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November 16
Così le fogne dei palazzi di Napoli finiscono nelle cavità sotterranee
Dagli anni Settanta scarichi abusivi nel sottosuolo Dopo il dossier di Bertolaso il problema è bonificare
diELEONORA PUNTILLO
NAPOLI - Finalmente lo sa anche Bertolaso. Ma forse bisogna dirgli anche qualcosa d'altro e di più su quel che si trova nel sottosuolo di Napoli, trasformato da ricchezza, da luogo utilizzabile, in colossale discarica anche fognaria. È infatti usanza antica e notissima che le tubazioni fecali di interi palazzi, anche recenti, vengano immesse nelle cavità per risparmiare il costo degli allacciamenti alle fognature, e anche per il timore che essendo queste insufficienti rispetto all'intensissima edificazione si debbano sostenere le spese per l'adeguamento.
È usanza antica e tuttora perdurante aprire il tombino nel cortile e rovesciarvi dentro i materiali di risulta delle ristrutturazioni negli appartamenti, con risparmio del trasporto alla discarica. Altrettanto antica, ormai quasi quarantennale, è la pubblica denuncia di tali abusi, senza che vi siano conseguenze sul piano giudiziario, e neanche su quello amministrativo. Rarissimi - anche per ovvie difficoltà - gli interventi «sotterranei» dei vigili urbani; si ricorda ancora quella di qualche anno fa, quando l'allora comandante della squadra antiabusivismo Antonio Baldi (non a caso geologo e studioso del sottosuolo) si accorse che i materiali di risulta della ristrutturazione in corso al palazzo che fu dell'armatore Lauro in via Crispi non uscivano mai dal cantiere a bordo di camion. Finivano infatti in una antica cava di tufo che si trova a grande profondità al di sotto di quella e altre costruzioni. Per chi ha documentato da sempre il saccheggio impunito del territorio alla luce del sole, non c'è stupore alla vista di quel che si scarica nel buio dei sotterranei. In archivio ci sono titoloni dei quotidiani, come quelli gli anni Settanta dopo la tragica frana di via Aniello Falcone (19 settembre 1969, vi fu sepolto il farmacista che da anni denunciava invano i segnali di dissesto). Per esempio la denuncia relativa ai 16 — sì proprio sedici — palazzoni al Corso Amedeo di Savoia che nel corso delle indagini per una colossale voragine poco più a monte, furono scoperti senza allacciamento alla rete fognaria: scaricavano tutti in una grande cavità sotterranea, divenuta un colossale pozzo nero. I sedici palazzoni avevano una «regolare» licenza edilizia concessa nel 1965 in una zona che sulle tavole del Piano regolatore depositate al Ministero risultava «agricola», mentre il relativo colore sulle tavole del Comune di Napoli indicava «edilizia intensiva ». La falsificazione delle carte del Piano regolatore fu definito «il falso più clamoroso della storia giudiziaria italiana» con la sentenza (1972) di archiviazione perché fu impossibile identificare i falsificatori. Il giudice istruttore Massimo Genchini scrisse che non doveva stupire il fallimento dell'indagine «ove si consideri la lentezza, si potrebbe dire anzi la riluttanza con la quale essa ha avuto inizio…». In materia di lentezza anzi di riluttanza nel cercare i responsabili le cose non sono poi tanto cambiate a distanza di quasi quaranta anni, benché sia evidente il perdurare della flagranza (e la reiterazione) del reato quando ancora si subiscono le tragiche conseguenze del saccheggio e ciascun napoletano paga di tasca sua fior di quattrini per rinnovare infrastrutture fognarie e stradali, che pure erano state progettate per durare fino al 2100, ma solo se la città fosse stata edificata in modo non incivile, se fosse piena di verde, di giardini privati e pubblici. Per identificare chi inquina, a volte basta poco: ci sono cavità stracolme di imballaggi con il nome e l'indirizzo del destinatario; e basta poco per capire da dove arrivano sbocchi fecali, e anche fusti, bombole, reti da letto, e pure quell'auto «mini cooper» incastrata (e fotografata) nella bocca di un pozzo comunicante con una cava alla Sanità. Adesso che lo sa anche Bertolaso, lentezze e riluttanze nell'indagine e nella eliminazione degli abusi non dovrebbero ripetersi. Più grosso il problema del disinquinamento e della messa in sicurezza delle cavità: bisogna davvero vigilare perché non diventi un grosso affare, magari solido come una colata di calcestruzzo.
November 14
«Camorra City»? Peggio dell'Iraq
Lo dice Carmelo Burgio, comandante dei carabinieri a Nassiriya, oggi impegnato contro la mafia nel Casertano
Saranno i muri alti, le corti interne delle villone che ospitano le grandi famiglie della camorra casalese: opulente al loro interno, ma chiuse su se stesse, veri fortini che ricordano quelle delle campagne afghane, o quelle sparse nell’Iraq meridionale verso il delta del Tigri e dell’Eufrate. Oppure saranno l’omertà diffusa, il senso di rassegnata impotenza tra gli onesti, l’idea che se appartieni a un clan non ne puoi uscire, che anche un agente delle forze dell’ordine è in qualche modo condizionato dalle leggi del sangue. O, ancora, l’assenza dello Stato, l’impressione che le regole le detti il più forte, chi sa incutere più paura.
Sta di fatto che a girare nei borghi maleodoranti di discariche, fiumi inquinati e quartieri costruiti nel caos contro le più elementari regole urbanistiche tra la periferia di Caserta, Casal di Principe, Castel Volturno e Sessa Aurunca, viene automatico pensare ai Paesi disastrati del Terzo Mondo, alle zone di crisi in Medio Oriente, al terrore iracheno e la guerra afghana. «Con una differenza però. Qui è ancora peggio che a Nassiriya nel 2004. Là almeno gli iracheni ci dicevano grazie quando noi militari riuscivamo a catturare un bandito e portare un po’ d’ordine. Qui neppure quello.
Nel casalese ogni rappresentante dello Stato è considerato un nemico, sempre e comunque. A noi carabinieri qui nessuno dice grazie» spiega con lo stile diretto che lo contraddistingue il colonnello Carmelo Burgio, comandante dei carabinieri che operano in provincia di Caserta. Parole d’intenditore. Burgio era l’ufficiale che il 12 novembre 2003, il giorno degli attentati alla base italiana di Nassiryia, stava rilevando il comando dei carabinieri. Lo avrebbe mantenuto sino al marzo 2004. Subito dopo l’hanno mandato a Caserta. Dal caos iracheno a quello di «Gomorra». «Tutto sommato il salto è stato meno alto di quanto potessi pensare» ironizza commentando cinque anni «al fronte». Una verità evidente anche per il giornalista abituato agli scenari mediorientali. E la similitudine che salta all’occhio è quella dei clan, delle regole dei legami di sangue a scapito delle leggi della comunità. «Da queste parti la solidarietà, come nel mondo arabo, cessa fuori dalla porta di casa. Così si possono vedere ville e appartamenti puliti e perfetti all’interno, sino al cancello del giardino. Ma le vie adiacenti sono discariche a cielo aperto. Ecco perché la camorra può tranquillamente prosperare con il mercato delle scorie tossiche che arrivano dalle fabbriche del nord. Non c’è alcun senso del bene pubblico. Qui la logica trionfante impone la solidarietà dei legami famigliari contro quella dello Stato. Non si pagano le tasse perché sono governative, come non si porta il casco in moto, o non si paga l’assicurazione auto» aggiunge Burgio.
Un problema grave e delicatissimo coinvolge gli agenti delle forze dell’ordine e il loro sentimento di obbedienza alla legge. «Cosa succede se tu sei poliziotto e tuo fratello, o tuo padre, oppure un cugino, è camorrista? Vince la fedeltà tribale o il senso del dovere del pubblico ufficiale di uno Stato moderno?» si chiedono con un grosso punto interrogativo tra gli oltre 1.350 carabinieri delle 61 basi nella regione. Il tema è scottante, se ne parla poco e a bassa voce. Sono stati scoperti carabinieri e poliziotti che avvisavano «la famiglia» dell’imminenza di una perquisizione, di una retata notturna, di intercettazioni telefoniche. Negli ultimi quattro anni quasi cinquanta carabinieri sono stati licenziati, spostati di sede, o addirittura arrestati (almeno sei) per collusioni con la malavita. E una proporzione simile vale per i poliziotti (che nella zona sono circa la metà dei carabinieri). I poteri locali non aiutano. Anzi, talvolta proteggono la camorra. Non ultimi alcuni personaggi del clero. Il soggetto è bollente, un vero tabù, nessun vuole fare di ogni erba un fascio. Eppure, tra le forze dell’ordine sono in molti a conoscerlo. «Capita che i sacerdoti siano più vicini alla malavita che non agli organismi di sicurezza. In più, il loro sostegno agli immigrati illegali intralcia le nostre indagini» sussurrano tra i carabinieri. E fanno un esempio. Nel passato venne perquisita la basilica di Casapesenna, un villaggione che confina a sud con la municipalità di Casal di Principe. Si sospettava che uno dei boss latitanti, Michele Zagaria (alla macchia da dodici anni), dopo averne sovvenzionato la costruzione vi avesse scavato un covo segreto nelle fondamenta. Ma fu un blitz veloce, poco accurato, poiché intervenne il vescovo, scatenando un piccolo incidente diplomatico con la Santa Sede. Da allora le forze dell’ordine rimangono alla larga e il sospetto permane. Si trovano anche sconosciuti della lotta quotidiana alla camorra.
Gente che rischia la vita per duemila euro al mese. È il caso, tra i tanti, dei diciassette uomini della «Sezione Catturandi» della stazione dei carabinieri di Caserta. La loro specializzazione è l’individuazione dei covi. «Negli anni Ottanta erano ricoveri primitivi, buchi coperti da tavole. Poi però la malavita casalese si è specializzata. Qui ci sono muratori provetti e le grandi famiglie ne approfittano, sicure che i loro congiunti non li denunceranno. Così si è passati a veri appartamenti-bunker con vie di fuga sotterranee, e a un pullulare di nascondigli con sistemi di sorveglianza sofisticatissimi» spiega il luogotenente Giuseppe Iatomasi. Con lui visitiamo uno degli ultimi covi scoperti, quello di Raffaele Diana, noto come “Rafilotto”, nato nel 1953 a san Cipriano d’Aversa, accusato di omicidi, estorsioni e latitante dal 2004. In realtà si tratta di due «bunker» separati. Il primo è ben nascosto nella parete a doppiofondo di un grande mobile bianco. Il secondo è una botola nel sottoscala, che porta a un pertugio di quattro metri quadri. «Nell’ultimo decennio la camorra ha creato sistemi alla Diabolik per monitorare polizia e carabinieri. Uno dei nostri metodi è gettare secchiate d’acqua sui pavimenti delle costruzioni sospette per controllare che non sparisca nei covi sotterranei. Ma loro hanno reso i pavimenti stagni, con guarnizioni che fermano il defluire dell’acqua e attutiscono i rumori» aggiunge Iatomasi mostrando le foto di uno dei covi più sofisticati. Si trovava a Sessa Aurunca, ed era nella casa di Gaetano Di Lorenzo, esponente dei cosiddetti «bardelliniani». Tramite un telecomando, il bidè scendeva su di un pistone in un piccolo pertugio nascosto nel muro, da cui con un sistema di visori a fibre ottiche si poteva controllare la strada. In un altro covo scoperto a Casal di Principe, si nascondeva Mario Iovine, assassinato in Portogallo nel 2000. Un passaggio segreto si apriva tra le bottiglie di vino in cantina e conduceva a un primo appartamento di dieci metri sotto terra. Nel caso i carabinieri l’avessero scoperto, da questo livello si scendeva a un secondo bunker, e da qui a un corridoio lungo oltre cento metri che sbucava in un’autorimessa dove erano sempre pronte una Vespa e un’auto per la fuga.
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L'ADDIO A MIRIAM MAKEBA, 'ERA UN SIMBOLO'
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Il silenzio che avvolge la sala mortuaria della clinica 'Pinetagrande' di Castelvolturno è solo in parte rotto dal via vai di gente che sin dalle prime ore del mattino è accorsa per rendere omaggio alla salma di Miriam Makeba: una processione di immigrati e istituzioni per dire addio a 'Mama Africa', morta nella notte dopo essersi esibita nel concerto anticamorra dedicato a Saviano.
"Ciao mama sei il nostro simbolo" si legge in un biglietto legato ad un fascio di fiori che un giovane africano depone dinanzi alla sala mortuaria della clinica. E ancora, "addio da tutti noi immigrati di Castelvolturno". Non solo tanti immigrati, con loro anche numerosi pazienti e medici della struttura sanitaria del litorale domizio. C'é chi lascia fiori e chi biglietti di cordoglio. Tuttavia pochi possono avvicinarsi alla salma. Un rigoroso cordone di protezione tiene lontani estranei e curiosi: una disposizione - rendono noto gli amici - necessaria per esaudire il desiderio della cantante di non volersi far vedere da nessuno da morta, tanto meno lasciarsi fotografare.
Poi è il momento delle istituzioni, a cominciare da quelle religiose. Il primo ad arrivare è l'arcivescovo di Capua, mons. Bruno Schettino: "Resterà un simbolo del riscatto di questa terra", dice. Quindi è la volta del sindaco di Castelvolturno, Francesco Nuzzo, che già durante la notte si era recato in clinica: "Castel Volturno onorerà Miriam Makeba - assicura - da ieri appartiene alla nostra comunità come tutte le persone impegnate nella lotta alla camorra". Più tardi arriva il governatore campano Antonio Bassolino che la ricorda come grande voce dei deboli sottolineandone l'impegno contro il razzismo e la camorra. Motivi per cui "malgrado l'età aveva voluto essere a tutti i costi a Castelvolturno". In rappresentanza del governo sudafricano giunge a Castelvolturno l'ambasciatore in Italia, Lenin Shope: il diplomatico si trattiene a colloquio con il nipote della cantante Nelson che l'aveva accompagnata in Italia per il concerto di ieri sera.
Ma a Castelvolturno c'é anche Qedani Dorothy Mahlang, ministro della provincia di Gauteng, Johannesburg. La sua presenza era già prevista per una riunione della Consulta degli immigrati in programma oggi. Sul corpo della cantante, nonostente il primo positivo orientamento della procura, non sarà effettuata autopsia: la morte, è stato accertato dopo un primo esame esterno, è avvenuta per morte naturale. La salma raggiungerà il Sudafrica domani con un volo in partenza da Napoli con scalo previsto a Parigi.
Mama Africa, Miriam Makeba, se n'e' andata uscendo di scena con un finale ad effetto. Aveva speso tutta la sua vita per l'impegno civile ed e' morta 'sul campo', a Castel Volturno, un luogo-simbolo della lotta alla criminalita' ed alla sopraffazione, dove aveva voluto partecipare a tutti i costi, nonostante le non brillanti condizioni di salute, al concerto anticamorra a sostegno dello scrittore Roberto Saviano.
L'artista di colore, 76 anni, era divenuta famosa in tutto il mondo per essersi battuta vigorosamente contro il regime dell'apartheid che aveva dilaniato il suo Paese, il Sudafrica. Non a caso era diventata delegato delle Nazioni Unite. E non a caso il suo impegno contro la segregazione razziale, ingigantito dalla fama di cantante nota in tutto il mondo, aveva causato la reazione del governo sudafricano che, nel 1963 - in pieno regime di apartheid - l'aveva costretta all'esilio ed aveva messo al bando tutti i suoi dischi. Da alcuni anni, per motivi professionali, la Makeba si era gia' trasferita in Europa, anche se continuava a frequentare di tanto in tanto il suo Paese d'origine. Dopo che le fu imposto l'esilio, per tornare in Sudafrica, Miriam Makeba dovette attendere quasi 30 anni: soltanto nel 1990, infatti, Nelson Mandela riusci' a convincerla a tornare nella terra dove era nata - sua madre era di etnia swazi e suo padre, morto quando lei aveva sei anni, era uno Xhosa - e che era stata costretta ad abbandonare.
Trasferitasi prima in Europa e poi negli Stati Uniti, proprio in quella lunga fase della sua vita, espresse il meglio di se' nel campo artistico. In America Miriam Makeba incise le sue canzoni piu' conosciute: Pata Pata, The Click Song e Malaika. Nel 1968 si sposo' con Stokely Carmichael, un attivista per i diritti civili. Il matrimonio scateno' grandi polemiche negli Stati Uniti e la sua carriera ne subi' un notevole rallentamento. Si separo' dal marito - con il quale si era trasferita in Guinea - nel 1973. Nel 1985, dopo la morte della sua unica figlia, Bongi, torno' a vivere in Europa. Nel 2005 decise di dare il suo addio alle scene e lo fece con un memorabile tour, che tocco' tutti i Paesi del mondo nei quali si era esibita. Ma il destino, per l'addio definitivo, le aveva riservato un altro appuntamento. Quello che ieri sera l'ha condotta sul palco di Baia Verde, a Castel Volturno, dove un pubblico accorso per una grande testimonianza di impegno civile, le ha riservato l'ultimo, indimenticabile applauso.
CHIESTO IL PIZZO AGLI OPERAI CHE MONTAVANO IL PALCO PER IL CONCERTO
"Alcuni sconosciuti hanno chiesto il pizzo agli operai che stavano montando il palco per il concerto dedicato a Saviano". Lo ha reso noto l'assessore alla Formazione della Regione Campania, Corrado Gabriele promotore degli Stati generali per la scuola nel Mezzogiorno, che si chiudono questa sera a Castel Volturno (Caserta) proprio con il concerto di Miriam Keba e Maria Nazionale dedicato a Saviano. Il fatto, secondo quanto riferisce Gabriele, è avvenuto nella serata di ieri. L'assessore ha informato dell'accaduto i carabinieri.
"Appena mi hanno riferito l'accaduto - ha detto ancora l'assessore - ho chiamato il comandante provinciale dei carabinieri di Napoli ed è stato informato anche il coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti". "Gli operai hanno detto agli sconosciuti di non essere in grado di dare loro risposte e di tornare di oggi", ha raccontato ancora Gabriele. "Domani formalizzeremo una denuncia contro ignoti - ha concluso Gabriele - ma quanto è avvenuto è di una gravità inaudita. Posso dire però che il concerto si svolgerà regolarmente, grazie alla presenza delle forze dell'ordine, nel posto che avevamo previsto: il luogo dove fu ammazzato l'imprenditore coraggioso Domenico Noviello".
La cantante sudafricana è stata colta da un malore al termine della sua esibizione E' stata portata in una clinica di Castel Volturno, dove è spirata poco dopo. Aveva 76 anni
Muore Miriam Makeba dopo il concerto per Saviano
L'autore di Gomorra: "La sua voce era per i sudafricani la libertà" Mandela: "E' giusto che i suoi ultimi momenti siano stati sulla scena"
CASTEL VOLTURNO (CASERTA) - La cantante sudafricana Miriam Makeba è morta nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno, dove era stata trasportata dopo essere stata colta da un malore, al termine della sua esibizione al concerto anticamorra e contro il razzismo dedicato allo scrittore Roberto Saviano, a Baia Verde di Castel Volturno. "E' giusto che i suoi ultimi momenti siano stati sulla scena", ha commentato l'ex presidente sudafricano Nelson Mandela. "Le sue melodie hanno dato voce al dolore dell'esilio che provò per 31 lunghi anni. - ha detto Mandela, rendendo omaggio a una delle "madri" della lotta contro l'apartheid. - Allo stesso tempo, la sua musica effondeva un profondo senso di speranza". Roberto Saviano l'ha ricordata così: "La voce di Miriam Makeba era quello che i sudafricani dell'apartheid avevano al posto della libertà".
L'artista aveva 76 anni. Era nata a Johannesburg il 4 marzo 1932. Aveva speso tutta la sua vita per l'impegno civile ed è morta 'sul campo', a Castel Volturno, un luogo-simbolo della lotta alla criminalità ed alla sopraffazione, dove aveva voluto partecipare a tutti i costi, nonostante le non brillanti condizioni di salute, al concerto anticamorra a sostegno di Saviano.
Miriam Makeba era divenuta famosa in tutto il mondo per essersi battuta contro il regime dell'apartheid che aveva dilaniato il suo Paese, il Sudafrica. Per questo era diventata delegato delle Nazioni Unite. E non a caso il suo impegno contro la segregazione razziale, ingigantito dalla fama di cantante nota in tutto il mondo, aveva causato la reazione del governo sudafricano che, nel 1963 - in pieno regime di apartheid - l'aveva costretta all'esilio ed aveva messo al bando tutti i suoi dischi.
Per tornare in Sudafrica, Miriam Makeba dovette attendere quasi 30 anni: soltanto nel 1990, infatti, Nelson Mandela riuscì a convincerla a tornare nella terra dove era nata (sua madre era di etnia swazi e suo padre, morto quando lei aveva sei anni, era uno Xhosa). Trasferitasi prima in Europa e poi negli Stati Uniti, proprio in quella lunga fase della sua vita, espresse il meglio di sè nel campo artistico. In America Miriam Makeba incise le sue canzoni più conosciute: Pata Pata, The Click Song e Malaika.
Nel 1968 si sposò con Stokely Carmichael, un attivista per i diritti civili. Il matrimonio scatenò grandi polemiche negli Stati Uniti e la sua carriera ne subì un notevole rallentamento. Si separò dal marito - con il quale si era trasferita in Guinea - nel 1973. Nel 1985, dopo la morte della sua unica figlia, Bongi, tornò a vivere in Europa.
Nel 2005 decise di dare il suo addio alle scene e lo fece con un memorabile tour, che toccò tutti i Paesi del mondo nei quali si era esibita. Ma il destino, per l'addio definitivo, le aveva riservato un altro appuntamento. Quello che ieri sera l'ha condotta sul palco di Baia Verde, a Castel Volturno, dove un pubblico accorso per una grande testimonianza di impegno civile, le ha riservato l'ultimo, indimenticabile applauso.
November 07
Ora, in città gli studenti parlano di libertà
Torre Annunziata. Lo scorso 22 ottobre la città di Torre Annunziata ha rinnovato il voto alla Madonna della Neve: davanti al corteo c’era una bandiera della Pace. La tenevano in mano i giovani volontari dell’oratorio della Madonna della Neve, che quotidianamente tentato di recuperare i minori a rischio del Quadrilatero delle Carceri. Quei giovani chiedevano la liberazione della città da ogni sopruso ed ogni violenza. Speravano in un riscatto sociale di Torre Annunziata ed in una liberazione, che per molti è arrivata all’alba del 4 novembre, quando la polizia di Napoli e del commissariato ha stretto le manette ai polsi di un’ottantina di persone. Poche ore dopo, però, nel regno del clan Gionta sembrava essere tutto tornato alla normalità. Pusher agli angoli delle strade, sentinelle in giro in sella ai ciclomotori, con le luci accese anche in pieno giorno, per segnalare la propria presenza a chi cerca droga e sballo. Nulla sembra cambiato, anche se i pusher non tengono più postazioni fisse, ma preferiscono muoversi e svariare tra i vicoli del Quadrilatero alla ricerca degli acquirenti delle dosi. Indossano sciarpe e cappellini gli spacciatori ‘sopravvissuti’ alla retata di martedì. Per coprire il viso e gli occhi, per evitare un riconoscimento da parte delle forze dell’ordine o delle telecamere che, da un giorno all’altro, dovrebbero entrare in funzione nel rione dei Gionta. In città non si parla d’altro e c’è qualche cittadino che, attraverso internet, lancia la proposta di organizzare una manifestazione per ringraziare lo Stato e le forze dell’ordine per la spallata data al gotha della camorra oplontina. Per le strade della zona sud c’è il solito via vai di vedette in scooter, persino la solita fila di automobilisti, costretti ad aspettare che il conducente davanti acquisti la dose di droga, paghi e continui la sua marcia. C’è un maggiore movimento ed una maggiore diffidenza da parte delle sentinelle: sentono il fiato sul collo degli investigatori, sanno che prima o poi toccherà anche a loro provare la fredda sensazione delle manette ai polsi. Sono le ultime colonne dello spaccio, rimaste senza una guida e senza più i capipiazza. Senza più ordini da seguire, ma solo un “si salvi chi può” che spinge a smaltire i restanti giacimenti di stupefacenti per raccogliere denaro per il pagamento degli stipendi agli affiliati e per il pagamento delle spese legali per quelli arrestati. Le foto di tutti gli arrestati finiscono anche sui banchi: si parla del maxi blitz contro i Gionta anche nelle scuole superiori occupate, dove campeggiano gli striscioni contro la Gelmini e per il diritto allo studio. Al Marconi di via Roma c’è un lenzuolo con una scritta rossa: “La lotta è dura e non ci fa paura”. Anche per quei ragazzi martedì è stato il giorno della liberazione. gdm
Droga: le sante alleanze con i Casalesi
Fiumi di cocaina, hashish e marijuana acquistati dal clan Gionta e poi rivenduti con guadagni straordinari. E’ la droga il principale business della cosca del Quadrilatero delle Carceri, che si occupava sia della grande importazione di stupefacenti che della gestione delle piazze dello spaccio, ben cinque sul territorio di Torre Annunziata. La vendita al minuto porta ogni giorno nelle casse della cosca circa 170 mila euro, in virtù di un meccanismo no-stop che prevedeva anche turni notturni per pusher e sentinelle. Non tutta la droga importata dall’estero in Italia era destinata alle piazze di spaccio torresi. Una parte veniva rivenduta ad altre organizzazioni della Campania, del Lazio o della Sicilia, oppure immesse nei circuiti dello spaccio delle Marche e dell’Abruzzo. Accanto ai Gionta sono stati decapitati i gruppi dei Quaglia quaglia, ovvero i De Simone, e dei Chierchia. In particolare, i De Simone venivano indicati come narcotrafficanti in grado di fornire carichi di droga sia al clan dei Valentini sia alle altre organizzazioni presenti a Torre Annunziata, tra cui i Gallo-Cavalieri. Erano i Paesi Bassi il principale centro di approvvigionamento dei Gionta: nel corso dei mesi di indagine sono stati sequestrati 12 chili di cocaina, 188 di hashish e 278 di marijuana. L’organizzazione camorristica si serviva dell’azienda di trasporti di Carmine Romeo e Francesca Cipriano, entrambi arrestati nell’operazione Alta Marea. Il clan si basava sul sistema delle ‘puntate’, aperto anche alla partecipazione di altri clan operanti nelle stesse città di Torre Annunziata e Napoli. Sul mercato nazionale la droga oplontina era altamente competitiva. Lo avevano capito anche i mafiosi, visto che esponenti del clan mafioso “Pillera-Puntina” di Catania strinsero patti economici con la cosca del Quadrilatero delle Carceri. C’era anche un accordo con gli Scissionisti di Secondigliano nei piani dei Valentini: a descriverli, in un’intercettazione ambientale in casa di Gemma Donnarumma, è lo stesso Pasquale, che parla di un input arrivato da suo padre Valentino direttamente dal carcere. “Tramite papà abbiamo fatto una cosa - dice Pasquale -. Voglio rischiare pure io insieme a voi, io per esempio cinque o seicentomila euro e ve li voglio dare in mano e rischiare pure io”: il riferimento è ad un investimento per l’approvvigionamento di droga. E poi Pasquale confidava: “Noi lavoravamo con Cicciotto ‘e mezzanotte (Francesco Bidognetti)...quelli là di Casal di Principe. Lavoravamo insieme tramite papà”. I vertici del clan Gionta vengono incastrati dalle conversazioni in cui si parla di camion carichi e del rischio di incorrere in controlli e sequestri delle forze dell’ordine. Ogni viaggio veniva seguito con apprensione all’interno di Palazzo Fienga, dove spesso si trovavano i Gionta e Francesca Cipriano, cointestataria della ditta di trasporti utilizzata per far arrivare la droga a Torre Annunziata. Gli approvvigionamenti della droga arrivavano anche alle piazze di Castellammare di Stabia. C’erano pure corrieri stabiesi nell’organizzazione gestita in modo verticistico da Pasquale Gionta. Tra questi c’erano Amedeo Rosario Mas e Alfredo Cesarano, quest’ultimo arrestato a Rovereto nell’aprile del 2007 e raggiunto ieri in carcere dall’ordinanza di custodia cautelare nell’inchiesta Alta Marea. Cesarano è imparentato con altri due narcos coinvolti nell’operazione antidroga Leopard 2, condotta nel 2003/2004. Era stabiese anche Gabriele Scarpa, bloccato ad Angri su un camion proveniente dall’Olanda insieme con Michele Santagata, di Torre del Greco, e il rumeno Oncea Vasile. Nel tir c’erano oltre 150 chili di hashish, 100 di marijuana e 10,5di cocaina. “Gionta era colui che controllava assieme a Carmine Romeo ed al cognato Giuseppe la logistica e parliamo in particolar modo dei camion necessari per assicurare il buon esito dell’operazione”: è il collaboratore di giustizia napoletano, Ciro Mucci, a parlare delle operazioni concluse dai Valentini. Il pentito si attribuisce il compito di collettore delle ‘puntate’ dei clan campani. Alla Dda racconta di aver effettuato l’ultimo viaggio in Olando nel 2005 ed aver raccolto varie quote per organizzare l’acquisto degli stupefacenti: “Tra i 12mila e i 18.500 euro dai De Biase, dai Mazzarella, dai D’Elia e dai Lepre. Il mio ruolo era di portare i soldi a Torre Annunziata e consegnarli a Pasquale Gionta”. I Gionta, poi, traevano un guadagno notevole: per la marijuana indicavano ai clan napoletani un prezzo di 3.200 euro al chilo in Olanda, cui si aggiungevano 500 euro al chilo per il trasporto. “In realtà - dice Mucci - Pasquale Gionta riusciva ad ottenere un prezzo vantaggioso a 2.800 euro al chilo. In questo modo Gionta lucrava la differenza tra il prezzo fissato ai napoletani e quanto effettivamente speso”. Ma secondo il collaboratore di giustizia, nessuno si è mai lamentato perchè la qualità della sostanza era ottima
Pusher, paghe da manager: 10mila euro
Duemila e cinquecento euro a settimana per spacciare nelle piazze di Torre Annunziata. Una cifra da capogiro. Diecimila euro al mese per chi, giorno e notte, gestisce la distribuzione al minuto della droga. La fitta rete di pusher che il clan Gionta ha costruito nel tempo e che preserva anche a costo di affrontare faide sanguinarie è organizzata con estrema cura. La conoscenza del pentito del clan, Aniello Nasto, della materia, risulta importantissima per i magistrati della Dda, per capire come si articola quella che è l’attività più importante per la cosca di palazzo Fienga: il commercio di droga. Cifre da capogiro, quelle che competono ai pusher. Fiumi di denaro che passano attraverso un circuito completamente illegale. Flussi di denaro impressionanti che finiscono direttamente nelle casse dell’organizzazione di palazzo Fienga. E gli spacciatori sono quelli che, pur rischiando di più, gaudagnano più di tutti. Stipendi d’oro, da far invidia a magistrati e che si avvicinano moltissimo a quelli di un parlamentare. Sono le paghe dei pusher di Torre Annunziata. Non più di nove mesi fa, il collaboratore di giustizia stava per concludere i verbali di dichiarazioni dei 180 giorni previsti dall’ordinamento che disciplina la normativa sulla collaborazione. Il 20 febbraio del 2008, Aniello Nasto racconta al magistrato come funzionano le piazze di spaccio a Torre Annunziata. “Ogni piazza di spaccio- racconta Aniello Nasto- ha un suo responsabile direttamente collegato al responsabile ci sono poi tre o quattro spacciatori al minuto. Tra questi uno svolge anche il compito di tenere la contabilità giornaliera della droga venduta e dei relativi proventi. Gli spacciatori che lavorano nella piazza di spaccio guadagnano duemila, duemila e cinquecento euro a settimana. Si tratta di una cifra elevata e spesso superiore allo stesso stipendio degli affiliati del clan. Ciò tuttavia -continua Aniello Nasto- è spiegabile in considerazione del fatto che chi spaccia sulla strada è costantemente esposto al rischio di essere arrestato. Inoltre è possibile, per un affiliato, cumulare lo stipendio che deriva dall’essere membro del clan con i proventi derivanti dalla sua attività di spacciatore e narcotrafficante. La droga viene venduta all’interno di abitazioni o di stabili che gli acquirenti già conoscono essere deputati allo smercio al minuto dello stupefacente. Nell’organizzazione delle piazze di spaccio sono anche inseriti i “pali” e le “vedette” che hanno il compito di avvisare gli spacciatori dell’eventuale presenza in zona delle forze dell’ordine. I pali, in particolare, hanno il compito di presidiare gli ingressi delle zone dove esiste la piazza di spaccio a bordo di ciclomotori. Alla vista delle forze dell’ordine i pali e le vedette innanzitutto danno l’allarme utilizzando i fischietti simili a quelli utilizzati dagli arbitri di calcio. Il suono dei fischietti e la pronuncia di parole d’ordine pone sull’avviso gli spacciatori, i quali, immediatamente occultano la droga in luoghi sicuri. Spesso le vedette a bordo dei ciclomotori attirano l’attenzione delle forze dell’ordine con manovre spericolate e facendo intendere di essere in possesso di qualcosa di illecito. Ricordo- continua Nasto- che una delle frasi tipo pronunciate dalle vedette per segnalare la presenza dei carabinieri era la seguente: “sta arrivando Annamaria”, mentre quando arrivava la polizia dicevamo “sta arrivando Maria”. I pali e le vedette guadagnano una cifra di circa 200/250 euro a settimana”. Ma Nasto non si ferma nel suo racconto e passa alla descrizione dettagliata delle attività e della gestione delle singole piazze dello spaccio: “Riconducibili ai Valentini -afferma Nasto- ci sono le piazze di spaccio di largo Genzano e largo Grazia che è gestita da Carmine Montemurro Carmine. In questa piazza di spaccio è commercializzata cocaina e marijuana. I ricavi giornalieri ammontano a 30mila-40mila euro al giorno. Alle dipendenze di Carmine Montemurro lavorano il fratello Salvatore Montemurro e un figlio di Francesco Amoruso (’a vicchiarella ndr) di cui non ricordo il nome. I Montemurro versano ogni mese alla cassa del clan una somma pari a 7000/7500 euro al mese. In queste piazze di spaccio la dose contiene 1,5 milligrammi o anche 2 milligrammi di cocaina. Quindi da un grammo di cocaina si ricavano 5 o 6 dosi da spacciare al minuto. Facendo quindi un calcolo sul singolo chilogrammo, attraverso le piazze di spaccio si ricavano 110/115mila euro. Preciso-continua Nasto- che la cocaina di cui parliamo, viene utilizzata per essere fumata e per questo motivo non viene tagliata. Infatti, la cocaina per essere fumata deve essere prima squagliata. Se la cocaina è manipolata, infatti, al taglio evapora rendendo immediatamente percepibile al consumatore, l’acquisto di un prodotto di non buona qualità. E’ per questo motivo che che i detentori di spaccio a Torre Annunziata, essendoci una forte concorrenza, non vogliono perdere i clienti, dando loro merce di qualità peggiore rispetto a quella che può essere venduta su piazze concorrenti. Quando la cocaina viene assunta per inalazione, è più difficile capire se la stessa è stata manipolata”. Francesco Anno
Don Valentino decideva i destini dalla cella
Una guerra sanguinaria per la sete di potere e per la voglia di sangue. Tre anni di inferno e una città ostaggio del terrore. Alla base, le scelte scellerate del secondogenito del boss Valentino Gionta, Pasquale. Quel giovanotto che a soli 28 anni si ritrova, per il cognome che porta, ad essere al comando di uno dei clan più potenti ed efferati della storia della camorra. Lo scettro del comando glielo passa proprio suo padre. Il boss Valentino Gionta, infatti, nel 2005 fa arrivare un messaggio dal carcere in cui era detenuto al regime di 41 bis nel quale comunica la sua scelta di affidare le redini dell’organizzazione proprio al figlio Pasquale. E’ quella la scelta che segna l’inizio della fine. Nel giro di tre anni, infatti, si è arrivati alla decapitazione del clan Gionta. Una grossa mano al lavoro dei magistrati l’ha data senz’altro la scelta di Aniello Nasto di passare dalla parte della giustizia. Una sterzata decisiva all’inchiesta avviata nel 2006, però, la dà proprio Pasquale Gionta e la sua dissennata strategia stragista. La Dda, infatti, già particolarmente attenta alla seconda ascesa del clan Gionta negli anni 2003-2006 dopo la prima guerra con i Cavalieri, decide di accelerare la conclusione dell’inchiesta dopo la faida che nel mese di aprile del 2007 sfocia in un vero e proprio massacro. Una faida che solo Valentino Gionta avrebbe potuto fermare. Un meccanismo innescato proprio dall’ex re del contrabbando e che nel giro di tre anni avrebbe portato alla decapitazione del suo stesso clan. E’ stato infatti Valentino Gionta, dal carcere, a designare come suo successore alla guida del clan il figlio Pasquale. Quel giovane poco più che 27enne, che si trova da un giorno all’altro alla guida di un’organizzazione criminale potentissima che gestisce flussi di denaro nell’ordine di centinaia di migliaia di euro al giorno. Inesperto e poco avvezzo alla pace: un sanguinario con la sete del potere assoluto. Una macchina da guerra che non si può più fermare. Un simile fenomeno, in un clan mafioso, qual è quello dei Gionta, può anche significare la fine. Appare evidente, ad un certo punto, che quando Pasquale Gionta diventa il boss, nessun può più contraddirlo. Nemmeno i vecchi consiglieri del padre, neanche chi, diversamente da quel ragazzino di poca esperienza, aveva affrontato più di una guerra di camorra uscendone indenne: da quella contro i Bardellino-Alfieri al fianco dei Nuvoletta e delle mafia vincente a quella di scissione interna contro l’ex colonnello di don Valentino, Pasquale Gallo, ’o bellillo. Nessuno dei consiglieri del padre però, riesce a fermare Pasquale Gionta. E’ lui che ingaggia una guerra per il controllo assoluto delle piazze e dichiara guerra ai Cavalieri finendo per seminare terrore e morte, spesso inutilmente. Troppo folli le scelte di Pasquale Gionta. Ma è lui il capo e nessuno può ostacolarlo. Ma quando è troppo e troppo. Non ci riesce Gennaro Longobardi che pur provando a ritornare sulla strada della pace e non della guerra, deve arrendersi dinanzi alla testardaggine del figlio di dona Valentino. Le preoccupazioni per quello che sarebbe poi accaduto, sono nella percezione dei suoi stessi familiari. La madre Gemma Donnarumma, la sorella Teresa Gionta e il cugino Salvatore Agretti, infatti, in un’intercettazione ambientale del 9 aprile del 2007, prima ancora che la fiada degenerasse con il massacro di Vincenzo Amoretti, Massimiliano Gallo, Antonio De Angelis e Francesco Paolo Genovese, manifestano tutta la loro preoccupazione per il modo assurdo e senza senso di Pasquale Gionta di gestire l’organizzazione e i contrasti con i rivali del clan Gallo-Cavalieri. E la stessa Gemma Donnarumma che parlando con la figlia Teresa e con il nipote Salvatore Agretti esprime tutte le sue preoccupazioni in merito al comportamento del figlio: “Ieri sera ragionava bene, poi questa mattina prendi e te ne vai, allora io non capisco. Tuo padre lo deve sapere però”. E Salvatore Agretti risponde: “Il padre deve stare al corrente, se succede qualcosa o lo arrestano, sette, otto di loro, come si fa?” E Teresa rincara la dose e all’osservazione della mamma che commenta la decisione del figlio di camminare sempre armato afferma. “I bambini in macchina, li fanno prendere la vermenata (paura). Gemma Donnarumma è esasperata: “Quello mi dà addosso è inutile, io sono la mamma e non posso neanche parlare, come si deve fare Salvatore?” “Lo zio deve vedere cosa fare -conclude Salvatore- glielo dovete dire al padre”. Poi scoppia la guerra. Tra il 20 e il 22 aprile muoiono ammazzate quattro persone e Teresa Gionta dice all’alto cugino Carmine Savino: “Papà deve essere lui a dire che bisogna togliere tutto di mezzo, bisogna fermare tutto” e Carmine Savino: “Se lo dice tuo padre ci fermiamo” e Teresa risponde: “Perciò fermatevi fino a quando non si va a fare il colloquio e lui lo dice”
November 04
Guerra dello Stato alla camorra
90 arresti a Torre Annunziata
TORRE ANNUNZIATA (Napoli) - IL VIDEO Scacco al clan Gionta di Torre Annunziata. Ottantotto ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, sono state eseguite a Torre Annunziata, a Napoli contro esponenti del clan camorristico Gionta, un clan attivo a Torre Annunziata dalla fine degli anni ´70. Le accuse vanno dall´associazione per delinquere di stampo camorristico, all´omicidio, estorsione, traffico di stupefacenti, ed altri reati. L´operazione e´ stata condotta dalla Polizia di stato di Napoli, in collaborazione con le squadre mobili di Milano, Catania e Pistoia e con la collaborazione dei reparti prevenzione crimine. Tra gli arrestati anche la moglie del capoclan, Valentino Gionta. che e´ attualmente detenuto. La donna, Gemma Donnarumma, è stata poi condotta in ospedale per un lieve malore. Sono stati sequestrati bene mobili e immobili, quote societarie e conti correnti per un valore complessivo di circa 80 milioni di euro. Tra i beni sequestrato una Golf sportiva del valore di almeno 50mila euro: un´auto con assetto ribassato, sedili sportivi e un motore da oltre 120 cavalli.
Dalle cinque del mattino Palazzo Fienga, la roccaforte del clan Gionta è stata stretta d´assedio da decine di poliziotti del commisariato di Torre Annunziata e della squadra mobile di Napoli. Sequestri, controlli e perquisizioni sono continuati fino alle otto del mattino.
Tra i ragazzi feriti dai sicari, il giorno dopo l'agguato di Secondigliano Giovani perduti che raccontano quegli attimi di terrore come se parlassero di un film
Gli scugnizzi perduti di Camorra City Io scugnizzo sotto il fuoco della camorra
di GIUSEPPE D'AVANZO
NAPOLI - "Eravamo seduti sulla panchina davanti al circoletto di Salvatore. Li abbiamo visti arrivare. Io, in verità, non li ho nemmeno visti, gli altri li hanno visti arrivare, non io. Io ho soltanto sentito il rumore di un paio di motori pesanti. Mi sono girato in quella direzione. Avevano i caschi integrali e già mi sono allarmato. Dalle nostre parti, il casco non si porta, non è buono portarlo. Qui, al Rione Berlingieri, vogliamo stare tranquilli e vedere la faccia di chi passa. Se ti copri la faccia, può voler dire che hai cattive intenzioni, che non sei buono. Questione di secondi. Che dico? Attimi. Ho visto uno di quelli tirare fuori la pistola, dalla cintura dietro la schiena. Mi è sembrata lunga di canna come un fucile, non finiva mai di uscire... Sono scappato dentro il circoletto insieme agli altri..." Chicco, anzi O' Chicco come lo chiamano gli amici seduti intorno al letto al Centro traumatologico, è uno dei ragazzini che a Secondigliano, Napoli, se la sono vista assai brutta nella notte tra sabato e domenica. Un paio di tipi, con la testa nascosta nei caschi integrali, hanno scaricato le loro 9x21, forse Glock, forse Beretta, forse Sauer, comunque "armi da guerra", contro il pavimento e le mura di una stanzetta, il circoletto (un calcio balilla, un tavolo da "carambola", uno da "goriziana", un banco frigo con aranciate e cocacola, un paio di tavoli dove i più grandi, accanto ai più piccoli - spesso i loro figli - giocano la sera a carte, all' asso di mazza). I ragazzini, ce n'è uno di undici e un altro di tredici, se la sono cavata con poco, muscoli e ossa lesi o fratturati dalle schegge dei proiettili o dai proiettili. Qualcuno è stato già operato e ora, circondati da madri, zie, fratelli, cugini (mai un maschio adulto, un padre o uno zio), fanno la faccia seria seria come di chi ormai deve essere considerato, dopo quel che è accaduto, un uomo fatto. Come Andrea.
Andrea - un soldo di cacio, con i capelli corti e due occhi neri come la pece - è così piccolo che lo hanno portato di filato all'ospedale pediatrico. Ha undici anni soltanto. Un proiettile gli ha attraversato il muscolo della coscia. Andrea, se soffre, non lo dà a vedere. Non vuole gente intorno. Non vuole estranei. Ti vieta, con la decisione di un guappetto che sa il fatto suo, di fare anche soltanto un altro passo nella stanza. Una piccola carogna. " O' zi', jatevenne...", dice. "Zio, vattene!". Andrea si tira a sedere al centro del letto, con il braccio indica la porta. Non sente ragioni. "Non vi voglio qui, non voglio nessuno, non parlo più con nessuno, jatevenne - o' zì - jatevenne nù poco a 'fanculo...". Due piani più sotto c'è il cugino di Andrea, Giuseppe, tredici anni. E' finito sotto i ferri. Il proiettile era fermo nella pianta del piede. Glielo hanno estratto qualche ora fa ed è ancora intontito dall'anestesia. Piagnucola mentre la madre gli infila una supposta e una zia, in tuta grigia, bercia che "ora basta, non si parla con nessuno". E' così convincente che la madre (ha cominciato a dire tutta la sua preoccupazione e pena per quel figlio che ha il padre alla "casa circondariale") tace come fulminata da un ordine. O' Chicco, sedici anni, riesce invece anche a sorridere, al Centro Traumatologico. Ha schegge nelle dita del piede destro. Ricorda la nuttata. "Quando sono arrivate le moto, siamo scappati dentro il circoletto. Mi sono buttato a terra dietro la "carambola". Sembrava un film d'azione e lo avevo visto fare tante volte in televisione che sapevo che cosa fare e come farlo. Mi sono buttato a faccia in giù. Poi mi sono accorto che Ciruzzo, il figlio di Salvatore, il padrone del circoletto - quello che ora dicono che volessero punire quelli con il casco, ma io non ci credo perché, è vero, che c'ha precedenti, precedenti per droga, ma è un buon uomo che non fa male a nessuno - Ciro, dicevo, l'ho visto lì in piedi come 'nu strunz', andare a destra e a sinistra, sempre in piedi il fesso, soltanto un po' piegato in avanti". "Allora mi sono alzato, l'ho preso per le spalle e l'ho spinto a terra che quelli già sparavano come pazzi. Ci volevano soltanto spaventare, è chiaro no? Noi ce ne stavamo a terra a faccia in giù con gli occhi semichiusi e quelli sparavano sul pavimento e contro il muro. Dicono che hanno sparato una quarantina di colpi, ma io non so è vero. Ho sentito soltanto una tarantella di fuoco e botti che rintronavano. Se avessero voluto, dico io, e l'ho detto anche ai poliziotti, ci venivano vicini piano piano, calmi calmi e ci sparavano in mezzo agli occhi o ci bruciavano le cervella. Chi glielo avrebbe impedito? Non lo hanno fatto perché non volevano farlo. E che ne so io perché ci hanno sparato? Non chiedetelo a me". "Io m'ero visto la partita della Juve - ché avevo giocato anche la bolletta - m'ero mangiato un cornetto caldo e me ne stavo lì sulla panchina prima di salirmene a casa. Che ne so io? Non chiedetelo a me. Io non mi drogo, non conosco nessuno che si droga o che vende droga, giuro. Che domande sono". Non è facile ascoltare (e tradurre) O' Chicco. Riesce a dire soltanto poche parole alla volta, impastate tra di loro. Mai più di quattro, cinque. Non completa mai un concetto. Lascia tutte le frasi sospese per aria, spesso incomprensibili anche se riesci a tradurre in italiano quel dialetto sporco, volgare, gergale che si fa fatica a dire "napoletano", che poi alcuni considerano non un dialetto, ma una lingua: se mai lo è stata, oggi certo non lo è più. O' Chicco non vuole essere reticente o tenere la bocca chiusa come Andrea. Anzi, sembra aver voglia di raccontare, forse anche per liberarsi della paura e ridere di quel è accaduto. A volte, ti sembra che stia raccontando la sua storia come la trama o la scena madre di un film o di uno sceneggiato. Chessò, La Squadra, Il Distretto di polizia. Il fatto è che O' Chicco è disabituato a parlare, a organizzare un discorso coerente e logico. Salta di palo in frasca. Dice quel che gli viene in mente. Pensa per immagini sconnesse a cui non sa dare ordine e in modo sconnesso e caotico te le propone. Sta a te metterle in ordine, se ne hai voglia e puoi farlo. "Non vado più a scuola. Ho fatto fino alla terza media. Non mi piaceva perché dovevo andare a scuola? Volevo lavorare. No, ora non lavoro. Ho cominciato a lavorare in una fabbrica di lampadari. Cromavo i pezzi, ma il lavoro non mi piaceva anche se guadagnavo 120 euro la settimana che - sì, è vero - non sono poi pochi con tanta gente per la strada. Ma poi mi sono subito sfastidiato. Bisogna alzarsi presto, la mattina. Ogni mattina, era un tormento. Così dicevo a mia madre: " Ma', oggi non ci vado ai lampadari, ma domani - vedrai - mi alzo e ci vado. Il giorno dopo, era la stessa storia. Alzarsi era una mazzata in fronte. Così dicevo a mia madre: " Ma', credimi oggi non ce la faccio, ma domani te lo giuro sulla Madonna ci vado". E' passato un giorno e poi ancora un altro e poi una settimana e poi due. E' finita che non ci sono andato più a lavorare. Perché mi chiedi se mi annoio? Non che non mi annoio, che domande. C'è la playstation. Io ci vivo azzeccato per buona parte della giornata. Poi me ne vado al circoletto. Lì ci sono tutti i miei compagni. No, che non ce l'ho il motorino, purtroppo. Per la terza media, mio padre me lo regalò, ma pochi giorni e me lo rubarono. Era costato 1.800 euro e mio padre ha finito di pagare il debito soltanto adesso. I miei compagni ce l'hanno il motorino. Manuele c'ha un bello Scarabeo, ma la maggior parte del tempo ce ne stiamo seduti sulla panchina, non in giro. Giochiamo un po' al bigliardino o a goriziana. Parliamo tra di noi. Di che cosa? E di che cosa vuoi parlare? Delle cose importanti. Dei vestiti, delle scarpe, dei jeans, della ragazze - io ce l'ho la ragazza -; del Napoli, di El pocho Lavezzi, di quel che mi piacerebbe comprare se avessi più soldi. Mi piacerebbe un paio di Hogan, originali però. O le Air Max della Nike, ma ci vogliono 130 euro. Un bel paio di jeans di Dolce&Gabbana con l'etichetta dietro, bella grossa. Magari un bel brillantino per l'orecchio. Vorrei farmi un altro tatuaggio. Ora c'ho solo questo qui sul braccio. Quattro lettere. Sono le iniziali dei nomi dei miei nipoti, dei figli delle mie sorelle. Poi ce ne andiamo a mangiare, io e i miei compagni. Un panino e dopo, prima di salircene a casa, un bel cornetto caldo o un bomba alla crema ( O' Chicco tende già a una pinguedine che annuncia obesità, come i due amici che sono venuti a rincuorarlo con ammirazione). La televisione, la vedo poco. Non c'ho la capa. Mi sfastidio subito. Vedo Striscia, ma solo l'inizio per guardare come sono vestite le due veline. Vedo Zeling, Colorado, qualche film d'azione. Ma la televisione non è il genere mio o almeno non è per molto tempo. Non c'ho la capa, l'ho detto. Preferisco la playstation e compagni. E domani? Che domande sono? Lo so, prima o poi dovrò trovare un lavoro e alzarmi la mattina, ma chi lo ha detto che devo farlo subito? Ora poi, ho avuto questa cosa qui della pistolettata, mica possono andarmene a lavorare. Devo guarire, no?". Non c'è nulla di più noioso e inconcludente e inutile che parlare con questi "ragazzini" di Napoli. Avessero avuto anche la peggiore o la più soddisfacente delle esperienze, non ne conservano traccia, non sono in grado di afferrarla. Sono senza vita, senza sangue, senza cuore. Non hanno un'idea di se stessi, non hanno le parole per raccontarsi, anche a se stessi. Parli con uno ed è come se parlassi con tutti perché sono tutti uguali, tutti conformi, privi di identità, vuoti di una propria singolarità, anche se perversa. Fossero pure - e molti di loro, lo sono o presto lo saranno - criminali, vivono quella loro vita dannata come una rappresentazione, come un spettacolo. Non hanno esperienza di niente, non conoscono allegria o dolore, spensieratezza o ansia. La loro vita non gli appartiene. Sono fantasmi, figurine, povere caricature. Vivono frastornati, rincitrulliti dalle immagini, dall'apparenza. Vogliono vestire come vedono si vestono in tv. Vogliono ragazze come quelle che vedono in tv. Il loro mondo è fatto dalle immagini del mondo che vedono scorrere su uno schermo. Mimano i gesti di un calciatore. Parlano come parlano "i boss" che, a loro volta, si comportano come "i boss" dei film. Del futuro non si curano, come se la loro vita si dovesse concludere nel tempo di una puntata di telefilm, dunque sempre nel presente. Desiderano quel gli si dice debba essere desiderato. Un paio di scarpe può essere la felicità assoluta perché quel paio di scarpe ti rende uguale ad altri che a loro volta imitano altri, gente vista in una pubblicità, in un film, allo stadio. Derubati dalla capacità di distinguere la realtà dall'apparenza, nemmeno la sparatoria al circoletto ha scalfito la loro precoce segregazione nel mondo delle immagini. Quelli sparavano. Sembrava un film. Nessuno ha avuto paura. Nessuno lo ricorderà quando arriveranno le immagini della prossima pubblicità.
Il presidente della Repubblica riceve il ministro dell'Interno Maroni e esprime apprezzamento per "l'impegno concreto delle forze dello Stato"
Secondigliano, la condanna di Napolitano "Efferata violenza e pesante intimidazione"
Sul fronte delle indagini, alcuni elementi farebbero pensare a una rappresaglia Iervolino: "Gravissimo l'uso di adolescenti, non dobbiamo abbassare la guardia"
ROMA - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, "esprime ferma condanna" nei confronti dell' episodio criminale avvenuto ieri a Secondigliano, dove la camorra ha aperto il fuoco in una sala giochi, ferendo cinque minorenni. Napolitano lo ha definito un atto "di efferata violenza e di pesante intimidazione della criminalità organizzata" e ha dichiarato di "aver apprezzato l'impegno concreto delle forze dello Stato e delle istituzioni per individuare i responsabili e riaffermare il principio della legalità". Il comunicato del presidente della Repubblica è stato diffuso dopo l'incontro di questa mattina con il ministro dell'Interno Roberto Maroni. Indagini, forse una rappresaglia. I sicari avrebbero usato tre pistole, due calibro 9 e una calibro 38. E' quanto ha accertato la polizia scientifica, che sta visionando i filmati delle telecamere posizionate nei pressi del supermercato Carrefour di Casoria, che confina con via Abate Desiderio, in una traversa nella quale si trova il circolo dove è avvenuta la sparatoria. Le immagini mostrerebbero una rissa nella quale - secondo un'ipotesi al vaglio degli investigatori - sarebbero rimasti coinvolti parenti dei minori, il giorno prima dell'agguato. La sparatoria - se la pista fosse confermata - sarebbe stata una rappresaglia successiva alla lite. "Genitori primi responsabili". Alcuni dei genitori dei ragazzi si affrettano a dire "è un bravo figlio, niente a che fare certa gente". Le vittime dell'agguato sono dentro un sistema in cui scuola e famiglia non sempre camminano insieme. Due di loro non frequentano alcun istituto: V., 16 anni e una parentela "ingombrante" con un elemento di spicco della camorra, e G., 13 anni, nipote del titolare del circolo ricreativo già noto alle forze dell'ordine. "Di fronte a fatti del genere, la colpa è di tutti noi - dice l'assessore regionale all'Istruzione Corrado Gabriele - ma soprattutto dei genitori che non li mandano a scuola e consentono loro di frequentare a tarda ora un luogo in cui notoriamente la camorra controlla il territorio". Diversa la situazione di altri tre (S. di 16 anni, A. di 12 e G. di 14) che frequentano le medie e l'Ipsct "Vittorio Veneto".
Fra i banchi nessuno parla. Nelle scuole del quartiere si prova a individuare chi potrebbe essere rimasto coinvolto nel'agguato: "Qui c'è qualche assente su cui è caduto il sospetto" dice il preside della Virgilio 4. Ma poi davanti ai nomi sostiene che non corrispondono. Sono i bambini a indicare le scuole di alcuni "amichetti" feriti, ma i presidi negano. "Non gradisco che qualche sezione venga associata all'accaduto - risponde una preside che chiede di rimanere nell'anonimato - ho visitato tutte le classi, nessuno voleva affrontare il discorso, evidentemente hanno avuto raccomandazioni dalle famiglie: non commentare per non essere coinvolti".
Pd: "Maroni riferisca in Aula". Intanto il gruppo del Pd al Senato ha chiesto al presidente Renato Schifani di "chiamare immediatamente" in Aula il titolare del Viminale per riferire sull'agguato, "molto grave perché sintomatico della crudeltà, sempre più feroce, della criminalità organizzata campana".
La Russa: "Giusto l'invio di militari". Dal canto suo, il ministro della Difesa Ignazio La Russa rileva che l'agguato "giustifica ancora di più" la scelta del governo di inviare militari in Campania. La situazione della criminalità in Campania "lasciamola valutare al ministro dell'Interno, che ha la responsabilità e il merito di contrastare con forza quello che sta accadendo nella regione. In questi casi, comunque, io mi aspetto condivisione e solidarietà, non polemiche".
Iervolino: "Non abbassiamo la guardia". "Non dobbiamo abbassare la guardia, occorrono controlli del territorio ma anche educatori". Il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, giudica "gravissimo" che gli adolescenti siano usati "per dare un avvertimento" di camorra: "Vuol dire che è venuto meno un valore portante della nostra convivenza, il rispetto di donne incinte, anziani e bambini". A suo giudizio, il livello di presenza delle forze dell'ordine a Napoli "non si è abbassato" rispetto alla presenza più forte a Caserta, dopo la strage di Castelvolturno del 18 settembre scorso, ma chiederà al prefetto Alessandro Pansa la convocazione di un Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza "per averne conferma e per studiare una collocazione sul territorio il più efficace possibile".
«La camorra è una montagna di merda» Sd cita Impastato per gli spot antimafia
Al via la campagna nazionale. Gli altri slogan sono «Facciamo neri i camorristi» e «Saviano è amico mio»
CASERTA - «La camorra è una montagna di merda». Nessuno si scandalizzi troppo per il tono: è una citazione, voluta e dovuta. Sinistra democratica riprende le parole che Peppino Impastato utilizzò contro la mafia (appunto, «una montagna di m....») per lanciare una decisa campagna per dire no alla criminalità organizzata e a difesa della legalità nel territorio campano. «Facciamo neri i camorristi» e «Saviano è amico mio» sono gli altri slogan simbolo dell'iniziativa, al via giovedi prossimo, 6 novembre con una manifestazione a Castelvolturno (Caserta), con il coinvolgimento di tutte le regioni meridionali.
FAVA: «BATTAGLIA PER TUTTO IL PAESE» - «Credo – ha affermato Claudio Fava, segretario nazionale di Sd – che questa campagna debba essere portata in ogni angolo d’Italia: è una battaglia che riguarda il tessuto di questo Paese e che non si limita ad una denuncia astratta ma che chiede alle istituzioni, al governo in primo luogo, misure, scelte, interventi e gesti che siano utili alla lotta contro la camorra».
COMUNICAZIONE - 70mila manifesti che verranno attaccati nel Sud con lo slogan "La camorra è una montagna di merda». «Non è un'invettiva - spiegano i promotori di Sd - ma un simbolo nella lotta alla legalità: nel 1966 Peppino Impastato scriveva un articolo sul giornale l'Idea Socialista con questo titolo: la mafia è una montagna di merda. Impastato lo ripetè nel 1974: tanti ragazzi italiani lo hanno appreso guardando il film I Cento Passi».
Secondigliano, a ordinare il raid è stato un gruppo di ragazzini di Afragola
Il ferimento dei 5 minorenni ritorsione dopo una rissa Investigatori visionano i filmati di un centro commerciale
NAPOLI — La droga non c'entra niente, la camorra c'entra in parte. La sparatoria di sabato notte a Secondigliano, dove cinque giovanissimi sono stati feriti da una pioggia di proiettili, è stata con ogni probabilità una ritorsione. È stata, più precisamente, il seguito di una spaventosa zuffa scoppiata un'ora prima a Casoria: qui, davanti al centro commerciale Carrefour e al cinema multisala Uci Cinemas, si sono picchiati due gruppi di ragazzi: uno di Afragola, l'altro di Secondigliano. I napoletani hanno avuto la meglio, poi però i rivali sono tornati con le pistole per dimostrare che pure loro sono tosti e non scherzano. Le pistole, ipotizza la polizia, le ha messe a loro disposizione qualche affiliato al clan Moccia, che controlla Afragola. Si tratta di due semiautomatiche e di una rivoltella: in tutto hanno sparato una quarantina di proiettili. Qualche ora dopo il clamoroso raid, gli investigatori hanno le idee più chiare su chi e perché ha sparato all'impazzata verso un gruppo di ragazzini, il più piccolo dei quali, Andrea, non ha ancora compiuto dodici anni. Le telecamere installate fuori al centro commerciale hanno aiutato gli investigatori a ricostruire l'accaduto: nei filmati si vede la rissa tra i due gruppi di ragazzi. I cinque feriti ne sono rimasti ai margini, ma questo non è bastato loro per evitare la punizione. Anzi, sottolineano alcuni investigatori, sono stati fortunati: perché, com'è accaduto altre volte, la ritorsione poteva essere più pesante e i tre con i caschi scesi dalle moto potevano mirare più in alto rispetto al pavimento. Ieri pomeriggio lungo vertice in Procura per fare il punto sulle indagini. Vi hanno preso parte il coordinatore della Dda, Franco Roberti, i sostituti Stefania Castaldi, Paolo Itri e Maria Cristina Ribera, il dirigente della squadra mobile, Vittorio Pisani, quello del commissariato di Secondigliano, Sergio Di Mauro, e quello della Scientifica, Fabiola Mancone. Elementi di interesse potrebbero venire, oltre che dalle telecamere, dall'interrogatorio dei metronotte che venerdì erano in servizio nel centro commerciale e che si sono adoperati per sedare la rissa. Quando è avvenuta la sparatoria era quasi mezzanotte e i ragazzini — con Andrea c'erano Giuseppe, Gennaro, Saverio e Vittorio — erano ancora nel circolo Zanzi di via Abate Desiderio a giocare a biliardo. Strano, in un'altra città italiana. Normale, qui a Secondigliano. «Non c'è altro a parte il biliardo, non c'è niente — spiega l'assessore all'Educazione e alla Cultura della Municipalità, Immacolata Di Matteo —. Il quartiere non ha un cinema, non ha un teatro, non ha una struttura di aggregazione al di fuori delle scuole e la biblioteca è chiusa da due anni perché mancano i fondi per restaurarla. Scampia almeno ha un suo auditorium, qui per i nostri ragazzi non esiste nulla». È pessimista come lei don Fulvio D'Angelo, parroco della chiesa di San Cosma e Damiano: «Dopo la fine della faida, la situazione a Secondigliano è ulteriormente peggiorata in termini di sicurezza e di rischi per gli abitanti. Il clima si fa pesante anche per noi: si rischia di finire sotto scorta, di sovresporsi oppure si rischia il silenzio, che è inaccettabile. Da parte delle istituzioni non c'è consapevolezza. Quando non ci sono gravi fatti di sangue si tende a dimenticare tutto. La presenza dell'Esercito e delle forze dell'ordine si limita alle strade principali, ma qui ci sono intere zone che sono militarmente presidiate dalla criminalità organizzata».
Il gruppo è attivo a Torre Annunziata dalla fine degli anni '70
Camorra, duro colpo al clan Gionta
Emesse 88 ordinanze di custodia cautelare in carcere a Napoli e in altre regioni. Sequestrati beni per 80 milioni
NAPOLI - Maxi-operazione contro la camorra: eseguite 73 ordinanze di custodia cautelare in carcere delle 88 emesse dal gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, contro esponenti del clan Gionta attivi a Napoli e provincia e in altre regioni. Il clan è attivo a Torre Annunziata dalla fine degli anni '70. Le accuse vanno dall'associazione per delinquere di stampo camorristico, all'omicidio, estorsione, traffico di stupefacenti e altri reati. L'operazione è condotta dalla polizia di Napoli, in collaborazione con le squadre mobili di Milano, Catania e Pistoia e con la collaborazione dei reparti prevenzione crimine. Tra gli arrestati anche la moglie del capoclan, Valentino Gionta, attualmente detenuto. Sono stati sequestrati beni mobili e immobili, quote societarie e conti correnti per un valore complessivo di circa 80 milioni di euro.
Giro d'affari DA 12,5 miliardi di euro. La prima fonte di reddito è il traffico di droga
Camorra, le nuove reclute
L'ultima sfida dei boss casalesi: ricchi e potenti sfruttando i giovani
Salvatore Santoro, detto Salvaturiello, compirà 21 anni il prossimo 29 dicembre. E' nato ad Aversa e cresciuto a Trentola, pochi chilometri più in là verso l'autostrada, accanto a un gigantesco e ambizioso centro commerciale chiamato Jambo 1. Con qualche minuto di macchina si arriva a Casal di Principe, e poi Villa Literno, Villaggio Coppola, fino a Castel Volturno e alla Domiziana. Il regno dei Casalesi, il clan di camorra più feroce. E forse il più ricco. Guidato da Francesco «Sandokan» Schiavone, chiuso in galera, da due latitanti storici come Michele Zagaria e Antonio Iovine detto «O Ninno», e da un killer che sta salendo tutti i gradini per sedersi accanto agli altri capi: Giuseppe Setola, che domani potrà festeggiare il primo compleanno da ricercato spegnendo 38 candeline.
Di Setola, Salvaturiello Santoro è stato uno degli scudieri fino a un mese fa. L'ha nascosto in casa sua, lo ha accompagnato nei suoi giri da latitante, gli recapitava ambasciate e messaggi, prendeva ordini e li eseguiva, andava in giro a imporre una certa marca di caffè ai bar delle zone controllate dal clan. Un incensurato appena ventenne al servizio del casalese più spietato e pericoloso del momento, il cui unico problema con la giustizia (prima dell'arresto del 24 ottobre) era il sequestro della patente. «E' un affiliato al gruppo Setola e percepisce uno stipendio mensile», ha raccontato di lui il pentito Oreste Spagnuolo, che lo ha coinvolto anche in uno dei tanti omicidi degli ultimi mesi: «Partimmo da casa di Salvaturiello, e dopo l'omicidio ci allontanammo senza particolare apprensione. Era come se facessimo una passeggiata. Ricordo che incontrammo anche una pattuglia che però, pur vedendoci, non ci fermò. Salvaturiello sapeva che si doveva uccidere, e si impegnò a controllare che non ci fossero forze dell'ordine in zona».
Per inquirenti e investigatori il reclutamento di un giovanissimo come Santoro è il segno del fascino e del richiamo anche «culturale» che ancora esercita la camorra. Nonostante Saviano e il successo mondiale di Gomorra, nonostante la controffensiva di magistratura e forze dell'ordine per fare terra bruciata intorno a sicari ed estorsori. Fascino per un potere che garantisce prestigio, prima ancora che soldi facili. Il giro d'affari è enorme, le cifre stimate dei traffici illeciti (riportate nel libro della giornalista del Mattino Rosaria Capacchione, L'oro della camorra, in uscita per Rizzoli) sono almeno a sei zeri, per milioni di euro. La cassa del gruppo Setola, gestita personalmente dal capo, secondo il pentito Spagnuolo fa muovere 90.000 euro al mese; per gli stipendi agli affiliati del gruppo Schiavone, invece, la polizia ha stimato uscite mensili per oltre 300.000 euro.
Principale fonte di finanziamento per le spese correnti restano le estorsioni, e la legge del racket in provincia di Caserta s'impone attraverso gli omicidi. Che servono addirittura a sollecitare offerte di pagamento da parte delle vittime, com'è capitato quest'estate dopo l'eliminazione di Raffaele Granata, gestore dello stabilimento balneare «La Fiorente » a Castel Volturno. L'hanno ammazzato l'11 luglio, con la stessa pistola Beretta calibro 9x21 che un mese prima ha ucciso l'imprenditore Michele Orsi e un mese più tardi due immigrati albanesi. «Dopo circa una decina di giorni dall' omicidio - ha svelato il pentito Spagnuolo - i figli del defunto Granata Raffaele contattarono prima una terza persona, la quale a sua volta contattò un tale "Peppe Braciola" il quale a sua volta arrivò a una persona a noi vicina. Questi ci contattò, facendoci sapere che erano disposti a pagare; cosa che fecero versando, attraverso "Peppe Braciola", 10.000 euro. Questi ci portò direttamente la somma, consegnandola me presente ». Il potere della camorra casalese, insomma, arriva al punto che dopo un omicidio i figli del morto ammazzato contattano i probabili assassini per far sapere loro di essere disposti a pagare. E pagano. Sono i frutti raccolti dalla campagna di terrore seminata da Giuseppe Setola dopo la sua evasione da una clinica di Pavia, nell'aprile scorso. Un altro collaboratore di giustizia delle ultime settimane, Emilio Di Caterino, rimasto accanto al capo fino all'estate e poi allontanatosi proprio per dissociarsi dalla catena di delitti, incontrò Setola subito dopo la sua fuga dal-l'ospedale: «In quel periodo stava a casa di Salvaturiello, i cui genitori fanno i macellai. Abitano in un palazzo ove hanno una sala giochi, nei pressi del Jambo. Nel suo discorso Setola mi disse subito che bisognava uccidere Umberto Bidognetti, Domenico Noviello e Michele Orsi».
Sono i primi tre nomi dell'elenco di 18 persone sterminate da maggio a oggi. «Questi tre omicidi - ha continuato il pentito - furono così spiegati da Setola: Umberto Bidognetti doveva essere ucciso perché era il padre di Domenico Bidognetti (collaboratore di giustizia, ndr); Domenico Noviello doveva essere ucciso perché era una persona che aveva denunciato i suoi estorsori del clan Bidognetti, e bisognava dare un esempio agli imprenditori della zona di Castel Volturno; Michele Orsi doveva morire perché aveva iniziato a rendere dichiarazioni collaborative con la giustizia nella materia dei rifiuti ».
Tutto è avvenuto secondo i programmi, e un'inesorabile scansione temporale: Bidognetti ucciso il 2 maggio, Noviello il 16 maggio e Orsi il 1˚ giugno; un morto ammazzato ogni due settimane. Per gli investigatori e il pool di pubblici ministeri napoletani che indagano sui Casalesi (i sostituti procuratori Ardituro, Conzo, Del Gaudio, Falcone, Maresca, Milita e Sirignano) l'omicidio dell'imprenditore Orsi, che pagava tangenti al clan Schiavone e aveva cominciato a riempire qualche verbale d'interrogatorio, avvenuto una domenica mattina nel pieno centro di Casal di Principe, è il segnale di un patto di ferro stretto tra Sandokan e Setola. Il quale, oltre all'appoggio di giovani apparentemente puliti come Salvaturiello, sembra poter contare di qualche complicità anche all'interno delle istituzioni.
Il pentito Spagnuolo ha raccontato di telefonini e altre regalie offerte a un maresciallo dei carabinieri, in servizio alla stazione di Castel Volturno- Pinetamare, in cambio di informazioni sulle indagini in corso e sulla dislocazione delle telecamere nei luoghi d'azione del clan. I pubblici ministeri hanno arrestato il carabiniere, il giudice l'ha scarcerato per insufficienza di indizi, ma resta indagato per il reato di concorso in associazione mafiosa. E altri appoggi il killer deve averli avuti per farsi ricoverare nella clinica di Pavia dalla quale è evaso sette mesi fa, per prendere la testa del clan dei Casalesi e attuare la sua «strategia di incutere terrore sul territorio», come l'ha chiamata Spagnuolo.
Del resto la corruzione di medici e consulenti sanitari per uscire di galera non è una novità in quelle zone. In primavera un'indagine della Squadra mobile di Caserta ha portato all'arresto di oltre venti persone, coinvolte in un giro di decine di migliaia di euro pagati a operatori carcerari, psichiatri e responsabili delle comunità terapeutiche in cambio di perizie di comodo utilizzate per mettere fuori uomini dei clan Di Grazia e Belforte, egemoni sui territori di Carinaro e Marcianise, pochi chilometri a nord di Aversa. Potere (e fascino) del denaro e della camorra.
Rosaria Capacchione La testimonianza della giornalista che ha osato sfidare lo strapotere della malavita
Io, condannata a morte e a vivere sotto scorta
«Una cosa tua non la conosci soltanto tu, ma almeno altre tre persone»
Francesco Sandokan Schiavone le scrisse una lettera piena di maleparole. Era ancora latitante, ma la busta aveva un timbro postale di Napoli, quartiere Secondigliano, quello dove anni dopo si sarebbero scannati i Di Lauro e gli scissionisti. Rosaria l'ha ritrovata di recente. Una sequela di oscenità in corpo 11. È una delle poche che non ha consegnato ai magistrati. Questa e un paio di Giuseppina Nappa, la moglie di Schiavone, un'altra che aveva l'abitudine di scriverle. Quando si lamentava per qualche articolo pubblicato sul Mattino, ci metteva la firma. Quando minacciava preferiva l'anonimato. Però scriveva sempre a penna e in stampatello: si faceva riconoscere comunque. Rosaria la odiano, gli Schiavone. E la odiano tutti i Casalesi. Sandokan, che è il capo dei capi, un poco in più per un fatto personale. Era appena riuscito a farsi dissequestrare una campagna a Ferrandelle, un terreno che oggi fa parte della discarica più grande della Campania, e Rosaria smontò pezzo pezzo quella sentenza così benevola verso il boss. Alla Procura antimafia bastò infilare il suo articolo nel ricorso e fu un successo: sequestro riconfermato e poi anche confisca. Era il 1991, e quel terreno all'epoca valeva dieci miliardi di lire.
Queste sono le cose che fanno incazzare i Casalesi. Andare in piazza a dirgli che non valgono niente è una sfida, sfilargli dal portafogli dieci miliardi è un colpo al cuore. «Io scrissi e il giorno dopo partii per le ferie, per un mese non sentii nessuno. Quando tornai in tribunale fui accolta come l'ultima dei pazzi. Avvocati, magistrati, investigatori. Tutti mi guardavano allo stesso modo: come una che si è appena messa nei guai».
Lei aveva semplicemente fatto bene il suo lavoro, ma la decisione di ammazzarla i Casalesi la maturarono proprio allora. Anche se già prima c'era stato uno che si era messo in testa di toglierla di mezzo. Si chiamava Enzo De Falco, aveva fatto una soffiata per far arrestare Schiavone e Francesco Bidognetti, e Rosaria l'aveva scritto. «In quel periodo non avevo la scorta, ma devo dire che i carabinieri mi proteggevano. Ogni volta che uscivo c'era una pattuglia che fingeva di trovarsi a passare per caso davanti a me e mi offrivano un passaggio ».
La scorta vera sarebbe arrivata solo diciassette anni dopo, e nel frattempo Rosaria Capacchione ha continuato a occuparsi di giudiziaria (è dal 1986 che segue inchieste e processi) senza mai subire una condanna per diffamazione o dover risarcire qualcuno. «Io lo so che se ora ho la protezione, indirettamente lo devo a Roberto Saviano. Se il mio nome non fosse stato accostato al suo non l'avrei avuta. E avrei continuato a non chiederla. Al massimo mi sono allontanata da Caserta e me ne sono andata a lavorare a Napoli, alla redazione centrale del mio giornale. Ma poi sono tornata e ho ripreso a fare quello che facevo prima. E continuo a farlo».
Il 13 marzo scorso, durante un'udienza del processo Spartacus, un avvocato si prestò a fare da portavoce ai Casalesi e lesse in aula una lettera dei boss Antonio Iovine (latitante) e Francesco Bidognetti, in cui Rosaria era citata insieme con l'autore di Gomorra e con il magistrato Raffaele Cantone (già sotto scorta) come persone che cercavano di influenzare i giudici. «I Casalesi volevano visibilità, e con quel proclama l'avevano ottenuta. Sanno benissimo che parlare di Saviano equivale a finire sui giornali e in tv. Si fossero limitati al mio nome e a quello di Cantone, non sarebbe stata la stessa cosa. Quel giorno era giovedì, il comitato per la sicurezza si riunì il lunedì successivo, e il martedì mi arriva una telefonata dalla questura: "Signora, può dirci dove si trova? Deve raggiungerla la scorta". Un pugno nello stomaco. Capii che la mia vita era cambiata. Li depistai, li mandai da un'altra parte e mi presi un'ora per fare l'ultima passeggiata da sola. Dopo non è stata più la stessa cosa. Sia nel lavoro che nella vita privata. Io mi occupo di giudiziaria, ho fonti confidenziali, non posso avvicinarle accompagnata da altri. Ho dovuto inventarmi qualche escamotage. Nel privato, poi, non c'è bisogno di dirlo. Una cosa tua non la sai più soltanto tu ma almeno altri tre. Non è bellissimo vivere così».
Cerca di adattarsi, di evitare le uscite improvvise. «Non mi piace che i tempi della vita di altre persone debbano dipendere da me. Ci vuole una formazione aristocratica per trovare normale avere sempre un autista a disposizione, figuriamoci anche le guardie del corpo. E io non ho proprio quel tipo di cultura». Legge Marquez e Saramago, ama Parigi, e non consiglierebbe mai ai suoi nipoti di fare i giornalisti. E si occuperebbe volentieri di alta moda, anziché di camorristi, stragi e pentiti. «Nera e giudiziaria è quello che mi tocca, professionalmente.
Non ne faccio una questione di impegno civile, anzi, se nel mio impegno civile oggi non c'è la lotta alla camorra è proprio perché è quello il tema al centro del mio lavoro. E io lavoro come faccio ogni altra cosa nella vita: cerco di capire, e insisto finché non capisco. Farei così anche se mi occupassi di cronaca sindacale, di sport o di quella benedetta alta moda che mi permetterebbe di stare spesso a Parigi». Ma siccome si occupa di camorra, questo modo di lavorare le è valsa una condanna a morte. I piani dei Casalesi per ammazzare Rosaria sono al centro delle confessioni di almeno tre pentiti. Uno di loro, Dario De Simone, nel 1996 racconta ai magistrati di quando Michele Iovine, capozona di Casagiove (poi ucciso), si procurò una sua foto e l'operazione partì. La pedinarono a lungo, l'aspettavano la sera all'uscita dal giornale e la seguivano per osservarne le abitudini e stabilire quando sarebbe stato meglio sparare. Alla fine decisero che lo avrebbero fatto proprio davanti alla sede del Mattino, e al magistrato che, fuori verbale, gli chiese perché poi avessero cambiato idea, De Simone rispose: «Su Rosaria Capacchione i Casalesi non hanno mai cambiato idea. C'erano solo cose più urgenti da fare». «Io so che occupandomi di loro, faccio due cose che odiano: li metto al centro dell'attenzione e ne analizzo i comportamenti. E quindi lo so bene: scorta o non scorta, se rimettono mano al progetto, quelli prima o poi mi ammazzano ».
Siamo tutti casalesi
Le stragi e i racket. I silenzi della società civile. Le connivenze di chi dovrebbe rappresentare lo Stato. E a Castel Volturno a dire basta, sono stati solo gli immigrati clandestini
Questo giornale due settimane fa ha dedicato la sua copertina alle dichiarazioni di un pentito secondo il quale l'attuale sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino sarebbe stato organicamente coinvolto nel business dei rifiuti gestiti dalla camorra casalese. E cosa succede? Il clima cittadino sembra non turbarsi. Caserta città assorbe ogni cosa. Pigra, orgogliosa nel sentirsi periferia di Roma, lontana da Napoli. Le pagine degli scrittori Antonio Pascale e Francesco Piccolo su questa sorta di laboratorio delle peggiori contraddizioni e corruzioni sono esaustive più d'ogni inchiesta. In genere, quando si svelano i meccanismi della corruzione, la prateria prende fuoco da questa scintilla. Ma qui, oltre i titoli sui soliti giornali locali e alle relative pagine di rito, non ne è scaturita nessuna discussione, nessun dibattito, nessun allarme.
La reazione da queste parti è invece stata 'e allora?' oppure 'ma che ti stupisci: non sai che le cose funzionano così?'. Persino il ceto dei professionisti, degli intellettuali, degli imprenditori, in breve quella borghesia che in Campania si è sempre vista come la parte nobile, appare incapace di protestare. Possibile che persino loro abbiano barattato il loro voto e il loro silenzio per una manciata di soldi come la plebe famelica e feroce dalla quale da sempre si sentono tanto diversi ed estranei?
No, evidentemente non è così. E allora perché non esigono, una volta per tutte, di essere rappresentati da persone limpide e capaci, perché non chiedono di poter partecipare al mercato e allo sviluppo della loro terra in condizioni non irrimediabilmente compromesse dall'interferenza criminale che non produce altro che marcescenza e stallo?
A Caserta come a Napoli, ci si sarebbe aspettati un vento di tempesta che gonfiasse onde di sdegno. Invece nulla: una grande bonaccia delle Antille, micidiale perché stringe tutto in un'immobilità letale, rassegnata, asfissiante. Anime morte prima ancora che corpi. Avvocati, professori, ingegneri, medici, architetti, industriali, che hanno convissuto con la marea di rifiuti per mesi, rinunciando ai loro diritti minimi di cittadini dell'Europa, non provano un senso di nausea alle notizie sul ruolo di un uomo di governo nella desertificazione tossica di un territorio. La classe politica che loro hanno espresso invece volta lo sguardo altrove e tira a campare, delegando la gestione della regione a una pattuglia di personaggi sempre più invischiati nelle indagini della magistratura per ogni genere di reato, inclusi i patti con i camorristi d'ogni clan. Nessuno reagisce a nulla, nemmeno davanti agli imprenditori uccisi a catena, ai negozianti ogni settimana abbattuti per avere peccato contro la legge dei casalesi. Nessuno chiede un riscatto a Caserta, a Napoli e nemmeno a Roma.
Siamo gli uomini vuoti Siamo gli uomini impagliati Che appoggiano l'un l'altro La testa piena di paglia. Ahimè! Le nostre voci secche, quando noi Insieme mormoriamo Sono quiete e senza senso Come vento nell'erba rinsecchita O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina Figura senza forma, ombra senza colore, Forza paralizzata, gesto privo di moto; Coloro che han traghettato Con occhi diritti, all'altro regno della morte Ci ricordano - se pure lo fanno - non come anime Perdute e violente, ma solo Come gli uomini vuoti. Gli uomini impagliati.
Una volta, quando mi sono domandato che cosa ho sottovalutato quando scrivevo il mio libro, ho ricordato questi versi di T. S. Eliot. Perché alla fine mi sono dato la risposta che non sono stati i clan, non è stato il loro potere e la loro ferocia. Non è stato nemmeno sapere fino a che punto riescono ad estendere il loro raggio d'azione, condizionare impresa e politica, gesti quotidiani, menti e cuori. Eppure quel che ho sottovalutato è stata proprio la zona grigia. Sarà perché è grigia già a partire dal suo nome, perché è sfuggente, opaca, nebulosa, perché è fatta di infinite tonalità di grigio. Perché la massa di tutto quel grigio sfuma di fronte al rosso del sangue, perché la violenza e la ferocia nascondono quel grigio, e forse sanno istintivamente quel che nascondono, sanno che senza tutto quel grigio non avrebbero sussistenza.
Solo dei neri, degli immigrati neri di Castel Volturno l'altro giorno sono scoppiati in rivolta. Di fronte alla loro rabbia, mi sono tornate in mente le parole di una canzone dei Cosang: "La Francia s'atteggia/ ma là/ nun esiste sistema che pava i stipendi/ e i peggio nun stanno insieme a chi fa e' leggi".
Dicevano i rapper di Marianella che qui non poteva accadere nulla di simile alle sommosse delle banlieue francesi, perché qui ad avvolgere e controllare tutti quanti ci pensa il Sistema: in basso la manovalanza criminale cui paga gli stipendi, in alto quelli che stanno vicino a chi fa le leggi e ne ricevono qualche tornaconto. E in mezzo, rassegnati o conniventi, quasi tutti gli altri.
Invece i neri di Castel Volturno li hanno smentiti. Anzi no: li hanno smentiti e hanno insieme confermato il senso di quella loro analisi scandita a ritmo di rap. Perché solo chi non aveva quasi nulla da perdere, soltanto chi ricopre l'ultimissimo gradino della catena di soprusi e sfruttamento ha saputo esprimere un moto di ribellione a questo sistema fondato sulla violenza. Soltanto quelle persone che magari non hanno il permesso di soggiorno, e come le vittime dell'agguato, lavorano in nero nei campi e nei cantieri, hanno saputo gridare 'basta', protestando la loro estraneità e la loro innocenza. E mi è venuto da pensare che, visti coi loro occhi, forse dovevamo apparire davvero tutti uguali, tutti parte dello stesso Sistema che li sfrutta e che li opprime e che arriva persino a massacrare indiscriminatamente le loro vite.
Questo è accaduto in questi giorni. Ed è anche accaduto che mentre gli altri giornali e mezzi di informazioni ne parlavano poco o pochissimo, diversi colleghi di questo giornale siano stati perquisiti per la seconda volta in una settimana. Perquisiti due volte in otto giorni per aver scritto gli articoli sulla collusione fra politici, imprenditori tra politica e camorra. Per aver violato il segreto istruttorio, secondo la magistratura. La stessa motivazione che ha determinato azioni analoghe nei confronti di Fiorenza Sarzanini del 'Corriere della Sera' e di Guido Ruotolo de 'La Stampa'. Entrambi rei di aver pubblicato pezzi che riguardavano le mani della 'ndrangheta sui lavori dell'Expo 2015 a Milano e sui legami tra gli emissari delle cosche e i politici sari delle cosche e i politici lombardi.
Qui non solo è in gioco l'astratto principio della libertà di stampa, principio che deve misurarsi con l'esigenza di segretezza delle indagini. Qui è in gioco il diritto di capire in che paese viviamo e chi ne determina l'aspetto e le sorti, da Nord a Sud. Perché è inutile sperare che qualcosa muti, che qualcuno alzi la voce, se si cerca di imporre il silenzio a chi ha il dovere di parlare e informare. La lotta contro il marcio che trascina l'Italia sempre più in basso, sarà destinata a non approdare a nulla, se non si potrà continuare a rivelarne i nomi, i luoghi, i ruoli e le responsabilità.
Le procure vogliono lavorare indisturbate, le procure si trovano anche loro sotto una pressione politica costante che concerne il loro operato. I pubblici ministeri avrebbero tutto l'interesse a far sapere all'opinione pubblica quel che fanno, far sapere che stanno lavorando ovunque e lavorando bene, che vanno avanti nonostante organici sempre più deboli e forze dell'ordine che faticano a trovare la benzina per le auto. Avrebbero l'interesse a denunciare la gravità di quello su cui indagano e di quello su cui non riescono a indagare, perché non ci sono uomini, non ci sono mezzi, non ci sono computer e ogni ora in più passata dagli agenti a dare la caccia a un latitante diventa puro volontariato perché lo Stato non pagherà mai lo straordinario di chi rischia la vita per servirlo e garantire giustizia.
Dovrebbero denunciare l'assurdità di un governo che aspetta otto morti per ordinare la mobilitazione nel territorio dei casalesi, come se le morti di Michele Orsi, Umberto Bidognetti, Raffaele Granata e le altre sei vittime cadute sotto la pioggia di proiettili della vendetta casalese dal 2 maggio in poi fossero state insignificanti. Un governo che si preoccupa di sottolineare la stretta contro gli immigrati clandestini come se la rivolta di Castel Volturno fosse l'origine del problema e non l'effetto della volontà terroristica dei killer, come se il problema fossero le braccia che lavorano e non quelle che impugnano il kalashnikov. Quei ministri che accusano la magistratura di mandare i mafiosi agli arresti domiciliari, nel rispetto del garantismo processuale che ispira la loro visione della giustizia, e poi negano a carabinieri e polizia le risorse minime per potere vigilare sui quei potenziali assassini perennemente in attesa di giudizio grazie alla foresta di norme che stravolgono ogni efficacia dei processi.
Quando il giornalismo lavora per fare emergere l'illegalità ha la consapevolezza di adoperarsi per un fine superiore, garantito dalla Costituzione. Lo stesso compito che è proprio dell'attività inquirente. Non può esserci conflittualità tra queste missioni. E non posso fare a meno di pensare al vecchio proverbio 'fra i due contendenti il terzo gode'. Ma soprattutto dovremmo tutti renderci conto che né media né magistratura saranno mai in grado di produrre da soli alcun cambiamento, fino a quando questo non sia richiesto e sostenuto da una larga parte dei cittadini. Per questo bisogna che loro sappiano e bisogna consentire di far conoscere e sapere quel che succede. Diceva Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori di quegli Stati Uniti d'America per i quali l'idea di democrazia era qualcosa di assai più vasto di un sistema politico di poteri e rappresentanze formalizzate: "Il nostro primo obiettivo dovrebbe essere dunque, di lasciare aperte all'essere umano tutte le vie che portano alla verità".
2008 by Roberto Saviano published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
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