Nessuno, nessuno è riuscito a raccogliere un numero simile di firme autenticate in un solo giorno. Non cercate l'informazione nei giornali o nelle televisioni, cercatela in Rete.
    Non esistono giornalisti buoni o giornalisti cattivi. Esiste un'informazione di regime o la verità.
    Voi siete giornalisti. Voi siete Beppe Grillo. Pubblicate le foto e i video di questo bellissimo 25 aprile in Rete, sui vostri blog, su Youtube.
    Grazie, Grazie, Grazie. Siete stati fantastici.
    Loro non molleranno mai, noi neppure.
    Per un nuovo Rinascimento.

    Una parte del mio intervento in Piazza San Carlo a Torino.

    "Oggi è il 25 aprile 2008. La festa della Liberazione. I nostri padri, i nostri nonni non hanno finito il lavoro. Non per colpa loro. Se noi avessimo il loro cuore e il loro coraggio non saremmo finiti così.I partigiani hanno liberato l’Italia dal nazifascismo per ritrovarsi con l’occupazione americana. L’Italia non è nella Nato, è la Nato che è nell’Italia. Ad Aviano e a Ghedi Torre ci sono novanta testate nucleari. In Europa dopo il crollo del muro di Berlino le hanno ridotte, eliminate, cancellate. In Italia sono aumentate. Siamo un bersaglio in caso di guerra atomica. L’articolo 11 della Costituzione dice che: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E allora cosa ci fanno 113 basi logistiche degli Stati Uniti sul nostro territorio. 113 tra depositi di armi, basi navali, basi di telecomunicazioni, basi aeree, gruppi logistici per l’attivazione di bombe nucleari, basi di sommergibili, basi missilistiche, poligoni di tiro, forze aeree tattiche. Solo due regioni non sono occupate: la Val d’Aosta e l’Abruzzo perché i militari americani non capivano la lingua. Siamo un Paese a sovranità limitata. Ma non lo sa nessuno.

    L’otto settembre un milione e mezzo di persone ha chiesto, ha gridato di ripulire la cloaca del Parlamento dai condannati. Ha preteso che la politica non fosse una professione, ma un servizio. Che ci fosse un massimo di due legislature. Ho portato 350.000 firme al Senato in un risciò, nelle mani di Franco Marini. Forse sono in cantina, forse le hanno buttate nella raccolta differenziata. Nessuna risposta dal Potere. Fassino e la moglie Serafini sono stati eletti per la quinta e la sesta volta. Sono la coppia più parlamentare del mondo. Faranno le nozze di diamante in Parlamento. A fine carriera ci saranno costati 12 milioni di euro. Mieli, Vespa, Scalari, Panebianco scrivono di modernità di semplificazione del quadro politico. Ma cosa cazzo dicono. I condannati, prescritti, indagati e rinviati a giudizio sono diventati 70. Testa d’Asfalto ne ha 45 e Topo Gigio ne ha 13. Voi non li avete votati. Non potevate. Non eravate informati. Questa gente non la mettereste neppure a gestire un condominio. Avete fatto una croce, come delle bestie. Senza poter scegliere un candidato. Non siamo più in una democrazia. Le elezioni erano incostituzionali. Morfeo Napolitano doveva PRIMA fare il referendum chiesto dai cittadini sulla nuova legge elettorale e POI sciogliere le Camere. Il presidente della Repubblica deve rispondere al popolo italiano non ai partiti. Ha avuto paura dei fucili di latta di Bossi e dei gazebo dello psiconano.
    I condannati in via definitiva sono diminuiti da 24 a 16. Dodici sono del Popolo della libertà condizionata, il primo partito di recupero italiano. I condannati sono diminuiti solo perché sono spariti alcuni partiti. No Partiti, no condannati. I condannati in primo e secondo grado sono comunque aumentati. Li mettono in Parlamento per non farli finire in galera grazie all’immunità parlamentare come Cuffaro, il più amato da Azzurra Caltagirone, condannato a 5 anni per favoreggiamento aggravato di alcuni mafiosi. Non basterebbe il pomeriggio per leggere tutti e settanta i nomi con i reati. Dirò solo quelli dei meno furbi, che si sono fatti condannare. Devo però fare prima un distinguo per il nostro prossimo Ministro degli Interni Roberto Maroni che è stato condannato a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. Maroni è stato condannato per aver tentato di mordere la caviglia di un agente di polizia. Sarà il primo ministro degli Interni con la museruola.

    Chi non sa non può decidere, non può scegliere. Vive nelle tenebre, nell’oscurità. L’otto settembre l’informazione, che aveva del tutto ignorato il V day, è stata la prima ad attaccarlo. Il potere ha capito che il gioco gli veniva sottratto dalle mani. Il cittadino informato non è controllabile dal potere. E il potere vive grazie al controllo dei media. Le banche, la Confindustria, Mediaset e i Partiti usano le televisioni e i giornali per fare propaganda, assumono i direttori dei giornali come fossero addetti dell’ufficio stampa. I politici senza gli studi televisivi ritornerebbero al nulla dal quale provengono.
    L’informazione malata è il virus e i cittadini liberi sono la cura. La Rete è la cura. La libera informazione è la cura. Ci sono quasi 500 piazze in cui si raccolgono le firme in Italia, più di quattrocento città in tutto l Paese da Aosta a Palermo, quaranta città all’estero tra cui New York, Amsterdam, Londra sono collegate. Dobbiamo raccogliere le firme per tre referendum per una libera informazione in un libero Stato. Il 25 aprile ci siamo liberati dal nazifascismo. 63 anni dopo possiamo liberarci dal fascismo dell’informazione, dai suoi padroni e dai suoi servi. E’ più difficile di allora. Non ci sono più fucile contro fucile, bomba a mano contro carro armato. La lotta è tra le coscienze addormentate e la libertà di pensare, tra chi non vuole più volare e chi non può rinunciare al cielo.

    Il primo referendum.L’abolizione dell’ordine dei giornalisti creato da Mussolini nel 1925 per controllare la stampa.L’informazione deve essere libera. L’ordine dei giornalisti limita la libertà di informazione. Chiunque deve poter scrivere senza vincoli se non quelli previsti dalla legge. L’accesso alla professione di giornalista deve essere libero da vincoli burocratici e corporativi.
    Luigi Einaudi : “L’albo obbligatorio è immorale, perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero. Ammettere il principio dell’albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti”.
    Mario Berlinguer, il padre di Enrico: “Io sono contrario al requisito di qualsiasi titolo di studio per la professione di giornalista, perché considero questo come una discriminazione assurda, una discriminazione di classe, contraria alla libertà di stampa e alla libera espressione delle proprie opinioni".

    Il secondo referendum. L’abolizione di un miliardo di euro all’anno di finanziamento pubblico all’editoria. Ferrara, Polito, Feltri, Padellaro non esisterebbero senza le vostre tasse. Loro non vendono i giornali: li stampano. Più ne stampano più prendono contributi. Stiamo disboscando l’Amazzonia per stampare milioni di copie di giornali invenduti. Abbiamo giornalisti che prendono ordini dai Partiti, che non danno alcuna importanza alla verità, al lettore. Dalla fine della seconda guerra mondiale il numero di copie di quotidiani in Italia è rimasto lo stesso, ma ci sono dieci milioni di italiani in più. Le nostre tasse finanziano persino Il Corriere della Sera e Il Sole 24 ore quotati in Borsa. I presunti campioni del liberismo che fanno tutti i giorni le pulci alla Casta.

    Il terzo referendum. La Corte europea di Giustizia ha condannato il regime italiano di assegnazione delle frequenze televisive. La legge della fattucchiera Gasparri è contraria alle normative europee. L’Europa, dopo le sentenze del Consiglio di Stato e della Corte Costituzionale ha ordinato all’Italia che le frequenze televisive pubbliche di Rete 4 devono essere assegnate a Europa 7. Se non verrà applicata la sentenza europea pagheremo 300.00 euro al giorno dal primo gennaio 2006. A fine 2008 fanno 330 milioni di euro. Più del prestito ponte all’Alitalia. Fede ci costa 300.000 euro al giorno di tasse. L’ultimo Consiglio dei ministri di Prodi, D’Alema e Rutelli doveva applicare le direttive europee. Le ha applicate TUTTE, tranne quella su Rete 4. La Bonino, Madre Teresa di Confindustria, ha detto che la misura non è urgente. Chi paga? Lei? Non è urgente per chi? Per la disinformazione? Per Testa d’Asfalto?
    Le concessioni per trasmettere i segnali radiotelevisivi sono nostre, sono dello Stato. Tre su quattro sono state date a un solo soggetto privato. Per questo l’Europa ci condanna. Dov’è il libero mercato? Lo psiconano è diventato ricco grazie alla pubblicità che può raccogliere in modo esclusivo grazie alle concessioni statali.
    Non si è mai visto uno Stato in cui chi controlla metà dell’informazione possa candidarsi a presidente del Consiglio. Negli Stati Uniti Obama che possiede la CNN, l’ABC e la FOX non potrebbe candidarsi. Non potrebbe neppure esistere. Per qualunque democrazia è inconcepibile. E nessuno di questi direttori di giornali e di televisioni che lo gridi alto e forte. Servi ben pagati.
    La RAI non può avere un consiglio di amministrazione e giornalisti nominati dai Partiti. La RAI deve rispondere ai cittadini, deve essere indipendente come la BBC in Inghilterra. Un solo canale senza pubblicità pagato con il canone. Altrimenti, questa RAI di propaganda se la paghino i partiti. I politici l’hanno prima occupata e poi infestata con la loro presenza. Non ne possiamo più del loro vuoto, della loro incompetenza. Le frequenze radiotelevisive azionali vanno distribuite a diversi soggetti. Nessun privato cittadino deve possedere la maggioranza anche di una sola televisione nazionale.

    Il controllo dell’informazione è il nuovo fascismo. Questo è un Paese che non sa nulla di sé stesso. Nulla sulla morte di Borsellino, sull’Italicus, su Ustica, su Piazza Fontana, sulla stazione di Bologna, sulle bombe di Brescia, su Aldo Moro. Non sa nulla sulla sua vera realtà economica e su un debito pubblico di 1630 miliardi di euro che ci sta trascinando a fondo, all’Argentina. Un Paese cieco sulle cause delle stragi sul lavoro, sul precariato, sulla cementificazione, sugli inceneritori, sul Sud consegnato alle mafie.
    Oggi sul palco ci sarà informazione vera. Persone vere che parleranno di realtà nascoste dai media. Ci sono due piazze in festa a Torino. Piazza Castello e Piazza San Carlo. Tutti e due useremo i nostri amplificatori per una liberazione: una passata e una futura. Mi sembra di essere in un racconto di Giovannino Guareschi, ma non so più chi sono, se Don Peppone o Don Camillo.
    Informazione libera in libero Stato. Coraggio!
    Beppe Grillo

    Libia e Onu

    I Nemici di due Popoli. Gaza e Auschwitz

    Umberto De Giovannangeli - L'Unità

     
    In un colpo solo ha oltraggiato due popoli. Davvero una uscita improvvida, oltreché vergognosa, quella del viceambasciatore libico alle Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi. Vergognosa, perché paragonare la tragedia della gente di Gaza a quella subita da milioni di ebrei nei lager di Adolf Hitler, significa riaprire scientemente una ferita nella memoria di un intero popolo; quel parallelismo non solo offende la memoria dei milioni di ebrei trucidati nei campi di sterminio nazisti, non solo oltraggia i sopravvissuti della Shoah: quel paragone dimostra anche che l’antisemitismo è duro a morire nel mondo arabo. L’antisemitismo, sì. Perché nelle parole del rappresentante diplomatico di Tripoli è questo ciò che traspare.

    Rifacendosi ai lager nazisti, pretendendo che nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla situazione a Gaza fosse inserito il termine «Olocausto», il poco diplomatico signor Ibrahim Dabbashi ha riesumato il peggior armamentario antisemita, quello che cerca oggi di mascherarsi dietro l’antisionismo.
    Chi si è reso responsabile di questa improvvida, e vergognosa, esternazione ha usato il dramma di una popolazione, quella di Gaza, per fini di propaganda che nulla hanno a che vedere con la drammatica condizione in cui versano un milione e quattrocentomila civili palestinesi, gli «ingabbiati di Gaza».

    Imbastendo il paragone Gaza- Auschwitz, il viceambasciatore libico si è conquistato le prime pagine della stampa internazionale, divenendo l’idolo dei siti web jihadisti, ed è riuscito a tanto infangando la memoria di un popolo, quello ebraico, e oscurando il dramma di un altro popolo, quello palestinese. Un dramma, sì. Che per essere considerato tale non ha bisogno di ignobili paragoni con i lager del Terzo Reich.

    L’Unità ha dato conto, e continuerà a farlo, della tragedia degli «ingabbiati di Gaza»: ha raccontato e continuerà a farlo la sofferenza quotidiana di donne, anziani, bambini, di decine di migliaia di famiglie che vivono da tempo sotto la soglia di sussistenza (due dollari al giorno). Abbiamo documentato, e continueremo a farlo, una emergenza umanitaria che si aggrava di giorno in giorno, colpendo i più deboli, non certo i capi di Hamas.

    Gaza è un inferno, una prigione a cielo aperto, ma ciò non giustifica in alcun modo l’affermazione, reiterata il giorno dopo dallo stesso viceambasciatore libico, secondo cui «vivere nella Striscia di Gaza è persino peggio che stare in un campo di concentramento nazista» e questo perché «ci sono bombardamenti quotidiani da parte di Israele che non c’erano nei campi di concentramento»: una esternazione che troverebbe l’entusiastico sostegno dei negazionisti alla David Irving e di quanti, nel mondo arabo e non solo, continuano a diffondere e usare uno dei testi fondamentali dell’antisemitismo: I Protocolli dei Savi di Sion. Il dramma degli «ingabbiati di Gaza» viene così oscurato, violentato, usato strumentalmente da quanti hanno un unico interesse: agitare il Nemico Sionista, l’Ebreo come Male assoluto.

    Le punizioni collettive non sono solo contrarie al diritto umanitario internazionale e come tali da rigettare perchè colpiscono la popolazioe civile; le punizioni collettive inflitte alla popolazione di Gaza finiscono per alimentare rabbia, frustrazione, e accrescere le fila dei gruppi jihadisti.

    Quelle punizioni rafforzano Hamas e indeboliscono la leadership moderata del presidente palestinese Abu Mazen. Quelle punizioni non accrescono la sicurezza d’Israele - a cominciare dalla popolazione del Negev bersagliata quasi quotidianamente dai razzi Qassam che dalla Striscia vengono sparati dai miliziani palestinesi - semmai la minano.

    Ma della tragedia della gente di Gaza al rappresentante libico all’Onu interessa poco o niente. E come a lui, ai tanti rais arabi che nel corso del tempo hanno usato la questione palestinese per fini di potere, vestendo i panni del «nuovo Saladino»: fu così per Saddam Hussein, lo è stato per il siriano Hafez Assad o il libico Gheddafi, lo è oggi per l’iraniano Ahmadinejad.

    Non saranno certo costoro a porre fine alle sofferenza degli «ingabbiati di Gaza», né da loro verrà mai un impulso per raggiungere finalmente una pace giusta, stabile, fondata sul principio di due popoli, due Stati.
    Nemico di due popoli: questo si è rivelato essere il viceambasciatore libico alle Nazioni Unite: al quale farebbe bene passare un giorno a Gaza e visitare un lager nazista. Forse riuscerebbe ad arrossire di vergogna.
    wwww.partitodemocratico.it
     

    l'aspirante kamikaze

     

    Così si forma il martire di Allah

    Fabio Scuto - La Repubblica

     
    I video diffusi via web ce li mostrano prima. Mentre giurano sul Corano e imbracciano un Ak-47 per assumere un´aria marziale, si sforzano di dare un tono militare a una voce appena uscita dall´adolescenza, perché dopo di loro non resterà più nulla.

    Svaniranno in una nuvola di fuoco mentre l´esplosione e l´onda d´urto semineranno morte tutt´attorno. Ma sappiamo poco o nulla sulla selezione dei volontari e dell´addestramento di un kamikaze prima del «sacrificio nel cammino di Dio». «So bene quello che faccio... E sarà qualcosa di cui tutti parleranno molto presto», sono state le ultime parole che Marwan Boudina, alias Mouad Ibn Jabal, elettricista di 27 anni che viveva nella bidonville di Badjarrah ha scambiato con la madre al telefono qualche giorno prima di farsi saltare in aria davanti il palazzo del governo di Algeri l´11 aprile del 2007, un massacro. Chi era Marwan? da dove veniva? come era stato reclutato? Si sa solo che aveva abbandonato la casa dove viveva con i genitori e i fratelli nel 2006 per scomparire, entrare nel maquis islamico. Quello che si sa invece con maggiore certezza è che Al Qaeda nel Maghreb dispone in Algeria di almeno 33 candidati pronti "al martirio".

    L´aspirante kamikaze di Al Qaeda deve fare una domanda scritta che verrà esaminata dal capo della branca qaedista, l´emiro Abdelmalek Droukdel o da qualcuno dei suoi cinque luogotenenti. Una cellula segreta, la Loudjat al-Tadjassouss (Sorveglianza e spionaggio), si prende l´incarico di sorvegliare i volontari "al martirio", controllare che non ci siano "cedimenti" dell´ultimo minuto, sventare tentativi di infiltrazione o tradimento. Zuheir Abzar è invece il primo aspirante kamikaze che ha fatto quasi l´intero percorso, all´inferno e ritorno. Non voleva morire in Algeria, sognava di partire per l´Iraq per morire nel martirio, in un Jihad vero, quello contro gli americani, come molti altri "fratelli algerini". All´inizio dello scorso anno raggiunge i gruppi islamici. Ma dopo qualche settimana è assalito da dubbi e la convinzione vacilla: dopo essersi unito ai qaedisti riesce a scappare. E questa è la sua storia.

    Zuheir è di Mohammedia, un quartiere popolare di Algeri, strade, stradine, viuzze, casermoni abitati con la densità di un alveare, spesso due tre famiglie per appartamento, pochi dinari nelle tasche della gente che non smette mai di ripetere «lo Stato è ricco e noi...». La sua famiglia non fa eccezione, sette fra sorelle e fratelli, il padre piccolo commerciante, la madre aiuta come può nella bottega. Educato ma introverso, studia per diventare elettrotecnico, gli amici lo raccontano come un ragazzo semplice, con la fissazione del calcio e gli sguardi audaci da lanciare alle ragazze. La religione, l´Islam, non ha un ruolo centrale nella sua vita fino all´inizio del 2006, quando comincia a frequentare la moschea del quartiere, a due passi da casa. Si alza all´alba per la preghiera e non torna a casa se non ha pronunciato quella della sera. Un improvviso slancio religioso che però non allarma la famiglia. A casa parla spesso della guerra in Iraq, delle stragi di civili, della caduta di Saddam, i colpi messi segno dalla guerriglia. Ma nessuno presta attenzione ai suoi stati d´animo.

    Nel luglio del 2006 passa due settimane di "vacanza" nella regione di Zemmouri, una cinquantina di chilometri a est di Algeri. A casa dice che va qualche giorno a casa di un amico. Nella zona - indicano i rapporti dell´antiterrorismo algerino - ci sono dei capisaldi delle attività dell´ex Gspc - il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento confluito in Al Qaeda nel settembre 2007. Addestramento fisico, arti marziali, corsi di teologia e prediche incendiarie contro il potere danno il ritmo delle sue giornate. Nati alla fine degli anni Ottanta, questi campi sono una sorta di università estiva del Jihad. Fra gli istruttori del campo clandestino c´è Aissa. Barba corta, fisico scattante per i suoi 35 anni. Aissa è un veterano, si è fatto le ossa prima nel Fis, poi nel Gia e alla fine si è unito ai gruppi salafiti. E´ il responsabile del reclutamento per tutta la zona a est di Algeri. Zuheir è attratto dalla sua personalità e Aissa lo prende sotto la sua protezione.

    Al termine del "campo" gli raccomanda, una volta rientrato a Algeri, di prendere contatto con la moschea di Apreval, nel quartiere di Kuba, una delle banlieue della capitale dove gli islamisti pescano a piene mani fra la gioventù disillusa della città.
    Nella moschea officia i riti l´imam Amin Kerkouche, per tutti lo sceicco Amin. Diplomato in teologia in Arabia saudita, lo sceicco Amin è un abile tribuno, riscuote un certo seguito e il suo ascendente sui ragazzi è forte. Con lo sceicco Amin il rituale è sempre lo stesso. Dopo la preghiera serale nella moschea organizza sempre dei tavoli di discussione per esortare al Jihad, i suoi interventi ruotano sempre attorno alla guerra in Iraq. Durante questi incontri - aperti solo a gente "sicura" - sono proiettati video della guerriglia irachena. Spesso le "conversazioni" vanno avanti fino alle prime luci del mattino.

    Spinto da quelle prediche infuocate Zuheir non fa più mistero dei suoi pensieri, racconta a tutti che il suo più grande desiderio è quello di offrirsi come martire e di morire nel sacrificio. Lo sceicco Amin stempera i suoi ardori, lo invita alla pazienza. Ma dopo l´esecuzione di Saddam Hussein a Bagdad Zuheir si rimette di nuovo al suo imam: «Voglio che mi indichi la strada per andare in Iraq e vendicare Saddam». Lo sceicco all´inizio si mostra riottoso, poi lo mette in contatto con un "reclutatore" di volontari per l´Iraq. È lui che spiega a Zuheir che il cammino verso Bagdad è lungo, molto lungo. Passa per i campi della guerriglia integralista nelle foreste della Cabilia.

    A gennaio dell´anno scorso, una settimana dopo il primo colloquio con il reclutatore, Zuheir va alla stazione di Kharrouba. Da qui con altre sei "reclute" del Jihad, a bordo di due auto guidate da "passatori" raggiungono la cittadina di Bordj Menaiel, in Cabilia, poi a piedi si avviano verso le montagne. All´arrivo ai volontari vengono sequestrati telefonini e passaporti. Isolati e nelle mani di veterani del Jihad, divisi in piccoli gruppi, le reclute consumano le loro giornate nell´esercizio fisico, a scavare rifugi, tagliare legna, costruire piccole fortificazioni, prendere acqua al torrente, lavarsi i panni e prepararsi da mangiare. I ritmi delle prediche sul Jihad contro il potere algerino, la guerra in Iraq, in Afghanistan, l´occupazione della Palestina si fanno sempre più infuocate. Anche qui, i lunghi sermoni sono accompagnati da video che riprendono attacchi kamikaze, attentati della guerriglia irachena, attacchi contro le caserme dell´esercito.

    Poi le reclute vengono iniziate al Founun al-Qital, l´arte della guerra. Assieme ad altri volontari Zuheir impara l´uso delle armi e le tecniche di posizionamento degli esplosivi.
    Ma le settimane passano e Zuheir capisce che il martirio in Iraq è il miele per attirare i giovani ma la realtà è ben diversa: Al Qaeda nel Maghreb ha bisogno di carne da cannone, il miraggio dell´Iraq svanisce, ogni giorno è più lontano. Oltre alle privazioni, al freddo, alla mancanza di igiene, alla promiscuità, al cibo scadente e infetto, alla mancanza di sonno, agli spostamenti continui per non essere individuati, Zuheir capisce che lo stanno preparando a morire in Algeria, magari in un attacco a una caserma di periferia; lui, l´apprendista kamikaze che sognava di avere il suo martirio in Iraq.

    Tre mesi dopo essere partito come volontario per morire a Bagdad, Zuheir vacilla nelle sue convinzioni e decide di fuggire dal campo: lo fa di notte durante un cambio della guardia. Vaga per giorni nelle foreste della Cabilia ricercato armi alla mano dagli stessi "fratelli" che lo hanno addestrato: non c´è perdono per chi si tira indietro, solo una raffica calibro 7,62 o la lama di un coltello. Riesce in qualche modo a uscire dalla regione e raggiunge la capitale: Zuheir vuole tornare a casa. Due settimane dopo il suo ritorno in città sarà individuato e arrestato dai "Ninja", i reparti speciali dell´antiterrorismo, a qualche isolato da casa sua. I suoi genitori ne avevano denunciato la scomparsa e una foto presentata all´ufficio passaporti lo ha fatto individuare.

    Ora è nella prigione di massima sicurezza di Serkadj, sulle colline di Algeri, aspetta di essere giudicato. Non si è macchiato di nessun delitto, potrebbe beneficiare della legge del perdono fortemente voluta dal presidente Abdelaziz Bouteflika, ed essere fuori in un paio d´anni. Nello stesso carcere, in un altro braccio, c´è quasi tutto il reseau integralista che l´ha sedotto e attirato nel maquis. Sarà difficile che per loro il pesante portone di cedro del XVI secolo di Serkadj si possa aprire.

    Beppe Grillo

    Il comico del malumore

    Francesco Merlo - La Repubblica

     
    Ecco una bella sfida per la nuova stagione della politica italiana: riprendersi questa piazza che Beppe Grillo riempie ma non merita, e non solo perché, in piena crisi artistica, non riesce più nemmeno a fare ridere. Il punto è che Grillo, per galleggiare nel malumore, ormai deve spararla sempre più grossa.

    E infatti, in questa escalation, ieri è diventato un altro di quegli irresponsabili italiani che di tanto in tanto vorrebbero riprendere e continuare il lavoro feroce dei partigiani – «ah se solo avessimo più cuore e più coglioni» – scambiando la tragedia della guerra civile con le gag da Bagaglino: «Siamo noi la nuova Resistenza».
    E come tanti altri anche Grillo attacca i giornali perché non scrivono quel che vuole lui e come vuole lui: «Pennivendoli di regime».

    E sogna un capo dello Stato meno "Morfeo" e dunque più decisionista, purché ovviamente nel consiglio di reggenza di questo virile presidenzialismo ci sia lui, Beppe Grillo.
    Grillo non lo sa, ma il giornalismo, che come tutti i demagoghi italiani anch´egli vorrebbe abbattere, serve anche a mostrare la realtà che sta dietro il dito dell´inaudito. E dunque a segnalare che ieri a Torino la piazza era, come sempre in Italia, molto migliore di lui, nel senso che il malumore del suo "pubblico" non è solo l´umore andato a male di Grillo.

    E non soltanto perché lì, in mezzo a quei cinquantamila, c´è anche tanta gente che vorrebbe ancora divertirsi a vederlo recitare; gente che – dicono al Sud – lo "buffonia", lo prende in giro, gli fa credere d´esser lì per la sua sapienza politologica e invece è lì soltanto perché in piazza San Carlo non si paga il biglietto. Insomma alcuni – quanti? – dei suoi fans sono "portoghesi" che sperano di ridere gratis partecipando a uno spettacolo di comicità. E nessuno li comprende meglio di noi che, pur di sentire cantare Ventiquattromila baci o Azzurro, siamo disposti a "buffoniare" Celentano. È così anche per Grillo. L´importante è che, tra una stupidaggine e l´altra di filosofia etica, ci faccia ridere e magari anche ghignare con i suoi lazzi, le sue pernacchie, la sua strumentazione di comico.

    Abbiamo un rapporto speciale con i comici, noi italiani. Molti di loro ci hanno insegnato trucchi e scorciatoie di grande intelligenza. Abbiamo imparato molte più cose da Totò che non da Gramsci. Totò, con il suo «vota Antonio, vota Antonio», ci diceva per esempio che la campagna elettorale dei suoi tempi somigliava già ad un canovaccio da commedia dell´arte. Ma nient´altro Totò sapeva e voleva e poteva fare. Questo Grillo invece crede di essere una somma di Totò e del professore Sartori, una specie di Sartori totoizzato, uno che prende drammaticamente sul serio la propria scienza politica. E invece tutto può fare Grillo tranne che saltare la propria ombra, che rimane l´ombra di un comico (in crisi).

    Nella rabbia dell´Italia giustamente insoddisfatta della politica, Beppe Grillo è dunque la carnevalata. I suoi sberleffi, le sue parolacce, le sue linguacce sono i coriandoli di piazza. E si capisce che «mandare a fare in culo» possa apparire più piccante che partecipare a una celebrazione – rituale per quanto solenne – della Resistenza.

    Aggiungiamo adesso, senza alcuna reticenza, che in quella piazza ieri c´erano umori che non solo non si identificano con gli schizzi di bile nera di Grillo, ma sono, in parte, anche umori nostri. In tutti i movimenti – direbbe Alberoni – c´è chi fa cassa. Da Masaniello a Canepa a Bossi a Grillo… c´è sempre qualcuno che diventa l´espressione sgangherata di malumori forti e legittimi. E la buona politica dovrebbe calarsi dentro di essi; per tirare fuori, ad esempio, il buon umore dal malumore dei produttori del Nord che stanno con Bossi perché si sentono ipertassati e non protetti.

    Così tra i piazzaioli di Grillo ci sono professionisti, docenti, giovani e giovanissimi che coltivano buoni sentimenti e disagio, e magari in qualche caso sono il meglio della gioventù, quella che non trova espressione nei codici della politica e va dunque a cercare un detonatore o un pantografo che percepisca e ingrandisca il segnale.

    Due parole infine sulla lotta di liberazione contro i giornali che sarebbero fascisti, fogli di regime eccetera eccetera: roba per il vaffa. Tutti vedono che i giornali italiani sono un esempio di caotico pluralismo che produce più informazione di quanta si possa raccogliere e metabolizzare. Insomma in Italia c´è una sovrapproduzione di informazione che, in menti sciagurate e mediocri, produce ingorghi alluvionali. I casi sono due: o Grillo non riesce ad infilarsi in questo gorgo oppure, lì dentro, si ingolfa la sua intelligenza. Vogliamo dire che Grillo scambia per prepotenza d´altri la propria incapacità di capire che la realtà è l´insieme di centinaia di punti di vista.

    Nulla di nuovo e nulla di grave, anche perché i giornalisti non sono sacri. L´importante è non attaccare il diritto degli altri a ficcare il naso nella realtà. Se dunque non gli piacciono i mille giornali che lo raccontano in mille modi, tutti diversi da come egli vede se stesso, Grillo faccia lui un giornale che gli somigli di più, che sia specchio del suo narcisismo: un giornale che canta, insulta e sputa in aria.
     

    Tibet

    La Cina pronta a trattare con il Dalai Lama

    La notizia accolta con perplessità in Tibet

     

    Pechino apre al Tibet. Con una mossa a sorpresa la Cina ha fatto sapere di voler incontrare un rappresentante del Dalai lama nei prossimi giorni. La notizia è stata data mentre nella capitale cinese si tiene un incontro tra dieci commissari europei, tra cui Manueol Barroso e i massimi dirigenti cinesi.
    “Alla luce delle richieste ripetutamente presentate dal Dalai lama per una ripresa dei colloqui - aveva annunciato l’agenzia ufficiale Nuova Cina – i dipartimenti responsabili del governo avranno contatti e consultazioni con rappresentati privati del Dalai lama nei giorni che verranno”.

    Pechino era stata più volte invitata nei giorni scorsi a riprendere i colloqui con la guida spirituale tibetana prima da Benita Ferrero-Waldner, commissaria agli affari esteri, la quale auspicava la realizzazione di miglioramenti concreti per i tibetani oltre a una soluzione pacifica tra la Cina, il Dalai Lama ed i suoi rappresentanti. Subito dopo si è unito all’invito anche il Congresso degli Stati Uniti.

    Durante la scorsa settimana in diverse occasioni alcuni funzionari cinese e lo stesso premier Wen Jabao avevano dichiarato di essere disposti ad aprire i colloqui con il Dalai Lama solo se però avesse rinunciato alla richiesta di indipendenza. In verità il Dalai ha sempre chiesto per il suo popolo solo una maggiore autonomia dal governo cinese e non l’indipendenza della regione.
    Già anni fa, per un lungo periodo dal 2001 al 2006, c’erano stati tentativi da entrambe le parti per avviare colloqui e risolvere la questione, ma erano sempre stati interrotti dalle grandi difficoltà a fare passi avanti.

    Intanto il governo tibetano in esilio ha espresso perplessità su un'offerta di dialogo lanciata dalle autorità cinesi.

    Secondo Samdhong Rimpoche, primo ministro dell'esecutivo con sede nel nord dell'India, "le circostanze attuali in Tibet non sembrano essere una base appropriata per un dialogo significativo".
    La disponibilità espressa dalle autorità cinesi era stata accolta inizialmente in modo positivo dal Dalai Lama. Un portavoce del leader buddista aveva infatti parlato di "un passo nella giusta direzione".

    La crisi tibetana era esplosa il 10 marzo con una serie di manifestazioni contro la Cina e a favore del Dalai Lama a Lhasa. Le proteste erano poi scoppiate nelle zone a popolazione tibetana di altre tre province cinesi protraendosi fino alla metà aprile. Dopo i gravissimi episodi di violenza avvenuti a Lhasa il 14 marzo, la capitale e tutta la regione sono chiuse ed occupate da migliaia di agenti della Polizia Armata del Popolo e da militari dell' Esercito di Liberazione Popolare. Al momento è ancora sconosciuto il numero degli arresti avvenuti, mentre migliaia sono state sicuramente le persone fermate. Per quanto riguarda le vittime, il governo cinese parla solo di 20 in tutto, di cui 19 a Lhasa e una nelle provincia di Sichuan, mentre esuli tibetani parlano di un totale di circa 150 morti.
    La Cina, nonostante gli inviti e l’apertura di questi ultimi giorni, continua a ritenere il Dalai Lama, già premio nobel per la pace, il responsabile delle violenze degli ultimi mesi e soprattutto ritiene una “menzogna” il fatto che non chieda l’indipendenza delle sua regione.
    La notizia di questa nuova apertura è stata accolta con grande favore in primis dalla Casa Bianca, che tramite il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, Gordon Johndro, fa sapere di “salutare con favore la notizia che le autorità cinesi incontreranno i rappresentanti del Dalai Lama".
    Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, da Pechino dove si trova, ha dichiarato che il dialogo, tra l’altro più volte sollecitato dall’Unione Europea, è il “mezzo migliore per arrivare ad una soluzione durevole e accettabile sulla questione tibetana”. L’annuncio è stato accolto con grande favore anche dal presidente francese Sarkozy e dal cancelliere tedesco Angela Merkel.

    A parte il grande ottimismo di queste ultime ore, è difficile pensare che questi colloqui portino immediate soluzioni per il Tibet. Inoltre una volta avviati, sarà difficile per i Capi di stato stranieri boicottare l’apertura delle Olimpiadi il prossimo 8 agosto, come più volte annunciato nelle scorse settimane.
    Per il momento l’apertura cinese ha tutto il sapore di una manovra per proteggere le olimpiadi visti anche il protrarsi delle rivolte contro il passaggio della torcia olimpica, che ora anche a Nagano, in Giappone, è stata accolta da lanci di immondizia e ha visto ancora scontri tra filotibetani e poliziotti con tre persone arrestate e quattro feriti tra la folla