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    March 31

    D-Day

     

    Veltroni al gazebo di Roma: «È il giorno del Pd e dell 'Unità »

    «Se perdo resto, ma si può vincere»

     


    Veltroni Walter partito democratico democratic Day gazebo
    Siamo a Roma, in uno dei gazebo allestiti in tutta Italia per il Democratic-Day, «l'ultima spinta» prima del voto. Walter Veltroni ha richiamato all'appello il popolo delle primarie, quei 3 milioni e mezzo che il 14 ottobre scorso lo hanno incoronato candidato premier. E il popolo, decisamente, risponde. è mezzogiorno quando Veltroni arriva nella capitale, a piazza Fiume. Centinaia di cittadini e cittadine, nonostante il sole quasi estivo, hanno scelto di aspettarlo lì anziché approfittarne per la prima gita al mare, come hanno probabilmente fatto i militanti di Alleanza Nazionale: il loro gazebo è sul marciapiede di fronte. A dir poco deserto.

    Insieme a Veltroni c'è il suo braccio destro Goffredo Bettini, c'è il suo vice Dario Franceschini, c'è il ministro Giovanna Melandri, il senatore Ignazio Marino. Ma la gente non ha occhi che per Walter. è sinceramente impressionante vedere la commozione negli occhi delle anziane signore che lo guardano e sussurrano «Lo conosco da quando non era nessuno». E fa sorridere sorprendere giovani con la kefiah che incantati urlano «Si può fare».

    Ma è la forza di Veltroni quella di ricordarsi i nomi di tutti quelli che lo vengono a salutare, di non dimenticare mai di chiedere «E tua moglie come sta?», di ricevere richieste che vanno dai problemi dei disabili al parcheggio sotto casa e di accoglierle tutte con la stessa urgenza. Qualsiasi cosa, «se pò fa», anzi, precisa, «la stiamo facendo». E a tutti quelli che domenica sono stati in piazza si legge negli occhi che interessa poco o nulla delle polemiche sull'inciucio, che il leader del Pd è tornato a smentire («Non c'è nessuna possibilità che dopo il voto si crei un governo delle larghe intese», ha detto). Loro sono conquistati da quello che Veltroni chiama «un modo di fare un partito ed una campagna elettorale nuovo rispetto alle parole di odio invecchiate di quindici anni con le quali si continua a ballare sull'orlo del Titanic».

    «Noi - afferma Veltroni - mandiamo un messaggio di serenità, speranza, concretezza e innovazione». Un messaggio in cui c'è anche l'Unità. La distribuzione straordinaria di 750mila copie è stata un successo. E nella tarda mattinata di domenica era già difficile poter sfogliare il giornale. Un'accoppiata, quella tra Pd e il quotidiano fondato da Antonio Gramsci che ha anche stupito qualcuno: «Era tanto che non lo leggevo», confessa una militante democratica. Ma è lo stesso Veltroni a spiegare che l'iniziativa di domenica «è il segno del legame tra il Pd e l'Unità, un giornale che nei momenti in cui il Paese è cambiato, c'è sempre stato». E che ora ha un motivo in più per continuare ad esserci.

    caro petrolio

    Il caro-petrolio arriva nella bolletta.

    Per le famiglie aggravio di 58 euro l'anno

    Paola Pica - Il Corriere della Sera

     

     Nuova impennata per i prezzi della luce e del gas e nuova stangata per le famiglie italiane che si trovano a fare i conti con un aumento medio delle bollette di 58 euro l'anno.

    I rincari causati dalla corsa del prezzo del petrolio quasi raddoppiato in poco più di un anno, scattano dal primo di aprile: l'elettricità sale del 4,1% (+18 euro l'anno), il gas del 4,2% (+40 euro l'anno). Le associazione dei consumatori sono sul piede di guerra («i gestori ingrassano e le famiglie finiscono invece alla canna del gas»), ma anche le imprese sono in allarme. Per la Coldiretti l'aumento dei prezzi delle materie prime e dell' energia spinge del 9% i costi di produzione in agricoltura, con incrementi «record per l'attività di allevamento e la coltivazione dei cereali come frumento, mais e riso».

    Ne è consapevole il presidente dell'Autorità per l'energia, Alessandro Ortis, che ha definito «molto frustrante» la tornata di rincari annunciata ieri. «In queste condizioni il caro-greggio travolge anche i pur sensibili benefici della continua riduzione delle tariffe dei servizi infrastrutturali e dei primi vantaggi delle liberalizzazioni», ha aggiunto, ricordando che «l'Italia dipende dall'estero per l'85% del suo fabbisogno energetico, un grado ben superiore alla media europea e il 60% dell'energia elettrica è prodotto con costosi idrocarburi ».

    Nel dettaglio, il prezzo dell' elettricità passa a 17,187 centesimi per kilowattora, mentre quello del gas sale a 72,75 centesimi per metro cubo. A parziale consolazione, grazie al recente decreto sulle accise del gas naturale è stato rivisto con effetto retroattivo l'aumento del primo trimestre 2008 (da +3,4% a +2,8%, vale a dire 26 euro in più invece dei 32 annunciati a fine dicembre).

    L'Adusbef chiama in causa il governo che ha «il dovere di utilizzare il surplus fiscale di 12 miliardi per alleviare le famiglie che fanno una vita a rate, soprattutto quelle che hanno redditi inferiori ai 20 mila euro». Una prima risposta dovrebbe arrivare a breve: l'Autorità ha concluso la consultazione sul meccanismo di tutela sociale che, a regime, potrà riguardare circa cinque milioni di famiglie in difficoltà. In tutto, dovrebbero essere distribuiti nelle bollette della luce bonus per circa 300-400 milioni, con un massimo di circa 120 euro per le famiglie più numerose.

    Per mettere a punto il meccanismo ci vorranno ancora «alcuni mesi», ma, assicura l'Autorità, «il bonus per il 2008 potrà essere corrisposto retroattivamente con decorrenza primo gennaio 2008».
     

    Italia ed elezioni

     

    Bendati verso il precipizio

    Barbara Spinelli - La Stampa

     

    Le campagne elettorali sono un’occasione non ordinaria, per le democrazie che sempre le traversano trepidanti. Sono l’occasione di guardare dentro se stesse, di fare i conti con le proprie debolezze inesplorate, con le proprie virtù trascurate.
    Sono una breve opportunità, data a politici ed elettori, di aggiustare quel che eventualmente s’è spezzato, di meditare su altre vie. L’occasione si può cogliere o perdere, a seconda di come si comportano gli attori del dramma. Per guardare dentro di sé è indispensabile avere un senso acuto della realtà, e questo senso può crudelmente mancare.
    Per organizzare la convivenza civile non basta denunciare l’avversario politico, ma occorre esaminare il risentimento effettivo che l’avversario amplifica o distorce, e tale esame è spesso negletto.

    L’Occasione si perde facilmente, sin dalle tragedie greche coglierlo è tra le sfide umane più ardue.
    Il nascondimento della realtà è tentazione frequente, nelle democrazie di oggi (nelle dittature è la regola): ne sono affetti Stati apparentemente forti come l’America, regimi apparentemente decisionisti come Francia o Inghilterra. L’illusione di poter fare da sé li affligge tutti.
    L’Italia possiede questa tentazione in sommo grado, e la campagna elettorale lungi dal diminuirla sembra dilatarla. Non di fatti si discute ma di opinioni, che sono il vestito fatto indossare al reale e all’irreale per meglio confonderli. Non alla realtà e alla ragione ci si apre, ma al sonno dell’ideologia.

    Una delle cose eccelse che ha detto Pascal riguarda il nostro correre dissennato verso i precipizi. Non è un correre inerte, fatalistico: individualmente, l’inerzia ha una sua nobile tristezza. È un affrettarsi colmo d’attivismo, di chiasso: «Noi corriamo senza preoccupazione nel precipizio, dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedirci di vederlo» (Pensieri, 166-183).
    Precisamente questo accade, nell’odierno correre di tante democrazie: a cominciare dalla nostra. Accade con l’Alitalia, in modo spettacolare e emblematico. Accade con il posto dell’Italia nel mondo: non solo quando si parla d’economia ma anche di tenuta delle istituzioni, di giustizia, di diritti dell’uomo. Accade con il nostro passato lontano e recente.

    L’esperienza dei governi Berlusconi l’abbiamo avuta ma contrariamente a quello che sperava Montanelli non ne siamo usciti vaccinati, come forse non siamo usciti vaccinati neppure dal fascismo. Non è solo l’anomalia del politico-imprenditore che nascondiamo alla nostra vista. Sono interi segmenti di realtà che tanti s’ostinano a ignorare. Quel che costoro vedono sono le innumerevoli cose consolatorie che Berlusconi mette davanti agli occhi degli italiani perché non s’accorgano di come corrono, e verso dove.

    Che cosa non si vuol vedere, della realtà e dei suoi precipizi? In primo luogo: la piccolezza cui sono ormai ridotti gli Stati-nazione, specie in un paese, come il nostro, gravato da un debito che l’impiglia nell’impotenza. L’Alitalia è emblematica perché l’idea che tanti se ne fanno è completamente distorta: non è una grande compagnia, anche se ieri lo fu. Spende cronicamente più di quello che guadagna, e nell’economia-mondo il suo peso è nullo.
    A Friburgo, giovedì, Prodi ha parlato il linguaggio dei fatti e dell’Occasione da cogliere quando si è augurato che l’Alitalia possa «essere riammessa nel grande circuito internazionale delle linee aeree», e «partecipare al grande schema europeo del trasporto aereo». Da soli magari potremmo farcela, ma con sacrifici probabilmente ancora più grandi di quelli oggi previsti.

    La realtà che urge contemplare non è solo questa, come abbiamo visto: è la debolezza delle istituzioni italiane, dell’imperio della legge, della giustizia. È il pallore mortale d’una classe dirigente che non produce anticorpi pronti a sbarrare il cammino a chi fa politica privatizzandola per proprio tornaconto, e sistematicamente non edifica ma distrugge. È stato necessario che intervenisse il Financial Times, per dire che Berlusconi, con il suo no a Air France, puntava semplicemente alla bancarotta d’Alitalia.

    In una democrazia solida è difficile che un imprenditore senza senso dello Stato e del bene comune vada al potere più volte, senza esser scartato prima di tentare o ritentare. Quanto alla fragilità delle istituzioni democratiche, i fatti creati dai governi Berlusconi parlano da sé. Le leggi ad personam sono un esempio.

    Ma c’è anche quel che è accaduto nella caserma di Bolzaneto, tra il 20 e il 22 luglio 2001 dopo il G-8 di Genova. È una macchia che non sarà dimenticata, e il governo d’allora ne è responsabile. La recente requisitoria del pubblico ministero al processo su Genova è chiara: «Alla tortura si è andati molto vicini». Le violenze elencate non sono diverse da quelle praticate a Guantanamo o Abu Ghraib.
    Lo storico Marco Revelli ha ragione a concludere, scoraggiato, che il silenzio su Bolzaneto aprirà un baratro impaurente fra molti giovani e le istituzioni. Il modo in cui la requisitoria è stata banalizzata creerà la «fuoriuscita di un’altra Italia dall’Italia ufficiale» (il manifesto, 13 marzo 2008).

    Ancora una volta, la realtà vien fatta evaporare. Il male non visto a Bolzaneto secernerà risentimento, odio: due passioni devastanti che non si sanano senza contemplarne le radici. Anche in questo l’Italia non è un caso a parte. In America, nel più importante discorso tenuto finora, Barack Obama ha invitato gli americani a guardare la realtà e i fatti prima di denunciare il rancore razziale di tanti afro-americani. Il rancore va condannato, ma al tempo stesso studiato alle radici: scoprendo ad esempio che la Costituzione non è gloriosa ma «incompiuta», che in America «esiste il peccato originale della schiavitù». Sempre andare alle radici è un imperativo: in economia, in politica, nella lotta al terrore.

    Sono tante le cose che alacremente ci mettiamo davanti per non vedere. È ancora Pascal che parla di chi «crede di vedere quel che non vede affatto», e dell’immaginazione come «maestra dell’errore». L’immaginazione senza rapporto col reale non è meno deleteria dello spavento, e così come c’è una politica della paura c’è anche una politica dell’immaginazione falsa, che inganna e svia. Una politica che perversamente vede unite destre e sinistre estreme, nella storia di ieri e di oggi. L’immaginazione, diceva Malebranche, sovente si tramuta in folle du logis: in donna folle che si chiude in casa, nel suo logis. Il fascismo era di questa pasta, presuntuosamente credendo di poter fare in sé.

    L’italianità è una fantasia, e tante altre cose lo sono, compresa la naturale bontà degli italiani. La forza irradiante della Chiesa è una fantasia, e non basta il gran rumore della conversione di Magdi Allam a occultarla. È fantasiosa anche la pretesa dei berlusconiani di rappresentare il Nord, o di quei politici locali che pretendono di rappresentare il personale Alitalia. I sindacalisti, nelle ultime ore, sono ben più vicini ai fatti di quanto lo sia Berlusconi. Il principio di realtà e dunque di responsabilità è nella loro storia. È questo principio che ieri ha spinto Epifani a dichiarare, in sintonia con gli altri sindacati, che «al momento esiste solo l’offerta Air France». E che, in ogni caso, «non ci vuole una soluzione nazionale ma una soluzione attenta agli interessi nazionali».

    Dell’immaginazione impazzita gran parte dell’Italia è malata, gravemente. Se solo si svegliasse un attimo, vedrebbe le cose come sono: non il Paradiso che desidereremmo, ma i disastri che conviene evitare e gli inferni che prepariamo a figli e nipoti se non ci togliamo in tempo le bende dagli occhi. È più facile certo mentire e far pagare il conto alle generazioni future. Magari vinci anche un’elezione. Ma il precipizio non cambia posto: è nella sua natura restare lì dov’è.

    libro rosso della Santa Sede

    Il Vaticano: più musulmani che cattolici

    Bruno Bartoloni - Il Corriere della Sera


     

    Il Vaticano lo ha ammesso ufficialmente per la prima volta: i cattolici hanno ceduto la prima posizione ai musulmani. Uno dei motivi è che questi ultimi fanno più figli.
    Già lo scorso anno il World Christian Database, un istituto americano specializzato nello studio dei trend religiosi, lo aveva anticipato. La Santa Sede non si è fidata e ha voluto fare le sue verifiche.
    Ora ha dovuto prenderne atto: un miliardo e 322 milioni di musulmani rappresentano il 19,2% della popolazione mondiale, un miliardo e 130 milioni di cattolici il 17,4%.

    La conferma viene dal libro ufficiale della Chiesa, il «libro rosso» della Santa Sede, come l'Osservatore Romano ha definito ieri l'Annuario Pontificio in un'intervista al suo responsabile, monsignor Vittorio Formenti. L'Annuario, 2.511 pagine di dati, diffuso in diecimila copie, soprattutto tra le gerarchie militari oltre che tra le gerarchie ecclesiastiche, è il libro più rappresentativo della Chiesa.
    Dal prossimo anno lo si potrà consultare su Internet. Per alcuni è «il libro dei sogni» perché, come afferma il prelato, «non pochi sognano che il proprio nome figuri tra le sue pagine ».

    Così monsignor Formenti spiega il sorpasso: «I cattolici nel mondo aumentano perché aumenta la popolazione nel mondo. Diciamo che nel rapporto tra aumento della popolazione e aumento dei cattolici siamo stabili. Però, per la prima volta nella storia, non siamo più ai vertici: i musulmani ci hanno superato. Si tratta chiaramente del risultato di rilevazioni effettuate nei Paesi interessati e consegnate alle Nazioni Unite. Noi possiamo solo garantire per le nostre indagini statistiche.
    Il dato positivo per la Chiesa è il numero dei sacerdoti: è cresciuto di 700 unità. Vengono soprattutto da Asia, Filippine, India, Corea, Vietnam, Giappone, Africa e da una parte dell'America Latina un metodo scientifico. I dati provenienti dal mondo islamico si basano su stime che tengono conto soprattutto della crescita delle popolazioni musulmane.
    È anche vero però che mentre le famiglie islamiche, com'è noto, continuano a procreare molti figli, quelle cristiane invece tendono ad averne sempre di meno. Attualmente, mentre i cattolici sono rimasti fermi al 17,4% della popolazione, i musulmani sono al 19,2%. Le statistiche si riferiscono al 2006. Se però il confronto lo facciamo considerando tutti i cristiani — cattolici, ortodossi, anglicani, protestanti — allora arriviamo al 33% della popolazione mondiale».

    A compensare in parte il sorpasso musulmano sui cattolici, l'annuario ha registrato una novità che ha particolarmente soddisfatto il Papa, assicura monsignor Formenti: il numero dei sacerdoti è cresciuto di settecento unità, un numero consistente rispetto al primo saldo attivo di 18 unità che risaliva a dieci anni fa. I nuovi sacerdoti non vengono né dall'Europa, né dall'America del Nord, ma soprattutto dall'Asia: Filippine, India, Corea, Vietnam, Giappone. E poi dall'Africa, mentre l'America Latina va un po' a macchia di leopardo. La «maglia nera» in Europa ce l'hanno la Francia, l'Olanda e il Belgio. In Italia si registra una piccolissima ripresa.

    Diminuiscono viceversa le suore. E scompare, rivela l'Annuario, la figura della suora portinaia e quella della suora cuoca, ma si moltiplicano le suore laureate che partecipano a concorsi pubblici, che diventano medici e anche primari d'ospedali
     

    politica internazionale

    Lega araba, il vertice inutile

    Antonio Ferrari - Il Corriere della Sera

     

    La Siria è vittima della propria ostinazione, quindi complice del proprio destino. Il ventesimo vertice della Lega araba, che si è aperto a Damasco e che avrebbe dovuto celebrare il recuperato prestigio del Paese di Bashar el Assad, è fallito prima di cominciare.
    Persino l'ipocrisia diplomatica che aveva ammantato i summit precedenti, dove si giustificavano le assenze e si nascondevano i fallimenti, è stata tradita. Un vero disastro: politico e d'immagine. Soltanto la volontà di isolarsi, con accanto l'alleato e «osservatore» Manoucher Mottaki, ministro degli Esteri iraniano, può spiegare la sicumera siriana attorno a un tavolo con pochissimi capi di Stato e molte comparse.

    Più che la divisione fra amici degli Usa (gli assenti) e avversari degli Usa (molti fra i presenti), a provocare il sostanziale boicottaggio di oltre metà dei leader arabi, che hanno inviato rappresentanti di basso profilo, conta il secco rifiuto a partecipare del Libano, al quale è dedicata gran parte dei lavori del summit. Beirut è senza presidente dalla fine di novembre, e i motivi della mancata elezione, dopo 17 tentativi a vuoto, si spiegano soltanto con l'ostinazione di Damasco, che considera la repubblica dei cedri un protettorato, e quindi non perde occasione per condizionarne la sovranità e umiliarne la dignità.

    La maggioranza dei libanesi è convinta che siano stati i servizi segreti siriani a organizzare la strage di tre anni fa, che annientò l'ex premier Rafic Hariri. E la tribolata inchiesta promossa dalle Nazioni Unite, proprio l'altro giorno, è giunta a una prima conclusione: il massacro, come quelli che l'hanno preceduto e quelli che l'hanno seguito, è stato ordito e realizzato dalla stessa «rete criminale» di individui. Formula ambigua, che pare escludere la responsabilità di un Paese o di un regime, in vista del delicatissimo processo che si terrà all' Aja.

    Tuttavia, l'assenza del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, al vertice di Damasco, al quale era stato formalmente invitato, è un chiaro segnale dei sospetti e dell'imbarazzo della comunità internazionale.

    Il presidente palestinese, ovviamente, non poteva mancare, anche perché Abu Mazen, in questo momento, ha bisogno dell'aiuto di tutti. Ma il suo intervento al vertice, duro con la politica degli insediamenti israeliani (per convincere gli intransigenti), e franco con Hamas, cui ha ricordato le condizioni per tornare a dialogare, non ha spostato nulla di sostanziale. Mentre, galvanizzato dalla possibilità di monopolizzare l'attenzione dei mass media, in assenza di concorrenti, il «figliol prodigo dimezzato » dell'Occidente Muammar Gheddafi ha lanciato un monito ai leader arabi moderati, avvertendoli che prima o poi potrebbero fare la fine di Saddam Hussein. «Impiccati».

    Ma un summit senza i re di Arabia Saudita, Giordania e Marocco, senza l'egiziano Mubarak, e senza il presidente dello Yemen, che tanto si era prodigato per mettere d'accordo Fatah e Hamas, è un appuntamento non soltanto inutile, persino dannoso.
    Perché il fallimento avrà pesanti ripercussioni nei rapporti interarabi, già notevolmente compromessi.

    Uno scenario allarmante, per la Palestina ma soprattutto per il Libano, dove le tensioni fra filo occidentali e filo siriani hanno già superato il livello di guardia. Tutta la nostra comprensione va al segretario della Lega araba Amr Moussa. I suoi sforzi per evitare il funerale di un'istituzione moribonda sono ammirevoli. Tenere assieme 22 Paesi che non vedono l'ora di separarsi non è un' impresa ardua. È impossibile.
     

    Luther King

    Luther King, santo americano

    Vittorio Zucconi - La Repubblica

     

    Martin Luther King jr nacque il giorno in cui fu assassinato, il 4 aprile del 1968. Fu alle ore 18 e 01 sul balcone della sua stanza di motel a Memphis, quando un solo proiettile da caccia al cervo sparato dall´edificio di fronte penetrò nella mandibola, deviò nel collo e si fermò nella clavicola, il momento nel quale morì un giovane trascinatore di folle e attivista di appena trentanove anni e dai suoi resti si alzò il Martin Luther King che conosciamo oggi: un santo americano, per sempre beatificato dal proiettile di un fucile Remington.

    Non ci sono faticose inchieste canoniche nel processo di santificazione laica e istantanea nell´America della violenza politica, che soprattutto in quegli anni Sessanta produceva martiri come un anfiteatro Flavio nei suoi giorni migliori.
    Il colpo di pistola che trafisse Abramo Lincoln fece dimenticare le sue esitazioni sulla questione degli schiavi e ne fece per sempre l´apostolo della emancipazione.
    I colpi del "Carcano modello 91" sparati da Lee Harvey Oswald sterilizzarono la vita non esemplare di John F Kennedy, immunizzandone il ricordo dalle rivelazioni più sordide, così come le rivoltellate che freddarono suo fratello Robert nell´hotel Ambassador di Los Angeles cancellarono, nell´empireo della sinistra americana, il ricordo della sua attiva partecipazione al maccartismo.

    Nel Pantheon e nel martirologio dei santi americani, il processo della assunzione al cielo del mito richiede i pochi centesimi di secondo necessari perché una pallottola copra il percorso, a velocità supersonica, dalla canna dell´assassino al bersaglio.

    E così è stato per King, per il figlio ed erede della chiesina battista di Atlanta guidata dal padre King senior e intitolata ad Ebenezer, la «pietra della speranza» che il profeta Samuele piazzò in Palestina, secondo la Bibbia. L´uomo che era stato costretto a tornare in fretta e controvoglia a Memphis, aveva guidato per quasi quindici anni l´ala non violenta, disobbediente ma non rivoluzionaria, gandhiana, del fronte per il riconoscimento di quei diritti civili e soprattutto sociali ed economici che l´emancipazione degli schiavi non aveva spostato di un passo.

    Dall´appoggio e dall´organizzazione del boicottaggio in favore di Rosa Parks a Montgomery, arrestata nel 1955 dalla polizia dell´Alabama perché aveva rifiutato di sedere nei «posti riservati ai negri» sull´autobus, al suo "discorso del sogno" sulla spianata monumentale di Washington nel ‘63, l´autorità e la statura internazionale del dottore in teologia che aveva studiato in un college di gesuiti a Boston, il Boston College, erano solide e confermate da un Nobel per la pace.

    Ma autorità e prestigio non sono ancora santità e lui lo sapeva. Non tutta l´America di sangue africano lo venerava, nella concorrenza crescente con i duri, come Malcolm X già assassinato e anche lui assurto al cielo degli intoccabili, le Pantere Nere, i Weathermen.
    Quando fu costretto a tornare a Memphis da Atlanta, due città distanti un´ora di volo tra le quali aveva fatto la spola per tutto il mese di marzo, King era un uomo distrutto dalla fatica, tormentato dai dubbi e depresso dall´accanimento persecutorio con il quale J. Edgar Hoover e l´Fbi cercavano di demolirlo, secondo il classico sistema già usato dallo stesso Hoover per attaccare gli odiati Kennedy: il sesso, un terreno particolarmente caro al creatore dei G-men che si dilettava di indossare costumi da ballerina classica, con collane e tutù di tulle, per intrattenere il proprio collaboratore e braccio destro a fine lavoro.

    Il compagno di battaglia, il reverendo Abernathy, lo descriverà come un uomo «allo stremo della forza fisica». Jesse Jackson, che fu con lui quando il proiettile da caccia grossa gli trapassò il volto e il collo, dirà che per la prima volta da quando lo conosceva lo aveva visto «spaventato». Non dalla morte, ma dal timore di fallire, di essere la vox clamantis in deserto, la voce di colui che grida a vuoto nel deserto dell´America violenta del 1968.

    «L´America è oggi la massima esportatrice di violenza e di guerra nel mondo», aveva detto pensando alla carneficina in Vietnam esplosa con la battaglia del Tet in febbraio, e alla brutalità interna di quel tempo. Parole che ricordano assai da vicino le omelie di quel pastore nero di Chicago, Wright, il mentore e consigliere spirituale di Barack Obama, descritto dagli avversari come un fanatico anti-americano.
    Gli costò un enorme sforzo fisico e di volontà tornare a Memphis, dove i milletrecento "operatori sanitari", gli spazzini della città, quasi tutti neri, erano in sciopero da giorni per ottenere un aumento di stipendio da un dollaro e trentacinque a due dollari l´ora, docce per lavarsi e guanti per maneggiare immondizia verminosa, nel clima umido e malsano del grande padre Mississippi, il fiume di Memphis.

    Le dimostrazioni degli spazzini erano degenerate in violenza, soprattutto dopo la morte di due di loro schiacciati da un camion-scopa; il sindaco Loeb aveva respinto ogni compromesso proclamando che lui «non avrebbe mai fatto accordi con un sindacato di negri», e in questo suo ritorno alla Gerusalemme che lo avrebbe crocefisso, King, portato di peso dai collaboratori nel Tempio della loggia massonica per il discorso, vide la propria fine: «Sono stato sulla vetta della montagna e ho visto il panorama ai miei piedi della terra che ci è stata promessa».

    Il suo volo da Atlanta era arrivato con grande ritardo, dopo che una telefonata anonima aveva annunciato una bomba a bordo. Minaccia presa sul serio perché già una bomba era esplosa davanti alla sua chiesa, un´altra era stata scoperta e disinnescata in tempo, e lui era sopravvissuto alla coltellata di una donna, di colore, che lo aveva pugnalato in una libreria sfiorandogli con la punta l´arteria aorta: «I chirurghi mi dissero che se avessi starnutito sarei morto».

    «Ora sono a Memphis», disse in quel discorso della montagna, «e so che qualche nostro demente fratello bianco vuole attaccarmi. Mi piacerebbe vivere una lunga vita, la longevità può essere una buona cosa, ma ora non mi importa, voglio soltanto fare la volontà di Dio». Coretta, la moglie, che telefonava da Atlanta, pianse quando le riferirono di quel discorso e di quel presentimento.
    «Il demente fratello bianco» era già ben sistemato alla finestra di un vecchio edificio delabré, un hotel a ore, proprio di fronte al Lorraine Motel dove sempre scendevano i leader del movimento quando erano a Memphis. Costava poco, era dignitoso nella sua banalità anni Cinquanta ed era nel cuore della città nera.
    Il suo nome era James Earl Ray, evaso dal penitenziario del Mississippi, ricercato dallo Fbi e da tutte le polizie. Non era un tiratore scelto, come era stato Oswald, "cecchino" addestrato dai Marines, e il suo fucile, un Remington 30/60, aveva un mirino telescopico che non funzionava. E se la distanza è assai breve, forse trenta metri fra il motel e il lupanare, la precisione del colpo fu micidiale.

    Un proiettile in testa non lascia scampo. King, un po´ vacillante sulla gambe per la stanchezza, si era affacciato alla balaustra con i suoi apostoli: Andy Young, Jesse Jackson, Ralph Abernathy, sul quale l´Fbi stava raccogliendo dossier enciclopedici conditi di immancabili sospetti di simpatie «comuniste».
    Il colpo, che qualcuno vide arrivare da un cespuglio, abbatté King, ma non lo fece morire istantaneamente. Mentre gli altri chiamavano il centralinista dell´albergo, che non rispondeva, per domandare un´ambulanza, l´ormai quasi santo martire fece a tempo a mormorare a un musicista che era accorso dalle stanze: «Stasera suona l´inno Vengo da te, mio prezioso Signore e suonalo bene». Poi morì. L´ambulanza non arrivò perché il centralinista del motel era morto anche lui, stecchito da un infarto fulminante quando aveva sentito lo sparo. Ma non avrebbe fatto alcuna differenza.

    E cominciò lo stesso processo di sdoppiamento che si era già visto con Kennedy, quasi identico. La transustanziazione del reverendo ucciso fu quasi immediata. Il presidente Johnson, che già aveva dovuto seguire il feretro di Kennedy assassinato, lo proclamò immediatamente eroe nazionale, creando un giorno della memoria per lui e lanciando l´intitolazione di strade, autostrade, edifici che oggi pullulano nelle città, assai meno nella campagne.

    Ma parallelamente si aprì quell´abisso di sospetti e di "complottismi" che ancora non si è chiuso. Ray, «il fratello demente», fu subito identificato, perché lasciò molto cortesemente una borsa con i propri indumenti e il fucile stampato delle sue impronte digitali, ben conosciute alla polizia essendo un detenuto evaso. Fu arrestato mesi dopo, mentre tentava di passare la frontiera inglese, dunque oltremare, con un passaporto falso. Confessò su consiglio dell´avvocato per risparmiarsi la sedia elettrica in cambio di novantanove anni di carcere, ma appena battuta la sentenza, ritrattò.

    Se sul caso Kennedy rimane, ancora oggi, la domanda senza risposta del movente (chi aveva davvero interesse a ucciderlo? La Mafia? La Cia? I cubani, come pensava Johnson, per conto dei russi umiliati da lui con la crisi del missili? L´apparato militare-industriale?), i possibili pretendenti al martirio di King potevano essere legioni. Dall´Fbi che lo aveva giudicato «il peggior bugiardo e impostore», nelle parole di Hoover che lo vedeva come una marionetta dell´onnipresente congiura comunista; al mondo politico del Sud, che ancora tentava di resistere all´avanzata dell´integrazione; ai grandi "padroni del vapore" spaventati dalla piega sempre meno mistica e sempre più economicista che lui aveva preso, convinto ormai che non ci sarebbe mai stata eguaglianza di diritti senza eguaglianza di reddito (aveva anche invitato i neri americani a negare i trenta miliardi di acquisti annuali alle grandi multinazionali come la Coca Cola o alle compagnie di assicurazione, destinando i loro soldi ai commerci e alle imprese di gente di colore).

    Al processo civile che trent´anni più tardi Coretta, la vedova, avrebbe intentato e promosso, la giuria riconobbe che in quell´omicidio c´erano ben altre impronte digitali che quelle lasciate sul fucile da Ray. Agenti di polizia e vigili del fuoco di Memphis, stazionanti accanto al motel, rivelarono di essere stati misteriosamente ritirati dal quartiere per ordini superiori arrivati all´ultimo momento.

    L´arma del delitto fu collegata a un mafioso italiano proprietario di un ristorante-taverna, Jim´s Grill, aggiungendo, come Jack Ruby a Dallas, il Fattore Cosa Nostra al complotto. Spuntarono doppiogiochisti, agenti della Cia, un misterioso «Raul», nome ispanico come quel «Ramon» che l´assassino aveva usato per il passaporto falso usato per espatriare. E la famiglia King chiese ed ottenne cento dollari di danni punitivi contro la città di Memphis, somma simbolica.

    Ma la causa vinta cadde nella totale indifferenza anche dell´America di colore (quando fu emessa, c´erano soltanto due giornalisti in aula, un americano e l´inviata di un giornale portoghese) non per scetticismo ma per certezza.

    Tutti sanno, e dicono di sapere, che Martin Luther King fu sacrificato perché la sua minaccia non violenta era infinitamente più pericolosa delle grottesche azioni paramilitari delle Pantere Nere o dei guerriglieri della liberazione, facilmente riducibili ad atti criminali e quindi reprimibili.

    E quarant´anni più tardi, di rivolte armate come quelle che incendiarono i centri delle metropoli americane dopo la notizia dell´assassinio nessuno parla più, mentre Martin Luther King jr è più vivo che mai. Non nelle autostrade, ma in quelle donne e in quegli uomini, da Colin Powell a Condoleeza Rice fino alla campagna elettorale non violenta e messianica di Barack Obama, che dimostrano ancora una volta come ammazzare i santi sia sempre controproducente.
     

    D-day

    Dal D-Day una grande lezione di democrazia

    Il D-Day del Partito democratico ha fatto bingo. “Un grande sforzo organizzativo”, ha dichiarato Andrea Orlando, responsabile organizzazione del Partito democratico, “possibile grazie alla mobilitazione di circa 100 mila attivisti, che hanno permesso l'apertura dei 12mila punti di incontro in tutta Italia. Ovunque c’è stata grande partecipazione, in un clima di festa e fiducia. Anche oggi verifichiamo come la nuova politica fatta di partecipazione e di messaggi concreti sia premiata dall’attenzione e dalla simpatia di tanti cittadini.

    “Sono stati esauriti tutti materiali di propaganda”, spiega Ermete Realacci, responsabile comunicazione del PD. “Da molti anni, in Italia, non si vedeva una mobilitazione elettorale di tali proporzioni. Sono stati contattati più di sei milioni di cittadini, “reclutati” circa un milione e duecentomila volontari per la fase finale della campagna elettorale”.

    Distribuiti cento milioni di volantini, adesivi, ma soprattutto il vademecum con le “12 azioni per cambiare l'Italia”. Dodici semplici suggerimenti, praticabili da tutti, per diffondere le idee e le ragioni del Partito Democratico: dalla cena per convincere cinque amici, al video fai da te da mandare nella rete, dalle bandierine con il logo da ritagliare e metter in bella vista sulla bici o sull'auto, agli sms; dal talloncino da mettere delle cassette della posta del condominio con una domanda per Veltroni, all'aperitivo democratico.

    Obiettivo della giornata è stato quello di mettere in moto il popolo delle primarie. Cittadini che da oggi saranno parte attiva della campagna elettorale del Partito Democratico, dedicando un po' del loro tempo per convincere, amici, parenti e conoscenti ancora indecisi a votare per Veltroni il 13 e il 14 aprile.

    Insieme ai cittadini e ai leader del PD, in piazza anche tanti testimonial del mondo dello spettacolo e della cultura. Tra gli altri a Bologna Francesca Reggiani, a Napoli Rosalia Porcaro, Ivan Cotroneo, Francesco Paolantoni, Enrico Caria e Massimo Andrei, a Catanzaro il maestro del cinema italiano Vittorio De Seta; a Torino Maria Sole Tognazzi, Alberto Barbera, Steve Della Casa, Bruno Gambarotta; a San Remo Antonello Fassari; a Trieste Antonio Catania. A Roma Francesca Archibugi, Maddalena Crippa, Zeudi Araya, Paolo ed Emilio Taviani, Massimo Wertmuller, Giulio Scarpati, Maria Rosaria Omaggio, Enzo De Caro, Ferzan Ozpetek, Simona Marchini, Riccardo Rossi, Gianmarco Tognazzi, Daniele Lucchetti, Lunetta Savino Erminia Manfredi, Nini Bruschetta e Roberto Citran.

    “E’ iniziata la volata finale della campagna elettorale”, prosegue Realacci, “I tanti cittadini che abbiamo messo in moto da oggi saranno la nostra vera arma segreta. Quello che chiediamo loro è una cosa semplice ma determinante, diventare protagonisti del cambiamento, per ridare speranza e fiducia nel futuro al nostro Paese”.
    wwww.partitodemocratico.it
     

    si può vincere

     

    Veltroni, possiamo vincere

    Si a riforme insieme. No a larghe intese e inciuci

     

    Walter Veltroni da Sky Tg 24 in un’intervista in onda stasera, domenica 30 marzo, chiarisce ancora una volta il programma del Partito Democratico, e soprattutto ribadisce che il PD è in rimonta.
    “Siamo in rimonta - ha precisato dai microfoni di Skytg24 - e penso ci possa essere un esito sorprendente”.

    Prima di entrare nel vivo delle domande un pensiero è andato agli indecisi: “Gli indecisi si stanno spostando verso il PD e questo perché il Paese sta avvertendo la natura di queste elezioni che arrivano in un passaggio molto delicato per il conteso politico nuovo e per la difficile congiuntura internazionale. Non sono elezioni politiche tradizionali, ma è una scelta che peserà sul futuro. E gli italiani hanno la possibilità di fare una scelta di tipo europeo con un leader e un partito che possono offrire non qualche mese in più di sopravvivenza, ma l’apertura di un ciclo con uno schieramento coeso e un programma riformista che può dar vita a un rinascimento italiano”

    Veltroni su questo non ha dubbi “l’Italia bisogno di una leadership europea, responsabile e seria, di gente che non faccia le corna nelle foto con i capi di Stato”

    Escludo assolutamente governo di larghe intese. Si a riforme insieme

    “Non c’è nessuna possibilità che dopo il voto si crei un governo delle larghe intese”. Lo ribadisce chiaramente il leader del Pd. “Non esiste nessuna coalizione e non esiste nessun governo delle larghe intese, ma esiste la possibilità di fare con le larghe intese le riforme istituzionali. E precisa ancora “chi vince, anche di un solo voto, governa. Le riforme istituzionali si fanno insieme, ma nessuna larga intesa, nessun inciucio”.


    Fare riforme qualunque sia esito elettorale

    Le riforme istituzionali a prescindere dal risultato elettorale. E’ un obiettivo prioritario del Pd ha sottolineato Veltroni: “Qualunque sia il risultato delle elezioni le riforme istituzionali si fanno insieme e si devono fare in ogni caso. Se vince il Pdl con un solo voto di maggioranza e riesce a governare, benissimo si governi. Allo stesso modo se vinciamo noi con un solo voto di maggioranza”. Ma in entrambi i casi “le riforme si fanno”



    Nomi ministri indipendenti e nuovi

    Veltroni conferma l’annuncio prima del voto dei nominativi della sua eventuale squadra di governo. Saranno personalità “indipendenti e nomi nuovi”. E soprattutto sarà “una squadra nuova che in caso di vittoria sarà composta da dodici ministri, formata complessivamente da 60 componenti”. Il team vedrà la presenza anche di “molte donne”.


    La Par Condicio va cambiata ma non abrogata

    A proposito della par condicio “non va abrogata, ma va cambiata”. “Inasprirei – ha spiegato Velltroni - la par condicio per garantire più equilibrio, ma la alleggerirei nella minuzia del quotidiano. Quel che serve è un flusso informativo equanime e una autorità indipendente che giudica”. Abolire la par condicio ha aggiunto “vuol dire solo avere le mani libere per poter fare quello che in realtà si sta già facendo ora, anche con la par condicio vigente: se guardo ai dati Mediaset c’è uno squilibrio evidente, così come sulla Rai”. Veltroni su questo punto preferisce “non fare scandalo perché so come va il mondo”, ma ciò che trova scandaloso è “il rifiuto del confronto tv che è una sottrazione di un diritto ai cittadini”.


    Alitalia, Paese unito a sostegno trattativa Air France

    “Il Paese dovrebbe essere unito a sostenere la trattativa con Air France”, ha dichiarato Veltroni a proposito di Alitalia e ha voluto poi far notare che “la crisi di Allitalia non è iniziata oggi, per cui lezioni non se ne possono fare su questo tema”, riferendosi a Berlusconi. E’ “importante proseguire la trattativa con Air France ed è sconsigliabile che la politica si metta in mezzo alterando il mercato. Ho l’impressione ha spiegato che in Italia ci sia un problema di ingerenza insopportabile della politica nel mercato della libera concorrenza”. Infine citando i quattro soggetti che secondo alcune indiscrezioni sarebbero dovuti entrare nella trattativa della presunta cordata italiana, tra cui l’Eni, ha osservato che “tra le quattro aziende ne era emersa una a prevalente partecipazione statale: dire che Alitalia dovrebbe essere ricomprata con i soldi dello Stato non ha senso. Si finisca di approfondire la trattativa che è in piedi, e solo se c’è un esisto catastrofico si può aprire a strada ad altro, altrimenti è l’ennesimo dato buttato in campagna elettorale”.


    Alla guida del Pd
    "Ho preso un impegno per fare un grande partito, il Pd, e continuerò ad assolvere l’impegno preso il 24 ottobre con tre milioni e mezzo di persone. Lo farò fino a quando non potrà essere superato da una scadenza analoga, fino ad allora ho il dovere etico di continuare con il PD”.
    March 30

    energie alternative

    Il Nobel Rubbia "Né petrolio né carbone soltanto il sole ci darà energia"

    Intervista di Giovanni Valentini - La Repubblica

     

    Petrolio alle stelle? Voglia di nucleare? Ritorno al carbone? Fonti rinnovabili? Andiamo a lezione di Energia da un docente d´eccezione come Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica: a Ginevra, dove ha sede il Cern, l´Organizzazione europea per la ricerca nucleare.

    Qui, a cavallo della frontiera franco-svizzera, nel più grande laboratorio del mondo, il professore s´è ritirato a studiare e lavorare, dopo l´indegna estromissione dalla presidenza dell´Enea, il nostro ente nazionale per l´energia avviluppato dalle pastoie della burocrazia e della politica romana.

    Da qualche mese, Rubbia è stato nominato presidente di una task-force per la promozione e la diffusione delle nuove fonti rinnovabili, «con particolare riferimento - come si legge nel decreto del ministro dell´Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio - al solare termodinamico a concentrazione». Un progetto affascinante, a cui il premio Nobel si è dedicato intensamente in questi ultimi anni, che si richiama agli specchi ustori di Archimede per catturare l´energia infinita del sole, come lo specchio concavo usato tuttora per accendere la fiaccola olimpica. E proprio mentre parliamo, arriva da Roma la notizia che il governo uscente, su iniziativa dello stesso ministro dell´Ambiente e d´intesa con quello dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, ha approvato in extremis un piano nazionale per avviare anche in Italia questa rivoluzione energetica.

    Prima di rispondere alle domande dell´intervistatore, da buon maestro Rubbia inizia la sua lezione con un prologo introduttivo. E mette subito le carte in tavola, con tanto di dati, grafici e tabelle.
    Il primo documento che il professore squaderna preoccupato sul tavolo è un rapporto dell´Energy Watch Group, istituito da un gruppo di parlamentari tedeschi con la partecipazione di scienziati ed economisti, come osservatori indipendenti. Contiene un confronto impietoso con le previsioni elaborate finora dagli esperti della IEA, l´Agenzia internazionale per l´energia.

    Un "outlook", come si dice in gergo, sull´andamento del prezzo del petrolio e sulla produzione di energia a livello mondiale. Balzano agli occhi i clamorosi scostamenti tra ciò che era stato previsto e la realtà.
    Dalla fine degli anni Novanta a oggi, la forbice tra l´outlook della IEA e l´effettiva dinamica del prezzo del petrolio è andata sempre più allargandosi, nonostante tutte le correzioni apportate dall´Agenzia nel corso del tempo.

    In pratica, dal 2000 in poi, l´oro nero s´è impennato fino a sfondare la quota di cento dollari al barile, mentre sulla carta le previsioni al 2030 continuavano imperterrite a salire progressivamente di circa dieci dollari di anno in anno. «Il messaggio dell´Agenzia - si legge a pagina 71 del rapporto tedesco - lancia un falso segnale agli uomini politici, all´industria e ai consumatori, senza dimenticare i mass media».

    Analogo discorso per la produzione mondiale di petrolio. Mentre la IEA prevede che questa possa continuare a crescere da qui al 2025, lo scenario dell´Energy Watch Group annuncia invece un calo in tutte le aree del pianeta: in totale, 40 milioni di barili contro i 120 pronosticati dall´Agenzia. E anche qui, «i risultati per lo scenario peggiore - scrivono i tedeschi - sono molto vicini ai risultati dell´EWG: al momento, guardando allo sviluppo attuale, sembra che questi siano i più realistici». C´è stata, insomma, una ingannevole sottovalutazione dell´andamento del prezzo e c´è una sopravvalutazione altrettanto insidiosa della capacità produttiva.

    Passiamo all´uranio, il combustibile per l´energia nucleare. In un altro studio specifico elaborato dall´Energy Watch Group, si documenta che fino all´epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal ‘90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Anche in questo caso, come dimostra un grafico riassuntivo, le previsioni della IEA sulla produzione di energia nucleare si sono fortemente discostate dalla realtà.

    Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell´energia?
    «Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l´uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l´oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra».

    Eppure, dagli Stati Uniti all´Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c´è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?
    «Sa quando è stato costruito l´ultimo reattore in America? Nel 1979, trent´anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l´arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l´uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie».

    Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?
    «Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo».

    In che cosa consiste?
    «Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile».

    Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?
    «E´ già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia».

    Ora c´è anche il cosiddetto "carbone pulito". La Gran Bretagna di Gordon Brown ha riaperto le sue miniere e negli Usa anche Hillary Clinton s´è detta favorevole…
    «Questo mi ricorda la storia della botte piena e della moglie ubriaca. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell´umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l´anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso».

    E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l´uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l´alternativa?
    «Guardi questa foto: è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell´elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità».

    Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti…
    «E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l´energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l´uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l´energia necessaria all´intero pianeta. E un´area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell´Italia, un´area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma».

    Il sole, però, non c´è sempre e invece l´energia occorre di giorno e di notte, d´estate e d´inverno.
    «D´accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l´energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l´acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente».

    Se è così semplice, perché allora non si fa?
    «Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com´è accaduto del resto per il computer vent´anni fa».

     

    fallimenti

     

    I fallimenti dello Stato

    Angelo Panebianco - Il Corriere della Sera

     

    In tempi di recessione il mito del «despota benevolo», dello Stato che si fa carico del bene comune contro gli egoismi del mercato, riprende inevitabilmente forza. Il mercato viene messo allora sotto accusa a causa dei suoi «fallimenti » (oggi si tratta degli effetti di contagio della crisi finanziaria americana innescata dalla vicenda dei mutui subprime). In quei frangenti, un numero crescente di persone si rivolge allo Stato per ottenere protezione dalle conseguenze negative del malfunzionamento dei mercati.

    Nessuno, o quasi, sembra disposto a porsi la domanda: chi ci proteggerà dal protettore? Altrimenti detto, invocare più Stato contro i fallimenti del mercato è una prassi normale, comprensibile, nelle fasi recessive, ma questo non autorizza a dimenticare che i «fallimenti dello Stato » sono spesso più gravi, e possono avere conseguenze più catastrofiche, dei fallimenti del mercato. Noi italiani dovremmo saperlo meglio di chiunque altro. Si pensi alla società e all'economia meridionali: lì c'è sempre stato un massimo di intervento statale, di intermediazione pubblica, un massimo di Stato «protettore». A qualcuno sembra che ciò abbia mai giovato alle condizioni della Campania, della Calabria o della Sicilia?

    A dispetto dei suoi tanti critici, la cosiddetta «globalizzazione », la brusca accelerazione dell'interdipendenza economico-finanziaria internazionale iniziata nei primi anni Novanta del secolo scorso, ha prodotto soprattutto effetti positivi: ha regalato una lunghissima fase di prosperità all'Occidente e, fuori di esso, ha strappato alla povertà milioni e milioni di persone. Inoltre, si è accompagnata a una diffusione delle libertà politiche nel mondo che non ha precedenti.

    Oggi, per la prima volta nella storia, democrazie e semi democrazie sopravanzano numericamente le autocrazie fra i regimi politici del mondo. Non è che la diffusione del mercato produca meccanicamente la diffusione delle libertà politiche. I rapporti fra mercato e democrazia sono complessi e in parte ancora oscuri: talvolta, lo sviluppo dell'economia di mercato aiuta l'affermazione della democrazia, altre volte è la democrazia che, consolidandosi, favorisce l'economia di mercato e, altre volte ancora (è il caso della Cina), l'economia di mercato coesiste a lungo con l'autocrazia politica. Però, è innegabile l'esistenza di una tendenza generale che vede associate la diffusione delle libertà economiche (di mercato) e quella della libertà politica.

    Oggi si assiste a un'inversione di tendenza. Si chiedono, in America come in Europa, barriere contro la concorrenza, limiti alla circolazione dei capitali, eccetera. Ovunque si punta a un maggior ruolo nell'economia del comando politico. Ma, attenzione, il «ritorno dello Stato » non è di oggi.
    Possiamo dire che la sua rentrée
    sia iniziata dopo i fatti dell'11 settembre 2001. Ossia, con il ritorno della guerra dopo la decennale parentesi seguita alla fine della Guerra fredda. Gli anni Novanta sono stati infatti il vero decennio della globalizzazione, una sorta di Belle époque nella quale crollarono le spese militari, la diffusione della democrazia nel mondo assunse ritmi tumultuosi, l'economia di mercato portò benessere anche dove non se n'era mai visto, la politica sembrò per un momento ritrarsi dalla scena.

    Dopo l'11 settembre, la politica (e dunque lo Stato), si riprese molti dei privilegi che aveva perduto nel precedente decennio. Come è inevitabile quando la sicurezza torna a essere un tema dominante. E ciò rallentò, come molti analisti osservarono, la corsa (che era stata sfrenata per tutti gli anni Novanta) della globalizzazione.
    Le spinte recessive di oggi sembrano portare a compimento il processo: la politica pare riacquistare pienamente un primato in precedenza indebolito.

    A riprova del fatto che non esistono nelle vicende umane processi «irreversibili» la spinta propulsiva propria della globalizzazione dei mercati, per effetto della rivincita della politica, probabilmente si affievolirà.
    Tutto questo è forse inevitabile ma a differenza di coloro che si limitano ad applaudire il ritorno della politica e auspicano che essa riesca a imbrigliare i mercati, io penso che ci saranno anche grossi prezzi da pagare: sotto forma di minor diffusione sia del benessere sia delle libertà.

    Del comando politico non possiamo fare a meno soprattutto perché è a esso che affidiamo la nostra sicurezza.
    Rallegrarsene però non ha senso. Il comando politico è un «male necessario». In quanto tale va sempre preso con le molle, va maneggiato con prudenza. In fondo, come non ricordare che la democratizzazione della Russia venne bloccata da una guerra (Cecenia) e che l'autoritarismo di Putin è stato alimentato dal forte controllo statale sull'economia?

    Tibet

    Il Tibet ha bisogno di tutti

    Il Dalai Lama invoca l’intervento della comunità internazionale

     

    Alla Cina e al suo rigido stato di polizia. Alla sua impietosa legge del terrore. Alle sue politiche di aggressione demografica, che stanno facendo a pezzi gli equilibri già compromessi della fragile comunità tibetana, insediando sull’altipiano un numero sempre più consistente di immigrati dalla Repubblica Popolare. A questo complicato stato di cose è diretto lo sdegno del Dalai Lama, che è rabbia e amore per una terra occupata da 48 anni, e che proprio in questi giorni ha ripreso a fare molto rumore in cronaca.
    La prima mattina del 29 marzo, a Nuova Delhi, si riempie del brusìo delle migliaia di persone intervenute alla celebrazione del 60esimo anniversario della morte del Mahatma Gandhi. Tra le mura del mausoleo che sorge sul luogo in cui il leader e padre dell’indipendenza indiana è stato cremato si stringono fianco a fianco i rappresentanti indù, musulmani sikh, jain. Poi ci sono le centinaia di tibetani, intenti a seguire gesti e parole del loro Lama. Lui è in ginocchio. Ha le mani giunte sulla testa, in un atto di preghiera e di supplica che si rivolge al cielo, ma anche ad un potere più terreno, quello della comunità internazionale.
    “Per favore, aiutate il mio popolo a risolvere la crisi del Tibet” mormora con voce rotta il Dalai Lama. “Per favore” ripete, “ abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, di tutto il mondo.” Un mondo che, ai suoi occhi, può “intervenire, fare qualcosa, ottenere verità e giustizia.” Per lanciare l’accorato appello ha scelto la cerimonia in ricordo di uno dei suoi maggiori ispiratori. Anche mentre prega per Gandhi sta parlando, e ne è profondamente consapevole, per tutta la sua comunità, facendosi icona tangibile di un’impotenza diffusa che si rifugia nella preghiera e nell’attesa come ultimi baluardi di salvezza di fronte all’abisso.
    La sua presenza in quel luogo spalanca l’ennesima finestra su un baratro fatto di disordini e proteste, in cui fanno capolino le 19 vittime secondo Pechino, 140 invece secondo le stime del governo in esilio a Dharamsala. Ne fanno parte i monaci braccati e picchiati, rinchiusi da due settimane nel segreto dei loro monasteri assediati da cordoni dei reparti speciali della polizia di Pechino in assetto antisommossa. E ne fa parte una città popolata da appena 100.000 tibetani e dal doppio di immigrati cinesi, quella Lhasa divenuta capitale in linea teorica di un Tibet militarmente occupato dalla Repubblica Popolare sin dal 1950, e da allora attraversato da profonde spaccature sociali, etniche, religiose.
    Oltre quello che era un tempo un confine fra stati sovrani sta la Cina, che ha messo in piedi una task force di 26 giornalisti selezionati tra i corrispondenti stranieri a Pechino per effettuare un tour di tre giorni. 15 rappresentanti di una delegazione diplomatica mista avranno invece a disposizione 48 ore per cercare di far luce sui giorni della sommossa e della repressione. Ma nessun dialogo con il Dalai Lama. Non esiste e non può esistere alcun compromesso con la mente della rivolta, il sobillatore a capo di una cricca desiderosa di boicottare le Olimpiadi di agosto.
    Così, mentre la guida spirituale rimarca il grande rancore cinese, in pochi credono ancora all’efficacia della diplomazia e della moderazione. Ancora meno sono quelli disposti a prestare orecchio alle dichiarazioni rese da Baema Chilain, vicepresidente cinese della regione tibetana autonoma, a proposito del prossimo rilascio dei 30 monaci arrestati per essersi rivolti alla delegazione di reporters denunciando i soprusi subìti ad opera della polizia di Pechino.
    Pochissimi sono anche quelli che credono ai 200.000 yuan (poco più di 18.000 euro) promessi dal governo cinese alle famiglie dei civili morti negli scontri, o alle cure mediche gratuite previste dal sistema sanitario di Pechino per i feriti nei disordini. “Credo che tra poco rassegnerò completamente le dimissioni dalla mia carica, e lo farò volontariamente e con serenità” afferma in conferenza stampa il Lama. Mentre parla e si definisce “un mezzo pensionato” sorride vistosamente. Dal suo sguardo traspare ancora un velo di speranza, mentre altri 84 tibetani, in gran parte monaci, sono già stati tratti in arresto dalla polizia nepalese a Kathmandu, rei di aver organizzato una protesta di fronte all’ambasciata cinese.
     

    Sicilia

     

    La destra in Sicilia si dimentica della mafia

    Finocchiaro: legalità è condizione essenziale per sviluppo

     

    "A Palermo ho detto che se la mafia decide per chi votare non voti per noi che la vogliamo distruggere. Se questa frase fosse pronunciata da tutti la mafia si sentirebbe isolata". Da Latina il candidato premier del Partito Democratico Walter Veltroni torna sul tema della lotta alla malavita organizzata, così vigorosamente sollevato dal leader del Pd in Sicilia e in Calabria nei giorni scorsi.

    Di certo non si può dire la stessa cosa del leader dello schieramento opposto. Silvio Berlusconi, infatti, in visita proprio in Sicilia, davanti ad una platea di imprenditori – una delle categorie che più coraggiosamente sta combattendo la piaga della mafia nell’isola – ha parlato di tutto ma ha tralasciato di fare menzione del principale dei mali della Sicilia. “Ciascuno si comporti secondo coscienza”, ha detto Veltroni a chi gli chiedeva un commento su questo.

    Duro il giudizio della candidata alla presidenza dell’Assemblea regionale siciliana Anna Finocchiaro: "E' davvero curioso che Berlusconi venga in Sicilia e si dimentichi di parlare di criminalità organizzata. Lui dovrebbe sapere bene che la legalità, in questa terra, è condizione essenziale per la crescita e lo sviluppo. Si tratta davvero di una curiosa amnesia”.

    Stupito per la dimenticanza anche il ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni, capolista in Sicilia alla Camera “Fare finta di niente – ha detto - è il peggiore segnale che le istituzioni possano mandare alla criminalità organizzata che prospera proprio nel disinteresse delle istituzioni e della società civile".

    Mai abbassare la guardia, ha sottolineato Fioroni: "In una lotta di questo genere ed è ancora peggio, poi, se ciò avviene in campagna elettorale. Un pessimo segnale, veramente pessimo per la Sicilia e per il Paese tutto".
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    destra e passato

    Veltroni «La partita è apertissima. Destra prigioniera del passato»

    Intervista di Bruno Miserendino - L'Unità
     
    «Una settimana fa avrei detto che la partita è aperta, adesso dico che la partita è più che mai aperta. Sono assolutamente ottimista. Sono loro che parlano di pareggio...»

    Prima di andare alla conferenza operaia di Brescia, davanti a migliaia di lavoratori e di sindacalisti, Veltroni fa colazione in uno storico albergo dal nome bene augurante (Vittoria), e si vede che ha un’aria soddisfatta.
    Sondaggi? Ormai non si possono più rendere noti, però è chiaro che sente il Pd di nuovo in crescita e la famosa forbice che si accorcia.

    Veltroni, oggi il d-day vede il ritorno in piazza del popolo delle primarie. Cosa vi aspettate da questa mobilitazione e che umori percepite?
    «Mi pare che si stia progressivamente apprezzando il fatto che a partire da quel 14 ottobre delle primarie molte cose in questo paese sono cambiate e se si esamina la vita politica italiana prima e dopo quella data, si vede che questa mutazione dipende in gran parte dalla novità costituita dalle idee, dai contenuti e dai programmi del partito democratico.
    Il 14 ottobre fu un risultato inaspettato, come quasi tutto in questo nostro paese, non se l’aspettavano la politica, i media, i sondaggisti. In quella partecipazione c’era la volontà di imprimere un’accelerazione a un processo che si avvertiva come essenziale per lo sblocco della democrazia italiana. C’era una presa in carico dei destini del paese, una risposta all’antipolitica, una sfida razionale di innovazione.
    Il 14 aprile saranno passati sei mesi, e la mia grande gioia è vedere che in meno di mezzo anno si è fatta l’identità di un partito: valori, idee, programmi, energie nuove. Pensiamo ai giovani che parlano nelle nostre manifestazioni. Da questa giornata di mobilitazione mi aspetto che parta un’altra grande spinta di protagonismo e di innovazione. Protagonismo diffuso, non la politica come mestiere, per addetti ai lavori, ma esperienza civile, passione. Se questo messaggio riparte dai 3 milioni e mezzo delle primarie può davvero diventare l’onda che travolge».

    Chi sono gli indecisi? I delusi del centrosinistra, i tentati dall'antipolitica?
    «No, secondo me sono più elettori di centrodestra. Lo dicono i dati. Man mano che noi cresciamo scendono gli indecisi, o viceversa».

    Però il dato del Pdl non si erode.
    «Si erode ogni settimana. E comunque io mi sono fatto portare i sondaggi del 2006 a 15 giorni dal voto. Erano proprio come adesso, poi si sa come è andata».

    Ci fu la promessa di Berlusconi di togliere l’Ici, che conquistò una bella fetta di indecisi, qualche errore di comunicazione del centrosinistra...
    «Secondo me già allora, 15 giorni prima del voto, le cose non stavano come dicevano i sondaggi. Credo che non avessero percepito del tutto il flusso elettorale, lo spostamento degli elettori. Ora come ora posso solo dire che la situazione, a parti invertite, è molto migliore di allora. Quindi la partita è assolutamente aperta, con ottime possibilità di vittoria».

    Ma intanto si parla solo di pareggio.
    «Ma ne parlano loro, che erano partiti con l’idea di una vittoria a mani basse, e già questo indica una difficoltà obiettiva. E d’altra parte in queste settimane quale idea è venuta dalla Destra per l’Italia? Non c’è una proposta innovativa, i nomi dei ministri sono gli stessi del '94, i toni sono quelli di sempre, sui temi concreti non hanno detto nulla, e quando l’hanno fatto si sono divisi. Ogni giorno c’è la ripetizione di un copione logoro, non riescono a trovare nei nostri confronti un punto d’attacco, perchè nessuno dei loro argomenti sembra pagare».

    Nemmeno su Alitalia? Berlusconi è entrato a gamba tesa nella vicenda, ma a volte, a sinistra, si ha l’impressione che non paghi mai dazio per le cose che fa o dice.
    «Io penso che come noi ci siamo liberati dal fantasma di Berlusconi, se ne deve liberare anche una parte del mondo degli osservatori. Sull’Alitalia la gente pensa che c’è una gran confusione. Pensa che c’è una trattativa seria in corso, e che improvvisamente è arrivata una proposta strumentale e vaga».

    A proposito, sulla vicenda Alitalia, dove sono finiti i liberal di questo paese?
    «In effetti non si sentono. Ma singolare non è solo quel che si dice o accade sulla vicenda Alitalia, è complessivamente singolare la proposta di politica economica della Destra: l’idea di chiamare l’Eni per acquistare la compagnia di bandiera, la politica dei dazi di Bossi e Tremonti, l’idea di far acquistare Alitalia con una cordata con i figli dell’aspirante premier, previo prestito ponte dello Stato, vale a dire una forma di utilizzo di soldi pubblici a fini privati. Vedo un silenzio imbarazzato di tanti che hanno paura di dire quello che pensano. Questo è un problema del paese. Noi abbiamo bisogno del ritorno di una cultura critica non fondata sul principio, anche quello stanco, dell’equidistanza. Anche questo atteggiamento lo considero parte di un tempo che si va esaurendo».

    Magari un confronto televisivo potrebbe aiutare a capire. L’impressione è che non ci sarà, e nel frattempo Berlusconi mantiene il predominio assoluto nella comunicazione televisiva. Quanto pesa questo squilibrio?
    «Conta, certo, ma qualunque sia il risultato, non invocherò lo squilibrio come alibi. Io credo che questo non sia un paese di spettatori, ma di cittadini, interessati alla soluzione dei problemi, quelli loro e dei loro figli, non a chi vince il Grande Fratello. Non ho solo il dovere di avere fiducia, ma ho ragione di avere fiducia nei cittadini. Gli italiani nei momenti cruciali hanno sempre mostrato una grande voglia di innovazione. Il nostro mondo si attarda in una concezione un po’ piagnona, sempre difensiva. Secondo me sbaglia e credo sia stata una delle cause della perdita di relazione tra il mondo del centrosinistra e la società italiana».

    Lo squilibrio lo certifica l’Authority.
    «Certo che c’è, ma penso che gli italiani siano più saggi e avranno la forza di rispondere a una crisi profonda, indicando una soluzione alternativa di tipo europea».

    Se il risultato non dovesse garantire la governabilità, cosa bisognerebbe fare?
    «Chi vince governa e se la situazione fosse di assoluto equilibrio, insieme si devono rapidamente approvare le riforme indispensabili. Chi governa capisce che la sua sopravvivenza è legata al senso di responsabilità dell’opposizione. Ma credo che alla gente il dibattito su pareggi e alleanze interessi fino a un certo punto. Ai cittadini interessa avere un sistema governabile. Se non c’è la colpa è della Destra, che ha fatto prevalere gli interessi particolari su quelli generali. Credo che in quel passaggio, nello schieramento a noi avverso, si siano consumati errori gravi. Anche il Centro ha sbagliato. Se Casini avesse rotto allora, invece di farsi mettere alla porta dopo, probabilmente oggi la situazione sarebbe diversa. La realtà è che il tema delle riforme istituzionali sovrasta il paese e non si potrà eludere».

    Berlusconi dice che vi state accordando con la sinistra radicale per tornare insieme o per fare accordi elettorali in alcune regioni.
    «Non so di che parla».

    Casini verrà riattratto nell’orbita della Destra?
    «Dopo quello che è successo mi pare molto difficile. Sta facendo una scommessa difficile e coraggiosa che avrebbe dovuto fare prima, ma penso che sia a un punto di non ritorno».

    Col pullman ha visitato più di 80 delle 110 prvince. Che idea si è fatta dell’Italia girandola in lungo e in largo?
    «Ho visto una forte domanda d’innovazione, che certo si presenta con molti linguaggi, con sentimenti diversi, però c’è. E questo grande desiderio di cambiamento non può essere interpretato dalla Destra. Se in questi 15 giorni noi riusciremo a farlo capire a tante altre persone, il paese sceglierà di uscire dal collo dell’imbuto. L’Italia, per come sta, non può affidarsi a un governicchio. Ha bisogno di un ciclo politico lungo, di un cambio generazionale. Se si va a guardare l’età media di chi fa il premier in Europa, si vedono persone che hanno più o meno i miei anni. E non per caso. Perché chi si mette a governare deve poter fare questo passaggio brusco, radicale, impegnativo».

    Dicono che Berlusconi non ha voglia di governare, ma solo di vincere.
    «Mostra una grande stanchezza, personale e politica. Si capisce dai nomi che propone come ministri. Bossi, quello della riforma della Costituzione bocciata dagli italiani, Tremonti, l’emblema della crescita zero, ora si parla anche di Calderoli... Ma vedo anche una stanchezza personale. Tutte queste affermazioni: faccio un sacrificio, chi me lo fa fare, tradiscono non solo un’idea bizzarra del rapporto con le istituzioni, ma anche difficoltà personale. Invece credo che il paese abbia apprezzato la nostra scelta di fare una campagna elettorale con un tono di voce fermo, ma sereno.
    Abbiamo cercato di sostituire le speranze alle paure, e abbiamo parlato di una serie problemi seri e concreti: le pensioni, i salari, la precarietà, la sicurezza sul lavoro. Stamattina (ieri ndr) alla conferenza operaia parlerò del tema casa, annunciando un grande piano di vendita di tutti gli immobili delle case popolari agli inquilini, per poter fare coi proventi di questa vendita la costruzione di nuovi alloggi e alleviare il problema dell’affitto».

    La cosa più sgradevole di questa campagna elettorale?
    «Il fatto che la Destra non riesce a liberarsi del demone del passato. Sono sempre uguali a loro stessi. Noi abbiamo fatto un’operazione molto rischiosa, in politica non capita facilmente che in una situazione di obiettiva difficoltà, si rinunci al 7-8% dei voti. Si poteva immaginare che determinasse varie reazioni, invece la reazione è quella che vede chi ha seguito il cammino nelle piazze d’Italia. Una comprensione della scelta, una straordinaria partecipazione, come non si vedeva da tantissimi anni, e tanti giovani. È successo questo perché il paese sente il bisogno di una sfida di innovazione, carica di valori e di proposte, che porti l’Italia in sintonia con la storia della democrazia europea».

    È iniziato un curioso dibattito sulla soglia del successo, al di sotto della quale si scatenerebbe il finimondo nel Pd.
    «È iniziato su qualche giornale. Ed è finito. Non ci sono soglie, ci sarà solo da registrare che c’è un partito nuovo, anzi la più grande forza riformista che la storia politica italiana avrà conosciuto».

    Qualcuno dice che sarebbe l’ora di tirare fuori le unghie, di rinfacciare alla Destra i suoi insuccessi. Naturalmente lei non è d’accordo.
    «Assolutamente no, non voglio farmi trascinare nello stereotipo delle campagne elettorali precedenti. Secondo me non c’è bisogno di ricordare alla nostra gente e a tutti gli elettori che se c’è un voto che può evitare al paese di finire in questo vecchio impasto di populismo, questo è il voto al partito democratico. Non ho bisogno di alzare i toni per farlo capire. Abbiamo fatto una campagna elettorale di proposte e di valori. La frase che abbiamo detto in Calabria contro le mafie, non è mai stata detta in questi termini nella vita politica italiana. Mi aspetto che venga detta da altri. Bisogna dare al paese un messaggio nuovo, Dio ci scampi dalla riedizione del vecchio film. La gente è esausta tanto quanto quel film».

    La vedo ottimista...
    «Secondo me la gente è stufa. Per quanto ci riguarda, la novità della nostra campagna elettorale è che abbiamo parlato più degli italiani che della politica, che mai come adesso è sembrata lontana e fredda dalla vita reale dei cittadini. Noi abbiamo pensato ai disagi reali degli italiani. Lo capisco dai ragazzi precari che mi fermano, che vedono in noi il partito che cercherà di risanare la più grande e lacerante ferita del nostro tempo. È un modo di fare politica antico e nuovo, che non sta dentro il recinto piccolo e affollato dal quale la Destra non riesce a uscire».

    È un messaggio che riesce ad arrivare all’Italia profonda?
    «Ogni campagna elettorale è la scansione di un’epoca. L’Italia è arrivata a un bivio molto delicato, perché i suoi fattori di debolezza legati alle vicende internazionali possono davvero spingerla verso un declino, mentre c’è tanto talento, una tale voglia di fare, tale intelligenza diffusa, che credo questo paese possa trovare il modo di uscire dal collo della bottiglia. Per questo batto sempre su un tasto: noi vogliamo aprire un ciclo lungo di cambiamento radicale, e la differenza tra noi e la Destra è proprio qui. Il cambiamento radicale dell’Italia, persino della sua cultura diffusa, del suo senso comune, è un’opera che merita impegno, passione e il tempo naturale per essere realizzato. Qualsiasi soluzione a breve sarebbe per il paese un suicidio. Nella nostra proposta vedo la risposta a una grande questione nazionale, la costruzione di un’identità condivisa che è fatta non solo di memoria ma anche di soggettività attiva».

    Gli applausi più forti li prende sempre quando parla di costi della politica. Lei ha detto che non ci possono essere i salari più bassi d’Europa e gli stipendi dei parlamentari più alti d’Europa. Farete una proposta precisa?
    «Noi presenteremo delle proposte sulla riduzione dei costi della politica, che sono il contrario dell’antipolitica. Sono idee per una politica sobria, nuova, europea e occidentale, che non gonfi se stessa fino a scoppiare, in sintonia con un paese che deve tirare la cinghia. Su questi assi ispiratori stiamo disegnando una soluzione che ridia fiducia al paese e velocità alla politica».

    Oggi l’Unità sarà diffusa in tutti i luoghi del D-Day. Che rapporto vede nel futuro tra il giornale e il Pd?
    «L’Unità, anche in una situazione come questa dimostra la sua essenzialità, la sua utilità. Il giornale deve mantenere la sua ispirazione e la sua tradizionale autonomia. Dopo le elezioni avvieremo insieme un discorso sulla riorganizzazione complessiva di tutto il sistema della comunicazione del Pd. Un grande partito come noi siamo e saremo deve fare una riflessione moderna su tutti gli strumenti disponibili, ma è chiaro che in ogni caso il ruolo del giornale in questo contesto sarà essenziale».

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    scappa Berlusconi..

    E Berlusconi scappò dalla tv

    "La par condicio vieta il confronto". Ma non è vero

     

    Dopo giorni di “tira e molla”, di annunci e di smentite, di attestati di coraggio e manifestazioni di ostentata sfrontatezza, il leader del Pdl Silvio Berlusconi è finalmente uscito allo scoperto: “Il confronto televisivo con Veltroni è impossibile perché la legge lo vieta”. Ad impedirlo, secondo il cavaliere è la “legge liberticida della par condicio”.

    Roba da sturarsi le orecchie, dato che si tratta proprio della legge che Berlusconi, soprattutto per mezzo delle proprie televisioni, ha più volte calpestato con estrema disinvoltura. Legge che, tra l’altro, non impedisce in nessun modo il confronto televisivo tra leader politici, come d’altronde dimostrano i diversi dibattiti in tv a cui stanno partecipando anche i candidati premier dei vari partiti in lizza per le elezioni.

    Si spegne così la speranza di vedere un confronto tra i leader dei due partiti maggiori, accesa tra le altre cose dal conduttore di Matrix Enrico Mentana, che nel promo aveva annunciato la presenza dei candidati premier in studio l’11 aprile. Era stato proprio Walter Veltroni, infatti, a dirsi disponibile al confronto con il leader del Pdl, anche sulle reti di proprietà di Berlusconi. “I due saranno intervistati separatamente”, precisa Mentana. Da Latina il segretario del PD conferma la sua “massima disponibilità, non per un problema di campagna elettorale, ma di concezione della democrazia. E’ un dovere verso i cittadini”.

    Secondo il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, “non c’è nessun divieto imposto dalla legge sulla par condicio nei programmi giornalistici” e Berlusconi dovrebbe avere almeno il coraggio “di dire che ha paura del duello tv. Comunque – aggiunge Gentiloni – se il leader del Pdl se la sente e supera i suoi timori, accetti il faccia a faccia: scommettiamo che nessuno lo vieterà?".

    Anche il responsabile Comunicazione del PD Ermete Realacci impugna la tesi della “fuga” di Berlusconi. “Mente sapendo di mentire, come è noto la legge sulla par condicio tanto sbandierata dal candidato premier del Pdl non vieta alcun confronto televisivo tra leader politici. Berlusconi non cerchi alibi, smetta di trincerarsi dietro la par condicio e ammetta di temere il faccia a faccia con Veltroni".
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    lettera di Veltroni a Repubblica

    L'Italia della realtà e quella della tv

    Walter Veltroni - La Repubblica
     
    CARO direttore, vedere l'Italia. Candidarsi a guidare un Paese implicava per me quest'obbligo e questa grande curiosità. Vedere l'Italia fa bene. Fa bene uscire dal racconto che la televisione ci regala ogni giorno e sul quale - ne ho raggiunto ormai la piena consapevolezza - tutto il dibattito pubblico si è riferito in maniera ossessiva e facile negli ultimi anni. Anche la politica.

    Ho visitato più di ottanta province e alla fine del mio viaggio le avrò viste tutte. In Italia, l'Italia della televisione non c'è. C'è un Paese diverso. Un altro programma, migliore. I modelli, i valori, le parole, il linguaggio, non sono quelli che si ascoltano seduti sul divano di casa. La televisione non racconta e non rappresenta con verità quello che siamo.

    È un mondo a parte ormai. Fatto di avatar che magari parlano anche italiano, ma che si muovono e interagiscono tra di loro in maniera totalmente innaturale. Reality e realtà non sono la stessa cosa, anzi spesso sono l'opposto. Persino l'innaturale bianco e nero della vecchia tv era più colorato e realistico dei nostri modernissimi e piatti - in tutti sensi - schermi al plasma. Ho cercato, da ministro delle attività culturali e da sindaco di Roma, di praticare un'idea semplice, persino ovvia. La cultura è l'unicità italiana. E la sua irripetibilità è una delle nostre più grandi ricchezze.

    Le attività culturali fanno crescere bene i giovani, offrono loro occasioni belle di incontro, ne esaltano la creatività, li avvicinano alle grandi questioni del loro tempo e del futuro. Non dimentichiamoci che l'arte mette in scena il patrimonio delle nostre esperienze vitali, e rivela i nuovi e ancora segreti bisogni degli uomini. La cultura serve alla politica più di quanto la politica serve alla cultura. Nella spinta verso il cambiamento non si può fare a meno di spalancare spazi alle nuove idee, alle nuove arti, all'espressione della nostra contemporaneità, alle ragazze e ai ragazzi curiosi del mondo, e che vogliono raccontarsi con ogni forma di comunicazione.

    Non va dimenticato che l'Italia è il regno dell'arte e della bellezza, splende di una cultura antica e nobilissima. Là dove i doni della storia, gli oggetti testamentari dei nostri antenati sono lasciati da parte o poco valorizzati, lo Stato ha il dovere di riportare vita. Gli stranieri che vengono da noi a bearsi delle antiche virtù italiane, devono guardare al nostro presente con lo stesso rispetto e ammirazione. Bisogna lavorare affinché alla cultura, proprio perché testimone vivente della nostra ricchezza artistica, non si faccia la carità, non sia un costo oneroso, ma una risorsa importante, un'opportunità di lavoro e una fonte di orgoglio e benessere per tutti i cittadini, persino una parte di quella strategia di crescita del Pil che è la mia priorità.

    Attualmente i vari comparti della cultura e dell'arte, dal cinema alla musica, ai concerti, alla danza, agli spettacoli dal vivo, eccetera non possono agire con scioltezza e velocità perché sono incagliati nelle more di una burocrazia complicata, contraddittoria, farraginosa e frustrante. Molto si può risparmiare, ad esempio, semplificando la vita dei luoghi e delle imprese culturali, liberandoli dai piccoli e grandi ricatti amministrativi. Si dovrà agire affinché il pubblico dei musei, degli spettacoli e i lettori di libri tornino centrali nella politica delle istituzioni culturali, com'è avvenuto all'Auditorium di Roma, fiore all'occhiello della città e del paese.

    Solo in questo modo si potrà puntare a una reale produttività della cultura. Così come bisognerà stabilire al più presto i profili professionali di chi vi lavora, affrancandoli da una insopportabile condizione precaria. E anche nell'ambito dei diritti d'autore i democratici vogliono affrontare la materia, considerando l'artista e il creativo lavoratori a tutti gli effetti, con i loro doveri e i loro diritti. E questo perché senza la loro opera non esisterebbero né arte né cultura.

    In armonia con le politiche europee, l'Italia deve pensare a difendere e a costruire per il futuro la sua specifica identità. E se è vero che il processo di globalizzazione tende a farci tutti uguali, a valorizzare i grandi numeri e ad abbandonare a se stessi i piccoli (dove spesso c'è il meglio), è anche vero che offre opportunità nuove, che richiedono da parte nostra coraggio, apertura mentale, prontezza creativa e imprenditoriale. Al contrario di ciò che si pensa, il villaggio globale non ha un solo, megagalattico mercato, ma tanti banchi capaci di soddisfare i gusti più lontani e più diversi.

    Certo, noi tutti, anche individualmente, sentiamo la necessità di custodire la nostra singolarità, la nostra unicità, la nostra personalità. La scuola, in proposito, non dovrebbe rendere i ragazzi tutti uguali, ma agire affinché emergano le differenze. La globalizzazione non è un mostro ringhiante, e anche se lo fosse sarebbe vile e sciocco non domarlo. La cultura è fondamentale proprio perché protegge l'integrità etica e spirituale degli esseri umani.

    Diceva André Malraux che la cultura è ciò che ha fatto dell'uomo qualcosa di diverso da un accidente del cosmo. Soltanto con una visione ampia, non corporativa della cultura, si è più efficienti e si possono aprire spazi al nuovo, anche sul piano creativo. La coscienza di lavorare tutti per il medesimo scopo, al servizio non solo di noi stessi, ma della comunità e dei nostri figli, è una qualità intrinseca, necessaria a ogni civiltà evoluta.

    Oggi "l'impresa" culturale ha urgente bisogno di sveltezza e semplificazione burocratica, di leggi non conflittuali e di un'accorta politica di defiscalizzazione. L'obiettivo è tenere la cultura il più lontano possibile dalle ingerenze dei partiti. E la politica deve sapere che la ricchezza di un paese non si misura soltanto dal Pil. Si può essere desolatamente poveri anche con le tasche piene di soldi. C'è stato qualcuno, nel passato, che quando veniva minacciato dalla spada, rispondeva con l'arma dell'arte. Come dire che con la bellezza si possono anche vincere le guerre. Anzi, non farle proprio.
     
    March 29

    SMS D-Day. istruzioni

    SMS D-Day. Le istruzioni per l'uso

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    mamorra, rifiuti e prezzi

    Emergenza rifiuti e crollo dei prezzi perso così mezzo milione al giorno"

    Giorgio Lonardi - La Repubblica

     

    Tira un sospiro di sollievo Michele Pannullo, proprietario di 500 bufale in provincia di Caserta. Ha appena saputo dal ministro Paolo De Castro che i francesi hanno fatto dietrofront: porte aperte alle mozzarelle campane Dop.

    Anche in Francia, come nel resto d´Europa, dunque, si potrà gustare il più tenero dei formaggi italiani. Pochi minuti prima qui a Taormina al convegno di Confagricoltura "Futuro fertile" il presidente dell´organizzazione Federico Vecchioni aveva tuonato: «Il blocco delle mozzarelle di bufala in territorio francese chiede un forte e determinato intervento politico del governo italiano».

    E adesso che De Castro («conosco bene il ministro Michel Barnier») ha contribuito a sbloccare la situazione gli allevatori si leccano le ferite di una crisi che è costata al settore, secondo alcuni, una trentina di milioni. Ancora più precisa Coldiretti: «Il sistema produttivo della mozzarella di bufala campana ha perso per le difficoltà di mercato mezzo milione di euro.
    Colette Conforti, 900 capi a Eboli in provincia di Salerno, scuote la testa. Ha preso carta e matita per fare i conti. Dice: «È presto per tirare le somme ma per noi si tratta di migliaia di euro persi. Oggi produciamo 25 quintali di latte al giorno. Prima della crisi ce li pagavano fra a un euro e 5 centesimi e un euro e 10 centesimi. Ma adesso siamo costretti a venderli ad un grande caseificio a 76 centesimi al litro. È chiaro che così non si può andare avanti». Mentre una mucca può produrre fino a 60 litri di latte al giorno una bufala arriva a una decina di litri, a volte 15. Purtroppo, però, i costi sono più o meno gli stessi.

    Come sostiene l´allevatore casertano Nicola Cecere (300 capi nella stalla) ora il problema è un altro: «Quanto ci vorrà per tornare alla normalità»? E intanto maledice questa brutta storia dei rifiuti della Campania, esibiti sulle tv di tutto il mondo. Spiega: «La gente non sa che fra questa vicenda, assolutamente gonfiata, della diossina e i rifiuti non c´è nessun rapporto». Tuttavia sia lui sia gli altri allevatori di bufale non hanno dubbi: è stata la monnezza la vera disgrazia che ha colpito la mozzarella campana Dop.

    Sintetizza Luigi Orsitto, direttore della Confagricoltura di Salerno: «Se non ci fossero stati i cumuli di rifiuti per le strade di Napoli nessuno si sarebbe accorto di un caso come questo dalle dimensioni molto limitate». Poi incalza: «I nostri dati sono molto chiari e confermano che il caso monnezza ha fatto crollare le vendite fra il 30% e il 40%».

    Insomma, i controlli effettuati nei caseifici dalla regione campana che ad alcuni sono sembrati un po´ confusi non sarebbero responsabili di un caso che si è poi subito sgonfiato. «In effetti la situazione è paradossale», dice Pannullo, «perché saranno proprio i controlli ad evidenziare che la stragrande maggioranza degli allevamenti sono in regola». Quindi l´allevatore casertano ricorda che gli accertamenti delle Asl non si sono svolti direttamente nelle stalle ma presso 36 caseifici che a loro volta acquistano la materia prima da produttori diversi. Questo avrebbe impedito di accertare che gli allevamenti coinvolti sarebbero uno o due al massimo. Per fortuna la legge 30 della Regione Campania che disciplina questo tipo di accertamenti è stata appena cambiata. E quindi d´ora in poi le analisi verranno svolte direttamente nelle stalle eliminando all´origine ogni rischio diossina.

    «Le aree a rischio a causa di rifiuti tossici sversati in passati», conclude Panullo, «sono circoscritte. Adesso bisogna fare chiarezza al più presto». Insomma, per capire quello che è accaduto, dicono gli allevatori, bisognerebbe rileggere le pagine di Gomorra in cui Roberto Saviano descrive alcune aree della Campania devastate dallo sversamento di rifiuti industriali tossici gestito dai clan camorristici.
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    assegni non trasferibili

    La nuova stagione degli assegni: tutti non trasferibili

    Marco Tedeschi - L'Unità

     

    Una rivoluzione per contrastare il sommerso: è quella in arrivo nel mondo del credito dal 30 aprile, quando entreranno in vigore regole più stringenti nell’uso di assegni bancari, postali e circolari, libretti di risparmio, titoli al portatore e contanti.

    Tra le novita più rilevanti: l’obbligo di emettere solo assegni «non trasferibili» dai 5mila euro in su, il pagamento di una tassa di 1,50 euro ad assegno nel caso in cui si vogliano fare «cheque» liberi e l’impossibilità di emettere assegni «a me medesimo» se non per l’incasso di contanti da parte della stessa persona che li ha emessi. Inoltre gli assegni liberi dovranno portare per ogni girata, pena la sua nullità, anche l’indicazione del codice fiscale di chi la effettua. Le nuove norme, messe a punto dal ministero dell’Economia per adeguarsi alle direttive comunitarie e combattere riciclaggio e criminalità, prevedono anche sanzioni amministrative pecuniarie per chi non le rispetta.

    Tutti i nuovi libretti che le banche distribuiranno a partire dal 30 aprile, dunque, saranno già muniti della clausola «non trasferibile» e potranno essere presentati in banca per l’incasso dal solo beneficiario.
    Se qualcuno dopo quella data volesse comunque richiedere assegni senza tale clausola (utilizzabili sempre e solo per importi inferiori ai 5mila euro), dovrà presentare una specifica richiesta alla banca e dovrà pagare un’imposta di bollo pari a 1,5 euro ad assegno.

    Come spiega Giuseppe Maresca, capo della Direzione prevenzione reati finanziari e antiriciclaggio del Tesoro, la circolazione di contante in Italia è «nettamente superiore, pari al 90% contro il 70% della media europea. E anche l’economia sommersa ammonta al 26% rispetto al 18% della media Ue». Tanto più che si tratta di un sistema poco economico: i costi di gestione dei pagamenti in contanti da parte dei privati ammontano a ben 10 miliardi di euro l’anno.Nessun timore per i vecchi libretti che al 30 aprile non saranno ancora terminati: basterà scrivere «non trasferibile» su ognuno degli assegni rimasti.

    Novità sono in arrivo anche per i libretti al portatore. Da fine aprile non sarà più possibile aprirne di nuovi per importi pari o superiori ai 5mila euro. Quanto a quelli già in circolazione, ci sarà tempo fino al 30 giugno 2009 per estinguere o ridurre l’importo di quelli superiori ai 5mila euro. Chi invece li ha ricevuti da altri dovrà autodichiararsi alla banca emittente e ridurne l’importo.

    Cosa succede se le norme non verranno osservate? Dal 30 aprile l’utilizzo scorretto degli assegni (nel caso ad esempio ci dimenticassimo di scrivere la clausola «non trasferibile» per importi pari o superiori a 5mila euro) può comportare sanzioni amministrative dall’1 al 40% dell’importo trasferito. E la mancanza o l’errata indicazione del codice fiscale su assegni girati li rende nulli quindi impossibili da incassare.

    Così nel caso dei libretti al portatore non aggiustati entro giugno 2009, la banca segnalerà la violazione al Tesoro che emanerà sanzioni dal 10 al 20% del saldo del libretto. Mentre se il saldo del libretto dovesse rimanere superiore al tetto dei 5mila euro si può incorrere in una multa che va dal 20 al 40% del saldo stesso. Sempre a partire dal 30 aprile, infine, scende da 12.500 a 5mila anche il limite massimo per effettuare trasferimenti in contante.
     

    D-Day

    Domenica «democratica» domenica. Domani il Pd-day: 12.000 gazebo in 6.000 Comuni

    Maria Zegarelli - L'Unità

     

    Walter Veltroni ha pensato al famoso D-Day, la data dello sbarco in Normandia il 6 giugno del 1944, quando ha deciso il «Democratic day». Perché se quello fu il più imponente sbarco della storia militare, «quella di domani sarà la più grande mobilitazione elettorale che si ricordi negli ultimi decenni», dice Ermete Realacci, responsabile comunicazione del Pd. Centomila volontari impegnati; 12 mila gazebo (gli stessi dove si è votato il 14 ottobre per le primarie) sparsi in Italia; circa 70 milioni tra gadget, volantini e kit elettorali; 110 province coinvolte, 6 mila comuni. E una distribuzione straordinaria de l’Unità: 750mila copie.

    Obiettivo del D-Day: la rimonta finale. Raggiungere e superare il Pdl di Silvio Berlusconi. «Si può fare», ripete convinto Realacci a due settimane dal voto. I sondaggi sembrano dargli ragione: il Pd, stando per esempio all’Swg, è uscito dalla fase di stallo e ha ricominciato la corsa: solo cinque punti di scarto alla Camera e 4,6 al Senato. «Domenica mobiliteremo un milione di persone: in questo noi - a differenza del Pdl - siamo grandi.

    Possiamo farcela», dicono dal Loft. L’oggetto del desiderio è quel 20% (30%) di indecisi che potrebbero fare la differenza. «Potrebbero essere i nostri vicini di casa, gli amici, i conoscenti, i parenti - ragiona Realacci - quindi, se ognuno di noi convince almeno 5 persone possiamo davvero vincere». Dunque, un corpo a corpo a caccia dell’ultimo voto durante i quindici giorni che restano, senza più l’assillo dei sondaggi (oggi è l’ultimo giorno per la pubblicazione), con la prospettiva che finora sembra la più verosimile di un Senato a rischio parità e quindi ingovernabilità. «Sul Sole 24 Ore di questa mattina (ieri per chi legge, ndr) c'è un sondaggio che dimostra come una grande quota di indecisi si orienti verso il Pd», commenta soddisfatto Veltroni, aggiungendo: «I nostri avversari hanno ammesso che al Senato rischiamo di vincere noi».

    «Dobbiamo puntare a convincere quel 30% di indecisi e quel milione e 800mila giovani, ovvero 2 su 5, che sono in dubbio se andare a votare - ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Vannino Chiti -, Il Democratic Day vuole anche essere un segnale verso quei 3 milioni e mezzo di cittadini che si sono recati a votare alle primarie del 14 ottobre scorso: c’è bisogno del loro entusiasmo, della loro voglia di stare in campo, per aiutare il Pd a vincere».
    Il Democratic Day non si limiterà alle piazze italiane: si celebrerà anche nelle capitali dei paesi europei ed in Australia, in Africa e nelle Americhe del Nord e del Sud i democratici nel mondo organizzeranno numerose iniziative pubbliche per il rush finale della campagna elettorale.

    «La campagna del Pd all'estero - spiega Maurizio Chiocchetti, responsabile del Pd per gli italiani nel mondo - ha mobilitato in queste poche settimane tantissimi simpatizzanti e cittadini che si sono avvicinati per la prima volta alla politica.
    Ad ogni nostro simpatizzante chiediamo di contattare, telefonicamente o via e-mail, cinque amici o conoscenti che ancora non hanno scelto chi votare e convincerli a dare la loro fiducia a Walter Veltroni e al Pd.
    Siamo certi che dalle nostre comunità nel mondo arriverà un messaggio forte e chiaro in sostegno alla candidatura di Walter Veltroni e quindi per un’Italia più moderna».
    Sarà possibile utilizzare anche il web per dare il proprio sostegno al partito: per tutti c’è il sito www.siamotuttivip.com, dedicato alla campagna elettorale del Pd nel Mondo.

     

    le due sinistre

    Due sinistre tra ricchi e poveri

    Francesco Ramella - La Stampa

     

    La tutela dei ceti sociali svantaggiati (operai, pensionati, precari) ha conquistato il centro della campagna elettorale, specie a sinistra.

    La sinistra arcobaleno ha riproposto in maniera piuttosto tradizionale il tema della redistribuzione della ricchezza, rimandando a un armamentario concettuale logoro: la lotta di classe, l’antagonismo verso i «padroni», il governo come strumento di revanche sociale. Insomma il progetto di far piangere i ricchi.

    Il Pd ha impostato la questione in termini di diritti di cittadinanza e rilancio della crescita. Nella consapevolezza che negli ultimi anni è tutto il Paese a essere rimasto indietro e che c’è da riconquistare terreno sia sul fronte delle classi popolari che su quello dei ceti produttivi.

    Il punto di partenza è comune. Si basa sull’assunto che nel Paese esiste un problema-reddito per le fasce più deboli. Qualche settimana fa hanno suscitato scalpore i dati pubblicati dall’Ocse sulle retribuzioni dei lavoratori italiani, che li vede fanalino di coda dei paesi europei, ben al di sotto della media delle economie avanzate.

    A ciò si aggiunge una questione più generale di equità sociale. Come emerge dall’ultimo rapporto Onu sullo sviluppo umano, il nostro Paese presenta un livello abbastanza elevato di disuguaglianza sociale. L’indice di Gini, che misura di quanto il reddito nazionale s’allontana da una distribuzione perfettamente egualitaria (con il valore 0 e 100 che indicano, rispettivamente, la minima e la massima disuguaglianza possibile), rileva per il nostro Paese un valore pari a 36. Un dato che ci colloca più vicini ai campioni del «capitalismo di mercato» di matrice anglosassone (Stati Uniti: 41; Inghilterra: 36), dai tratti fortemente inegualitari, piuttosto che a quelli del «capitalismo regolato» di tipo nipponico-renano (Germania: 28; Giappone: 25) o scandinavo (Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia oscillano tra valori che vanno da 25 a 27).

    È vero che si tratta di dati provenienti da fonti diverse, difficilmente comparabili. E che le misure fornite da Istat e Banca d’Italia indicano valori più contenuti dell’indice di Gini (30-32).
    E tuttavia anche utilizzando i dati omogenei forniti da Eurostat, il quadro non cambia.

    La disuguaglianza appare maggiore in Italia che negli altri Paesi europei. Il 20% più ricco della popolazione si appropria di una quota della ricchezza nazionale superiore di 5,5 volte a quella del 20% più povero. Uno squilibrio superiore alla media europea (4,8) e soprattutto ai paesi del «capitalismo temperato»: Germania (4,1), Francia (4,0), Svezia (3,5), Danimarca (3,4).

    Più difficile affermare con certezza se le disuguaglianze sono aumentate o meno negli ultimi anni. Le indagini della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie mostrano con chiarezza, però, che il reddito dei lavoratori autonomi cresce da un decennio più di quello dei lavoratori dipendenti.

    Su queste basi la sinistra torna a interrogarsi sull’equità sociale. Dando però risposte divergenti. Il divorzio tra la sinistra radicale e quella riformista ha fatto emergere ancora più nitidamente le loro differenze. Alla base affiorano due modi speculari d’intendere la crescita economica e la coesione sociale.

    Si confrontano una concezione distributiva e una generativa dello sviluppo.
    Seguendo la prima prospettiva si tratta di redistribuire la ricchezza esistente attraverso il conflitto, in una logica di giochi a somma zero. La torta è già pronta: il braccio di ferro tra i ceti sociali deciderà la dimensione delle varie fette.
    Secondo l’altra prospettiva, il problema è di fare ripartire l’economia e la modernizzazione del Paese. Dunque se un riequilibrio tra i redditi ci dev’essere va affrontato in un rilancio più complessivo del Paese, trasformando il conflitto distributivo in un gioco a somma positiva, dove ai guadagni di alcuni non corrispondono necessariamente le perdite di altri.

    Magari pensando anche a nuove alleanze sociali. Unendo i ceti più interessati all’innovazione contro le rendite corporative che s’annidano sia nel settore pubblico che nei mercati protetti di quello privato.
    wwww.partitodemocratico.it