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L'ADDIO A MIRIAM MAKEBA, 'ERA UN SIMBOLO' 
 
Il silenzio che avvolge la sala mortuaria della clinica 'Pinetagrande' di Castelvolturno è solo in parte rotto dal via vai di gente che sin dalle prime ore del mattino è accorsa per rendere omaggio alla salma di Miriam Makeba: una processione di immigrati e istituzioni per dire addio a 'Mama Africa', morta nella notte dopo essersi esibita nel concerto anticamorra dedicato a Saviano.

 "Ciao mama sei il nostro simbolo" si legge in un biglietto legato ad un fascio di fiori che un giovane africano depone dinanzi alla sala mortuaria della clinica. E ancora, "addio da tutti noi immigrati di Castelvolturno". Non solo tanti immigrati, con loro anche numerosi pazienti e medici della struttura sanitaria del litorale domizio. C'é chi lascia fiori e chi biglietti di cordoglio. Tuttavia pochi possono avvicinarsi alla salma. Un rigoroso cordone di protezione tiene lontani estranei e curiosi: una disposizione - rendono noto gli amici - necessaria per esaudire il desiderio della cantante di non volersi far vedere da nessuno da morta, tanto meno lasciarsi fotografare.

Poi è il momento delle istituzioni, a cominciare da quelle religiose. Il primo ad arrivare è l'arcivescovo di Capua, mons. Bruno Schettino: "Resterà un simbolo del riscatto di questa terra", dice. Quindi è la volta del sindaco di Castelvolturno, Francesco Nuzzo, che già durante la notte si era recato in clinica: "Castel Volturno onorerà Miriam Makeba - assicura - da ieri appartiene alla nostra comunità come tutte le persone impegnate nella lotta alla camorra". Più tardi arriva il governatore campano Antonio Bassolino che la ricorda come grande voce dei deboli sottolineandone l'impegno contro il razzismo e la camorra. Motivi per cui "malgrado l'età aveva voluto essere a tutti i costi a Castelvolturno". In rappresentanza del governo sudafricano giunge a Castelvolturno l'ambasciatore in Italia, Lenin Shope: il diplomatico si trattiene a colloquio con il nipote della cantante Nelson che l'aveva accompagnata in Italia per il concerto di ieri sera.

Ma a Castelvolturno c'é anche Qedani Dorothy Mahlang, ministro della provincia di Gauteng, Johannesburg. La sua presenza era già prevista per una riunione della Consulta degli immigrati in programma oggi. Sul corpo della cantante, nonostente il primo positivo orientamento della procura, non sarà effettuata autopsia: la morte, è stato accertato dopo un primo esame esterno, è avvenuta per morte naturale. La salma raggiungerà il Sudafrica domani con un volo in partenza da Napoli con scalo previsto a Parigi.

Mama Africa, Miriam Makeba, se n'e' andata uscendo di scena con un finale ad effetto. Aveva speso tutta la sua vita per l'impegno civile ed e' morta 'sul campo', a Castel Volturno, un luogo-simbolo della lotta alla criminalita' ed alla sopraffazione, dove aveva voluto partecipare a tutti i costi, nonostante le non brillanti condizioni di salute, al concerto anticamorra a sostegno dello scrittore Roberto Saviano.

L'artista di colore, 76 anni, era divenuta famosa in tutto il mondo per essersi battuta vigorosamente contro il regime dell'apartheid che aveva dilaniato il suo Paese, il Sudafrica. Non a caso era diventata delegato delle Nazioni Unite. E non a caso il suo impegno contro la segregazione razziale, ingigantito dalla fama di cantante nota in tutto il mondo, aveva causato la reazione del governo sudafricano che, nel 1963 - in pieno regime di apartheid - l'aveva costretta all'esilio ed aveva messo al bando tutti i suoi dischi. Da alcuni anni, per motivi professionali, la Makeba si era gia' trasferita in Europa, anche se continuava a frequentare di tanto in tanto il suo Paese d'origine. Dopo che le fu imposto l'esilio, per tornare in Sudafrica, Miriam Makeba dovette attendere quasi 30 anni: soltanto nel 1990, infatti, Nelson Mandela riusci' a convincerla a tornare nella terra dove era nata - sua madre era di etnia swazi e suo padre, morto quando lei aveva sei anni, era uno Xhosa - e che era stata costretta ad abbandonare.

Trasferitasi prima in Europa e poi negli Stati Uniti, proprio in quella lunga fase della sua vita, espresse il meglio di se' nel campo artistico. In America Miriam Makeba incise le sue canzoni piu' conosciute: Pata Pata, The Click Song e Malaika. Nel 1968 si sposo' con Stokely Carmichael, un attivista per i diritti civili. Il matrimonio scateno' grandi polemiche negli Stati Uniti e la sua carriera ne subi' un notevole rallentamento. Si separo' dal marito - con il quale si era trasferita in Guinea - nel 1973. Nel 1985, dopo la morte della sua unica figlia, Bongi, torno' a vivere in Europa. Nel 2005 decise di dare il suo addio alle scene e lo fece con un memorabile tour, che tocco' tutti i Paesi del mondo nei quali si era esibita. Ma il destino, per l'addio definitivo, le aveva riservato un altro appuntamento. Quello che ieri sera l'ha condotta sul palco di Baia Verde, a Castel Volturno, dove un pubblico accorso per una grande testimonianza di impegno civile, le ha riservato l'ultimo, indimenticabile applauso.
 

chiesto il pizzo al concerto per Saviano

 
CHIESTO IL PIZZO AGLI OPERAI CHE MONTAVANO IL PALCO PER IL CONCERTO
 

 "Alcuni sconosciuti hanno chiesto il pizzo agli operai che stavano montando il palco per il concerto dedicato a Saviano". Lo ha reso noto l'assessore alla Formazione della Regione Campania, Corrado Gabriele promotore degli Stati generali per la scuola nel Mezzogiorno, che si chiudono questa sera a Castel Volturno (Caserta) proprio con il concerto di Miriam Keba e Maria Nazionale dedicato a Saviano. Il fatto, secondo quanto riferisce Gabriele, è avvenuto nella serata di ieri. L'assessore ha informato dell'accaduto i carabinieri.

"Appena mi hanno riferito l'accaduto - ha detto ancora l'assessore - ho chiamato il comandante provinciale dei carabinieri di Napoli ed è stato informato anche il coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Napoli, Franco Roberti". "Gli operai hanno detto agli sconosciuti di non essere in grado di dare loro risposte e di tornare di oggi", ha raccontato ancora Gabriele. "Domani formalizzeremo una denuncia contro ignoti - ha concluso Gabriele - ma quanto è avvenuto è di una gravità inaudita. Posso dire però che il concerto si svolgerà regolarmente, grazie alla presenza delle forze dell'ordine, nel posto che avevamo previsto: il luogo dove fu ammazzato l'imprenditore coraggioso Domenico Noviello".
 

la morte di Makeba: speciale

 
La cantante sudafricana è stata colta da un malore al termine della sua esibizione
E' stata portata in una clinica di Castel Volturno, dove è spirata poco dopo. Aveva 76 anni

Muore Miriam Makeba
dopo il concerto per Saviano

L'autore di Gomorra: "La sua voce era per i sudafricani la libertà"
Mandela: "E' giusto che i suoi ultimi momenti siano stati sulla scena"


CASTEL VOLTURNO (CASERTA) - La cantante sudafricana Miriam Makeba è morta nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno, dove era stata trasportata dopo essere stata colta da un malore, al termine della sua esibizione al concerto anticamorra e contro il razzismo dedicato allo scrittore Roberto Saviano, a Baia Verde di Castel Volturno. "E' giusto che i suoi ultimi momenti siano stati sulla scena", ha commentato l'ex presidente sudafricano Nelson Mandela. "Le sue melodie hanno dato voce al dolore dell'esilio che provò per 31 lunghi anni. - ha detto Mandela, rendendo omaggio a una delle "madri" della lotta contro l'apartheid. - Allo stesso tempo, la sua musica effondeva un profondo senso di speranza". Roberto Saviano l'ha ricordata così: "La voce di Miriam Makeba era quello che i sudafricani dell'apartheid avevano al posto della libertà".

L'artista aveva 76 anni. Era nata a Johannesburg il 4 marzo 1932. Aveva speso tutta la sua vita per l'impegno civile ed è morta 'sul campo', a Castel Volturno, un luogo-simbolo della lotta alla criminalità ed alla sopraffazione, dove aveva voluto partecipare a tutti i costi, nonostante le non brillanti condizioni di salute, al concerto anticamorra a sostegno di Saviano.

Miriam Makeba era divenuta famosa in tutto il mondo per essersi battuta contro il regime dell'apartheid che aveva dilaniato il suo Paese, il Sudafrica. Per questo era diventata delegato delle Nazioni Unite. E non a caso il suo impegno contro la segregazione razziale, ingigantito dalla fama di cantante nota in tutto il mondo, aveva causato la reazione del governo sudafricano che, nel 1963 - in pieno regime di apartheid - l'aveva costretta all'esilio ed aveva messo al bando tutti i suoi dischi.

Per tornare in Sudafrica, Miriam Makeba dovette attendere quasi 30 anni: soltanto nel 1990, infatti, Nelson Mandela riuscì a convincerla a tornare nella terra dove era nata (sua madre era di etnia swazi e suo padre, morto quando lei aveva sei anni, era uno Xhosa). Trasferitasi prima in Europa e poi negli Stati Uniti, proprio in quella lunga fase della sua vita, espresse il meglio di sè nel campo artistico. In America Miriam Makeba incise le sue canzoni più conosciute: Pata Pata, The Click Song e Malaika.

Nel 1968 si sposò con Stokely Carmichael, un attivista per i diritti civili. Il matrimonio scatenò grandi polemiche negli Stati Uniti e la sua carriera ne subì un notevole rallentamento. Si separò dal marito - con il quale si era trasferita in Guinea - nel 1973. Nel 1985, dopo la morte della sua unica figlia, Bongi, tornò a vivere in Europa.

Nel 2005 decise di dare il suo addio alle scene e lo fece con un memorabile tour, che toccò tutti i Paesi del mondo nei quali si era esibita. Ma il destino, per l'addio definitivo, le aveva riservato un altro appuntamento. Quello che ieri sera l'ha condotta sul palco di Baia Verde, a Castel Volturno, dove un pubblico accorso per una grande testimonianza di impegno civile, le ha riservato l'ultimo, indimenticabile applauso.
 
 

"A volte accadono cose che sono come domande...passano minuti o anni, ma la vita risponde..."

Alessandro Baricco

Ciro Del Sorbo

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November 16

la vergogna nascosta

Così le fogne dei palazzi di Napoli finiscono nelle cavità sotterranee

Dagli anni Settanta scarichi abusivi nel sottosuolo
Dopo il dossier di Bertolaso il problema è bonificare

 

diELEONORA PUNTILLO

NAPOLI - Finalmente lo sa anche Bertolaso. Ma forse bisogna dirgli anche qualcosa d'altro e di più su quel che si trova nel sottosuolo di Napoli, trasformato da ricchezza, da luogo utilizzabile, in colossale discarica anche fognaria. È infatti usanza antica e notissima che le tubazioni fecali di interi palazzi, anche recenti, vengano immesse nelle cavità per risparmiare il costo degli allacciamenti alle fognature, e anche per il timore che essendo queste insufficienti rispetto all'intensissima edificazione si debbano sostenere le spese per l'adeguamento.

È usanza antica e tuttora perdurante aprire il tombino nel cortile e rovesciarvi dentro i materiali di risulta delle ristrutturazioni negli appartamenti, con risparmio del trasporto alla discarica. Altrettanto antica, ormai quasi quarantennale, è la pubblica denuncia di tali abusi, senza che vi siano conseguenze sul piano giudiziario, e neanche su quello amministrativo. Rarissimi - anche per ovvie difficoltà - gli interventi «sotterranei» dei vigili urbani; si ricorda ancora quella di qualche anno fa, quando l'allora comandante della squadra antiabusivismo Antonio Baldi (non a caso geologo e studioso del sottosuolo) si accorse che i materiali di risulta della ristrutturazione in corso al palazzo che fu dell'armatore Lauro in via Crispi non uscivano mai dal cantiere a bordo di camion. Finivano infatti in una antica cava di tufo che si trova a grande profondità al di sotto di quella e altre costruzioni. Per chi ha documentato da sempre il saccheggio impunito del territorio alla luce del sole, non c'è stupore alla vista di quel che si scarica nel buio dei sotterranei. In archivio ci sono titoloni dei quotidiani, come quelli gli anni Settanta dopo la tragica frana di via Aniello Falcone (19 settembre 1969, vi fu sepolto il farmacista che da anni denunciava invano i segnali di dissesto). Per esempio la denuncia relativa ai 16 — sì proprio sedici — palazzoni al Corso Amedeo di Savoia che nel corso delle indagini per una colossale voragine poco più a monte, furono scoperti senza allacciamento alla rete fognaria: scaricavano tutti in una grande cavità sotterranea, divenuta un colossale pozzo nero. I sedici palazzoni avevano una «regolare» licenza edilizia concessa nel 1965 in una zona che sulle tavole del Piano regolatore depositate al Ministero risultava «agricola», mentre il relativo colore sulle tavole del Comune di Napoli indicava «edilizia intensiva ». La falsificazione delle carte del Piano regolatore fu definito «il falso più clamoroso della storia giudiziaria italiana» con la sentenza (1972) di archiviazione perché fu impossibile identificare i falsificatori. Il giudice istruttore Massimo Genchini scrisse che non doveva stupire il fallimento dell'indagine «ove si consideri la lentezza, si potrebbe dire anzi la riluttanza con la quale essa ha avuto inizio…». In materia di lentezza anzi di riluttanza nel cercare i responsabili le cose non sono poi tanto cambiate a distanza di quasi quaranta anni, benché sia evidente il perdurare della flagranza (e la reiterazione) del reato quando ancora si subiscono le tragiche conseguenze del saccheggio e ciascun napoletano paga di tasca sua fior di quattrini per rinnovare infrastrutture fognarie e stradali, che pure erano state progettate per durare fino al 2100, ma solo se la città fosse stata edificata in modo non incivile, se fosse piena di verde, di giardini privati e pubblici. Per identificare chi inquina, a volte basta poco: ci sono cavità stracolme di imballaggi con il nome e l'indirizzo del destinatario; e basta poco per capire da dove arrivano sbocchi fecali, e anche fusti, bombole, reti da letto, e pure quell'auto «mini cooper» incastrata (e fotografata) nella bocca di un pozzo comunicante con una cava alla Sanità. Adesso che lo sa anche Bertolaso, lentezze e riluttanze nell'indagine e nella eliminazione degli abusi non dovrebbero ripetersi. Più grosso il problema del disinquinamento e della messa in sicurezza delle cavità: bisogna davvero vigilare perché non diventi un grosso affare, magari solido come una colata di calcestruzzo.

 
November 14

Camorra City

 

«Camorra City»? Peggio dell'Iraq

 

Lo dice Carmelo Burgio, comandante dei carabinieri a Nassiriya, oggi impegnato contro la mafia nel Casertano

Saranno i muri alti, le corti interne delle villone che ospitano le grandi famiglie della camorra casalese: opulente al loro interno, ma chiuse su se stesse, veri fortini che ricordano quelle delle campagne afghane, o quelle sparse nell’Iraq meridionale verso il delta del Tigri e dell’Eufrate. Oppure saranno l’omertà diffusa, il senso di rassegnata impotenza tra gli onesti, l’idea che se appartieni a un clan non ne puoi uscire, che anche un agente delle forze dell’ordine è in qualche modo condizionato dalle leggi del sangue. O, ancora, l’assenza dello Stato, l’impressione che le regole le detti il più forte, chi sa incutere più paura.

Sta di fatto che a girare nei borghi maleodoranti di discariche, fiumi inquinati e quartieri costruiti nel caos contro le più elementari regole urbanistiche tra la periferia di Caserta, Casal di Principe, Castel Volturno e Sessa Aurunca, viene automatico pensare ai Paesi disastrati del Terzo Mondo, alle zone di crisi in Medio Oriente, al terrore iracheno e la guerra afghana. «Con una differenza però. Qui è ancora peggio che a Nassiriya nel 2004. Là almeno gli iracheni ci dicevano grazie quando noi militari riuscivamo a catturare un bandito e portare un po’ d’ordine. Qui neppure quello.

Nel casalese ogni rappresentante dello Stato è considerato un nemico, sempre e comunque. A noi carabinieri qui nessuno dice grazie» spiega con lo stile diretto che lo contraddistingue il colonnello Carmelo Burgio, comandante dei carabinieri che operano in provincia di Caserta. Parole d’intenditore. Burgio era l’ufficiale che il 12 novembre 2003, il giorno degli attentati alla base italiana di Nassiryia, stava rilevando il comando dei carabinieri. Lo avrebbe mantenuto sino al marzo 2004. Subito dopo l’hanno mandato a Caserta. Dal caos iracheno a quello di «Gomorra». «Tutto sommato il salto è stato meno alto di quanto potessi pensare» ironizza commentando cinque anni «al fronte». Una verità evidente anche per il giornalista abituato agli scenari mediorientali. E la similitudine che salta all’occhio è quella dei clan, delle regole dei legami di sangue a scapito delle leggi della comunità. «Da queste parti la solidarietà, come nel mondo arabo, cessa fuori dalla porta di casa. Così si possono vedere ville e appartamenti puliti e perfetti all’interno, sino al cancello del giardino. Ma le vie adiacenti sono discariche a cielo aperto. Ecco perché la camorra può tranquillamente prosperare con il mercato delle scorie tossiche che arrivano dalle fabbriche del nord. Non c’è alcun senso del bene pubblico. Qui la logica trionfante impone la solidarietà dei legami famigliari contro quella dello Stato. Non si pagano le tasse perché sono governative, come non si porta il casco in moto, o non si paga l’assicurazione auto» aggiunge Burgio.

Un problema grave e delicatissimo coinvolge gli agenti delle forze dell’ordine e il loro sentimento di obbedienza alla legge. «Cosa succede se tu sei poliziotto e tuo fratello, o tuo padre, oppure un cugino, è camorrista? Vince la fedeltà tribale o il senso del dovere del pubblico ufficiale di uno Stato moderno?» si chiedono con un grosso punto interrogativo tra gli oltre 1.350 carabinieri delle 61 basi nella regione. Il tema è scottante, se ne parla poco e a bassa voce. Sono stati scoperti carabinieri e poliziotti che avvisavano «la famiglia» dell’imminenza di una perquisizione, di una retata notturna, di intercettazioni telefoniche. Negli ultimi quattro anni quasi cinquanta carabinieri sono stati licenziati, spostati di sede, o addirittura arrestati (almeno sei) per collusioni con la malavita. E una proporzione simile vale per i poliziotti (che nella zona sono circa la metà dei carabinieri). I poteri locali non aiutano. Anzi, talvolta proteggono la camorra. Non ultimi alcuni personaggi del clero. Il soggetto è bollente, un vero tabù, nessun vuole fare di ogni erba un fascio. Eppure, tra le forze dell’ordine sono in molti a conoscerlo. «Capita che i sacerdoti siano più vicini alla malavita che non agli organismi di sicurezza. In più, il loro sostegno agli immigrati illegali intralcia le nostre indagini» sussurrano tra i carabinieri. E fanno un esempio. Nel passato venne perquisita la basilica di Casapesenna, un villaggione che confina a sud con la municipalità di Casal di Principe. Si sospettava che uno dei boss latitanti, Michele Zagaria (alla macchia da dodici anni), dopo averne sovvenzionato la costruzione vi avesse scavato un covo segreto nelle fondamenta. Ma fu un blitz veloce, poco accurato, poiché intervenne il vescovo, scatenando un piccolo incidente diplomatico con la Santa Sede. Da allora le forze dell’ordine rimangono alla larga e il sospetto permane. Si trovano anche sconosciuti della lotta quotidiana alla camorra.

 

Gente che rischia la vita per duemila euro al mese. È il caso, tra i tanti, dei diciassette uomini della «Sezione Catturandi» della stazione dei carabinieri di Caserta. La loro specializzazione è l’individuazione dei covi. «Negli anni Ottanta erano ricoveri primitivi, buchi coperti da tavole. Poi però la malavita casalese si è specializzata. Qui ci sono muratori provetti e le grandi famiglie ne approfittano, sicure che i loro congiunti non li denunceranno. Così si è passati a veri appartamenti-bunker con vie di fuga sotterranee, e a un pullulare di nascondigli con sistemi di sorveglianza sofisticatissimi» spiega il luogotenente Giuseppe Iatomasi. Con lui visitiamo uno degli ultimi covi scoperti, quello di Raffaele Diana, noto come “Rafilotto”, nato nel 1953 a san Cipriano d’Aversa, accusato di omicidi, estorsioni e latitante dal 2004. In realtà si tratta di due «bunker» separati. Il primo è ben nascosto nella parete a doppiofondo di un grande mobile bianco. Il secondo è una botola nel sottoscala, che porta a un pertugio di quattro metri quadri. «Nell’ultimo decennio la camorra ha creato sistemi alla Diabolik per monitorare polizia e carabinieri. Uno dei nostri metodi è gettare secchiate d’acqua sui pavimenti delle costruzioni sospette per controllare che non sparisca nei covi sotterranei. Ma loro hanno reso i pavimenti stagni, con guarnizioni che fermano il defluire dell’acqua e attutiscono i rumori» aggiunge Iatomasi mostrando le foto di uno dei covi più sofisticati. Si trovava a Sessa Aurunca, ed era nella casa di Gaetano Di Lorenzo, esponente dei cosiddetti «bardelliniani». Tramite un telecomando, il bidè scendeva su di un pistone in un piccolo pertugio nascosto nel muro, da cui con un sistema di visori a fibre ottiche si poteva controllare la strada. In un altro covo scoperto a Casal di Principe, si nascondeva Mario Iovine, assassinato in Portogallo nel 2000. Un passaggio segreto si apriva tra le bottiglie di vino in cantina e conduceva a un primo appartamento di dieci metri sotto terra. Nel caso i carabinieri l’avessero scoperto, da questo livello si scendeva a un secondo bunker, e da qui a un corridoio lungo oltre cento metri che sbucava in un’autorimessa dove erano sempre pronte una Vespa e un’auto per la fuga.

 
 
"...Ma quale paura? Nel mio vocabolario non esiste questa parola, a meno che non si tratti di un errore di stampa!" Totò
"...Non volendo pensare a quello che mi porterà il domani, mi sento libero come un uccello. Un passo alla volta mi basta!" Gandhi
"Non è il cinema a scrutare il mondo criminale per raccoglierne i comportamenti più interessanti. Accade esattamente il contrario. Le nuove generazioni di boss non hanno un percorso squisitamente criminale, non trascorrono le giornate per strada avendo come riferimento il guappo di zona, non hanno il coltello in tasca, nè sfregi sul volto. Guardano la tv, studiano, frequentano le università, si laureano, vanno all’estero e soprattutto sono impegnati nello studio dei meccanismi d’investimento. Il caso del film “Il Padrino” è eloquente. Nessuno all’interno delle organizzazioni criminali, siciliane come campane, aveva mai usato il termine padrino, frutto invece di una traduzione poco filologica del termine inglese godfather.” Roberto Saviano
"E' normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti." Paolo Borsellino
"Niente di importante è mai accaduto in questo Paese se non quando qualcuno, da qualche parte, è stato disposto a sperare. Ci sono persone disposte a lottare quando si sentono dire «No, non potete», e loro rispondono invece «Sì, noi possiamo». Ecco cos´è la speranza!" Barack Obama
"Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero sul bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti... Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità!" Pablo Neruda
"Non è che sono contrario al matrimonio; però mi pare che un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi!" Massimo Troisi