Ciro's profile"A volte accadono cose c...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
|
February 29 dal blog di beppe grilloElezioni politiche fuorilegge
Le elezioni politiche sono incostituzionali, il loro risultato è nullo. Sono stupefatto che il Presidente della Repubblica non abbia PRIMA dato corso al referendum chiesto dai cittadini e DOPO alle elezioni. Gasolio record e super euroPrezzo gasolio ai massimi storiciDollaro in caduta libera
Il prezzo del gasolio tocca un nuovo record storico a 1,336 euro al litro. Lo si apprende dai dati di 'Quotidiano Energia'. Il nuovo massimo del prezzo del diesel è stato toccato negli impianti della Q8 mentre un aumento, che porta il carburante vicinissimo al record, si registra anche nei listini di vendita consigliati ai propri gestori dalla Total a 1,335 euro al litro.Con il nuovo rincaro di 7 centesimi al litro scattato, da ieri, nei distributori Q8 i prezzi del gasolio sfiorano così le 2.600 lire del vecchio conio. E si avvicinano sempre di più a quelli della benzina: lo scarto tra il costo dei due carburanti si è ormai ridotto a circa 10 centesimi, considerando che a fronte del massimo di 1,336 euro al litro raggiunto oggi dal diesel sui listini si registra per la verde un range da 1,399 a 1,409 euro al litro a seconda dei marchi. Segnali rialzisti continuano ad arrivare anche per la benzina che, nonostante sia scesa dai record storici toccati nei giorni scorsi a 1,413 euro al litro, registra nuovi ritocchi all'insù in alcuni impianti. Con aumenti che, in alcuni casi, sfiorano anche 1 centesimo di euro al litro. Nel quadro economico globale, quello del record del prezzo del gasolio non è però l’unico dato che in questo momento sta creando scompigli. E’ infatti la caduta libera del dollaro, in rapporto al cambio con l’euro, a catalizzare l’attenzione degli addetti ai lavori e degli analisti. Le quotazioni del biglietto verde si sono sbriciolate, con l’euro che è arrivato a toccare la quota mai toccata di 1,51 dollari, di fronte allo spettro della recessione americana e di un nuovo maxi-taglio dei tassi da parte della Federal Reserve a marzo. L'euro è volato fino a 1,5144 dollari, per poi tornare a : la moneta americana vale 0,66 euro. Già martedì sera la divisa di Eurolandia aveva infranto per la prima volta la soglia degli 1,50 dollari. Quella del biglietto verde è una vera e propria corsa al ribasso: basti pensare che l'indice della Fed che traccia l'andamento del dollaro nei confronti delle sei maggiori altre valute, scambiato a New York, ieri è crollato a quota 74,07, minimo record da quando l'indice viene calcolato, cioè dal 1973. Contro lo yen il biglietto verde ha segnato 160,99. A innescare la fuga dal dollaro sono state le parole del presidente della Fed, Ben S. Bernanke: dopo aver notato il rallentamento economico in atto da gennaio, il banchiere centrale ha promesso di agire con prontezza per aiutare la crescita. Da tempo molti economisti - ieri il premio Nobel Joseph Stiglitz - dicono che gli Usa sono in recessione. Nonostante la smentita del presidente Bush (“non siamo in recessione, solo in flessione”, ha ribadito oggi) molti operatori hanno interpretato i commenti di Bernanke come la velata conferma della probabile crescita negativa in atto nella prima economia mondiale. Il superamento della simbolica soglia di 1,50 dollari da parte dell’euro non è certo passata inosservata. Secondo il ministro per il Commercio estero e le Politiche europee Emma Bonino, “non era difficile prevedere che anche questo simbolico risultato fosse a rischio nella situazione attuale di volatilità dei mercati e del corso delle materie prime. Non è una notizia che ci rallegra – ha detto la Bonino – e non sottovalutiamo certo il peso del caro euro sulla competitività delle nostre esportazioni: non solo negli Stati Uniti che restano il nostro principale marcato extracomunitario, ma dappertutto in area dollaro”. Gli ultimi dati di gennaio, ha proseguito il ministro, ''hanno registrato nonostante tutto un aumento del 10.6% delle nostre esportazioni negli Usa, ma è chiaro che il trend di crescita rischia di interrompersi se il rapporto di cambio continua a deteriorarsi. Il Ministero ha stanziato 10 milioni di euro supplementari per sostenere la promozione del made in Italy sul mercato USA in questa fase delicata, non solo nei settori di punta tradizionali della nostra produzione: abbigliamento-moda, arredamento-casa; ma anche in quelli più marcatamente innovativi come nautica e biotech”. Secondo Emma Bonino, comunque, “anche in questa congiuntura complessa un rovescio della medaglia: le nostre imprese sanno che il corso attuale del dollaro offre straordinarie opportunità per investire con forza nel mercato statunitense. Un recente report di KPMG ha evidenziato che lo scorso anno le nostre acquisizioni nel mercato americano hanno raggiunto la soglia dei 7,7 miliardi di euro, il 32% in più rispetto all'anno precedente. Diverse grandi aziende si sono già mosse da tempo in questa direzione. Il mio auspicio è che anche le medie e persino imprese di dimensioni ridotte, che stanno dando prova di un elevato potenziale di internazionalizzazione, possano cogliere grazie a questa sottovalutazione degli assets USA l'opportunità di acquisire nuove capacità produttive, e di radicarsi in prossimità del mercato di destinazione”. In ricordo di Aldo Moro"De te fabula narratur"In ricordo di Aldo Moro
"Se mi dite: fra qualche tempo cosa accadrà? Io rispondo: può esservi qualcosa di nuovo; se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo si potrebbe accettare. Ma, cari amici, non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità". discorso di Aldo Moro ai gruppi parlamentari Dc il 28 febbraio 1978, 16 giorni prima di essere rapito
"De te fabula narratur". Walter Veltroni celebra, insieme ai parlamentari del Pd, il trentennale deldiscorso che Aldo Moro fece ai senatori e deputati della Dc e cita Orazio ("questa favola parla di te") per evidenziare il parallelismo tra quel 28 febbraio del 1978 e la situazione politica odierna. Come Aldo Moro, che in quel discorso invitava gli amici democristiani ad accettare l'idea che il sistema politico dovesse evolvere fino a fare del Pci un interlocutore legittimato ad assumere il ruolo di alternativa al potere, così oggi il Pd, in un momento di crisi del sistema democratico italiano ha cercato, con una decisione politica unilaterale, di superare il limite istituzionale della legge elettorale per proporsi di guidare il paese con un programma e un soggetto politico coeso. Il leader del Pd racconta di aver ascoltato quel discorso di Moro alla radio: "La società e la comunicazione erano molto diverse dalle nostre, e mi sembrò molto affascinante perchè ebbi la sensazione che Moro stesse muovendo un mondo, che stesse convincendo i suoi della giustezza di una spinta di innovazione". Come lui, ricorda Veltroni, Berlinguer, De Gasperi, ma anche "per altri versi" Craxi e La Malfa, furono uomini degni di nota perchè "ebbero il coraggio di spostare in avanti il loro mondo sfidando anche l'impopolarità. Questi sono gli uomini più grandi perchè hanno contribuito a trasformare il Paese". Moro puntava alla "costruzione progressiva di una svolta" proponendo di "far convivere l'aspro conflitto ideologico di allora con la capacità di convergere sui valori e gli interessi nazionali. De te fabula narratur - dice - è compito nostro reintrodurre questo valore nella vita nazionale, in una formula nitida: convergenza necessaria sulle regole del gioco e necessario, laico, razionale conflitto per la guida del paese". E ancora oggi, osserva Veltroni, "il problema del nostro paese è quello di essere una democrazia incompiuta" e tornando all'attualità, in questa crisi "si è misurata la capacità di far prevalere l'interesse nazionale. Se il nostro sistema politico avesse avuto quel pensiero lungo e quella lungimiranza e amore per la Nazione avremmo dato vita a un governo Marini che avrebbe fatto le riforme per raggiungere un obiettivo che l'Italia insegue da decine di anni: una democrazia dell'alternanza funzionante in cui la maggioranza decide e la minoranza controlla. E' ciò di cui comunque domani avremo bisogno e chi ha negato questa possibilità - dice riferendosi al centrodestra guidato da Berlusconi, ma senza nominarlo - oggi dice che è assai probabile un pareggio alle elezioni e un Senato ingovernabile, come se questo fosse normale". Il seminario presieduto dai capigruppo di Senato e Camera, Anna Finocchiaro e Antonello Soro, ha visto la partecipazione di tutti gli esponenti del Pd, molti dei ministri e tanti parlamentari, riuniti nella Sala Capitolare della Biblioteca del Senato. Le relazioni sul discorso di Moro ai parlamentari Dc svolte da due personalità della storia della Repubblica: Alfredo Reichlin e Leopoldo Elia. Reichlin per primo, che visse quegli anni alla direzione dell'Unità, ha spiegato in cosa consistesse il "fascino che Moro esercitava al secondo piano di Botteghe Oscure", per avere "un anticomunismo diverso da quello della destra", e perchè viveva la sua esperienza politica da cattolico in modo "autonomo" dal Vaticano. "Fu Togliatti a spiegarmi - ha raccontato Reichlin - che non bisognava confondere la questione Vaticana con la questione cattolica" e anche per questo "più passa il tempo e più emerge la gravità del delitto politico di Moro". Per Reichlin vale quanto disse Pietro Scoppola: "Il Partito democratico rappresenta il processo fondativo della democrazia italiana che subì un duro colpo con quell'assassinio e che ora possiamo portare a compimento". Elia ha invece ricordato come nel suo mettere in discussione la "permanenza al potere" di un unico partito potesse produrre anche effetti negativi cercò di "rompere gli schemi precostituiti per far cadere le mura di Berlino in Italia con dieci anni di anticipo, un'impresa di grande nobiltà e di grande respiro". Per Veltroni poi Moro ebbe la "fisionomia di un grande riformista" quando riflettendo sulla crisi della democrazia nel 1968 si pose il problema di "una nuova umanità che si affaccia e che propone un modo nuovo di essere", quindi nel '74 denunciò "la politica stanca e talvolta impotente" sintomo di una "democrazia bloccata", infine parlando della "legge truffa Moro sostenne la necessità di un sistema efficiente in cui la maggioranza potesse orientare, dirigere, prendere le decisioni, e la minoranza controllare e proporre un'alternativa. Parole che - ha detto il leader del Pd . Mi sento di sottoscrivere proprio oggi che viviamo lo stesso problema". Moro decise di "aprire una terza fase con lo strumento della politica e riuscì a introdurre un rapporto di collaborazione con il Pci - spiega ancora Veltroni - con l'obiettivo probabilmente, anche se gli storici ancora ne discutono, di costruire le condizioni per il riconoscimento e la legittimità" dell'avversario. Veltroni vede quindi nel dirigente democristiano "un insegnamento di grandissima attualità: per il suo senso della Nazione, per la sua capacità di leggere la società e per lo sforzo di spostare il proprio mondo in avanti anche quando questo resiste". Ed è lo spunto per un altro riferimento alla politica attuale: "Può darsi che nel centrodestra di oggi ci fosse chi resisteva ma bisognava saper dire al proprio mondo che c'è una novità in nome dell'interesse generale". Ecco chi sono i riformisti, secondo il candidato premier del Pd: "Uomini che cambiano il corso delle cose, non lo annunciano, ma lo cambiano", uomini che "hanno pagato con la vita per le loro idee politiche, come Rabin, Palme, Moro, Kennedy". February 28 Auguri Presidente Micera!Sembrava un sogno, eppure ce l'abbiam fatta!
Anche Napoli ha il suo Forum Provinciale della Gioventù...e poi da ieri ha anche un presidente, e che presidente...E' con grande soddisfazione che annuncio a tutti, che il nuovo Presidente del Forum Provinciale della Gioventù è l'amico Francesco Micera.
La notizia più grande è però un altra...a parte qualche eccezione, i forum comunali si sono presentati uniti nell'esprimere la preferenza al Presidente del Forum dei Giovani di San Giorgio a Cemano...è questa la vera vittoria!
Con la speranza che possa davvero iniziare un nuovo percorso, faccio i più sinceri auguri di buon lavoro al Presidente, sperando che si possa contare su un lavoro di squadra largamente condiviso tra forum comunali, associazioni,
rappresentanze studentesche e movimenti politici giovanili
di tutta la Provincia di Napoli
con alla base un percorso di ideali, valori ed impegno!
PS - infondo napoli nn è solo munnezza!!!!!!!!!!!!!
l'italia che produceIl partito del lavoro, dell'Italia che produce"E’il momento di riportare nelle fabbriche non le parole, ma una politica che lavori per i lavoratori". Antonio Boccuzzi, operaio ThyssenKrupp
“Il Pd è il partito dell’Italia che lavora, che produce, che sta in piedi. Le candidature di operai, precari, dipendenti pubblici stanno a dimostrare proprio questo”. Così Walter Veltroni ha presentato questa mattina alcune candidature del mondo del lavoro che saranno presenti nelle liste del Partito democratico. Oltre ad Antonio Boccuzzi, operaio della Thyssen sopravvissuto alla tragedia torinese del dicembre scorso, la cui candidatura era già stata annunciata, il leader del Pd ha presentato anche quelle di Loredana Ilardi, palermitana di 33 anni e operatrice in un call center con uno stipendio di 700 euro al mese, e Franca Biondelli dipendente di una Asl piemontese. “Nelle candidature dimostriamo l’impegno di portare in Parlamento persone che siano parte della vita reale del paese e quindi forze ed energie nuove. Il nome di Boccuzzi è stato il primo che ho fatto, perchè Antonio è legato ad una delle tragedie più grandi della storia del lavoro in Italia. L'ho ascoltato in questi giorni e mi ha colpito molto il senso di responsabilità che pone in una battaglia che deve essere di tutti, quella della sicurezza del lavoro". February 26 laici e cattoliciUn partito, molte culture
Federico Orlando - Europa
Ha ricordato Giuseppe Fioroni che Umberto Veronesi è stato ministro della sanità nel governo Amato e non ha introdotto l’eutanasia né fatto altre opere del demonio. E ha osservato che nove radicali eletti in parlamento su trecento previsti per il Pd non cambieranno la natura del partito. Vedremo domani alla riunione di diversi gruppi cattolici del Pd se questa natura sarà riconosciuta nel partito plurale, delle reciproche tolleranze e della convivenza, implicito nei giudizi di Fioroni e Carra e comprovato dalla tradizione popolare e democristiana; oppure se qualche gruppetto, anch’esso di estrema minoranza, metti qualche teodem, pensa a un partito monoculturale dove all’intolleranza seguirebbe la non convivenza. Alla senatrice Binetti mi permetterei di ricordare che anche lei è entrata come minoranza in un partito pluralista già consolidato, la Margherita; e che quel partito (salva l’adesione finale di Rutelli all’astensionismo di Ruini nel referendum sulla legge 40), dichiarò liberi i suoi iscritti ed elettori di votare secondo coscienza. Alcuni di loro furono per l’abrogazione della 40, altri per l’astensione. Questo giornale ospitò tutte le opinioni e ne alimentò il confronto, dando prova di un partito pluriculturale, prima che nascesse il Pd. Che la voce di sessanta parlamentari popolari dell’ex Margherita, favorevoli all’autonomia della politica, si sia resa ultimamente fioca, è per l’avvenire del Pd un problema molto più vero che non l’angoscia (ma di chi?) di ritrovarsi compagno di viaggio lo scienziato benefattore Veronesi, che fu “testimonial” pro referendum così come la Binetti fu “testimonial” anti-referendum. A me queste “angosce” ricordano quelle di sessant’anni fa, quando nella Dc, nel Pli (e nel sud perfino nel Pci) c’erano i monarchici e i repubblicani, che per qualche tempo si lacerarono le vesti, ma dopo il referendum ripresero a lottare insieme nei propri partiti, per i nuovi problemi. Come quelli sulle lobby e sullo sviluppo, che Mario Monti rimproverava al dibattito politico di trascurare. Spero che uomini e storie impegnati a fondare realtà nuove si conoscano meglio. Fossi la senatrice Binetti, mi toglierei la curiosità di chiedere al suo collega (in uscita dal senato) Valerio Zanone chi era Vittorio Badini Confalonieri, torinese anche lui: apprenderà che era il presidente del partito liberale, succeduto al maledictus (definizione già usata per Spinoza) Benedetto Croce, ed era un ultracattolico subalpino, padre di undici figli. Undici. Vede, senatrice, com’è varia e sorprendente l’Italia? Più indietro negli anni, la senatrice potrebbe sorprendersi scoprendo che l’anticristo di cui trattasi, detto anche filosofo della libertà, nel suo discorso inaugurale dell’assemblea costituente invocò il Veni creator Spiritus: così come due anni dopo fecero a Santa Maria sopra Minerva i cinquecento eletti dc del 18 aprile, a messa conclusa, prima di raggiungere camera e senato. Perché lo spirito religioso – ha dovuto ricordarlo in questi giorni Marco Pannella, un liberale che “sa di bucato”, come scriveva Montanelli – non è privilegio di una bandiera; ma, mitologie a parte, alberga anche nel più laico degli spiriti laboriosi. Sappiamo che, ciononostante, gli “storici steccati” sono duri a cadere perfino in uomini di eccezionale intelligenza e moralità, quale era il cattolico veneto Guido Gonnella, proprio quello degli Acta Diurna dell’Osservatore romano contro il fascismo: eppure, all’indomani della liberazione di Roma, si oppose alla nomina del filosofo della libertà a presidente della ricostituita Accademia dei Lincei (vedi ultimi saggi del gesuita padre Sale). Vecchissime storie, certo: ma, siccome sono alle origini della nostra attuale democrazia e coloro che oggi realizzano il Pd ne sono figli e nipoti, ogni tanto meminisse iuvabit. In Italia, dove la repubblica democratica ha vinto contro le opposte pretese di una “repubblica socialista” alla Togliatti” e di una “repubblica cristiana” alla padre Lombardi, il risultato fu possibile perché gli elettori e i dirigenti cattolici e non cattolici della Dc furono più forti dei clericali. L’Italia diventò moderna, laica, sviluppata, pluriculturale, occidentale in senso pieno, anche se il revanscismo non ha mai smesso di sognare la “riconquista”: come si vide nell’ostracismo alla cultura del Mondo (appena ricordata da Europa) e al partito radicale che osava riproporre conquiste come il divorzio: che da ottant’anni aspettavano nei disegni di legge in parlamento. Fino ad oggi, la “riconquista” è stata impedita grazie anche a quella parte dei cattolici, fortunatamente maggioritaria, che non ha mai confuso tra messaggi evangelici, dogmi della gerarchia, conflitti culturali ed esperienze storiche. La chiave del successo politico dei cattolici nella repubblica sta nel non essere mai diventati il partito del papa. Faremmo bene a ricordarcelo rileggendo i discorsi di De Gasperi del decennio della sua leadership, 1944-54. Dell’«integralismo cattolico» (così lo chiamava, a pagina 259 dei Discorsi politici, ed. Cinque Lune 1956), diceva: «Sfugge forse anche a taluno di noi che, come politici, veniamo non solo da una dottrina, ma anche da un’esperienza storica: complessa e non sempre logicamente rettilinea. La concezione cristiana della politica conosce de Maistre, de Bonnald, Veuillot, ma veneriamo anche Lecordaire, Montalembert, de Tocqueville che scoprì il duplice senso della Rivoluzione francese (giacobino ed evangelico), come del resto lo illustrò da noi Manzoni e come lo sentirono i neoguelfi del risorgimento, quando, insieme ai liberali, prepararono le nuove costituzioni». Parole che, fossi Veltroni, scolpirei nel salone d’ingresso del loft. Se tutti le leggessero, svanirebbero un po’ le “angosce” per la candidatura di Veronesi e per l’accordo con Pannella: perché quello che oggi si tenta di fare tra fede e scienza, liberalismo e socialismo, cattolici e laici, religiosi credenti e religiosi non credenti è soltanto la continuazione (in piccolo) di grandi cose realizzate in due secoli di incontri e scontri tra queste realtà progressive. February 25 Il Programma del PdIl programma di Governo del PdLEGGI IL TESTO INTEGRALE DEL PROGRAMMAGuarda le slide della presentazione (pdf) “Il programma del Pd è ambizioso e realistico e si pone l'obiettivo di cambiare il Paese”. Con queste parole Walter Veltroni, segretario e candidato premier del Pd, ha presentato oggi alla stampa il programma di governo del Partito democratico. “Siamo la prima forza politica – ha detto – ad illustrare il programma. Lo considero un dovere da parte di una forza politica come la nostra che si propone di segnare una profonda innovazione persino nel presentare i propri doveri agli elettori”. Un programma che non è fatto di “annunci e promesse, ma anche di coperture finanziarie e speranze di innovazione”. Da troppo tempo, ha sottolineato Veltroni, l’Italia è abituata “alle promesse non mantenute” da una parte, o a programmi fatti di “indicazioni molto precise” che non mirano ad un vero e proprio cambiamento dall’altra. Quello del Pd, invece, è un programma che si propone di sovvertire entrambe le tendenze. “Un programma di grandi cambiamenti – ha insistito Veltroni – che i cittadini potranno vedere attuati con il proprio voto”. A presentare il programma del Pd insieme a Veltroni, Enrico Morando. A prima vista il programma di presenta molto chiaro, conciso e, se paragonato all’ultimo mastodontico tomo di 280 pagine dell’Unione, molto breve. La struttura è suddivisa per capitoli. In primo luogo si individuano quattro punti chiave per l’Italia come soggetto facente parte di una complessa e mutevole comunità internazionale. A livello di politica internazionale, il Pd vede un’Italia che, sulla scia di quanto attuato dal governo Prodi, sceglie la via del multilateralismo, che si proponga di puntare ad “un’Europa massima possibile” nel processo di integrazione comunitaria, un’Italia che miri a diventare per il Mediterraneo “un hub politico ed economico” di livello mondiale, e che rafforzi la sua amicizia con gli Stati Uniti d’America. Per fare tutto ciò, si legge nel programma, il nostro Paese deve “riconquistare una posizione di primato nello sviluppo di qualità”. Deve perciò risolvere quelli che sono individuati come i quattro problemi principali che l’affliggono: l’inefficienza economica, la disuguaglianza sociale, la ridotta libertà di perseguire il proprio disegno di vita, la scarsa qualità della democrazia. Il progetto del Pd per affrontare e risolvere le questioni sopra poste si baserà su dieci pilastri fondamentali. Prima di tutto, la sicurezza, uno sviluppo di tipo “inclusivo”, la promozione della concorrenza e del merito come unico strumento per l’accesso al mondo del lavoro, un welfare di stampo universalistico contrapposto a quello particolaristico, l’educazione come ascensore sociale, una spesa pubblica più razionale e con meno sprechi riassumibile con l’espressione “spendere meglio spendere meno”, un fisco meno opprimente che premi i contribuenti leali – “pagare meno, pagare tutti” - , il diritto dell’economia che liberi le energie vitali, la sostenibilità e la qualità ambientale, uno stato forte che si occupi della sussudiarietà. Il progetto del Pd per l’Italia individua poi come metodo privilegiato per governare il cambiamento e per affrontare le sfide indicate quello che nel 1993 salvò il Paese dalla crisi economica, grazie al raggiungimento di un patto per la stabilità economico-finanziaria. “Oggi – si legge nel programma – serve un nuovo patto per la crescita della produttività totale dei fattori”. Se questo è il metodo da inseguire, il progetto del Pd indica anche dodici azioni di governo entro le quali si può racchiudere l’insieme di provvedimenti necessari per invertire la crisi economica e sociale nella quale il nostro Paese sembra stia precipitando. In primo luogo occorre agire sulla spesa pubblica, tagliando di mezzo punto di Pil la spesa corrente primaria nel primo anno di governo, di un punto nel secondo e di un altro punto nel terzo. Necessaria una rapida riduzione del deficit e del debito pubblico sotto il 90%, con la valorizzazione della quota non demaniale del patrimonio pubblico e il massimo rigore nella gestione della spesa pubblica. Quanto alle politiche tributarie, si punta ad “un fisco amico dello sviluppo”, che preveda per il 2008 un aumento della detrazione Irpef per il lavoro dipendente – con conseguente abbassamento delle tasse per i lavoratori – e la diminuzione generale delle aliquote Irpef di un punto all’anno per almeno tre anni. Viene lanciata la proposta di un credito d’imposta per le donne lavoratrici, con precedenza a quelle residenti nel Mezzogiorno. E’ confermata la “dote fiscale di 2.500 euro per i figli”, le detrazioni per l’affitto pagato, l’aliquota fissa per quello percepito. Sempre a livello fiscale, il programma prevede il miglioramento del “forfettone” per le piccolissime imprese, la non retroattività degli studi di settore, la capitalizzazione con sconti d’imposta per le imprese, e l’attuazione di un vero federalismo fiscale che metta in pratica l’art. 119 della Costituzione e l’autonomia degli enti locali sulle scelte infrastrutturali. La terza azione di governo riguarda la sicurezza di cittadini ed imprese. Va approvato subito il “pacchetto sicurezza” a livello nazionale e attivato il Piano contro la violenza alle donne. Principio fondamentale deve essere quello della certezza della pena. Deve poi essere “applicata una nuova tecnologia per richiedere aiuto – in casa o per strada – in tempi rapidissimi”. Vanno poi messi più agenti per le strade ed esteso il “Patto per la sicurezza”, già sperimentato con buon successo in alcune grandi città, a tutti i capoluoghi di provincia. Quatro punto: “Diritto alla giustizia giusta”. L’obiettivo è quello di arrivare a tempi ragionevoli per i processi, sia civili che penali. Gli strumenti per fare ciò sono individuati nell’accorpamento dei tribunali, nell’introduzione del Manager in tribunale, nell’introduzione dei processi telematici e l’Ufficio del processo, nella specializzazione dei magistrati. Quanto alle intercettazioni, il discorso è chiaro: sono uno strumento imprescindibile per l’autorità giudiziaria, ma, al tempo stesso deve esserci chi risponde del diritto alla riservatezza delle persone. Sul tema dei diritti, il Pd intende prevenire l’accanimento terapeutico sui malati attraverso il testamento biologico e promuovere il riconoscimento dei diritti delle persone stabilmente conviventi. Altra azione di governo è “l’ambientalismo del fare”. Il primo punto è chiaro: “rottamiamo il petrolio” e mettiamo in atto un piano che in dieci anni realizzi la trasformazione delle fonti principali di riscaldamento degli edifici pubblici e privati. In campo energetico vi sia maggiore ricorso al mercato e ai prezzi. Le valutazioni di impatto ambientale vengano concluse entro tre mesi dal loro avvio, vi sia un incremento della raccolta differenziata, degli impianti di rigassificazione. Siano create infrastrutture moderne e sostenibili, una cura del ferro” per le città. In sostanza, basta con l’ambientalismo del no: proporre nuove infrastrutture, valutare coinvolgendo tutti, ma quando si è deciso, realizzarle. Al sesto punto, lo stato sociale. “Più eguaglianza e più sostegno alla famiglia, per crescere meglio”. Più sicurezza sul lavoro, con una sola Agenzia nazionale che coordini l’attività preventiva, ispettiva e repressiva, premi alle aziende che investono in sicurezza e migliori indennizzi ai lavoratori infortunati. Aiutare le donne e le mamme, in particolare, a lavorare, investendo sugli asili nido e sugli assistenti di maternità. Contro la precarietà del lavoro, l’idea è quella di attuare la sperimentazione di un compenso minimo legale con 1000, 1100 euro mensili per i collaboratori economicamente dipendenti, l’allungamento del periodo di prova, l’incentivazione dell’apprendistato, forti incentivi a chi assume a tempo indeterminato, durata massima di 2 anni per contratti atipici, l’estensione delle tutele fondamentali a tutti i lavoratori. Deve essere garantita, inoltre, la continuità dell’occupazione facendo della formazione permanente un nuovo diritto di cittadinanza, con la tutela del reddito in caso di disoccupazione e con un sistema efficiente di servizi per il reimpiego. Per quanto riguarda i giovani, “diamo credito alla creatività”, creando le condizioni per agevolare e sostenere progetti imprenditoriali nei settori dell’innovazione tecnologica, dello sviluppo sostenibile, nei servizi di utilità sociale e impegno civile. Deve essere favorito poi un grande sforzo per l’edilizia pubblica e il social housing. Quanto al welfare, inoltre, deve essere alzata gradualmente l’indennità di accompagnamento, da 455 a 600 euro, per chi è in difficoltà. Da sperimentare, poi, il “Buono servizio” per non autosufficienti. Quanto alle politiche per l’immigrazione, va cambiata la legge Bossi-Fini, che produce immigrazione irregolare, e introdotte modalità d’ingresso con sponsor e certificati. Nelle elezioni amministrative va aperto il voto agli immigrati. In generale, il governo del Pd si impegna a favorire la regolarità, si opporrà alla clandestinità e combatterà con durezza la criminalità. Nel campo della sanità, va rafforzato e valorizzato il Servizio sanitario nazionale, correggendo gli squilibri territoriali. Negli ospedali va garantita più sicurezza e liste d’attesa meno lunghe. Va scritta la parola fine alle nomine clientelari e partitiche in sanità, selezionando il personale, valorizzandone le competenze e neutralizzando le interferenze della politica. Poi due grandi innovazioni: il Fondo per le cure odontoiatriche la telemedicina, grazie alla quale i pazienti anziani siano meglio serviti. Infine la legge 194 è considerata una buona legge, equilibrata, che ha conseguito buoni risultati e va attuata in tutte le sue parti. Al settimo punto, cultura, scuola, università e ricerca: “più autonomia, per l’equità e l’eccellenza”. Quanto al mondo della scuola, l’obiettivo di portare al diploma l’85% dei nostri ragazzi, investendo sugli insegnanti premiandone il merito e l’impegno. Vanno aumentate le ore di matematica, sperimentato l’insegnamento in inglese di una materia curriculare, creando 100 nuovi “campus della scuola dell’obbligo” entro il 2010 e favorendo l’educazione allo sport fin dalle scuole elementari. Per il sistema universitario, occorre fermare la proliferazione delle sedi, favorire l’autonomia dei valutazione dell’Agenzia nazionale, ed internazionalizzare le nostre università, puntando sull’eccellenza. Vanno istituite borse di studio spendibili in qualsiasi università e bisogna rendere il progetto “Erasmus” veramente accessibile per tutti. Il Pd propone infine di garantire a 1000 giovani ricercatori italiani ad alto potenziale di lavorare “liberi” attorno alle loro idee. Ottava azione di governo è il rafforzamento del mondo delle imprese, “per competere meglio” a livello internazionale. Va superato il capitalismo di tipo “relazionale” tramite incentivi alle piccole e medie imprese, aiuti ad entrare in borsa per le società non quotate, accrescimento della contendibilità delle imprese, sviluppo di processi liberalizzazione e introduzione di norme rigorose sul conflitto d’interessi. Occorre poi dire basta al fondo perduto, puntando su strumenti automatici e rendendo strutturale il credito d’imposta su ricerca e sviluppo. Vanno aiutate le PMI, volano della crescita di qualità. Il Pd propone inoltre strumenti per combattere la burocrazia, favorire la democrazia economica, destinare più risorse all’agricoltura e promuovere nuove strategie per il turismo. Nove: favorire la concorrenza, in quanto “produce crescita”. Per ogni anno di governo, va approvata una legge in materia. La prima deve puntare alla liberazzazione del mercato della telefonia, dei trasporti e della distribuzione dei carburanti. La proposta, inoltre, è che vengano abbassati i costi bancari e agevolate le opportunità di finanziamento per famigli ed imprese. Occorre migliorare le Autorità e i servizi pubblici di qualità per ottenere prezzi più bassi per i cittadini utenti. La decima azione riguarda il Sud del Paese e il Mediterraneo. L’obiettivo è fare in modo che il Mezzogiorno non sia un peso ma un’opportunità per la crescita dell’Italia. Per fare ciò occorre portare la rete delle infrastrutture e dei servizi a dimezzare il gap accumulato rispetto al Centro-Nord. In primo luogo, le infrastrutture della mobilità: strade, ferrovie, porti, aeroporti e autostrade del mare. Vanno poi stabiliti obiettivi standard: dal servizio idrico all’ambiente, dall’energia alla scuola, dalla giustizia all’università, così da sfruttare a pieno la vocazione del Sud come naturale piattaforma logistica del Mediterraneo. Undicesimo, determinante, azione è quella che viene chiamata la “democrazia governante”. Il punto di partenza è che “le riforme si fanno insieme”. Il Pd propone una sola Camera legislativa con 470 deputati, eletti in collegi uninominali, col doppio turno, scelti con le primarie e col vincolo di genere. Un Senato delle autonomie, con 100 membri. Governo con 12 ministeri e non più di 60 membri, compresi i sottosegretari. Fiducia dell’unica Camera al solo Presidente del Consiglio, che può chiedere al capo dello Stato la revoca dei Ministri. Va introdotto lo statuto dell’opposizione, equiparato il metodo di calcolo contributivo per i vitalizi dei parlamentari a quello di ogni lavoratore. Viene confermata l’ineleggibilità dei condannati per reati gravi. Vi è inoltre la proposta per dare il diritto di voto ai sedicenni, nelle elezioni Amministrative. Dodicesimo e ultimo punto, superare il duopolio televisivo ed approdare alla tv nell’era digitale. Di qui al 2012 deve essere applicata l’assegnazione delle frequenze secondo le direttive europee e il rispetto delle sentenze della Corte costituzionale. Va messa subito mano alle nuove regole per il Governo della RAI, con l’introduzione di una Fondazione e un Amministratore unico. Occorre, infine, stabilire un fondo per la qualità dei programmi, destinando il 2% dell’intero fatturato pubblicitario al finanziamento di produzioni di qualità. Il coraggio di rischiareL'Italia ha bisogno del coraggio di rischiareVeltroni a Rimini "E' un grande onore per me essere qui, una grande emozione. Sono qui per dire a tutti che bisogna credere tutti in un partito che sia in grado di coinvolgere i cittadini, di sprigionare ottimismo, di trasmettere credibilità". Con queste parole Martina, 18 anni, dà il benvenuto da parte della sua città, Rimini, al segretario e candidato premier del Pd Walter Veltroni. In una giornata fredda e ventosa, sotto lo spettacolare scenario dell'arco di Augusto, dove finisce la via Flaminia e parte la via Emilia, Veltroni giunge nella città natale di Federico Fellini, centro simbolo del turismo e dell'operosità, accolto da una piazza gremita come non la si vedeva da tempo. E' l'undicesima città toccata dal "Giro dell'Italia nuova", il tour elettorale che porterà Walter Veltroni a visitare tutte le 110 province italiane.La platea è composita, giovani e meno giovani, uomini e donne. Spiccano le tante bandiere del Partito democratico, le bandiere tricolori, i cartelli con gli slogan. Il segretario provinciale del Pd Andrea Gnassi ricorda le caratteristiche della società riminese, le conquiste fatte nella sua lunga storia, fatta di lavoro, di fatica, di turismo. Parla della Rimini del futuro, della Fiera e del Palacongressi, "il più grande d'Italia". Poi tocca a Walter, come lo chiama amichevolmente la platea che lo inneggia. "Ci sono generazioni di italiani che meritano di avere di più rispetto a ciò che hanno adesso", esordisce riferendosi alla giovane Martina, ancora a fianco a lui sul palco. Veltroni osserva la piazza piena, ricorda le altre dieci che nei giorni scorso gli hanno riservato la stessa accoglienza e non può fare a meno di constatare che "se tutto questo sta accadendo è perché ci si rende conto che nasce una speranza, una possibilità, un'opportunità per il Paese. Si sta dischiudendo una porta per un futuro diverso". La piazza lo ascolta, lo applaude. "Abbiamo portato un salutare terremoto nella vita politica italiana", sta nascendo qualcosa che si pone in stridente contrasto con quanto successo negli ultimi quindici anni, "contraddistinti da un sistema di alleanze che, in generale, sia da una parte che dall'altra, non avevano come obiettivo quello di cambiare il Paese". Alleanze in cui ministri arrivavano a protestare anche pubblicamente, anche scendendo in piazza, contro il governo di cui facevano parte. "Questo non deve succedere mai più", scandisce Veltroni. L'Italia ha bisogno di una politica nuova, perché "l'Italia politica è ferma. L'Italia che lavora, l'Italia della gente che si sveglia tutte le mattine, che studia, che rischia, quell'Italia è già in piedi. E' l'Italia politica che si deve rialzare, che deve ritrovare il proprio orgoglio, la propria credibilità". E' chiaro Veltroni. Questa situazione riguarda tutta la politica. Dall'altra parte, a destra, invece, non si muove nulla. "Noi abbiamo l'orgoglio di dire che abbiamo rotto questo gioco, tutto il resto dice cose che ha già detto. Ma il Paese li ha già visti governare, per sette lunghi anni. Come farà la destra a governare in Europa?". Questa destra, che, ricorda il segretario del Pd, si è macchiata di una gestione sconsiderata del potere che ha avuto. Un esempio su tutti: la legge elettorale, fatta per rendere il Paese ingovernabile in vista della sicura vittoria del centrosinistra, "definita una 'porcata' dal suo stesso autore", contrastata da forze politiche che prima l'hanno votata e poi ne hanno chiesto l'abrogazione tramite un referendum, "per giungere infine a portarci al voto con questa stessa legge". E non è finita, "l'ultima puntata della saga dell'irresponsabilità", come la definisce Veltroni, è l'idea di larghe intese proposta ieri dal "leader dello schieramento opposto", che ora teme un pareggio al Senato. "Noi - ricorda - avevamo proposto un governo per riscrivere insieme le regole e ci è stato detto di no". Ora, però, è venuto il momento di cambiare l'agenda. "Da quindici anni non si parla d'altro che di Berlusconi e di sinistra. Noi vogliamo parlare dell'Italia e all'Italia, non della politica che parla tra sé e sé". Per fare questo, occorrono regole nuove. "Non servono 1000 parlamentari, non servono due camere con le stesse funzioni che rallentano e complicano ogni cosa. Occorre dare più poteri al primo ministro". Bisogna, soprattutto porre fine a quello che Veltroni definisce "lo sport nazionale, ossia lo sport del veto". Non è quella del veto "la democrazia che vogliamo". "L'Italia ha bisogno del coraggio di rischiare". Lo ripete spesso il leader del Pd. "Il rischio - dice - è energia, è una cosa con valenza positiva. Da noi invece tutto quello che è nuovo fa paura e ci sono politici e un tipo di politica che puntano e vivono solo sulle paure della gente". Il Pd vuole cambiare tutto questo. Vuole invertire la tendenza, voltare pagina. "Siamo il partito della crescita economica, del fisco amico della gente, dell'innalzamento dei salari fermi dal 2000, dell'ambientalismo del fare". Riguardo a quest'ultimo punto, Veltroni è esplicito: "Nel paese del sole, entro dieci anni tutti gli edifici, pubblici e privati devono essere riscaldati tramite energia solare". Il tema delle fonti di energia rinnovabili è cruciale: "Abbiamo speso tanto soldi per rottamare le automobili, ora spendiamone altrettanti per rottamare il petrolio". Il Pd, una forza che vuole unire l'Italia. "E' tempo di una grande alleanza per il lavoro e per la crescita. Siamo il partito degli operai e dei lavoratori". Ma non solo, "siamo il partito dei commercianti, degli artigiani, dei piccoli imprenditori, contribuenti onesti, che decidono di rischiare sulla loro pelle per creare a loro volta lavoro e ricchezza". Ulteriore testimonianza di questa vocazione unitaria è la candidatura, presentata a Rimini, del segretario della Confederazione dell'artigianato e della piccola e media impresa Giancarlo Sangalli nelle fila del Pd. Poi i ragazzi, le nuove generazioni. "Dobbiamo occuparci dei giovani, per loro, quando finisce l'università, comincia il viaggio dentro la precarietà, una delle condizioni umane più pesanti che ci sono. Abbiamo bisogno di dare certezze a questi ragazzi. Nessun contratto deve prevedere un salario inferiore ai 1000 o 1100 euro, vogliamo inoltre un sistema fiscale che premi le imprese che attuano contratti a tempo indeterminato e penalizzi chi fa uso eccessivo dei contratti a tempo". Dai ragazzi ai bambini, vittime innocenti, ogni giorno del crimine più efferato. "Dobbiamo difendere i bambini. Non voglio vivere in un Paese in cui chi violenta dei bambini possa tornare a farlo. Con la pedofilia ci vuole la mano dura. La violenza su un bambino è un omicidio differito". Il pubblico ascolta, apprezza le parole di Veltroni, che parla di "rinnovamento" che coinvolga tutte le sfere della politica e della società. Un rinnovamento che implichi anche un linguaggio nuovo. "Un linguaggio ispirato ad unire gli italiani. Se ci sarà un'esasperazione dei toni, durante la campagna elettorale, non ci riguarderà. Noi parleremo al Paese. Si può girare pagina. Possiamo dire agli italiani che se voteranno per noi si troveranno un partito, un programma, una leadership. E' la prima volta che succede". Prima di concludere un pensiero dedicato al personaggio simbolo di questa città, l'indimenticato regista Federico Fellini. "Non so dove sia Federico, ma sono certo che per il suo Paese aveva un grande amore e provava una grande tenerezza". Ora questo Paese ha bisogno del coraggio di rischiare. Walter conclude il suo comizio, la gente non smette di applaudire, canta insieme l'inno nazionale e poi "Mi fido di te", la canzone di Lorenzo Cherubini, simbolo del Pd. "Non dobbiamo avere paura di cadere - dice Veltroni - ma voglia di volare". la rimonta del PdPd, continua la rimontaDa 6 a 4 punti il distacco dal Pdl "Oggi i sondaggi confermano quanto avevo detto giorni fa: la distanza tra noi e il Pdl è di sei punti. Erano 13 a gennaio, ad aprile, se la matematica non è un'opinione...". Walter veltroni commenta con un sorriso i sondaggi che oggi danno il Pd in netta rimonta sul Pdl lasciando intendere che fino al voto il recupero potrebbe riservare grosse sorprese.Se infatti dal sondaggio Demos-Eurisko per l'Atlante Politico pubblicato oggi su Repubblica emerge che la coalizione guidata da Silvio Berlusconi raccoglie, ad oggi, il 45,4% mentre il Pd insieme all'Italia dei Valori e ai Radicali (che al momento della rilevazione non avevano ancora sottoscritto l'accordo) è al 39% con sei soli punti di distacco, per il sondaggio preparato da Swg i punti di scarto sarebbero addirittura quattro. Secondo le stime elaborate dall'istituto di ricerca triestino, il Partito Democratico registrerebbe un'oscillazione di preferenze tra il 31 e il 33% a cui deve essere aggiunta la percentuale portata in dote da Italia dei Valori e quella dei Radicali di Emma Bonino. La coalizione guidata da Veltroni raggiungerebbe così un minimo del 36% delle preferenze degli italiani e un massimo del 39%. Di un distacco maggiore, ma pur sempre forte parla invece il sondaggio Demos-Eurisko. Il Popolo della Libertà è ancora in vantaggio di sei punti ma il Partito democratico è in ripresa. Se, infatti, la coalizione guidata da Silvio Berlusconi raccoglie ad oggi il 45,4%, il Pd insieme all'Italia dei Valori e ai Radicali (che al momento della rilevazione non avevano ancora sottoscritto l'accordo per l'ingresso nel partito di Veltroni) è al 39%. Ma nonostante il gap rimanga, nel gradimento degli italiani Veltroni figura ancora al primo posto con il 53% di giudizi positivi, seguito da Gianfranco Fini. Solo terzo Berlusconi. Su un punto però tutti i sondaggi sembrano convergere: a guidare le scelte degli elettori saranno i programmi: in testa alle priorità la percezione di impoverimento dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che genera richieste urgenti di aumento dei salari, delle pensioni e di controllo dei prezzi. La Juve e gli arbitri
Lettera aperta ai presidenti Figc e AiaNel corso di questo e del precedente campionato la Juventus ha sempre cercato di attenuare le tensioni nei confronti del mondo arbitrale, evitando di trascendere in polemiche animose e accettando con fair play decisioni anche controverse. Un atteggiamento che, purtroppo, alla luce dei fatti di Reggio Calabria deve essere riconsiderato. Munnezza day - Beppe GrilloNapoli, scusa.
Ieri sera a Napoli ho chiesto scusa a tutti i Campani. Presentato il programma del PdVeltroni: dal Pd né promesse né annunciIl candidato premier presenta il programma in vista delle politiche di aprile: «È ambizioso e realistico»
«Noi siamo la prima forza che presenta il programma. Un programma realistico e ambizioso perchè non è fatto di annunci e promesse ma indica anche la copertura finanziaria e al tempo stesso è un testo di innovazione per imprimere l'accelerazione riformista che serve al Paese». Con queste parole il segretario del Pd e candidato premier ha presentato lunedì mattina il programma del Partito democratico in vista delle politiche di primavera. DIECI PILASTRI - Veltroni ha definito il programma del Pd «un programma di sicurezza sociale e economica perchè non c'è equità sociale senza crescita» e ha evidenziato la differenza rispetto al passato: «In Italia abbiamo avuto promesse appoggiate sui manifesti e poi non trasformate in azioni durevoli nella politica di governo oppure promesse irrealizzabili». Il programma del Pd invece è «un programma - sottolinea il segretario del Pd - di grande cambiamento del Paese che prima era impossibile perchè c'erano alleanze eterogenee e istituzioni bloccate». Usano le slide Walter Veltroni ed Enrico Morando per presentare il programma del Pd. Incontrando i giornalisti, il segretario del partito e l’estensore del programma hanno illustrato l’intero contenuto delle proposte del partito, un pacchetto di misure basato su «10 pilastri»: al primo posto la sicurezza; poi la concorrenza e merito e il welfare universalistico. «SORPRESO DAL PDL» - Il candidato premier del Pd lancia un attacco all'idea di un Paese diviso quale emerge dalla decisione del Pdl di stipulare alleanze al Nord, al Centro e al Sud da una parte con la Lega dall'altra con l'Mpa di Raffaele Lombardo. Veltroni non li cita esplicitamente ma afferma: «Noi presentiamo un programma per far ripartire il Paese, senza più veti né condizionamenti, la nostra è l'idea di un Paese unito. E da questo punto di vista mi lascia sorpreso - prosegue Veltroni - di un'alleanza al Nord, con la Lega Nord, al Sud con la Lega Sud e al centro... con la Lega Centro». COMPENSO MINIMO PER I PRECARI E 194- Tra le proposte contenute nel programma del Partito democratico anche quella di un compenso minimo legale, 1.000-1.100 netti mensili, per i precari. «Contro la trappola della precarietà - ha spiegato Morando - puntiamo ad agire su cinque versanti: allungamento del periodo di prova; incentivazione dell'apprendistato; forti incentivi a chi assume a tempo indeterminato; massimo due anni di durata per i contratti atipici garantendo una contribuzione più alta di quella a tempo indeterminato; estendere a tutti i lavoratori delle tutele fondamentali». Il presidente della Commissione Bilancio del Senato Morando ha anche annunciato che il Pd «intende onorare il pareggio di bilancio nel 2011. Gli obiettivi - afferma Morando - saranno rispettati». Veltroni ha poi sottolineato che il programma è «anticiclico», nel senso che permetterà al Paese di affrontare positivamente la congiuntura internazionale negativa. Nel programma del Pd, che si articola in 12 «azioni di governo» , sono affrontati anche temi etici. Nella parte riguardante «garanzie e diritti», si afferma che «il Pd intende prevenire l'accanimento terapeutico anche attraverso il testamento biologico», e che «il Pd promuove il riconoscimento dei diritti delle persone stabilmente conviventi». Nella parte riguardante lo stato sociale e la sanità si afferma che «la legge 194 è una legge equilibrata, che ha conseguito buoni risultati, e va attuata in tutte le sue parti».
Caro-vitaQuanto costa essere poveriPietro Garibaldi - La StampaDopo le recenti brutte notizie su produzione industriale e reddito, è ora la volta dei prezzi. Oltre al nuovo record raggiunto da quello del gasolio, l’Istat ha ieri comunicato che l'indice dei prezzi al consumo di famiglie e operai è cresciuto a gennaio, su base annua, del 2,9 per cento, un dato ben superiore al 2 per cento, il tasso di riferimento della Banca Centrale Europea. Il dato nuovo più interessante riguarda però l’andamento dell’indice dei prezzi sui prodotti ad alta frequenza di acquisti. Questo indice dei prezzi si riferisce a beni acquistati con cadenza mensile, e comprende quindi, tra l'altro, il prezzo dei beni alimentari, delle bevande, dei tabacchi e delle spese per l’affitto. Per i beni ad alta frequenza di acquisto l'inflazione è pari al 4,8 per cento annuo, un livello superiore di quasi due punti rispetto all’inflazione ufficiale. La differenza tra il 4,8 e il 2,9 si spiega pertanto con il fatto che l'inflazione complessiva di famiglie e operai è riferita a una categoria di beni più ampia, e comprende anche quei beni con frequenza di acquisto media e bassa, quali l’abbigliamento, la televisione o il frigorifero. Il dato sull’inflazione dei beni ad alta frequenza di acquisto è importante e da non sottovalutare. Innanzitutto è importante perché aiuta a spiegare uno dei paradossi economici italiani, ossia la differenza tra inflazione effettiva e inflazione percepita. Da diversi anni, e in particolare dall’entrata nell’euro, in Italia gli economisti avevano individuato una notevole differenza tra l’inflazione ufficiale calcolata dall’Istat e l’inflazione «percepita». L’inflazione «percepita» è quella stimata mese per mese dai singoli consumatori sulla base delle loro percezioni al momento del consumo. Il dato pubblicato ieri aiuta a spiegare questa differenza, in quanto è evidente che un singolo consumatore quando è chiamato a stimare l’inflazione fa istintivamente riferimento al prezzo dei beni acquistati giorno per giorno, e non a quei beni di consumo acquistati, se va bene, una volta l’anno. In altre parole, possiamo oggi dire che hanno ragione sia l'Istat che la massaia. L’Istat ha ragione quando stima l'inflazione al 2,9 per cento con riferimento a un paniere di beni complessivo, indipendentemente dalla frequenza dei consumi. La massaia ha ragione quando dice che, alla luce delle spese quotidiane, l’inflazione è molto superiore al 2,9 per cento ufficiale. Al di là della questione Istat-massaia, il dato di ieri è importante per capire il disagio che si vive in Italia. Come suggerisce il nome stesso, l’indice dei prezzi al consumo di operai e famiglie è costruito avendo come riferimento il paniere di consumo di una famiglia di operai e impiegati, in modo da rappresentare il paniere di consumo del ceto medio. Nel nostro Paese, oltre a operai e impiegati, e oltre a molte famiglie benestanti, esistono nuclei familiari che vivono con poco più di mille euro al mese. Sono quei famosi nuclei familiari che, come si è spesso detto, «fanno fatica ad arrivare alla quarta settimana». Questi nuclei familiari, composti prevalentemente da pensionati soli e da famiglie monoreddito, destinano fisiologicamente una quota molto rilevante del loro scarso reddito ai beni alimentari e a molti dei beni ad alta frequenza di consumo. Abbiamo ora la certezza che per queste fasce di popolazione l'inflazione è più alta di quella della maggioranza delle famiglie italiane. In altre parole, oltre ad avere un reddito più basso, questi nuclei familiari hanno anche un’inflazione più elevata che, a sua volta, erode il potere d’acquisto del loro basso reddito. Un circolo vizioso. Il dato non può essere ignorato dalla politica economica. È forse davvero necessario pensare a un intervento di sostegno al reddito. Ma in periodi di vacche magre, come quelli che ci aspettano, si deve pensare a un provvedimento altamente selettivo, in modo da essere destinato esclusivamente a quei nuclei familiari. In realtà in questi giorni si parla di un intervento destinato ad abbassare il prezzo della benzina di qualche centesimo di euro. Questo tipo di intervento va esattamente nella direzione opposta a quello che auspichiamo, anche perché molti di questi nuclei familiari non posseggono nemmeno un’automobile. È anche inutile invocare l’intervento di Mr. Prezzi. Più che Mr. Prezzi, a queste famiglie servirebbe un mitico Mr. Reddito. Voto, rifiuti e benzinaRifiuti e benzina il voto s’avvicinaAntonio Padellaro - L'Unità
Primo. L’altra sera guardando in tv «AnnoZero» tre milioni di italiani hanno appreso che tre mesi dopo l’esplosione della catastrofe rifiuti le strade dell’hinterland napoletano sono ancora disseminate di spazzatura. Secondo. Molti di più sono i cittadini che nelle ultime settimane hanno deciso di non usare l’auto a causa del prezzo fuori controllo del carburante. Mentre è incalcolabile il numero delle persone costrette a tirare la cinghia a causa dei pesanti riflessi del caro petrolio sui generi di prima necessità come carne, latte e verdure. Terzo. Aumentare i salari e meno tasse alle famiglie, altro che pensare a rivedere la legge sull’aborto. È quanto chiede il 75 per cento degli elettori cattolici interpellati da un sondaggio del gruppo editoriale San Paolo (opinione, riteniamo, condivisa anche dai non credenti). Siamo convinti che Veltroni abbia ben presenti le priorità della campagna elettorale che lo vedono impegnato con tutto il Pd nel non impossibile recupero sull’armata di Berlusconi. Indubbiamente, i primi colpi messi a segno dal leader democratico stanno facendo guadagnare punti sull’avversario. Dalla decisione di correre da solo (o quasi). Al profilo programmatico, riformista in economia e laico sui diritti. Al rinnovamento delle candidature, arricchite da nomi di prestigio. Una buona partenza che tuttavia potrebbe non bastare nel momento in cui, smessa la tattica attendista, Berlusconi comincia a scoprire le carte. A parte le solite promesse da paese di bengodi c’è lo slogan enunciato ieri sera a «Matrix»: «Rimedieremo ai danni fatti dal governo Prodi». Anzi, annuncia, i disastri sono tali che non ci sarà bisogno di campagna elettorale. Fanfaronate certo ma dietro le quali ci sono i drammatici squarci di realtà di cui all’inizio di questo articolo. Prendiamo i rifiuti in Campania. Tutti apprezzano gli sforzi del supercommissario De Gennaro per eliminare una piaga che esaspera le popolazioni e offende la dignità del paese. Tutti sanno delle gigantesche difficoltà che si frappongono a soluzioni anche temporanee della maleodorante vicenda, a cominciare dalle tante rivolte che si accendono sul territorio ogniqualvolta si ipotizza l’apertura di una discarica. E tutti si chiedono come sia mai possibile che non si trovino altri sistemi per cancellare l’incredibile spettacolo del pattume debordante. O siamo di fronte all’impossibile, a un’emergenza che si è ormai cronicizzata in lesione permanente come succede con certe malattie troppo a lungo trascurate? Senza contare che il mandato di De Gennaro non è eterno e che andrebbe a scadere poche settimane dopo il 13 aprile, data delle elezioni. Come ben descritto nella trasmissione di Santoro la responsabilità politica di questo disastro viene da lontano ed è assolutamente trasversale. Non si può negare però che nell’ultimo tratto di strada, quello più lungo e tormentato hanno inciampato soprattutto le giunte di centrosinistra. E sarà difficile che gli elettori se lo dimentichino. Proprio ieri la regione governata da Bassolino ha annunciato un nuovo cospicuo stanziamento per il completamento della linea metropolitana di Napoli. Un’opera di grande impatti e utilità per i cittadini, ma chi ci farà caso se l’immagine prevalente resta quella della monnezza? Uno spot a costo zero che Berlusconi sfrutterà da par suo. A Veltroni il non facile compito di trovare le adeguate contromisure. Capitolo prezzi, inflazione e impoverimento ulteriore dei ceti meno abbienti. Qui la tracotanza berlusconiana può essere facilmente tacitata visto che Veltroni continua a proporre inutilmente un accordo bipartisan in parlamento sull’aumento dei salari e delle detrazioni fiscali utlizzando l’extragettito di dieci miliardi. Il famoso tesoretto di cui Berlusconi e Tremonti riconoscono l’esistenza ma che non hanno nessuna intenzione di destinare ai redditi meno bassi riservandosi di metterci le mani sopra se dovessero andare al governo. Conseguente il comportamento di Forza Italia che nel comitato parlamentare dei nove chiamato a votare l’apposito emendamento su salari e fisco nel decreto Milleproroghe è stato l’unico partito ad opporsi mandando tutto all’aria. Un vero schifo. Rivolgiamo un accorato appello a Veltroni e a tutti gli esponenti del Pd ospiti in trasmissioni, dibattiti e salotti televisivi affinché ne informino compiutamente gli italiani. Caro-vitaDal campo alla tavola, così si gonfia la spesaFrancesco Mimmo - La RepubblicaPer gli alimentari 467 euro al mese, con ricarichi in media del 500% ROMA - Sono la voce più onerosa della spesa degli italiani, calcolata dall´Istat sui "consumi reali". E il settore dove si annidano rincari e speculazioni: i generi alimentari. Ogni mese le famiglie italiane sborsano 467 euro in prodotti agroalimentari, il 19% dei consumi totali. Un carrello della spesa pesantissimo per il bilancio domestico, con aumenti che l´Istat ha certificato in un +4,4% rispetto a un anno fa e gravato da ricarichi record che gonfiano i prezzi finali del 500% in media, ma con punte che sfiorano il duemila per cento. Le nuove rivelazioni Istat (in pratica un nuovo indice calcolato sui generi di primo consumo, quasi doppio rispetto all´inflazione complessiva) hanno dato una certezza statistica a una verità che gli italiani già conoscevano: i prezzi negli ultimi cinque anni sono saliti alle stelle. A cominciare proprio dagli alimentari. A gennaio il 4,4% in più, sommando i rincari di pane (+12,3%), pasta (+10%), latte (+8,7%) pollame (+6,7%), uova (+6%) frutta (+5%), carne bovina (+3,9%). Poi ci si è messa la benzina (+12,4%) che insieme a trasporti e bar e ristoranti ha portato l´inflazione della spesa quotidiana al +4,8%. A questi dati si aggiunge una rilevazione della Coldiretti che toglie il velo ai numeri sui nuovi "tartassati". Le principali voci di spesa alimentare - secondo l´associazione dei coltivatori - sono nell´ordine: carne per 106 euro, frutta e ortaggi (84), pane e pasta per (79), latte, uova e formaggi (64). Non a caso prodotti che nel 2007 hanno registrato un calo dei consumi familiari: -1,3% nel complesso (dati Ismea-AcNielsen). L´elenco dei più colpiti vede in prima fila le coppie con tre o più figli e le persone over 64 (sole o in coppia). Sono queste infatti le fasce della popolazione che avvertono maggiormente l´inflazione sui prodotti alimentari, che per queste tipologie rappresentano il 21,9% della spesa complessiva. Sotto accusa finisce la filiera, cioè la serie (a volte enorme) di passaggi prima che il prodotto finale arrivi da stalle e campi alla tavola. E´ sempre la Coldiretti a fornire alcuni esempi: il latte costa 0,35 euro al litro alla produzione, ma sale a 1,4 euro al litro in bar e supermercati, con un ricarico del 300%. Ma ci sono casi più eclatanti: dal grano al pane si sale di oltre il mille per cento, per la pasta fresca addirittura del duemila per cento. E´ l´effetto dei vari passaggi intermedi tra produttore e consumatore per trasporto (voce che da sola compone il 6-7% del prezzo al consumo), stoccaggio, confezionamento e selezione del prodotto. Un meccanismo che vale anche per i carburanti: su 100 euro di benzina, oltre l´80% se ne va tra tasse e costi di trasporto e raffinazione. L´effetto della filiera risente di numerose variabili, a cominciare dalle condizioni atmosferiche che possono essere determinanti. Per esempio il 2002 (l´anno della conversione euro/lira) ha avuto un inverno molto rigido e un´estate segnata dalla siccità. Ma bastano il freddo d´inverno e il caldo d´estate a giustificare rincari che per i prodotti ortofrutticoli hanno toccato il 20-30% (dati Istat)? Non secondo uno studio Ismea del 2007, secondo il quale solo un terzo del +2,2% registrato in totale nei prezzi degli alimentari freschi nel 2002 è attribuibile a fattori climatici. Il resto è dunque speculazione. Come dimostra un altro dato Ismea: tra il 2002 e il 2006 i prezzi degli ortaggi, sia all´ingrosso che al dettaglio (+2% e addirittura +19,5% rispettivamente), sono aumentati a fronte di un sensibile calo dei prezzi all´origine (-10,5%). Come si combatte questa speculazione? Coldiretti ha avviato l´apertura nelle città di punti vendita direttamente dagli agricoltori. Ci sono accordi tra grande distribuzione e produttori (per le mele, ad esempio) che abbattono il numero di intermediari. Ma intanto lo scontrino alla cassa sale. CattoliciL'identità dei cattoliciErnesto Galli della Loggia - Il Corriere della Sera
L' identità cristiana dell'Italia: proprio per la sua difesa, l'onorevole Casini, come non si stanca di ripetere, ha deciso di rompere la più che decennale alleanza della Casa delle libertà e di presentarsi da solo davanti al corpo elettorale. Non credo perché pensasse che la Cdl fosse diventata da un giorno all'altro una minaccia per la suddetta identità; bensì perché evidentemente convinto che tale identità, per essere affermata e difesa davvero e fino in fondo, abbia bisogno della presenza di un partito cristiano (leggi: cattolico), non possa fare a meno in Parlamento di una sigla, di un simbolo che esplicitamente inalberino la Croce. Questo convincimento di Casini serve a ricordarci una delle caratteristiche più singolari della politica italiana: la sua disinvoltura nel gettarsi il passato dietro le spalle e far finta che ciò che è successo non sia successo o non voglia dire nulla. Il passato rimosso è in questo caso la Democrazia cristiana. Che come si sa fu un partito cattolico, un grande partito cattolico, titolare per oltre quarant'anni di un ruolo egemonico nel sistema politico italiano. Ebbene: si può forse dire che la Dc riuscì a difendere l'identità cristiana dell'Italia? Avrei qualche dubbio. Naturalmente dipende da che cosa s'intende con un' espressione così impegnativa, ma sta di fatto che proprio con un grande partito cattolico addirittura al governo del Paese, proprio in una condizione teoricamente così favorevole, l'Italia ha conosciuto un massiccio e per molti aspetti radicale processo di secolarizzazione. Tra il 1948 e il 1992, tanto per dirne qualcuna, fu adottata una legislazione sul divorzio e sull'aborto, non fu preso alcun provvedimento per la famiglia, il settore della cultura, quello dei media e dell'intrattenimento videro l'affermazione pressoché incontrastata di temi, prodotti, persone se non ostili certo lontani da una prospettiva cristiana, il tono etico della vita pubblica andò continuamente declinando, le organizzazioni della delinquenza organizzata non fecero che rafforzarsi, l'uso del rito religioso per la nascita e il matrimonio prese a scemare sempre di più e così il numero delle vocazioni, nonché la frequenza negli istituti di educazione cattolica. Perfino il nuovo concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, come si sa, fu negoziato e firmato non per volontà di un esponente politico cattolico bensì socialista, Bettino Craxi. E allora? Come mai, secondo Casini, la presenza — e che presenza ! — in tutti quei decenni di un partito cattolico non riuscì a evitare nessuno dei fenomeni detti sopra? La mia risposta è che in realtà, sull'identità di un Paese, e in particolare sulla sua identità religiosa (e specialmente se si tratta di una democrazia), la politica non può più di tanto. Tutto si svolge a livelli più profondi e più complessi di quelli che la politica è capace di controllare. In genere quando si arriva alla politica e alle leggi, la partita dell'identità è già decisa. Al massimo, e forse (con molti forse), la politica e i suoi strumenti sono in grado di contrastare questo o quel provvedimento di uno schieramento politico (quando vi sia) di segno esplicitamente antireligioso, il quale, per l'appunto, intenda visibilmente attaccare «l'identità cristiana» di un Paese. Ma davvero esiste oggi in Italia un simile schieramento? E davvero potrebbe mai bastare un «partito cattolico» a farvi argine? Vi è tuttavia una seconda e forse più importante obiezione all'idea che sia indispensabile un partito cattolico per tutelare l'identità cristiana del nostro Paese. L'obiezione è iscritta in modo chiarissimo nella vicenda italiana di questi ultimi anni. Durante i quali, se non sbaglio, quell'identità è stata tematizzata, analizzata e per così dire fatta oggetto del discorso pubblico, ne è stato compreso il significato, ne sono stati rivendicati con forza l'importanza e il peso sulla cultura occidentale e dunque anche nostra, ne sono stati messi a fuoco i complessi rapporti con la modernità e con la storia italiana, ne è stato mostrato l'insuperabile rilievo etico, soprattutto a opera di donne, uomini, ambienti e iniziative, che nulla o quasi avevano a che fare con qualsivoglia «partito cattolico ». Diciamolo chiaramente: sono stati in special modo dei non credenti, ovvero dei credenti estranei però ai chiusi e sempre circospetti circuiti iniziatici delle organizzazioni cattoliche, sono stati loro che hanno fatto uscire il grande tema della religione e della fede, nonché del rapporto di entrambe con il mondo contemporaneo, dal chiuso in cui, almeno qui da noi, esso era andato a finire. Sono stati loro, i loro libri, i giornali da loro creati o diretti, le loro iniziative, che hanno riportato con forza all'attenzione dell'opinione pubblica e della cultura laica il grande tema delle radici cristiane, dell' «identità cristiana », rinnovandone il senso e la portata, riaccendendone l'interesse. E hanno fatto tutto questo, se non sbaglio, senza che alcun politico cattolico c'entrasse nulla e per un lungo tratto neppure si accorgesse del fenomeno, tanto meno lo assecondasse, a differenza di alcuni alti esponenti della gerarchia cattolica, mostratisi invece assai più consapevoli e avveduti di loro. Dunque anche per questo aspetto certo non secondario, l'esistenza di un «partito cattolico» quale quello voluto da Casini non sembra in grado di avere un' incidenza effettiva sulla difesa di quell'«identità cristiana» del Paese, per la quale pure dice di scendere in campo. La sua nascita risponde solo a ragioni di politica, di rispettabilissima politica naturalmente, ma sia chiaro: tutto comincia e finisce qui. Chiesa e politicaI cristiani e la politica, l'utopia di un partito afonoEnzo Bianchi - La StampaVent'anni dopo la scomparsa del «partito dei cattolici» e l'inizio della loro diaspora in diversi spazi politici privi dell'esplicita denominazione di «cristiani», sembra oggi riemergere la domanda se non sia necessario in qualche misura - senza per questo ripetere vecchie architetture - che i cattolici si ritrovino collocati in una precisa formazione che abbia anche il coraggio di autodefinirsi in un nome e in un simbolo. Oggi non è purtroppo il tempo, ma mi auguro che un giorno si possa fare una lettura pacata e consapevole della presenza dei cristiani, e dei cattolici in particolare, nella politica italiana, soprattutto nei decenni del dopoguerra, e nutrire fierezza per l'apporto che essi hanno dato all'idea e alla costruzione dell'Europa, allo sviluppo della democrazia nel nostro paese, all'affermarsi di principi legati alla difesa e alla promozione della persona umana, alla prassi di una laicità nella politica anche nell'Italia «cattolica» di quegli anni. Occorre tuttavia riconoscere come la nuova situazione, che vede la presenza di cattolici in partiti diversi, può essere colta positivamente per la vita ecclesiale e anche per quella sociale, ma resta vero che i cattolici non sono riusciti ad avere una voce capace di mostrare la loro «differenza» e la convergenza della loro ispirazione. Va riaffermato che i cristiani vivono nel mondo come gli altri uomini, sono cittadini come gli altri, devono essere responsabili della costruzione della polis come tutti gli altri: non è loro concesso di disertare dalla città, né di fare una «fuga mundi» disinteressandosi dell'evoluzione del vivere civile, ma con creatività, intelligenza e competenza devono prendere parte alla realizzazione di una società in cui crescano l'umanizzazione e la qualità della convivenza. I cristiani però - proprio perché il loro «Dio è un'idea politica», come ricorda il grande teologo J.B. Metz - possiedono una determinata visione del mondo e dell'essere umano, hanno delle convinzioni che non vanno assolutamente relegate nell'intimo o nel privato, ma che, in una società pluralista, devono essere presenti e ascoltabili nello spazio pubblico, sociale e politico. La fede cristiana che confessa un Dio che si è fatto uomo, storia degli uomini, non può accettare di non contribuire a plasmare la vita sociale e la cultura degli uomini: senza rivendicare una superiorità rispetto al contributo di altre componenti religiose, filosofiche o ideologiche, senza chiedere privilegi o ascolti discriminanti, i cristiani vogliono e devono poter esprimere le loro convinzioni nello spazio pubblico e politico e poter di conseguenza lavorare a servizio dell'umanità. Essi sono coscienti che ciò che viene chiesto dalla loro fede è sempre umanizzazione, difesa della dignità umana, promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione. Ma noi oggi assistiamo a grandi difficoltà e a grandi tensioni proprio su questa presenza: a differenza delle altre religioni monoteistiche, il cristianesimo ha progressivamente elaborato, pur con fatica e non senza contraddizioni storiche, una distinzione tra fede e politica, tra autorità politica e autorità spirituale, ritornando alle parole autoritative di Gesù riguardo al dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Sembrerebbe quindi che lo statuto della collocazione dei cristiani nella polis sia chiaro, ma in realtà oggi appare più confuso che mai: anche per questo forse qualcuno pensa all'ipotesi di un partito che raccolga i cattolici (anche se ormai non più presente in alcuna società occidentale) in modo da ridare eloquenza ed efficacia ai credenti impegnati nella politica. Comunque il fenomeno della diaspora appare irreversibile e quindi ci chiediamo come possono i cattolici, senza l'inquadramento in un proprio partito, essere ciò che devono essere? Già all'epoca della fine del partito dei cattolici, consapevole delle difficoltà e dei vuoti che avrebbero potuto aprirsi, avanzai una proposta che però non venne presa in seria considerazione né tanto meno attuata. Non mi pare fuori luogo riproporla ora: si tratterebbe di istituire nello spazio ecclesiale, a livello regionale come a quello nazionale, un forum, un luogo in cui i semplici cristiani e i pastori - dunque le figure rappresentative della chiesa - potessero confrontarsi, riflettere, dibattere sui differenti temi che emergono nella società e sui quali diventa prima o poi necessario un intervento legislativo da parte dello stato. Sarebbe lo spazio per un convenire organico dei credenti, una assemblea in cui fare soprattutto opera di discernimento dei problemi, delle situazioni critiche, delle urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli «idoli» che troppo facilmente seducono anche i cristiani. Insomma, un'assemblea di credenti, ecclesiale nella sua natura e qualità, che insieme cercano, riflettono, discutono e cercano di giungere a una convergenza sulle esigenze dettate dal vangelo in un determinato luogo e tempo della storia degli uomini. Da lì potrebbe emergere ciò che un cristiano deve testimoniare e operare nel mondo, in conformità alla sua fede e alla «differenza cristiana». Ma, va ribadito con chiarezza, tutto questo percorso deve restare nell'ambito pre-politico e pre-economico, non deve cioè giungere a esprimere soluzioni tecniche. Amo definire questo spazio - difficile da creare e custodire, ma preziosissimo - come «profetico» perché in esso il linguaggio usato è quello della fede, l'autorità invocata è quella del vangelo e della grande tradizione, il magistero ascoltato in materia di fede e di morale è quello dei pastori della chiesa. «Spetta alle comunità cristiane - scriveva Paolo VI nella mai abbastanza ricordata Octogesima adveniens - analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell'insegnamento sociale della chiesa». Da uno spazio di questo tipo ogni cristiano è rinviato alla sua responsabilità di cittadino e alla sua eventuale collocazione politica, affinché lì operi secondo l'ispirazione del vangelo: i modi e le soluzioni tecniche per tradurre queste ispirazioni stanno nell'ambito della politica, dell'economia, del diritto e, come tali, ricadono sotto la responsabilità del singolo credente-cittadino. Questi, allora, agirà non più nell'ambito profetico pre-politico, ma si impegnerà in prima persona in politica, liberando così, tra l'altro, le figure rappresentative della chiesa, i pastori, da accuse di ingerenze politiche nella società ed evitando di creare divisioni nella comunità cristiana. È in questo senso, credo, che il concilio, cui ci riferiamo sempre volentieri, diceva: «È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori» (Gaudium et spes 76,1). Ritengo che in questo modo i cattolici non sarebbero afoni, né confusi o contraddittori nelle loro scelte, mostrerebbero la convergenza e la forza dell'ispirazione evangelica, ma anche la pluralità delle scelte politiche ed economiche di cui si assumerebbero la responsabilità senza coinvolgere le figure rappresentative ecclesiali che non hanno competenza in materia. Si andrebbe verso una chiara distinzione degli ambiti di operazione come dei soggetti operanti e, al contempo, verso una unità nell'ispirazione e quindi nella testimonianza della «differenza cristiana». La chiesa non può lasciarsi chiudere nel particolarismo stretto dei movimenti politici che magari rivendicano un'impropria esclusiva. Così scriveva ancora Paolo VI: «Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili. Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi… ciò che unisce i fedeli è, in effetti, più forte di ciò che li separa» Sì, nessun partito può dire di essere l'unico depositario del messaggio cristiano in una società pluralista animata da progetti politici in concorrenza, i quali non potrebbero che trarre beneficio da un confronto serio con la «differenza cristiana» resa eloquente da cattolici responsabili e impegnati. Partiti pulitiGrandi pulizie nei partitiCarlo Federico Grosso - La Stampa
Hanno cominciato a parlarne i vescovi, Veltroni ne ha fatto una condizione irrinunciabile, poi lo ha chiesto Fini in una intervista su questo giornale, infine se ne è fatto paladino addirittura Bondi all'interno di Forza Italia e da ultimo lo stesso Berlusconi. Alle prossime elezioni nessun inquisito o condannato per reati gravi, quali mafia o corruzione, dovrà essere candidato. In senso opposto una settimana prima, quando i vescovi non si erano peraltro ancora pronunciati, si era espresso il solo Casini, assumendosi, come aveva dichiarato, la piena responsabilità morale e politica di una candidatura di Cuffaro, Governatore dimissionato della Sicilia, a suo dire ingiustamente condannato a Palermo. Le preoccupazioni per le reazioni della gente devono essere, peraltro, molto forti, se la politica ha riesumato d'un tratto profili di questione morale, rappresentandoli come una importante questione politica. Non sono mancate, ovviamente, le reazioni di chi, irritato, non ha esitato a rispolverare vecchi adagi contro il giustizialismo, ad ammonire che la politica non può accettare che i giudici dettino l'agenda, a invocare il principio della presunzione di innocenza. Non si sa, per altro verso, fino a che punto i propositi manifestati verranno rispettati, se davvero l'esclusione si estenderà a ogni condannato, se coinvolgerà addirittura i semplici inquisiti. In Forza Italia, ad esempio, la lettera con la quale la novità è stata annunciata conteneva, come è noto, una postilla: l'esclusione non riguardava i procedimenti marcati da un'origine politica. I prossimi giorni ci diranno quali processi sono stati considerati politici e quali normali processi criminali. Dell'Utri ce l'ha già spiegato dalle pagine di questo giornale. Lui non c'entrerebbe con il divieto, poiché anche la sentenza definitiva che l'ha raggiunto, dato il patteggiamento, sarebbe coperta da una sorta di riabilitazione penale. Al di là di queste incertezze, giusta o sbagliata che sia nella sua specifica configurazione, l'iniziativa menzionata costituisce un segnale politico di rilevante discontinuità. Iniziativa sufficiente a garantire l'indispensabile irrompere dell'etica nella politica? Diciamo che è un punto di partenza. Soggiungiamo che non è per altro verso detto che un condannato sia sempre moralmente riprovevole, dato che anche la magistratura può sbagliare: lo ha scritto su questo giornale Macaluso in un intelligente commento al tema delle liste elettorali pulite. Perché la politica diventi eticamente apprezzabile sarebbero, comunque, necessari altri, numerosi, adempimenti. Nell'impossibilità di enumerarli, mi limito ad alcune riflessioni. C'è, innanzitutto, un problema di rispetto degli elettori. Ogni partito si presenta alle elezioni con un programma; è verosimile che molti cittadini si orienteranno a votare sulla base delle promesse. Ebbene, poiché anche in politica i patti devono essere rispettati, è auspicabile che cessi l'abitudine di promettere e disattendere. Ad esempio, poiché Veltroni ha auspicato larghe intese per la riforma, indispensabile, della vigente legge elettorale e per la soluzione di singoli problemi di assetto costituzionale, ma ha soggiunto che la politica deve basarsi sull'alternanza e che non darà pertanto spazio a grandi alleanze di governo, non sarebbe accettabile che l'elettore democratico, indotto a votare sulla base di tali promesse, dopo le elezioni si trovasse di fronte a una situazione ribaltata. Di fronte alla protesta montante della gente, c'è d'altronde un impegno della politica a contenere i privilegi. Bene, che si adempia; soprattutto, che non si introducano nuove posizioni di favore. In questa prospettiva preoccupa, ad esempio, che una parte delle forze politiche sia orientata a riallargare l'immunità parlamentare nel nome dell'esigenza di salvaguardare l'eletto dalle asserite intemperanze del potere giudiziario. A tacer d'altro, costituirebbe una inaccettabile, ulteriore, divaricazione fra la condizione dell'eletto e la condizione di chi lo ha votato. Quale trasparenza, d'altronde, nei palazzi del potere? Massima trasparenza, si dovrebbe rispondere. La politica diventi casa di vetro, i cittadini siano in grado di conoscere, di controllare. Che dire, in particolare, del tema delicato delle intercettazioni, che coinvolge a un tempo la salvaguardia di uno strumento importante di indagine giudiziaria e, sotto il profilo della pubblicabilità degli atti, il diritto dei cittadini a essere informati? La politica, su questo terreno, sarà garante ovvero, come molti paventano, medita l'attentato? C'è, infine, l'esigenza diffusa di aria nuova, pulizia, onestà, perseguimento dell'interesse generale, abbandono del clientelismo alla Mastella. C'è la necessità del superamento del conflitto di interessi, del riequilibrio delle proprietà televisive. La questione morale è anche tutto questo. Non è, soltanto, scelta di candidati non toccati da indagini penali concernenti reati gravi quali mafia e corruzione. Fra i politici Veltroni è stato il primo a dichiarare che non avrebbe candidato i condannati. Ancora una volta ha condizionato l'atteggiamento dei suoi avversari. Ottima scelta, grande tempismo. Non si adagi tuttavia, adesso, sul primo passo compiuto. Continui a pensare alto su tutti i temi e soprattutto, se mai dovesse vincere o pareggiare, si ricordi che deve mantenere comunque le promesse. Cuba e CastroCuba, Castro succede a Castro. Raúl: «Consulterò sempre Fidel»Alessandra Coppola - Il Corriere della Sera
L'AVANA — L'ultimo giorno di Fidel presidente: dopo 49 anni, a Cuba è il momento di Raúl. L'annuncio in diretta tv, le due e trenta del pomeriggio, le telecamere accese sull'assemblea dei neoeletti deputati che, riuniti dalle 10 del mattino, hanno fatto la loro scelta, convalidata per alzata di mano e standing ovation: dopo che il maggiore, lunedì, ha rinunciato all'incarico, il minore dei fratelli Castro, 76 anni, da ieri è ufficialmente il presidente del Consiglio di Stato, il nuovo líder máximo all'Avana. Il primo vicepresidente è José Ramon Machado Ventura. «Un vecchio da museo!». In casa Perez, Rachel è la prima che scatta: 77 anni e un curriculum da castrista doc, Machado non dà il segnale di un cambiamento. Così come Raúl è un evidente messaggio di continuità. A fugare ogni dubbio nel discorso di investitura il neopresidente, raggiunto subito dagli auguri del venezuelano Chávez, sottolinea: per le questioni più importanti, «la politica estera, lo sviluppo socio-economico, continuerò a consultare il líder de la Revolución». Vale a dire Fidel, perché «è insostituibile». Partono le telefonate degli amici: «Inmobilismo total!», commenta Pablo. Se l'aspettavano, ma non era quello che speravano. In quest'appartamento, un edificio antico e diroccato del Centro Habana, mamma avvocato, papà scienziato, una figlia musicista, il fratello fotografo, una sorella a Miami, qualcuno in un cambiamento un po' ci aveva creduto. Non Rachel, che era pessimista appena accesa la tv, già un'ora prima, quando l'assemblea aveva scelto come proprio presidente, ancora una volta, Ricardo Alarcon, quello messo in difficoltà dalle domande di uno studente e filmato. «Ma come, dopo quel video?», si meraviglia Pablo. «Io già lo sapevo che non sarebbe cambiato nulla — ribatte Rachel —. Non ce n'è uno buono, troppi anni che gestiscono il potere, che sono lì arroccati, ci vorrebbe solo un'altra rivoluzione ». Neanche i più giovani la convincono? Carlos Lage, per esempio, 56 anni, rieletto vicepresidente… Rachel lo scaccia con la mano: «Un fanatico, forse peggiore di tutti, va in giro con quelle scarpe rotte come a mostrare che è un buon rivoluzionario… ». Pablo fa un'analisi diversa. Se avessero eletto Lage primo vicepresidente al posto di Machado, riflette, sarebbe stato un'ulteriore spina «fidelista» nel fianco di Raúl. «Sono due correnti distinte — dice —. E con Fidel e i suoi al comando sì che era impossibile pensare ad alcuna riforma. Col fratello forse…». E gli Stati Uniti vedono nell'elezione di Raúl «un potenziale di cambiamento», secondo quanto dichiara il responsabile del dipartimento di Stato con delega per l'America Latina, Tom Shannon. Da quando a luglio 2006 il maggiore dei Castro, ottant'anni e una misteriosa malattia all'intestino, ha lasciato l'incarico ad interim a Raúl, qualcosa nella società cubana s'è mosso. «Una minoranza, intellettuali, gente della capitale, per la prima volta ha cominciato ad avanzare delle critiche, dall'interno stesso del sistema». «Critiche rivoluzionarie », conia il signor Perez, e racconta di un sito spagnolo che ha raccolto pareri diversi dall'ortodossia a partire da un articolo di una giornalista fino a quel momento fedelissima alla linea, Soledad Cruz. «Si è partiti da questioni pratiche, come il divieto di comprare o vendere casa, la proibizione ai cubani di andare in hotel, la necessità di un permesso per viaggiare, le strade rotte…». Per arrivare a un tema chiave come la doppia moneta, il peso convertibile e quello locale che vale 25 volte meno. Pian piano il movimento è cresciuto, dice Pablo, si è diffuso tra chi ha un computer. Ha raggiunto riviste di scarsa tiratura ma significative come quella dei cattolici. Ha lambito organi ufficiali come Juventud Rebelde. Si è propagato attraverso video e documentari prodotti dalla Scuola d'Arte. «In questo ambiente ristretto si è creata una forte aspettativa di trasformazione». Quando allora Raúl in tv parla della possibilità di una rivalutazione del peso, dell'eliminazione della tessera alimentare o della prossima abolizione di alcune proibizioni, Pablo ci vede la spinta di questo movimento. «La prima impressione è di immobilismo, ma non è ancora detto. È solo il primo tempo. Questo Paese resta una strana eccezione al mondo: anche se poco a poco, qualcosa necessariamente dovrà cambiare». February 23 new generationUna generazione nuovaCambiare pagina è anche questo: cercare le persone che con la loro passione e il loro impegno civile portino passione nella politica. Facciamo crescere una generazione nuova. Walter Veltroni“Non si tratta di una persona del mondo dello spettacolo ma è una giovane italiana di qualità, come i tanti ragazzi che nel mio giro d'Italia sto incontrando. I loro talenti la loro capacità sono una delle risorse di questo paese, dobbiamo far irrompere questa generazione nella politica”. Le parole di Walter Veltroni si riferiscono a Marianna Madia, economista 27enne scelta come capolista del Pd nel Lazio, ma valgono per centinaia di ricercatori nel nostro Paese, e all'estero, come il gruppo che da Boston ha scritto una lettera aperta al Pd. La ricerca torna sulle pagine dei giornali a causa del decreto che ha eliminato i limiti introdotti dalla Bossi-Fini alla selezione di ricercatori stranieri nelle nostre università. La ricerca è tra i dodici punti programmatici presentati da Veltroni all'Assemblea Costituente della scorsa settimana. Ora la ricera irrompe nella selezione delle liste, con scelte come quella della Madia affianco a quella di Umberto Veronesi, l'oncologo di fama mondiale, come capolista del Pd per il Senato in Lombardia. Per il segretario del Pd si tratta di scelte dettate non solo da "curriculum e carte d'identità, ma anche dalla volgia di rendere protagonista la società. Voglio ringraziare prodi, Visco, Pinza, Violante, Amato, Mattarella che hanno scelto di non ricandidarsi per lasciare un posto nella politica ai più giovani. Facciamo posto a una generazione nuova. Nelle istituzioni, in parlamento, come negli enti locali e nei ceti dirigenti, da dove è stata per troppo tempo esclusa". Marianna Madia ha ringraziato Veltroni e il Pd “per aver accolto la dote che vi posso offrire, la mia straordinaria inesperienza. Per tutti i giovani che si avvicinano alla politica è il momento di interessarsi direttamente alal costruzione del proprio futuro, da vivere sulla propria pelle". Poi ha indicato i suoi tre punti programmatici: “la salvaguardia della terra, che respira mentre dovremmo prendere le decisioni che la salveranno. C'è il valore del tempo: dobbiamo ritrovare il tempo delle idee e dell'amore, così da ascoltare se stessi e gli altri altrimenti a chi parla la politica? Poi va ribadito il ruolo delle donne. I diritti acquisiti vanno difesi e dobbiamo portare nell’economia e nella politica un po’ di femminilità, smettendola di pensare secondo un modello maschile”. Soddisfatto Veltroni: “Quando guarderò il gruppo del Pd nella prossima legislatura potrò vedere caratteristiche che in politica non si vedevano da tempo, cambiare pagina è anche questo". |
|
|